Leopardi, l’io morente, e la voce del nuovo giorno

 

Noi viviamo in una fase storica che ha perduto il filo del proprio discorso. Anzi che si sta convincendo che non sussista alcun filo, alcuna trama, alcun racconto sensato da narrare, per cui ognuno vaneggia e delira per conto proprio. Ci diciamo in tal senso “post-moderni”, in quanto avremmo superato le illusioni sette- e otto- e novecentesche di poter conoscere e addirittura costruire il senso della storia. In realtà lo stesso concetto di post-modernità è contraddittorio in se stesso, in quanto afferma che saremmo entrati in un’epoca successiva alla modernità, e quindi continua a definire una precisa filosofia della storia, e cioè a fare proprio ciò che ci dovrebbe essere ormai del tutto interdetto.

Il problema è molto più complesso, e noi non siamo affatto usciti da un processo evolutivo ben determinato, solo che siamo entrati in una fase cruciale che richiede una profonda dilatazione della nostra coscienza per essere compresa e vissuta consapevole-mente. Diciamo che, per capire dove ci troviamo, non è più sufficiente una comprensione della storia basata sulla sola ragione moderna (in tal senso la filosofia della storia è davvero esaurita), ma siamo chiamati ad un ascolto e ad un’apertura di visione (ad una sorta di profezia della storia) che emerge proprio dal dissolvimento delle pretese del nostro piccolo io egoico-logico di dare un ordinamento al mondo. Il filo della storia perciò sembra essersi interrotto, agli occhi del nostro io centrato in se stesso, ma in realtà prosegue il suo logico cammino, che ci si illumina però soltanto se ci apriamo all’ascolto di un Logos ben più profondo di ciò che la logica ordinaria ci lascia intravedere.
Questa fase di conseguenza è estremamente pericolosa, in quanto, consumate le potenzialità dell’ego razionale di trovare un senso alla (propria) storia, ci troviamo ad un bivio: o accettiamo l’insensatezza pura e semplice, oppure compiamo un salto mortale entro un’esperienza conoscitiva al di là dei confini del nostro io ordinario.

In questo momento così decisivo lo studio della poesia degli ultimi due secoli potrebbe essere di enorme insegnamento, in quanto in essa si sono consumati tutti i tentativi umanamente possibili di affrontare la transizione in atto. La poesia del Novecento, in particolare, non è che la fenomenologia del trapasso dello spirito umano dalla sua condizione ego-centrata ad un’altra costituzione del proprio essere. Non comprenderemo mai perciò il senso di questo Secolo Terminale, e quindi non comprenderemo mai nemmeno la sua poesia, se non svilupperemo questa chiave interpretativa. Ed infatti ormai, e da tempo, non sussiste più alcun criterio fondato di storicizzazione letteraria: ognuno pubblica il proprio Novecento, canonizza e ostracizza un po’ a vanvera, vaneggia e delira appunto, ammucchiando antologie già pronte per il macero.

Scendiamo per un momento nel merito del nostro discorso e facciamo un piccolo esempio di critica poetica, fondata sulla conoscenza del transito in atto, e cioè dell’attuale trasformazione della forma mentis del nostro io. E partiamo dalla stupenda poesia A se stesso di Giacomo Leopardi:

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanità del tutto.

Qui l’io ego-centrato giunge alla piena consapevolezza del proprio sguardo: questo io vedo se resto centrato in me stesso: amaro e noia, la morte e il nulla. E non ci sono scappatoie, se sei un grande poeta, se sei Leopardi, se cioè sai pensare le cose fino in fondo, e non ti racconti balle come fanno tanti attuali “non-credenti”, che vogliono convincerci, e convincersi specialmente, che si possa vivere benissimo senza speranze ultime, e cioè da semplici animali.
Oggi, dopo quasi due secoli, abbiamo accumulato biblioteche intere di piccoli ego poetanti che continuano a dire la stessa cosa, e cioè che niente ha senso, ma senza più né la precisione né la concisione di Leopardi, e cioè da mediocri. Prendiamo uno dei migliori, un poeta come Dario Bellezza:

Non mi rimane che scrivere e andare via,
via per sempre. Liberarmi di me e sciogliere
in cantico la mortale melodia che mi possiede.

