La mano tronca – Ferruccio MASINI

(Da: Ferruccio Masini, La mano tronca, Bari, Dedalo Libri, “Collana Bianca”, I ed., 1975)

Mio giorno
che ti disseti nell’ombra tagliente del pietrisco
nella vertigine delle più alte torri
sei quel poco che mi fu concesso
per elevarmi fino alla mia statura
e scavare la terra e far crescere il grano
Gli anni che si distillano nei tuoi silenzi
sono un filo impalpabile a cui si sostiene il mare
la forma del vento la conchiglia sonora della tua piccola
eternità
finché un gesto imperioso tronca il grido e il lamento
la maledizione e il riso
Così tu mio giorno così inesistente e fugace
ti ricapitoli nello sguardo lungo del congedo
perché già Cloto porse lo stame
e Lachesi lo filò
e io devo percorrerti ancora una volta senza paura
come chi comincia un gioco
che lo vedrà perdente
e già si mette a parlare con la voce del suo nemico
Per questo mi lascio stringere dalle tue canzoni
ingannare dal crocicchio d’ombra delle favole
allentando le briglie del mio cavallo
che va a piacer suo nella notte

(pag. 15)

***

Nei venti aridi del mattino la parola fiorisce
che ancora non conosci mentre cammini
per breve tempo ancora nella luce
con le tue crudeltà e i tuoi misteri
con i tuoi ozii e la tua febbre
sazio come coloro che vivono
non mai sazio come le cime dei più alti rami
Quella parola non fu neppure taciuta
solo il ginepro ardente si consuma
per volontà di dire la vertigine lunga del mare
nei perdimenti dei voli sul filo dell’arenile
Vanamente tu credi di averla udita una volta
dalle labbra di quelle fanciulle
che al cuore cupo dell’alloro s’avvicinano dolci
come le piogge notturne al limite della pineta
Vanamente tu credi di averla perduta una volta
nel brusio di una lenta estate
quando ondeggia la conca del cielo
nel grano delle costellazioni

(pag. 26)

***

Respirare, tu invisibile poesia!
Perpetuamente per l’essere suo
d’uno spazio di mondi puro scambio. Contrappeso
ove ritmicamente accado.

Unica onda, di te
crescente mare io sono:
tu di tutti i possibili mari il più misurato –
incremento di spazio.

Di queste regioni di spazio quante
già erano dentro di me. Non pochi venti
son come figli miei.

Aria, mi riconosci tu, una volta colma ancora di mie contrade?

Tu, una volta levigata buccia,
rotondità e foglia di mie parole. (*)

(pag. 29)

(*) Rainer Maria Rilke, Atmen, du unsichtbares Gedicht (Die Sonette an Orpheus, II, 1)

***

Ogni parola sarà cancellata ma non quella della notte
Cresci amore nel tuo spasimo fino a raggiungermi
Io cresco fino a te e sono un antico spasimo
Ogni parola sarà cancellata ma non quella
della notte. Non quella che mi hai bisbigliato
tra le labbra che non erano labbra
ma solo foglie che mordevano altre foglie
e rami e radici e voragini senza stelle
non quella che annienta il carcere della separazione
Perché nulla di noi era più separato Io ero tu e tu
eri me e nulla era separato. E la carne non era
separata dalla carne né il sangue dal sangue
né il tormento dal tormento
né l’agonia dell’erba dalla sete nera della falce
Con quel grido terribile ci siamo chiamati
quel grido della mescolanza
quando il nostro respiro non duplice ma uno
era il muggito del mare
che scrolla le mura del mondo
Ogni parola sarà condannata e riarsa ma non quella della notte
Non chiedermi chi sono – Io ero prima che la terra
si dividesse dal mare ero l’onda che ti esprime sul declivio
dell’autunno come il presagio della vertigine
Ho modellato il tuo fianco ho riempito fino al silenzio della morte
la musica del tuo corpo
Ogni parola sarà cancellata ma non quella della notte

(pag. 31)

***

Le stelle vogliono essere stelle
e dicono venite grandi testuggini d’oro sulle spalle del mare
le tuberose vogliono essere tuberose
trascinarti nei lenti meriggi fino agli archetti neri delle torri
dove ti curvi sul vuoto col peso delle nuvole.
Le mani vogliono essere mani
per l’aratro che spacca ossa di muli e tendini del demonio
e radici riarse nel ventre della terra.
Ma cosa vuoi essere tu
dice la banderuola alla fame dei comignoli.

