Il magnifico impostore

Le sentenze sono i crampi dell’intelletto. Lo so, eppure non posso fare a meno di ricorrervi quando scrivo, o di esserne attratto quando ne ascolto o leggo una particolarmente illuminante. Senza contare che la frase “le sentenze sono i crampi dell’intelletto”, che credo sia di Wittgenstein, è in fondo una sentenza, una sentenza che denuncia se stessa, la sua comodità di formula, di citazione prêt-à-porter buona per impressionare l’uditorio durante una conversazione brillante. Nella civiltà dell’immagine la parola si è ridotta al ruolo di didascalia, al ragionamento è subentrata la battuta. Quando leggo qualcosa, di narrativa o di saggistica, le parti che mi rimangono più impresse sono proprio le sentenze. Le sottolineo come dei mirabili parti dell’intelligenza, e già il fatto di individuarle e apprezzarle mi gratifica, mi fa sentire socio del club. Mi pare che nella loro mirabile sintesi racchiudano una profonda verità, e tuttavia mi rendo conto che sacrificano molto dell’irriducibile complessità della vita. Forse l’impostura dello scrivere inizia qui, in questa vanitosa scorciatoia della ragione.

 Hermann Broch parla di Seelenlärm, il fracasso dell’anima. Come dar conto, sia a parole che con la scrittura, dell’infinito balenare di pensieri e sensazioni che affollano la nostra testa? Come comunicare quell’impetuoso e muto frastuono, stenderlo, svilupparlo, renderlo intelligibile ad altri per mezzo del linguaggio? In Caro vecchio neon David Foster Wallace usa l’immagine del buco della serratura, dice che sarebbe come cercare di far uscire da un minuscolo buco della serratura il contenuto di una stanza stracolma di cose. La grande letteratura si pone sempre questo obiettivo ambizioso, pur essendo consapevole di inseguire una lepre di pezza. La verbigerazione torrenziale di molti suoi scritti, per tacere di quel mostruoso capolavoro che è Infinite Jest, era soprattutto il disperato tentativo di dar forma al caos d’idee che sgomitavano per uscire dal buco della serratura di se stesso. Chi si addentrava nella fitta selva di digressioni, note e parentesi delle sue opere aveva quasi l’impressione che l’autore fosse riuscito a tradurre in parole quel flusso magmatico e informe, ma lui sapeva che era un inganno, l’ennesimo, abile inganno di un magnifico impostore. E forse è per farla finita con le inevitabili menzogne che lui, il più grande impostore della letteratura contemporanea, sabato scorso si è tolto la vita impiccandosi come Giuda Iscariota, l’impostore per eccellenza.