Almanaccare delirando in tempesta nel vissuto
morto conteso al futuro da viversi male, in pena
segreta per quel nostro corpo assediato dagli
anni e la mente sconvolta dalla fuga di parole.

Sentite quanto “almanaccare”? Quanta incapacità di arrivare al punto? Quanta autoindulgenza? Quanta scena “da poeta” più o meno maledetto? E quindi alla fine quante parole inutili? E’ la radicalità dell’esperienza infatti che dà necessità e bellezza ai versi, ma nel 1976 non ci può più essere un’esperienza poetica davvero radicale in cui l’ego continui a contemplarsi in questo modo e a piangersi addosso (anche se resta del tutto legittimo e anche terapeutico farlo per scopi personali…). Mi fate la cortesia di dirlo a tutti questi poeti, e sono ormai decine di migliaia solo in Italia, che continuano a stagnare nella putrefazione del loro ego? Potete informarli che non ci può più essere un’esperienza poetica significativa in cui l’ego resti al centro della scena, anche se per dirci che non vale niente e che non c’è più niente che vale? Poetica-mente infatti l’ego è già saltato per aria, almeno dalla seconda metà dell’800. Ricordate Mallarmé? “Io sono sempre più impersonale: non sono più lo Stéphane così come tu lo conoscesti, ma una possibilità dell’universo spirituale di vedersi e di svilupparsi, e proprio mediante ciò che era il mio Io”. E allora chi ancora riempie i propri fogli di immagini semi-disperate, scavando il fondo del barile (da tempo bucato) del “negativo” con pensierini che vorrebbero essere terribili e definitivi, e che risultano invece sempre più vacui e fiacchi e scontati e già mille volte sentiti e falsi, mediti a lungo su queste parole di Odisseas Elitis e ne tragga le debite conseguenze: “Lo dico sinceramente, e le mie parole non vengano prese per mancanza di rispetto: se la mia poesia avesse ancora una volta fatto piangere per le vanità di questo mondo non avrei mai preso la penna in mano”.

Anche l’esplosione dell’egoità d’altronde si è poi sviluppata in moltissimi modi spuri, attraverso i quali il nostro piccolo io ha tentato e tenta ancora di riportarsi comunque al centro, magari ricorrendo al Mito, ma senza viverne mai fino in fondo il significato iniziatico vero, di morte appunto della coscienza egoica ordinaria; oppure abbandonandosi al flusso libero delle immagini inconsce che di per sé non sono affatto necessariamente più libere e liberanti, né più illuminanti o “poetiche” dei concetti della nostra ragione (surrealismi, onirismi, automatismi, demonismi vari); o infine giocando violenta-mente con il linguaggio in uno sperimentalismo tutto egoico e quindi sempre più privo di rischio e di autentica sperimentazione.

Una critica che ritrovasse il filo del discorso della storia del pianeta saprà distinguere con chiarezza tutte queste deviazioni, presenti nelle opere dei singoli poeti, e comprenderne anche l’origine, la vera causa, che è sempre psicologica e quindi spirituale: ogni volta cioè che rifluiamo nei nostri recinti egoici, che torniamo a fare i furbi “in versi”, e quindi a mentire, è sempre per difendere qualcosa, per paura di perdere la nostra eccezionalità, la nostra figura “di poeti”, le nostre maschere mortuarie, o semplicemente il controllo…Una critica nuovamente fondata potrà perciò dare anche preziose e precise indicazioni terapeutiche agli autori, indicare loro dove dovrebbero imparare a mollare di più la presa, a rinunciare alle proprie infantili sicurezze e “disperazioni” conseguenti, a smetterla insomma di fare i sapientoni delusi, e cioè ad ascoltare più a fondo, ad ascoltare la Voce, il Canto che risuona dopo che tutto, ma davvero tutto il nostro dire si è sciolto, dissolto, silenziato: “Dove io mi dimenticai in te/ Tu divenisti pensiero” (P. Celan).