I morti vogliono essere morti
per darti questo grano questo bacino verde di costellazioni
posso toccare le labbra del vento senza trovarne le voci
posso stringerli nella cenere senza toccarne le dita.
I giorni vogliono essere giorni
comete narrate dai pastori alle mandrie del tempo
vogliono esitare un poco sul precipizio delle stagioni
perché prima di darmi a loro chiuda gli occhi
come fai tu quando m’ascolti crescere
nel vento degli abbaini alla fame delle banderuole.

Il regno di un fanciullo vuol essere cembali d’estate
ingannevole argento del pietrisco che s’addormenta
ulivo gemente dolcezza che muore perché non muore
ma cosa vuoi essere tu
se non forma di bocca mescolata alla lingua degli spasimi
contro l’immacolato fuoco del peccato.
Prima che questa luce sfinisca
getto su te gli stormi radenti a volo sull’ultime case
che vogliono essere lance di sere abbattute
sulla bianca carne della notte.

(pag. 52-53)

***

morire mentre tocchi la rosa del vento
guardando scendere l’arco esile della luna
come una biscia argentea nella melma verde della notte
mentre la maschera d’aria trema appena e si torce
e l’isola addormentata risveglia gemme d’acqua
e qualcuno resta in attesa sollevando i remi
che il fruscio delle stelle s’ottenebri
e stilli il miele dai bugni

(pag. 57)

***

XVI

     Che significa essere trascinati all’improvviso nel fondo dell’evento, nel cuore dell’avventura che è il cuore stesso dell’enigma? Significa che lo sguardo può essere già nel movimento di quel che ti viene incontro. Ma non è neppure questo. E’ lasciarti circoscrivere da quel movimento attrattivo. Neppure.
     So che basta questo principio per essere nel suo sì.
     Come altrimenti sarebbe possibile che l’avventura contenga già nel suo inizio anche l’inizio stesso del significato. L’ulteriorità del mondo in questa soglia-cominciamento del mondo? Il significato è dunque vivere il tema di tutte le tue nascite nella grande carta siderale dell’avventura, come se tutti gli eventi ancora non dati fossero già vissuti, compresenti e come adunati nella musica del principio.

(pag. 43)

***

XXVI

     Il rovesciarsi dell’irreversibilità del tempo nel C’era una volta dell’avventura corrisponde al costituirsi dell’avventura in quanto possibilità dell’impossibile. Il suo momentum è l’anamnesi di un passato che cessa di essere tale per divenire un nuovo principio, un gioco, una ruota che per sé si volge (ein Neubeginnen, ein spiel, ein aus sich rollendes Rad, F. Nietzsche, Also sprach Zarathustra, Von den drei Verwandlungen).
     La profondità di questo tempo coincide con la profondità del corpo dove la soglia della vita si confonde con quella della morte poiché l’una parla il linguaggio dell’altra e i due canti si richiamano come le fasi alterne dello stesso respiro cosmico. L’universo della gioia si dischiude come quella violazione dell’impossibile, quella possibilità dell’impossibile destinata ad eccedere il possesso, le forme e le figure del possesso. Il movimento diventa così riposo: come nella vertine della danza che nel suo volgersi ritmico, nel fluido disnodarsi delle sue evocazioni di spazio, nel multiplo scomporsi delle sue regioni di luce e delle pause d’ombra finisce per approdare a una estatica riva interiore fuori dallo stesso movimento, al centro di una profondissima quiete.