 L’aveva detto, in Caro vecchio neon, che il periodo migliore per farlo è questo, così non si deve “sopportare l’avanzata del freddo e dell’aridità che da queste parti comincia verso metà settembre”. Ha tardato di qualche giorno rispetto a Neal, il protagonista del suo racconto. Anche mio padre lo fece a inizio settembre. Settembre è il lunedì dell’anno, l’inizio del ciclico calvario subito dopo la festa. Chissà se anche lui, come Neal, prima di farlo si è guardato intorno nella sua casa di Claremont e ha pensato a tutto ciò che gli sopravvivrà. La credenza in noce del salotto, la poltrona di ciniglia, la scrivania ingombra di carte, i libri amati, la vista dalla finestra, Karen… Tano Festa affermò qualcosa del genere a proposito dei Coniugi Arnolfini di Van Eyck. Disse che il vero protagonista del quadro era “il lampadario, perfettamente immobile, come se nulla, nemmeno un forte vento, potesse farlo oscillare. Questo lampadario incombe sulle figure degli Arnolfini come qualcosa che sta a misurare la durata e quindi il limite delle loro esistenze. Pensai con malinconia che gli Arnolfini sarebbero scomparsi molto prima del lampadario, che da tutta quella scena sarebbero stati i primi ad uscirne, mentre gli oggetti sarebbero rimasti ancora per lungo tempo al loro posto, testimoni muti e impassibili delle loro esistenze”. Lo scrisse pure Borges, nella poesia Le cose, che la nostra vita è un perpetuo, inconsapevole e non contraccambiato addio agli oggetti e alle persone che ci circondano. Forse in quel momento i movimenti di David hanno assunto un’aria cerimoniale, come succede a Neal nel racconto. E avrà scritto un biglietto a sua moglie, per scusarsi del dolore che le arrecherà, e sarà stato attento a scriverlo nel modo più sincero possibile, sarà stato attento a non essere troppo attento alla forma, o a non sembrarlo, per essere il più autentico possibile e non disprezzarsi, perché il paradosso dell’impostore è che quanto più tempo e più impegno metti nel cercare di far colpo sugli altri o di affascinarli, tanto meno sorprendente o affascinante ti senti dentro. E poi la preoccupazione del come, un metodo che sia efficace ma non troppo teatrale e macabro, soprattutto per chi lo scopre, anche se non esiste un modo di andarsene indolore per quelli che rimangono. E i ripensamenti, le esitazioni, “la marea di oscillazioni interne”; e infine la decisione irrevocabile, quando tutti i dubbi svaniscono e subentra allora “il brevissimo momento di fuoco”, “quasi bello, come quando hai le mani fredde e c’è un fuoco e tu le protendi verso la fiamma”. Dopo un’esistenza di infingimenti, l’aspirazione alla verità può condurre perfino a questo, a voler provare il maggior dolore possibile per essere se stessi nel momento della morte. Porre fine alla farsa certificando col sangue la verità di una vita, quasi come fece Clelia Marchi, la contadina mantovana semianalfabeta che scrisse sul lenzuolo nuziale la propria autobiografia intitolandola Gnanca na busìa, cioè “neanche una bugia”.

 Quando David Foster Wallace è morto ero al mare, in Versilia. Mi ha telefonato un amico, Paolo, col quale condividevo questa passione sin dal momento in cui ebbe inizio. Lo scoprimmo nel 1999, ad agosto, in vacanza a Lipari. Io acquistai due libri quell’estate: Tennis, tv, trigonometria e tornado e Le particelle elementari. Ci piacquero enormemente entrambi, e pensammo di aver incontrato due grandi scrittori. In seguito scrissi per la rete un pezzo che li presentava in parallelo, e un anno dopo averlo scritto questo pezzo fu letto da un critico influente, che parlò di me al direttore d un giornale col quale iniziai a collaborare. In qualche modo devo quindi a Wallace (e a Houellebecq) il mio esordio cartaceo come critico letterario. In seguito scrissi sull’americano, e in un’occasione espressi delle riserve, riconobbi il suo grande talento ma gli rimproverai una certa freddezza, l’esibizione di un’intelligenza per molti versi ammirevole ma che però non sempre riusciva a “toccare il cuore del lettore”. Lo paragonai a un personaggio di Verso occidente l’impero dirige il suo corso, la talentosa allieva di un corso di scrittura creativa che viene redarguita dal suo docente perché il suo stile è troppo “Guarda mamma, senza mani!”. Quel pezzo suscitò diverse polemiche, a molti non piacque, e oggi, col senno di poi, provo un senso di colpa per averlo scritto, quasi ne avessi infangato la memoria. Ma rileggendo Caro vecchio neon mi accorgo che quella era una sua preoccupazione, che lui stesso, nella solitudine centrale del proprio io, riconosceva come un suo limite. E credo che non gli sarebbe dispiaciuto sapere che un suo lettore se n’era accorto, perché il corollario del paradosso dell’impostore è che “vuoi raggirare chiunque incontri eppure al tempo stesso in qualche modo speri sempre di imbatterti in qualcuno che non si lasci raggirare”.