Tutti questi tentativi egoici di restare al centro della vita, nonostante il collasso dell’egoità razionale moderna, li ritroviamo poi nelle varie mode che si susseguono come culture dominanti sulla scena planetaria: estetismi e inestetismi senz’anima, festival letterari o filosofici di ogni genere, in cui la cultura si riduce a industria dell’intrattenimento (dell’ego terminale), politiche senza visione alcuna, reality show e dibattiti alla Ballarò, Marchette quasi sempre e comunque: un teatro planetario fuori tempo, passato di moda, che continua però ad imperare e a soffocarci. Tutte le poetiche che non sanno per davvero transitare oltre la circonferenza dello sguardo inceneritore dell’ego morente sono complici delle attuali politiche dell’insensatezza. Anche questo lo dovrebbero capire i poeti che si illudono di essere contro questo mondo, tanto ribelli e trasgressivi, e che continuano poi a sostenerne perfettamente e con fedeltà assoluta il pensiero fondamentale, e cioè che il principio dell’universo è il nulla.

Ma c’è una linea sottile eppure infrangibile che attraversa l’intera poesia dell’ultimo secolo e che ci indica la traiettoria evolutiva che stiamo comunque prendendo, nonostante tutte le nostre resistenze e cecità. Questa linea è spesso da rintracciare come una liana di luce nelle produzioni dei diversi poeti, in quanto raramente un poeta si è lasciato interamente invadere dal suo fuoco. Ci torneremo su questo punto. Per ora possiamo dire che essa passi ogni volta per questa esperienza descritta bene da Hofmannsthal: “Il mio caso, in breve, è questo: ho perduto del tutto la facoltà di pensare o parlare coerentemente su qualsiasi argomento”. Questo stato di profondo disfacimento dell’ego-centratura è la prima autentica risposta a Leopardi, e alla nostra parte egoica, disperata e confusa: “tu, che neghi ogni senso della vita, sei in realtà ancora troppo pieno di certezze, di concetti acquisiti, del tuo concetto di senso, sei ancora troppo pieno di te; devi e puoi adesso andare più a fondo nel tuo negare: devi negare il tuo negare, dubitare dei fondamenti del tuo dubbio, devi imparare non solo a non sapere, ma anche a non sapere di non sapere, e cioè a tacere e basta: ogni tua asserzione negatoria o atea è ancora troppo sicura di sé, troppo infantilmente presuntuosa. Vai fino al fondo della tua impotenza, non fare della tua proclamata ignoranza una forma superba di conoscenza negativa. Muori per davvero come quel ego annientato che sei, e ascolta”.
Questo è il primo messaggio di una possibile salvezza.

Ascoltare da quel vuoto è stato il grande gesto poetico del Novecento, da pochi in realtà e solo a volte compiuto. Tutta la nostra speranza, tutta la speranza di un futuro non solo per la poesia, ma per la presenza umana sul nostro pianeta, è racchiusa in ciò che da quel nulla è possibile ancora udire, e diventare, oltre la morte dell’ego:

Ridotto a me stesso?
Morto l’interlocutore?
O morto io,
l’altro su di me
padrone del campo. (M. Luzi)

