Gli stranieri

di Mauro Baldrati

Leggendo Lo Straniero di Camus riflettevo su questo aspetto della condizione umana, il senso di estraneità che separa l’uomo dal mondo. Si può essere stranieri in terra straniera, ma anche nella propria terra, nella propria casa. Recentemente ho letto due libri che esprimono in chiave moderna questa tematica, e hanno molti punti in comune, pur con stili di scrittura diversi.

Quella notte a Dolcedo, di Marino Magliani.

E’ una terra svenduta, svilita il lembo di Liguria nei dintorni di Dolcedo, provincia di Imperia, verso il confine con la Francia. Dove un tempo crescevano rigogliosi e ordinati gli ulivi, sui terrazzamenti con gli orti curati dai contadini ora infuria la vitalba, una pianta infestante che soffoca la vita. I terrazzi, coi muri a secco, franano, lasciati a se stessi. Qua e là, reti di metallo cercano di contenere le frane. I casolari, le case di pietra coi tetti di ardesia, i ricoveri attrezzi, i fienili, i magazzini sono stati acquistati dai tedeschi, che li ristrutturano, li trasformano in ville e villette per le vacanze. In paese restano i vecchi, e i giovani lavorano tutti come muratori al servizio dei ricchi tedeschi, i nuovi padroni. I padroni che ritornano, perché durante la guerra erano gli occupanti, e proprio a Dolcedo i tedeschi hanno sterminato una intera famiglia, i Droneri, fornai accusati di rifornire di pane i partigiani. Una soffiata, un biglietto messo in mano al soldato Hans Lottle, ha rivelato il nascondiglio della famiglia, in fondo a un pozzo. Quando tutto è finito, mentre il contingente torna alla caserma Crespi, il soldato Hans incrocia lo sguardo di una bambina nascosta tra i rovi. Hans la fissa, ma non la denuncia. Passa oltre e le risparmia, forse, la vita.
A Dolcedo, quarant’anni dopo, arrivano due stranieri. Due vagabondi. Uno è Hans Lottle, che dopo la guerra ha lavorato come cameriere nella Repubblica Democratica, ed ora, in pensione, torna sul luogo della strage, guidato, ossessionato da un’idea: chi ha tradito i Droneri, e perché? Qualcuno li voleva morti, i tedeschi furono uno strumento, i killer inconsapevoli. I partigiani non c’entravano. E chi era la bambina? E perché si nascondeva?
Hans vive di espedienti, dorme in un nido che si è ricavato tra i rovi, fa lavoretti per i suoi connazionali. Non parla, e gli unici contatti che ha sono finalizzati alla raccolta di informazioni sui fatti del 1944. Vaga per le colline, passeggia per le mulattiere, riconosce i luoghi, ricorda che in quel punto piazzavano la mitraglia, si ferma e ascolta lo stormire delle foglie, come allora, cerca di rivivere i luoghi, il clima, i rumori, evoca gli spari delle armi da guerra, il calpestio degli scarponi ferrati.
La straniera è una ragazza, Lori, nata a Dolcedo ma vagabonda per il mondo, viaggiatrice o forse fuggiasca senza fissa dimora, senza radici: e come non pensare all’autore del romanzo, Marino Magliani, nato a Dolcedo nel 1960, partito per l’ignoto e nomade per l’Europa, il Sud America, dove ha svolto una quantità di mestieri, fino ad approdare in una cittadina olandese, sul Mare del Nord, dove vive tutt’ora? Lori ha “la vita dappertutto, anche nel seno appena riposato, e la morte nelle braccia e nei polsi attraversati da tagli antichi e ancora profondi”. Tagli profondi, segni di un passato di sofferenza, di violenza forse, di senso di morte.
Due stranieri, due solitudini, due vite sradicate, che la mano ferma del narratore – un narratore scarno, quasi dimesso, che sembra limitarsi a registrare i luoghi, i fatti, i personaggi, senza mai farsi sfuggire un commento o un’emozione – fa incontrare sdoppiando i punti di vista e i registri narrativi: Lori dorme su una panchina, vede un anziano che dorme sulla panchina vicina; Hans è quell’anziano, vede una ragazza che dorme – Lori – la incontra nel bagno pubblico, i loro sguardi si incrociano, si osservano, si studiano, forse si riconoscono.
Anche Lori vaga per i luoghi dove è nata, cerca lavoro nell’ospizio per anziani, come l’ex soldato Hans vuole sapere dei Droneri. Sa di quella bambina nascosta tra i rovi, ma tutti tacciono, i vecchi, i sopravvissuti, tutti cambiano discorso, rinchiusi in una strana, sinistra, impenetrabile omertà.
Mentre il racconto prosegue, incalzante, con scansione da noir, il narratore – che a tratti sembra un ragno invisibile e tenace che tesse la tela – sistema i pezzi, i dettagli, i personaggi; ci fa intuire il segreto che unisce i due stranieri, li spinge uno verso l’altra, li avvolge in una nebbia oscura dove, a tratti, riusciamo a intuire sprazzi di luce, brandelli di immagini: qualcuno che segue Hans, lo controlla, lo fotografa, e riferisce i particolari all’ambiguo tenente Kobel, un ufficiale della Stasi che, da Berlino Est, sembra tenere i fili della storia.
Fino al finale, preparato con lucidità e metodo, dove, nello scenario del muro di Berlino che crolla, i segreti vengono svelati, la nebbia si dirada, i dettagli si collegano, e i destini dei personaggi si compiono o, forse, si riconfigurano in un tempo che non smette di scorrere nella sua antica inesorabilità.

