Cani, camosci, cuculi ( e un corvo)

di Alberto Pezzini

Mauro Corona, Cani, camosci, cuculi ( e un corvo) “, Mondadori 2007 ,pagg. 275, euro 17,50.
** * **
Per me è stata un’esperienza a tutto tondo. O, meglio, è stata finalmente un’emozione che mi fa battere il cuore ogni volta in maniera diversa.
Come una di quelle belle donne metà streghe e metà di coscia scoperta – e Corona sa descriverle bene anche perché è uomo che vive e soffre anche nella carne -, questo libro sa prendermi al laccio.
Sono anni che vorrei incontrare Corona. E’ l’ultimo poeta incantato dei boschi. Deve avere avuto, forse da bambino, sopra la sua testa ricciuta, un incantesimo silvano. Qualche creatura notturna deve sussurrargli all’orecchio parole di alberi, rugiada, ambra e vipere gentili.
Corona è l’uomo che sa parlare nel bosco. Sa le creature come si coricano di notte, conosce la vita degli alberi e la loro impassibile vitalità. E’ un uomo carico di vita, sofferenza ed occhio profondo come un pozzo dei desideri. La sua scrittura è magica, riesce a disegnare storie apparentemente vere ma uscite dal sogno.
Nel libro – forse il suo più segreto e sconvolgente ” ti fa parlare direttamente con cento anime sue diverse. Il cuore a volte soffre terribilmente. I racconti sono numerosi, ed è difficile non avere emozioni dolorose quando li si legge. L’emozione è in questo caso radicalmente umana. Ma arriva da creature animali oppure umane. C’è un racconto sul padre. E’ una rivelazione di chi sia stato veramente il padre di Mauro Corona e di come lo scrittore fosse da bambino. Sentire raccontare del padre è come aprire una ferita che fa male. Non usa mezzi termini. Ci porta all’interno di una mente che si ammala e per questo stato che precede la morte, sembra perdere una cattiveria indifferente.
Corona sta insieme con il padre per alcuni giorni e finchè dura lo stato di delirio che gli ha catturato la mente. Vive il suo progenitore finalmente dentro di lui e gli guarda il cuore da una spanna. Anzi riesce perfino ad annusarlo grazie allo stato onirico del delirio. Che è quello dove la vita si fa davvero nuda e puoi vederci il dramma, la sofferenza, e tutta l’umanità. E’ un racconto che non ha dell’allucinato. Ma spacca i sentimenti con una scure affilata come denti di squalo. E’ una lettura che lascia male la sensibilità. Ma è vera.
Poi ci sono gli animali. Qui Corona vive con il bosco. Lo invidio. Ha la capacità di entrare dentro le cortecce, e di capire i pensieri delle bestie. I cani la fanno da padrone. La caccia è un bicchiere a cui Mauro si è abbeverato per anni.E i bracconieri sono stati i suoi compagni di sentiero per tanto tempo. Corona è ” secondo me ” l’unico scrittore capace di denudarsi. E’ capace di rivelare storie vere in cui anche lui è stato, per esempio, un meschino. Ciò che lascia il lettore quasi stranito. E’ come essere presi di spalle, a tradimento, in un bosco. Di giorno. Non te lo aspetti anche perché la vita dentro le pagine è quasi sempre una rincorsa verso un lieto fine. In queste, di pagine che scorrono veloci per il vento di una lettura ingorda, Corona lascia aperta la porta del bagno. Si fa vedere per quello che è. Un uomo. La biblioteca di San Daniele, un racconto – è una radiografia chirurgica della sua anima. E di come a volte siamo noi.
Far bere prima un cane, di un uomo, quando si ha sete e si succhiano scaglie di quarzo per far saliva, è una mossa da montanari di un tempo. Che insegna moltissimo in due pagine secche.
Non si può non entrare in un bosco zeppo di voci quando si leggono questi racconti. Lo dice anche Corona. Di notte, in un bosco, soprattutto d’estate, ci sono migliaia di creature. Questa notte tornavo da Triora, un pugno di case attorte sotto di una montagna nella Liguria delle streghe, ed ho intravisto un tasso sulla strada. Era sussiegoso e sembrava in frac mentre camminava veloce per raggiungere l’altra parte della strada.
Fate conto di vederne uno, cento ed altri mille mentre leggete.
