DIVISE

Li vedo quasi tutti i giorni, a orari fissi che dipendono solo dai turni.
Una prima tornata verso le 5,30 del mattino, l’altra verso le 7,30.
I più aspettano alle fermate degli autobus. Aspettano quello giusto, quello che sul display segnala un’unica destinazione possibile: la fabbrica di appartenenza.
Li riconosco perché indossano il grembiulino o il giubbotto leggero dell’uniforme da operaio. Oppure li incontro in auto, e capisco che sono loro, anche se non li vedo, dalla direzione che stanno prendendo e dalla massima calma con cui guidano.
Lenti, demotivati, apatici.
Non hanno fretta di rinchiudersi per otto ore in un non-luogo. Non smaniano in alcun modo di riprendere il loro posto, che sia in catena o al bancone, o in magazzino o in chissà quale anfratto fra quelle quattro mura di vetro e cemento armato. Stai certo, però, che indossano un giubbino o un grembiule azzurro.
Sono tanti, tantissimi, quelli che escono da casa già pronti per la fabbrica.
Un grembiule o una tuta o qualsiasi cosa da indossare durante il lavoro non è una cosa insolita, anzi. Ma di solito la si indossa sul posto. Eccezione scontata per le professioni che esercitano sulla strada,
l’esercito, i carabinieri e le forze armate in genere o per quelli, come i preti, che della divisa hanno fatto una pelle.
Il fascino della divisa mi ha sempre incantata fin da piccola. All’epoca naturalmente quella militare era la più evidente ai miei occhi: quale autorità emanava da gradi (che non ho mai imparato a distinguere) e stellette! Tanto ne ero innamorata che da ragazza ho convinto un giovane amico soldato a farmi provare la sua divisa. Erano i primi tempi in cui per i soldati cessava l’obbligo di uscire in divisa. Io invece ero così emozionata nel mettere in testa il basco dei carristi che ho immortalato quel momento in uniforme in una foto memorabile, un caro ricordo dei miei vent’anni.
Poi ho apprezzato le divise delle autorità, e perfino quella di mio padre ferroviere era rassicurante.
Io stessa ora indosso una divisa e sebbene la foggia sia un po’ variata nel corso degli anni, a nessuno dell’ambiente sanitario verrebbe in mente di lavorare senza. Per noi è anche una protezione, oltre a essere l’importante punto di riferimento per chi in quel momento ha un bisogno e un diritto fondamentale: quello di essere curato.
Anche i bambini per molto tempo hanno avuto una divisa da scolaro, e dopo averne fatto a meno per un po’, oggi sembra tornare di moda. Quanto sia moda o necessità, non importa.
L’uniforme si veste di importanza o di romanticismo o di necessità.
Si può obiettare che conduca a una sorta di omologazione nella categoria che rappresenta, annullando l’individualità. Il termine “uniformare” del resto viene usato per dire “rendere uguale, o simile”.
Per fortuna la personalità di ognuno fa sì che non ci sia questo pericolo, e chiunque è in grado di riconoscere un medico “umano” da uno più freddo, anche se entrambi indossano lo stesso camice bianco. Oppure il vigile che simpaticamente chiude un occhio a una leggera infrazione da uno che multerebbe anche sua madre che attraversa fuori dalle strisce pedonali. O il prete che ti assolve da quello che ti condanna per lo stesso piccolo peccatuccio.
Ma quando incontro gli operai che con la divisa addosso vanno a lavorare o tornano a casa, mi sento oppressa e depressa. Non c’è fierezza o orgoglio di appartenenza nei loro sguardi spenti. C’è rassegnazione, apatia. Sembra, questa divisa, un indumento di comodo buttato sulle spalle per risparmiare un golfino, una giacca, un giubbotto. Non è nemmeno un tentativo di lanciare una moda. Non c’è nulla di modaiolo nel fare l’operaio, anche se, di fatto, è l’insostituibile operaio che contribuisce alla nascita di oggetti griffatissimi e ricercatissimi. Anzi, senza l’operaio tali oggetti non ci sarebbero e la moda piangerebbe il proprio lutto.
Non basta questa consapevolezza, evidentemente, a creare l’orgoglio di appartenenza, ad andare oltre il semplice indossare un grembiulino mentre si va a lavorare: il vero motivo per cui lo si indossa, nella maggior parte dei casi, è perché così si è già pronti. E si esce, alla fine del turno, si fugge, senza bisogno di perdere tempo per cambiarsi.
Alle 17,00 o poco più, nei pressi della fabbrica, c’è il diavolo della fretta. Tutti quei grembiulini, che potrebbero assomigliare a quelli dei bambini a scuola, si riversano sulla strada come un fiume in piena esondazione. Sbottonati, stravaccati, sconvolti, allucinati. Chi ha la propria auto, se al mattino era evidente le ritrosia ad entrare, ora è lampante la fretta di uscire. Non c’è rispetto delle regole che tenga: le precedenze non vengono rispettate, su quelle auto c’è scritto: sei tu che devi dare la precedenza a me, io esco dall’inferno. I limiti di velocità, questi sconosciuti, surclassati da sgommate paurose. I semafori, se verdi sono benedetti, rossi aumentano la frenesia e l’allucinazione. Gli autobus predisposti raccolgono una umanità disfatta dentro grembiuli e giubbotti d’ordinanza, tenuti addosso solo per fare prima.
Non c’è nemmeno ribellione negli occhi stanchi, non c’è orgoglio.
C’è omologazione.
Annullamento dell’individualità.
Alla fine del turno quasi non sono nemmeno più persone quelle che escono stravolte, ma un branco di automi allucinati.
Ho conosciuto una poetessa che faceva l’operaia. Non lo so se lei indossasse il suo grembiule quando andava a lavorare o lo mettesse una volta giunta al suo armadietto, non gliel’ho mai chiesto. Dalle sue parole così urbanamente concrete, così legate alla propria realtà, era difficile immaginarla mentre si rifugiava nel magico e astratto mondo della poesia. Però lo faceva davvero. Era come se fosse due persone in una. Mi ha raccontato dei premi di poesia vinti, così come mi ha raccontato della condizione di “esaurimento” che colpisce la stragrande maggioranza dei suoi colleghi. La catena di montaggio, il consumo di occhi e mente su oggetti piccolissimi che fanno tremare le mani per lo sforzo di maneggiarli, il divieto di pensare ad altro per non sbagliare quello che si sta facendo, azzerando la capacità e la voglia di comunicare, il controllo severo che l’oggetto finito non venga trafugato.
Questa poetessa operaia mi fa sperare che non in tutti esista quella sorta di rassegnazione, di annullamento, che induce una persona a non curarsi di sé, a non coltivare più l’orgoglio di avere un’anima.
La presenza di una poetessa alla catena di montaggio mi fa fantasticare di una fabbrica di operai poeti, lettori e scrittori, dove, mentre la catena scorre inesorabile scandendo un tempo insopportabilmente alienante, si parli dell’ultimo libro comprato in libreria, della poesia composta durante il tragitto fino a casa, del romanzo scritto e rinchiuso nel cassetto, e della voglia di volare alto…
Mi piacerebbe che i grembiuli venissero indossati dentro la fabbrica con la dignità che comporta lo svolgere un lavoro duro.
Vorrei non vedere più persone con addosso occhi spenti e un camice azzurro aspettare alla fermata di un autobus chiamato sconfitta.