Chi sono io lì? E’ come chiedersi: chi stiamo diventando attraverso quest’epoca terminale dell’ego?
Potremmo dire con Celan: ich bin du, wenn ich ich bin: io sono te, se io sono io, e potremmo farci aiutare a comprendere questa parola sconvolgente da alcune riflessioni di Yves Bonnefoy: “La sventura della parola, la crisi di identità che essa manifesta in chi la esperimenta, (…) è ciò che accade allorché ci si rifiuta – e certamente per orgoglio, perché esso deriva dai sogni di sovranità della persona – di lasciarsi invadere e trasformare da un’identità superiore: quella che unisce a se stessa, nell’immediato, il tutto dell’universo come tale; quella che fa di noi una delle sue parti, semplicemente, ma ci ricolma in questo modo di una evidenza, di una musica”.
Sapranno alcuni poeti raggiungere questo livello di umiltà? Sapranno ritrovare la Musica e il Canto? Sapremo come uomini e donne del XXI secolo rinascere nelle parole d’amore che ci arrivano al di là del nostro stesso morire? Io credo di sì, anche perché io so che questo è possibile, in quanto lo ho sperimentato migliaia di volte nell’atto poetico: “Ecco perché scrivo. Perché la poesia comincia là dove la Morte non ha l’ultima parola”(O. Elitis).

13 pensieri su “Leopardi, l’io morente, e la voce del nuovo giorno

  1. Ieri sera ho letto questo post austero, severo, ci ho dormito sopra e la notta mi ha portato, spero, consiglio.
    In primo luogo si tratta di una severità giusta, in quanto si riferisce non tanto alla pratica della scrittura, che si riconosce come potenzialmente terapeutica, quanto alla pubblicazione, che dovrebbe sempre essere legata a un forte senso di responsabilità.
    Se ritorno col pensiero alle tappe dei miei trent’anni di poesia, in particolare non al molto scritto ma al pochissimo pubblicato, devo riconoscere in esse anche le testimonianze di alcuni fallimenti: in qualche caso i canonici quaranta giorni nel deserto non mi hanno portato che allucinazioni pericolose, e di quelle ho dato conto, rischiando di fare del danno.
    Va detto però che quello della morte iniziatica e della rinascita alla Realtà non è un processo lineare e definitivo se non per pochissimi; testimoniare solo i momenti positivi e luminosi potrebbe portare a fraintendimenti e incomprensioni che invece di facilitare il processo potrebbero addirittura bloccarlo.
    Inoltre, dare voce al nostro io vecchio (comunque composto e popolato…) sembra male minore rispetto al dare voce a entità che agevolmente si sentono imperversare nelle forme di comunicazione alla moda, e non mi riferisco solo a quelle a valenza estetica.
    Esiste poi, fondamentale, la testimonianza del silenzio: per essa però è in gioco non soltanto la capacità comunicativa dell’artista, ma anche la capacità, per non dire la volontà, di ascolto del fruitore.
    Questo ovviamente non è un commento esaustivo, per il quale occorrerebbe dire di più e soprattutto di meglio, ma l’espressione alla buona della mia risposta ad uno stimolo che ho ritenuto prezioso, e per il quale pertanto ringrazio.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  2. Carissimo Roberto, grazie del tuo commento, che condivido in pieno.
    Credo sia importante dar voce alla nostra disperazione finale fino in fondo, senza infingimenti.
    Ma mi pare che questo oggi possa richiedere anche un solo verso, o comunque pochi.
    La mia esperienza poetica è cioè da sempre “a due voci”: è dalle profondità della mia disperazione non cementata, ma abbandonata ad un silenzio ancora più radicale, che sgorga qualcos’altro, uno spiffero di gioia a volte, che parla altre parole.
    Mi permetto di segnalarti l’ultimo Video che ho inserito nel mio sito proprio ieri, in cui tento di esprimere questi concetti.
    Grazie ancora e auguri per tutto
    Marco Guzzi

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  3. Caro Marco,
    anch’io condivido in pieno il tuo commento.
    E’ per questo che ho parlato di “alcuni” fallimenti: non per immodestia, ma perché se non avessi pensato di sapermi abbandonare a volte, dopo “un silenzio ancora più radicale”, a “uno spiffero di gioia che parla altre parole”, avrei da molto tempo smesso non solo di pubblicare ma anche di scrivere.
    E questo credo che valga per una buona parte degli amici.
    Naturalmente guarderò il tuo video con grande piacere.
    Grazie e auguri anche a te,
    Roberto

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  4. Marco, affronti un tema a dir poco complesso e delicato.
    credo sia un bene lanciare il sasso nello stagno, anche solo per provocare.
    so che tu ci giochi la vita su queste profondità, ma il coraggio più grande è quello di rischiare un sorriso di compatimento.
    speriamo che qualcuno, oltre il caro Roberto, raccolga la sfida.