Ora. Corona è uomo delle montagne. E’ uomo che nasce prima in mezzo a mille mestieri per vivere. Poi annusa una linea sotterranea dentro di sé che lo fa parlare da dentro il legno. Riesce a vedere sculture che danzano dentro alberi con i nodi, vecchi o dove gli altri vedono soltanto legna da ardere. Ha occhi silvani. Beato lui. Scolpisce il legno e fa respirare creature che ci stanno addormentate dentro. Le porta alla luce. E sono bellissime, sembrano quasi respirare. Sono sculture dove la poesia che gli illumina i lineamenti fini è a volte travolta da un grido che fende il legno. E lo fa dolorare. Questa è l’altra parte ed il secondo spicchio di luna di Mauro Corona. La sofferenza. Se voi leggete le pagine di questo libro che resta un compagno parlante di ogni notte, vi accorgerete che c’è una buona dose di schifo quotidiano visto con uno sguardo sereno. Corona ha cercato a volte di annientare la sofferenza accumulata anche con la cioca, la ciucca. Ha cercato di addormentare la sofferenza di una vita dura, fatta di calce, levate all’alba e poco affetto paterno.
Il suo bene va molto ai nonni. Ed a tutto quel retaggio di storie che un mondo ormai cancellato dalla diga del Vajont gli ha lasciato dentro le maglie più spesse della sua anima sempre affamata.
C’è un racconto che prende la mano a Corona ma non lo allontana dalla sua padronanza della pagina. Riesce a dirti le cose più sconvolgenti con una scrittura che non si può definire disincantata chè è sempre carne viva. Ha una scrittura disincarnata, a volte, e trovo che sia l’unico uomo capace di raccontare la vita. E’ doloroso leggere Corona, a volte. Ma insegna.
Vi dicevo. Racconta ad un certo punto di quando dovette andare in alpeggio da ragazzo. Unico compagno, un cane. Per arrivare all’alpeggio ci impiegò quasi due giorni. Si infilò in una malga in mezzo a dei pastori che lo attendevano. Per svezzarlo subito gli misero una purga nel cibo. A un ragazzino stremato dal cammino per arrivare fino alla malga. Lascia molto da pensare anche a quali fossero le condizioni del tempo. Ma badate che non è poi passato troppo tempo.
Io Corona lo invidio. Ha saputo imprigionare i boschi dentro le pagine. Soprattutto in questo periodo in cui non ho potuto stare in montagna per il lavoro, cerco di leggerlo più che posso. Ci sento le montagne, dentro.
La montagna costituisce un mondo soprattutto interiore. E l’interiorità dello scrittore è sempre preceduta dalla riservatezza dell’uomo. Che si avverte e si scorge soprattutto in quel suo desiderio di starci da solo. Andare in montagna da soli, per certi spiriti, è come fare scorta di ossigeno o di legna. E’ indispensabile. Ed è necessario soprattutto il silenzio con la natura, quello sguardo che ti permette di riflettere un poco in serenità.
Dentro questo libro si può vivere. Anche perché è scritto da chi di vita ne ha consumata un bel po’. Senza risparmiarsi mai. Anche la morte danza sfrenata, però, in queste pagine. Alla luce di un falò, o molto discreta. Come una donna che ti porta un bicchiere di vino caldo quando il tramonto comincia a scendere sulle frasche di un bosco che si calma prima della notte. C’è riservatezza per i sentimenti. Rispetto di ciò che è stato. E che, per quanto doloroso sia stato, oggi non si può più cambiare. E’ un tesoro pieno di ricordi. E’ un libro per anime erranti ma anche capaci di amare con determinazione. E’ un libro che sa di gocce di resina e ricordi che ti si attaccano da bambini. E’ il libro delle voci al tramonto. Quelle che senti dopo una giornata in montagna quando le ossa respirano di una fatica che fa stare bene e la testa è leggera come foglie di vento.
E’ veramente il libro della montagna e di una vita intera. E’ un libro capace di entrare in una antologia.
Chissà perché quest’uomo, nelle pagine scritte da lui con la penna di legno che sicuramente possiederà e che gli consente di far cantare la carta come prima i legni da cui estraeva le sculture, mi ricorda Rigoni Stern. Tutti e due amanti irrimediabili della natura, dei boschi, delle api, dei cani, della neve, e di una vita che accanto alla dolcezza ha messo una bottiglia di fiele da bere negli anni. Tutti e due con poca istruzione sulle spalle, forse, Quella più accademica e più lontana dal mondo se non è irrigata dalla sensibilità. E ricchi come un fiume pieno di una poesia che non è umana. E’ boschiva, minerale, e sa di vento, acqua e sole in montagna. Quando l’aria scende in una finestra come acqua che irrompe dal tetto. Tutti e due uomini da urogalli. Il più nobile dei tetraonidi. Oggi, uomini così, sono ascoltati e benvoluti. Nello zaino hanno però un carico che non si può vedere se non a prova di poter piangere per saper sorridere. Domani. Questa è la ragione per cui si legge Corona. Per potere vivere davvero. Senza Corona, o senza Rigoni Stern, la vita sarebbe come un bosco privo di animali. Un circo nudo. Una vita spezzata. Come un legno da cui non senti chiamare nessuna creatura.