9 pensieri su “DIVISE

  1. Non ho mai pensato che il grembiule fosse un’uniforme. L’uniforme indica un’appartenenza e spesso esibisce i gradi, una gerarchia, è spesso orgogliosamente esibita. Anche ramona l’ha indossata con divertimento, si è fatta immortalare in una foto!
    Un grembiule ripara il corpo dallo sporco, riduce chi lo indossa a una persona che svolge un’attività che lo insudicia. Così ho sempre sentito. Per questo non amo i grembiuli a scuola, per questo, anche quando cucino non ho mai indossato grembiuli da cucina. Se fossi un’operaia , indosserei il grembiule per lo stretto tempo necessario, all’interno della fabbrica. Non vorrei che quel riparo da un’attività che sporca, diventasse una divisa dell’anima.
    Poesia e fabbrica. Un tempo non era un legame impossibile. C’era anche un orgoglio di classe,una cultura di classe. L’operaio, anche sfruttato non si sentiva uno schiavo. Ricorda ramona le orgogliose manifestazioni dei metalmeccanici?

    "Mi piace"

  2. Ma si, poesia e fabbrica possono camminare insieme.
    L’orgoglio di classe ormai non c’è più.
    Ma la dignità è ancora di molti/e.

    Un saluto

    ps: personalmente detesto divise e grembiuli e non ne porto e scelgo pantaloni t shirt e maglioni (d’inverno) pratici e comodi. A ognuno il suo insomma.

    "Mi piace"

  3. Fabry: grazie del link, interessantissimo!! Mi ha colpito molto questo ricordo dei poeti operai, e conferma la mia speranza che la fabbrica non può, non deve, inghiottire l’anima di una persona, anche se tropo volte ne distrugge il fisico.