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  5. Carissimo Fabrizio,
    fa parte del gioco accettare il rifiuto e l’incomprensione.
    E’ in realtà un buon segno.
    Da molti anni per me non è più un grande problema.
    A 30 anni sì che lo era, e anche a 40.
    Ora non più.
    Ho troppo da fare, da costruire, troppi amici e amiche con cui sperimentare ciò in cui crediamo, troppe cose nuove da gustare e da imparare.
    Non è importante che ridano di noi, ma che anche attraverso la nostra derisione passi comunque anche in chi ci rifiuta il Brivido dell’Inaudito.
    Con affetto
    Marco

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  6. Marco, questo mi pare un tema proprio impegnativo. Solo una cosa: com’è che la maggior parte delle persone sembra tenersi ben stretta la propria identità, seppur diafana, e non rinuncia ad essa, con tutti gli annessi e connessi? Un’identità che pare definita più dal tenore di vita, dalla cosmesi e dal fitness che dalla storia e dagli affetti. Cosè, educazione, abitudine, imprinting, paura?
    Ma forse è sempre stato così.
    La letteratura, la poesia più importante è sempre nata da uno sguardo sull’indicibile, l’estinzione, la smisurata estensione della morte di un mondo intero, che fosse la condizione di esilio di Dante o il Vernichtungslager di Levi. Da parole paradossali che girano attorno all’ineffabile.
    Mi hai fatto pensare. Bisognerebbe riflettere per anni solo per tentare di interloquire su questi argomenti.

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  7. Pingback: Stallo | I Wish

  8. Carissimo Roberto, grazie delle tue parole.
    Grazie anche a Stallo per il link…

    Tutti noi siamo attaccati a ciò che riteniamo essere il nostro io.
    Le grandi tradizioni spirituali e culturali della terra, TUTTE e senza eccezione alcuna, ci dicono che la sapienza nasce nella faticosa e quotidiana corrosione di questa illusione ottica che è l’io ordinario, costruito da strati innumerevoli di condizionamenti familiari e storico-culturali.

    Oggi però non si vuole più parlare di alienazione, né quindi di dis-alienazione.
    Si nega perfino che ci sia una Caduta originaria, una distorsione all’origine di questo stato di cose…

    Sia come sia tutti noi sentiamo di non essere pienamente noi stessi, e oggi la sofferenza da dissociazione interiore cresce come un’epidemia mortale, per cui un numero crescente di persone intraprende a tentoni il lungo cammino di ritorno verso quello stato di integrità (e di gioia) che non conosciamo, ma che pure ci chiama dentro.

    Purtroppo spesso chi scrive poesia è ancora più legato alle proprie identificazioni infantili e compensatorie: io sono eccezionale, io sono maledetto, io sono pazzo, io sono un POETA, etc.; per cui può risultare più difficile arrendersi, mollare queste maschere mortuarie, e chiedere semplicemente aiuto.

    Io vivo per una poesia della guarigione, per una parola che sgorga in noi mentre guariamo dalle nostre nevrosi, e dalla stessa condizione mortale (che è la vera fonte di ogni nostra disperazione)….
    Con affetto
    Marco Guzzi