 Tuttavia mi sfuggì un aspetto fondamentale della sua scrittura, ed era l’intensità della disperazione che la animava. Al telefono con Paolo in questi giorni commentavamo increduli le numerose rivelazioni postume sul suo precario stato di salute, sulla sua depressione, i ricoveri, l’elettroshock e i tentativi di suicidio. Notizie che in fondo intendono rassicurare chi resta, fornendo un motivo certo, razionale, per cui quel gesto diventa l’ovvia conseguenza di una patologia fisica o mentale ben precisa. Ci dicevamo che mai ci saremmo immaginati che potesse uccidersi. L’avremmo pensato di Houellebecq, ci sarebbe parso plausibile, e lui oggi scrive canzoni per Carla Bruni, si fa fotografare nelle riviste di gossip e dirige film mediocri. Si gode il successo, insomma (e mentre dico queste cose mi sento uno sciacallo, quasi rimproverassi al francese di non averlo fatto, come fecero alcuni critici nei confronti di Cioran il giorno in cui la sua compagna Simone Boué si uccise). Il suicidio di David Foster Wallace invece era, agli occhi di molti, qualcosa d’impensabile, nonostante molte sue pagine parlino di questo in modo evidente (vedi la fine di Eric Clipperton e James Incandenza in Infinite Jest, per esempio). Magari era il look informale, la bandana, i suoi successi sportivi, perfino il matrimonio e la cattedra universitaria, a farlo sembrare più tranquillo e integrato.

 Queste parole vogliono anche essere un risarcimento per i tanti momenti di felicità che la lettura dei suoi libri mi ha donato. A volte sono stato anch’io un impostore, ho saccheggiato le sue pagine in cerca d’illuminazioni e spesso non le ho riconosciute, ossia non ho rivelato che era lui la preziosa fonte d’ispirazione per qualche mio pezzo fortunato. Mi sono sempre giustificato dicendo che gli spunti non venivano da sentenze ma da ragionamenti, lunghi e difficili da citare per esteso, e pur essendo questo evidentemente un mio alibi, la verità è che l’intelligenza di David Foster Wallace non è facilmente spendibile, non si riduce a formulette, a comode battute, e forse anche per questo era e resta tuttora un autore più chiacchierato che letto. Mi capitò per esempio con un articolo apparso su Nazione Indiana e su Liberazione, in cui associavo i jumpers delle torri gemelle ai suicidi del Golden Gate ripresi nel film The Bridge. Era un accostamento blasfemo, paragonare dei suicidi a chi si buttò da un grattacielo in fiamme, difatti molti si scandalizzarono, e fra questi non pochi fan dello scrittore americano, non sapendo che era stato lui stesso a sostenerlo quando questi eventi nemmeno si erano verificati. Oggi, alla luce del suo suicidio, quelle parole (tratte da Infinite Jest, pag.927 ed. Fandango) sono un invito ad interrogarsi sul fuoco del talento e della creazione, con le fiamme che lo alimentano e quelle che lo minacciano:

 “La persona che ha una c.d. depressione psicotica e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette per sfiducia o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme.”

 

18 pensieri su “Il magnifico impostore

  1. E’ un pezzo bellissimo, come spesso succede con i pezzi di Sergio Garufi, che ha la qualità non di esibirsi, ma di voler comprendere, suscitare domande. Riguardo alla torrenzialità di Wallace – è quasi paradossale se si pensa che a suo modo dimostra come nonostante tutto sia linguaggio si resta sempre sulla soglia dell’incomunicabilità. Che chi si addentra nelle parole lo fa per smascherarle (l’impostura non è solo quella della vita, ma anche della parola che è il nostro succo), per far vedere che sotto c’è spesso silenzio e solitudine, un niente senza espressione. Come i bambini che guardano la mucca al di là del palo sempre in Wallace. Quello che dici su settembre e su quando (o dove a volte) si sceglie di morire è altrettanto vero. Settembre è un mese strano, malinconico, il mese delle cose che finiscono. Anche se per me arriva sempre con un sollievo, dopo il frastuono dell’estate.

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  2. L’immagine del buco della serratura, quasi come sottoporre il fracasso dell’anima a un processo di trafilatura per trasformarlo in un impasto di scrittura, è una delle cose più belle che ho letto sulla letteratura.
    Grazie Sergio.
    P.

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  3. “Settembre è il lunedì dell’anno”: assolutamente vero. D’altra parte concordo con Francesca: amo settembre perché si fa netta l’impressione di essere scampata ancora una volta all’estate…
    Formidabile la citazione finale, a coronamento di un articolo davvero imperdibile.
    magnifico pezzo. emozionante, preciso, coinvolgente.
    grazie, sergio.