3 pensieri su “Cani, camosci, cuculi ( e un corvo)

  1. non ho letto il libro, ma avevo seguito per caso un intervista, e ne ero rimasta piacevolmente colpita, soprattutto dalla familiarità che dimostrava verso gli animali che condividevano con lui lo spazio della casa…
    ammirevole!
    Grazie per avermelo ricordato…

    bello questo passo:

    “Poi annusa una linea sotterranea dentro di sé che lo fa parlare da dentro il legno. Riesce a vedere sculture che danzano dentro alberi con i nodi…

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  2. ciao Fabrizio,
    ho un motivo in più per farti provare invidia: due amici del mio paese, una coppia, hanno conosciuto Corona, ci hanno parlato. Come? Un paio d’anni fa sono andati in vacanza dalle parti di Erto, ci sono passati per caso, erano fuori dal bar del paese, l’han visto uscire, lei ha attaccato a dirgli dei libri di lui che aveva letto…
    pensa che ad un certo punto della lunga chiacchierata, lui ha tirato in ballo una storia, chissà quanto fosse “storia” e quanto realtà, che poco tempo prima lui e il suo amico Messner, sì proprio lui, erano stati contattati a Erto da un tizio, che voleva parlargli di progetti per la valorizzazione del territorio, della montagna, un certo Tremonti, sì proprio lui, l’hanno ascoltato, poi gli hanno detto che non aveva capito proprio un casso, e che era meglio che lasciasse stare la gente di montagna e tornasse quando s’era schiarito le idee…

    a quel punto mi sono fiondato in libreria e ho comprato il primo Corona che mi è capitato, “Nel legno e nella pietra”. Amore a prima vista. Sarà perchè tra le montagne, anche se un po’ più basse, prealpi, e con la dolomia un po’ meno nobile, ho bevuto il primo latte, colla grappa *ovviamente* quando avevo la febbre o il raffreddore.

    E mi sono precipitato a scrivere ad un amico – al quale poche settimane prima avevo chiesto, con un certo livore: “dimmi, nella prosa chi potresti oggi prendere come Maestro? sembra che non ci siamo più Maestri in giro, in Italia almeno” – gli ho scritto: “sai, mi ero sbagliato, non avevo ancora letto Mauro Corona”

    Un giorno ho anche avuto la fortuna di leggere ad alta voce un suo racconto, di una sfortunata arrampicata in vetta, ad una nutrita adunanza di bambini e genitori in vacanza in Val di Fassa – leggere quella storia in riva ad un torrente, trasformarla in un teatro di imprese alpinistiche mentre le nuvole si aprono per lasciar vedere il Catinaccio, trascinarci per mano incantati i bambini… è indicibile

    (anche parlare poco dopo con la gente del posto e sentirsi dire: be’, se ci leggi Corona, ci prendi per la gola… viste da qui, le Dolomiti non ti ricordano niente? pensa ai fumetti… “Sembrano paesaggi western”, dico io, “Bravo! infatti Tex Willer è nato qui, il suo disegnatore veniva qui in vacanza…”) (riderete, ma ho trovato quel saltare di palo in frasca, tra i loro “tesori”, più vicino allo spirito che si ritrova nelle pagine di Mauro Corona di tanti elogi che gli hanno dedicato Erri De Luca o Claudio Magris…

    poi se lo si legge tanto, alcune cose le ripete, qua e là, come quei vèci che non stanno a guardare se una barzelletta è fresca di campo o se sa troppo di stantio, sarà anche una certa necessità di onorare impegni contrattuali un po’ troppo “produttivi”, però ripeto: la sua prosa, il suo modus scribendi, merita più di un’attenzione, va bevuto di botto, prima ancora che amato – come la grappa o le sigarette: la prima boccata è sempre uno schifo, poi finisci per non farne a meno – occhio: il Corona può dare dipendenza…

    Mario Bertasa

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  3. grazie, Mario, anche per una coincidenza: con la mia famiglia andavamo in vacanza proprio in val di Fassa, a Soraga, a un tiro di schioppo da Moena, nell’albergo dei laureati cattolici.
    terrò ben presente la tua esortazione, e la bella recensione di Alberto.
    fabrizio

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