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  9. Sono d’accordo con il suo articolo e mi è piaciuta molto quell’idea di dover fare una riflessione, ancora più silenziosa e profonda, per poterne trarre maggiori frutti scoprendo non tanto “l’io morente” quanto invece quei fattori di gioiosa speranza e di immortatlità che albergano “naturalmente” dentro l’uomo.
    E’ vero però altresì che proprio nella ricerca sincera di un “io” in crisi, molte volte davanti alla morte e al senso della vita, si trova non un’auto-compassione fine a se stessa ma, invece, un desiderio reale di apertura a una verità che non riesce a scoprire, seppure suggerita intimamente dal moto personale dell’anima fatta per l’eternità. E’ secondo me il caso di Leopardi che seppure non arriva a una conclusione positiva è in continua e affanosa ricerca( il libro che legge di più è, non a caso, la Bibbia). Dei poeti del 900 (per quanto li posso conoscere io che sono al primo anno di lettere) effettivamente ci sono poeti che “piangono su loro stessi” senza un sincero “mettersi in gioco” e senza un atteggiamento reale di apertura. Altri però, a mio parere, fanno di questa ricerca proprio il loro punto di forza, continuamente presi a trovare “un senso” attraverso la poesia e alcuni raggiongono il loro obbiettivo(Rebora).
    Sergio

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  10. Carissimo Sergio, hai ragione: Leopardi “preme” al di là del proprio pessimismo, preme con la forza delle sue visioni, con la dolcezza delle sue immagini. A volte la parola poetica sorpassa le filosofie personali dei poeti, pensa allo stesso Pasolini….

    Ora le cose mi sembrano molto cambiate, dopo quasi due secoli.
    Il nostro io ordinario non è più soltanto in crisi, ma è praticamente distrutto, saltato per aria nella Prima Guerra Mondiale, nella psicoanalisi, nell’arte astratta, esploso a Hiroshima, andato in fumo a Auschwitz nei versi di Celan, cosa può più dire di sé, di cosa può lamentarsi.

    In un certo senso siamo tutti postumi a noi stessi.
    O tacere o farsi porta-Voce di Altro.
    O morire o vivere altri-menti.
    O smetterla di fare i poeti, che tanto non serve a nulla, o inventarsi un essere poeti in tutt’altro modo, come esperimenti viventi di un’altra verità che si sta facendo strada nell’uomo, e guide-compagni per chi voglia transitare con noi verso più ampi respiri.

    Questa almeno è la mia esperienza: estrema, terribile, e gioiosa.
    Grazie ancora. Marco Guzzi

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  11. carissimo marco, è la prima volta che scrivo qui. Ma il tuo invito ad ascoltare la Voce e il Canto, mi ricorda la poesia del primo Ungaretti dedicata all’amico Moamed Sceab, morto suicida perchè “non sapeva / sciogliere / il canto / del suo abbandono”.

    E ancora, lavorando anni fa alla mia tesi sulla Linea dantesca in Pasolini, mi colpì che la sua “ossessione” dichiarata per la Divina Commedia era sopratutto l’ossessione per il “canto”.

    Ma in quale abisso di Silenzio bisogna avere il coraggio di scendere per poter sentire risuonare una Voce nuova?

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  12. Carissimo, sono felice di incontrarti anche qui…

    Mi pare che il canto sgorghi da un cuore perfetta-mente intonato, accordato alla realtà, al suo in-canto.

    Come accordare il nostro cuore all’in-canto del mondo, per cantarne la bellezza?

    Un maestro zen direbbe: devi morire!
    Georg Trakl esulta: “Possente morire e la fiamma cantante nel cuore”.
    Ma è la stessa esultanza di san Paolo: “Voi siete morti, e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio” (Col. 3,3).

    Essere morti per essere in Dio significa iniziare a cantare.

    L’esercizio dell’ascolto poetico è un lungo imparare a morire, per gioire, per godere dell’in-canto del mondo.

    Perciò il canto è così raro.
    Perciò mi pare essenziale imparare molto dalle discipline meditative orientali, che ci insegnano a mettere a tacere fino in fondo il nostro io petulante, a spegnere i suoi lamentosi gemiti, le sue stridule disarmonie, fino a quando nel cuore si risveglia la pace, e dalla pace la visione.

    Yves Bonnefoy parlando di Baudelaire scriveva:
    “Morto, già morto, già colui che è morto in un qui e in un adesso, Baudelaire non ha più bisogno di descrivere un qui e un adesso. E’ in loro e la sua parola li reca”.

    Così sgorga il canto.

    Un abbraccio
    Marco Guzzi

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