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  4. gran pezzo.
    si sente spesso, questa cosa del talento. grande talento, ma. il talento non si discute, però.
    che mi fa pensare. quando lo leggo, mi vengono in mente mille e mille cose. una è che cerca in ogni modo di coprire il suo talento, con lo studio, la precisione, la chiarezza, quel modo di accompagnare il lettore che altri scrittori di talento si permettono, in virtù del loro talento, di non avere. Ma forse no.
    Però c’è questa preoccupazione nei confronti di chi legge, forse un altro talento, ecco. Scrivo sempre le stesse cose, mi accorgo, riguardo dfw.
    La tensione alla condivisione. Ecco.
    Forse dovrei smetterla di scrivere ovunque per la rete le stesse cose, no?
    Proverò a smettere, via.
    Gran pezzo.
    Grazie.

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  5. Il suicidio è una resa, Sergio (come al solito, complimenti. Se seguo LPELS è perché cerco un tuo pezzo, come lo cercavo in NI).
    Non credo che ci sia lucidità nel suicidio, ma terrore. Si ha paura del tempo che deve venire, non si crede di riuscire a trascorrere le ore e perfino i minuti nella sua attesa. Il futuro si è trasformato in un terribile mostro vuoto, senza colore, senza immagine. Tutto rallenta, di una lentezza esasperante.
    Si dovrebbe fare, allora, come quando ci coglie una vertigine (la conosco bene: ne sono stato soggetto, e ancora mi accade – l’ultima, violenta, il 27 agosto, improvvisa): attendere, non lasciarsi prendere dal terrore. Se il letto si inchina e ci sembra di cadere, se il soffitto ci gira intorno, se dentro di noi tutto sembra alterarsi e rovesciarsi, si deve resistere.

    Dobbiamo fermarsi a ragionare, vincere lo spavento, la nausea, il vuoto,l’abisso che ci separa dal futuro, dal giorno dopo, e pensare che il tempo non si arresta, continua a scorrere allo stesso modo di sempre. Convincerci che quello che stiamo provando è un inganno, come ci inganna la vertigine.

    Ci vuole forza, lo so, e la forza non può che venire da dentro di noi, perché è proprio dentro di noi che il vuoto ci ha aggredito.

    Mi dispiace che Wallace non ce l’abbia fatta.

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  6. me ne vanto: l’ho letto in anteprima. adesso sono contento: questo pezzo più quello della francesca matteoni su NI sono le cose più belle che ho letto sulla fine di DFW. alla faccia dei “cacciatori di kitsch” che infestano i lit-blog; alligatori a caccia d’errori; gente sul quale continuo a tenere il mio winchester da “cacciatore di stronzi” puntato. continuerò a sparare, come sempre.

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  7. Continuo a pensare che la depressione o il terrore del futuro non siano quasi mai cause di suicidio, e che la trappola dalla quale si ha certezza di non poter sfuggire sia quasi sempre la noia.

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  8. Anche a me è piaciuto molto questo pezzo. E la notazione sull’accostamento tra chi si butta da un grattacielo in fiamme e chi mette fine alla propria vita mi ha colpito. Però c’è un aspetto, apparentemente banale, scontato, ma tuttavia importante: le fiamme che divampano nel grattacielo sono reali, e bruciano tutto, bruciano la materia. Le altre fiamme non sono reali. Sono dentro di noi. E noi abbiamo la possibilità di spegnerle.

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  9. Vabè, dopo ‘sta overdose di complimenti immeritati il minimo che possa fare è offrirvi da bere (anche perché, dopo aver minacciato le vie legali, quelli del Domenicale hanno finalmente pagato dei miei pezzi di 2 anni fa). Ci si fa una birretta all’Akkademia di via Ravizza domenica pomeriggio (tipo verso le 5)?

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  10. “tutte le cose migliori finiscono con un appuntamento”

    non tutte! 🙂

    bacio
    la funambola

    …la ragione vanitosa dovrebbe vergognarsi delle scorciatoie che sono un insulto alla Ragione e alla sua possibilità di scelta.
    non esiste vanità senza parole e non esistono parole che non siano vanitose.
    …ma il Silenzio non ha mai fatto “testo”
    e i testi, tutti i testi, son preghiere mal riuscite
    io a sergio lo stampo sempre.

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