    Piera: la penso anche io come te, la divisa “serve” ad uno scopo preciso, proteggere e far riconoscere. Va usata nel contesto in cui è adoperata e non ci si deve mai vergognare di essa, nè farne mezzo di supremazia. Poi, il fascino che può esercitare dipende anche dal vissuto socio-culturale di ognuno. Io non lo so perchè da ragazzina mi piacessero tanto le uniformi militari, ma mi piacevano! Però il camice bianco di un dottore mi lasciava del tutto indifferente.
    Come te spero che il grembiule da operaio rientri nelle mura della fabbrica e venga visto come la divisa che protegge e distingue, e non come uno straccio qualsiasi da tenere addosso perchè così “si fa prima”. Certo che ricordo le lotte operaie, anche se ero giovane, e ricordo la fierezza dei sindacati nell’affermare l’orgoglio operaio, le conquiste sudate a forza di scioperi, la voglia di essere riconosciuti e rispettati. Mio padre, sebbene non operaio, era un sindacalista attivo, perciò conosco bene questo mondo e quanto all’epoca era stato fatto grazie all’unità di classe. Ma garantisco che gli operai che descrivo nel post, che vedo quasi tutti i giorni, non hanno alcuna traccia di fierezza o orgoglio negli occhi. Spesso c’è solo il vuoto.
    Per questo auguro loro di trovare la poesia in quello che fanno, perchè prendano consapevolezza che il loro lavoro è indispensabile.
    Grazie della riflessione, e ciao!

    "Mi piace"

  4. Nadia: sono d’accordissimo, la dignità personale non deve mai venire meno.
    In quanto al resto, non sempre si può scegliere se indossare o meno la divisa, poterlo fare è una opzione in più. Io non posso esimermi, lavorando come infermiera, però ti confesso una cosa: quando ancora era obbligatoria, cercavo di liberarmi in tutti i modi della cuffia, sorbendomi perfino i rimproveri dei capi!!!
    Sapessi che orrore quell’orrore… per fortuna dopo è stata comunque abolita.
    bacio e abbraccio anche a te!

    "Mi piace"

  5. Riflessioncine sparse: non molti decenni fa si era fieri di essere operai; oggi i mass media tendono a considerarli come una minoranza (esistono, ad esempio, spot pubblicitari con operai come protagonisti? ci sono operai al “Grande Fratello” et similia? non mi pare), però almeno un terzo dei lavoratori italiani fa l’operaio (o lavori assimilabili); il lavoro di operaio (in senso lato) è quindi ancora indispensabile, ma nessuno dei miei studenti di scuola superiore dichiara di volerlo fare; anzi, una delle minacce che i genitori rivolgono ai figli che non studiano è: “vuoi finire a fare l’operaio?”.

    "Mi piace"

  6. E’ vero Pino, è una minaccia frequente dei genitori. Qui da me si dice: se non vuoi studiare allora vai in fabbrica! Cosa che non è difficile da realizzare: la scolarità è piuttosto bassa e il posto in fabbrica invece è assicurato. Del resto ci vanno anche diplomati e laureati in attesa di tempi migliori…
    Direi che, spot a parte (è vero che non è un mestiere che si prende a modello di qualcosa), qua fare l’operaio rimane ancora un’alternativa abbastanza ambita, ma solo perchè si trova facilmente e permette ad un giovane di avere subito quattro soldi in tasca. Non certo perchè ci sia l’orgoglio di fare l’operaio.

    "Mi piace"

  7. Tempo fa le tute blu erano simbolo di riscatto e di lotta.
    Si fa fatica a lavarla (morchia-trucioli) e non puoi metterla subito in lavatrice.
    Quello sporco che non si toglie, ti ricorda sempre chi sei e da dove vieni.
    Mio padre ci diceva, che era un lavoro onesto.
    Certo a quella fermata d’autobus, c’è spazio anche per un sogno.

    "Mi piace"

  8. Paola, molto bello quello che dici: “quello sporco che non si toglie, ti ricorda sempre chi sei e da dove vieni.”, e in fondo credo che valga per qualsiasi uniforme, divisa o come la vuoi chiamare. Differenti fra loro, le divise proteggono, e anche se le macchie o gli strappi sono di diversa natura (la mia divisa talvolta è sporca di sangue, o altro…),tutte indicano l’impegno che ci assumiamo nell’onorarle.
    Nel mondo veneto in cui abito, contadino e operaio, si apprezzano molto i lavori manuali, chi sa lavorare con le mani e non si risparmia è rispettato, nessuno guarda se ha le mani sporche o una macchia addosso, anzi. Perchè uno bravo a lavorare è onesto, e di solito si sporca.
    Molta concretezza, quassù. Ma anche io, come ho detto, spero che alla catena, o nel magazzino, mentre ci si sporca di grasso, o di acidi o di colorante, si trovi il tempo di andare oltre.
    Grazie dell’intervento.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.