Era mio padre, di Franz Krauspenhaar

Vi sono due narrazioni nell’ultimo libro di Franz Krauspenhaar. Sembrano addirittura due narratori che si intrecciano e si alternano, si sorreggono a vicenda. Uno, il più tenace, il più tormentato, è il narratore Franz Krauspenhaar che parla di sé, del suo tempo: uomo moderno, uomo sperduto in un presente rarefatto, sepolto nel suo “bunker”, la stanza della casa che divide con la madre e col fratello, famelico di emozioni, di amicizie e amori, eppure piegato dalla solitudine e dalle continue battaglie per la sopravvivenza, materiale e intellettuale; precario della vita, precario dell’amore, ha come unica certezza la fiducia nella scrittura. Franz è uno straniero, proprio come Henry, il narratore di tanti libri di Henry Miller, uno degli autori di riferimento di Krauspenhaar: Henry, “la Roccia Felice”, colui che vuole “morire come città e rinascere come uomo”, che a quarant’anni lascia lavoro e famiglia e si getta nel mondo come un avventuriero, un predatore di emozioni. Ma Franz, pur milleriano come ispirazione, ne è una variante in chiave moderna: l’inesauribile vitalismo di Henry è ripiegato in uno straniamento che toglie le forze; le certezze di Henry, il suo entusiasmo (pur nell’ottica di uno spietato pessimismo intellettuale), sono polverizzati in un presente asfittico, in una luce grigia.
L’altro narratore entra in campo quando descrive Karl, il padre di Franz, morto misteriosamente durante un viaggio a Zurigo mentre si sta concretizzando l’idea di una azienda commerciale fondata col figlio. Questo narratore è più misurato, più oggettivo, traccia segni apparentemente nitidi e precisi su Karl: un uomo che ha combattuto battaglie durissime, soldato della Wehrmacht durante la disastrosa campagna di Russia, padre di famiglia in Italia, di nuovo combattente per dare un futuro ai suoi figli, straniero nella sua città, uomo di classe, di grande educazione, di grande volontà. E’ quasi idealizzato Karl. E’ quasi un gigante, una guida per il figlio, un punto di riferimento. Ma Franz arriva all’improvviso, squarcia il velo che avvolge Karl, lo buca con la sua depressione, la sua incertezza, la sua rabbia, ci mostra flash back fulminanti delle depressioni dello stesso Karl, scatti d’ira che ne stravolgono l’immagine. Eppure non vi è, apparentemente, una contrapposizione tra Franz e Karl; non vi è il tentativo del figlio di fare a pezzi l’immagine paterna, per ritrovare la sua, benché Franz, qua e là, richiami questo processo freudiano; il primo narratore, col suo metodo narrativo scientifico, lo impedisce; Franz si trascina, si stende sul tavolo operatorio e tira fuori le budelle; ma si ferma quando entra in scena l’altro, coi suoi racconti lineari, la sua narrazione senza sbavature che hanno come eroe il padre, le sue malinconie, la sue sconfitte, ma anche la sua incrollabile volontà di andare avanti.
Lo scontro col padre amato, a tratti venerato, avviene per contrapposizione indiretta: Karl è contenuto nei modi, è signorile, si tiene tutto dentro, come Franz è eccessivo, butta fuori le sue rabbie, le sue disperazioni; Karl ha amato una donna per tutta la vita, Franz passa da una donna all’altra, non riesce ad amare veramente nessuna, a parte un fantasma che naviga per il libro: S., un amore perduto, forse il vero, grande amore della vita, l’amore per una donna sparita per sempre; teme la prospettiva di non riuscire a creare una famiglia, generare dei figli. Siamo in un teatro di fantasmi e di fughe, di assalti frontali e salti nel vuoto, di abbandoni, mimetismi e depistaggi, cose non dette, parole e segreti che si annidano tra le righe, un dolore persistente che permea tutto il testo, e si rivela, in parte, nel finale.
Un libro fiero della sua fiducia nella scrittura, fiero di sé, del proprio divenire, del proprio rischio di fallimento. Un libro indifferente a tanti dettami della letteratura moderna di consumo, coi suoi riferimenti all’attualità, alla cronaca, ai trend del momento. Un libro importante.