(pag. 71)

***

XXVIII

     La profondità del mondo è la stessa profondità del corpo. Nel corpo l’immanenza non si dà mai allo stato puro: il corpo si trascende nei suoi atti e anche nell’atto della stessa autocoscienza come idea corporis.  L’ultima trascendenza del corpo è l’enigma del suo essere cosmo, grande corpo della physis, macroanthropo. In questo senso nel corpo si rispecchia l’enigma di una vita e di una morte che si appartengono reciprocamente nella durata. Ma un altro enigma è quello stesso del tempo che muore e non muore perché tutto ciò che si inabissa nel passato si lascia tentare ad esistere ancora: solo l’avventura può farci avvertire questo cerchio d’incantesimo in cui la vita si offre e sempre continuamente si perde, sentendo pesare sul cuore la fragile perfezione di un evento che stringe e costringe alla parola fine.
     L’avventura è il rinvenimento di questo enigma che si dà come malinconia del finito e ebbrezza di un infinito rispecchiamento, come caduta dell’impossibile nella sua possibilità vivente. La verità dell’avventura rischiara materialisticamente la stessa verità del corpo. In esso, infatti, si realizza il medium non già di una trasfigurazione mitica del mondo, bensì di una sublimazione ironica della finitudine poiché in essa lo stupore di una impossibilità possibile convive paradossalmente con il sorriso impenetrabile della ragione.
     Ma questa aporia in cui si iscrive la finitudine diventa nell’avventura gioco continuamente rinnovato al limite della morte, gioco con la morte: è questo il bagliore delle costellazioni che affondano nel tempo e nella consumazione incendiando gli sconfinati mari.

(pag. 74-75)

***

(Tratto da Rebstein del 31 maggio 2008, con l’aggiunta di nuovi testi.)

***

5 pensieri su “La mano tronca – Ferruccio MASINI

  1. grazie, Francesco.
    è incomprensibile come autori come Ferruccio Masini siano quasi assenti negli scaffali ufficiali della cultura.
    ma fortunatamente c’è chi li restituisce alla lettura che meritano (e speriamo anche a uno studio adeguato).

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  2. Importante questa riproposizione di un grande autore a tutto campo e di grande interesse! Posso anticipare che con Diabasis si sta lavorando per una edizione completa di tutte le poesie, che spero avrà una giusta e meritata risonanza…

    andrea ponso

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  3. E della sua opera fanno parte a pieno titolo le traduzioni di Nietzsche, fatte in occasione dell’edizione Colli-Montinari, che sono capolavori di resa di prosa letteraria e filosofica.

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  4. Grazie a Fabrizio, Andrea e Roberto.

    Ritengo Ferruccio Masini uno dei più grandi (e dimenticati) autori del secondo Novecento, ancora tutto da scoprire e studiare a fondo.

    Accolgo con grande piacere la conferma che Andrea dà della prossima edizione dell’opera poetica completa. E sono convinto che avrà la giusta e meritata risonanza: non credo sia un caso che i due post che gli ho dedicato su Rebstein abbiano totalizzato in pochissimi mesi quasi tremila letture dirette.

    Ma non è solo la sua opera poetica a dover essere riportata in piena luce. Lasciando un attimo da parte la sua produzione saggistica, teorica, di traduzione, c’è un intero universo che attende di essere esplorato: la sua opera artistica.

    Grazie al prezioso dono delle sue gentilissime figlie (che ringrazio pubblicamente, di cuore), ho avuto modo di tuffarmi nei cataloghi che raccolgono la sua produzione pittorica: vi assicuro che siamo a livelli stratosferici, sicuramente non inferiori a ciò che ci ha lasciato in “forma di parole”. E l’assurdità del silenzio su questo grande lascito diventa ancora più opprimente e desolante.

    Non appena trovo qualcuno in grado di riversarmi qualche immagine in rete (e se nulla osta), pubblicherò un post al riguardo.

    Un caro saluto.

    fm

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  5. Pingback: L’enigma di Salins (I) – L’opera pittorica di Ferruccio MASINI | La dimora del tempo sospeso

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