(Nella foto: da sinistra, Antonio Sparzani, Franz Krauspenhaar e Marino Magliani fotografati a Palazzo Strozzi, a Firenze, il 21 maggio nel corso della rassegna La Penna del Magnifico)

20 pensieri su “Gli stranieri

  1. È molto, molto, molto bello, Anna.
    Come questo articolo: ho sperato fino all’ultimo di poterci essere, ma non ci sono riuscita… e la foto qui sopra mi fa capire cosa mi sono persa. Una parata di grandi!
    un abbraccio ai tre e un grazie a Mauro, per aver raccontato!

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  2. Grazie a Baldrati per aver ricordato una volta di più questi due grandi libri. Se qualcuno avesse la pazienza di ripercorrere le recensioni apparse, anche solo quelle su Lpels, si accorgerebbe che Dolcedo e EMP colpiscono ciascun lettore con la stessa intensità ma in modo diverso. Questo è il segno caratteristico dei grandi libri.

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  3. Rinfrescare la memoria non fa male. Il mio dispiacere è quello di averne letto soltanto uno per ora, quello di Franz, mi riprometto di leggere anche quello di Marino. Grazie Mauro e un caro saluto a tutti voi compresi i magnifici tre della foto.

    jolanda

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  4. Mi associo ad Anna, è tanto che cerco il tempo di leggere Marino Magliani e poi son stata pure a far mille lavori e in giro per il mondo che sento troverò qualcosa di condiviso.

    Grazie Mauro.

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  5. @ mauro baldrati

    grazie del post. Ispirato e stimolante.
    Se ripassi, puoi soffermarti ancora sulla questione dei due narratori in EMP? Mi piacerebbe capire se per te è solo una questione strutturale (che poi incide sullo stile, etc.) o se ne individui una matrice più profonda, dato che le due figure sono quelle del padre e del figlio (parentali e oppositive al tempo stesso).
    E, nel secondo caso, se, secondo te, ci sono passaggi nel romanzo, in cui la distanza si avvicina e i due narratori si incontrano.

    Il libro di Magliani devo ancora leggerlo, ma dopo questo post, non ci penso due volte 🙂

    (Maddalena)

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  6. bettina, all’epoca non ti conoscevo… eh!

    grazie veramente a tutti. sono felice di essere stato messo assieme a magliani, uno scrittore di prima grandezza, un amico vero, un signore fatto e finito.

    grazie a fabrizio, lui sa.

    grazie a maurone baldrati per la lucida disanima e per la bella scrittura; e per la simpatia bulgnais da vero biassanott!

    e un augurio grande come una casa al’herr professor antonio sparzani, che mi manca; uomo che stimo moltissimo, nonostante qualche disguido.

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  7. Anch’io ringrazio tutti, e saluto Marino e Franz e Sparz.

    Cerco di rispondere alla tua domanda interessante (e difficile), Maddalena-Ibridamenti. Credo che nei due narratori, ma in qualunque narratore, vi sia una matrice profonda, da cui nasce la struttura, e lo stile. Per come l’ho letto io, mi sembra che si sfiorino spesso, il primo è più reticente, più scientifico, il secondo è sanguigno, a tratti tormentato. Incontro? Mi sembra di intuire che la tua domanda alluda a una sorta di processo psicologico, per cercare di stabilire se le due proiezioni padre/figlio si incontrano. Ed io mi chiedo, con te: possono due proiezioni incontrarsi?

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  8. Segnalo, per chi se la fosse persa, una bella recensione di Stefano Gallerani apparsa oggi su Alias a proposito del libro di Franz Krauspenhaar “Era mio padre”.

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  9. @ Mauro #12

    Possono incontrarsi, le due proiezioni?
    Forse sì, se la scrittura (in questo caso il testo scritto da Franz) è lo “specchio” in cui si riflettono (si pro-iettano) entrambe.

    Sono solo a pagina 12 del libro di Franz (è tosto, eh, mica facile),e sto seguendo la tua ipotesi di lettura (funziona!). E magari appunto è in alcuni passaggi del “testo” che i due “narratori” si incontrano (oltre che “sfiorarsi”).
    Nel senso da te indicato: come strutture della narrazione, non come lettura in chiave psicologica dell’autore (questo non credo sia corretto, da nessun punto di vista, almeno secondo me).

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  10. @ fabry

    buon rientro 🙂

    OT: hai mai pensato all’eventualità di inserire la possibilità di iscriversi ai feed dei commenti (e di ricevere via mail gli eventuali aggiornamenti?) Credo che potrebbe aiutare molto le interazioni in post come questo che implicano dei margini di riflessione più “lenti” rispetto ad altri. Che ne pensi?
    (mad)

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  11. Pingback: Era mio padre - recensione specchio | Ibrid@menti

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