Notturno settembrino

 

sono arrivato al muro.
il paese di settembre
mi ha dato il suo verdetto:
devi dimettere quest’ansia
di trovare compagnia
l’ardore della tua ansia
è solo tuo
non lo puoi chiedere
agli altri
non li puoi sempre avvisare
che chi non muore adesso
non potrà morire
mai più.
fate attenzione, occhio
alla vostra vita
uscite al più presto
da questo fiume
di ombre che
da qui tracima.
il mondo sarà pure stato
una guerra un’alba
una collina
adesso è tutto in questo
gigantesco coniglio
che mira il suo mangime.
siamo noi questo quadro
appeso in un museo che non visita
nessuno, arrivano tutti a un soffio
dalla nostra vita
ma poi cambiano strada,
c’è una buca e un mare
in cui è caduta ogni rivolta,
domestici naufragi a sera
sui divani di tutto l’occidente
nell’abisso tascabile
affisso in ogni coscienza
cresciuta a dismisura
in questa livida congiura di secondi
che salgono in un triviale
luridume di sangue e fumo
mischiati dentro la venalità
di questi lupi
di questa terra in cui è salvo
solo chi è infinitamente muto.
adesso in questa notte
senza sogni e senza lite
ho lo stomaco che bolle
come la mefite,
sono alle porte dell’inferno
e non c’è modo di capire
se stai per entrare
o hai già trovato il modo per uscire
o ancora vaghi dentro la trafila
dove ogni parola è spago
è fantasia che a niente ti avvicina,
ogni parola puro sfogo
labile isteria, muraglia di vocali
bottiglie che si colmano di fiati
mentre la notte non lo dice
da che parte sta la sua radice
e io vi guardo e vi penso tutti
adesso che dormite
e io sto qui sbandato
appeso a un carro che viaggia
contromano, leso dai vinti
dai vincitori offeso.
forse così è per tutti
anche per chi non dice messa
in questo lebbrosario
in questa merceria
dove tutto è cianfrusaglia
anche la poesia.
forse così mi avvio alla fine
in un ardore che non riscalda
nessuno perché ognuno
salta sopra le sue mine
perché ognuno ha le sue guerre
intestine, e fa la spola
tra la sua testa e la sua pancia,
toro e torero di una privatissima
corrida, equatore di un mistero
che chiede a noi che ancora
sembriamo umani
altre religioni
un’altra ontologia
se non vogliamo rassegnarci
a rimbalzare come vermi
come vacui ambasciatori
di una risaputa, risibile agonia.
ecco, adesso fumatevi questo spinello
di parole, questa fascio d’erbe e spine,
questo tabacco cresciuto al sole
di un perenne smacco
in questa terra storta
in cui da sempre giaccio,
fuoco cresciuto dentro il ghiaccio.

9 pensieri su “Notturno settembrino

  1. “fate attenzione, occhio
    alla vostra vita
    uscite al più presto
    da questo fiume
    di ombre che
    da qui tracima”

    un testo composto da splendidi, dolenti versi (mi da la sensazione di un’eterna, reiterata salita a piedi per scale in pietra alla volta di un “mio” vecchio quartiere spopolato e distrattamente obliato dai presenti, presunti vivi) – complimenti
    E.D.L.

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  2. … questa terra in cui è salvo
    solo chi è infinitamente muto…

    … ogni parola è spago
    è fantasia che a niente ti avvicina,
    ogni parola puro sfogo
    labile isteria, muraglia di vocali

    Vero! Sento particolarmente in questi ultimi tempi il tema della parola: bisogna parlare, ce n’è bisogno, con parole che si facciano ascoltare.

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  3. …ecco, adesso fumatevi questo spinello 🙂
    caro farmì, quanto mi consoli
    oserei dire che ti voglio bene
    un bacio grato
    la fu

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  4. Che belli questi ritmi e come sanno accompagnare le immagini. Sembrano in bilico tra visione e segno incancellabile. Ho wikicercato “mefite”: “Mefite è una divinità italica legata alle acque, invocata per la fertilità dei campi e per la fecondità femminile…”. Sono fuori strada?

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  5. una ballata Franco da triste, solitario y final hidalgo, e quindi un abbraccio, Viola
    x metrovampe: no, sei sulla strada..quella dove vive Arminio è vicina a un luogo molto molto particolare ..dove era insediato un tempio di Mefite, V.

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  6. Caro Franco

    “arrivano tutti a un soffio
    dalla nostra vita
    ma poi cambiano strada”

    quanto veri questi versi.

    Un abbraccio

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  7. belle cose a commento di una poesia che forse non è tra le mie cose migliori ma espone bene la mia poetica dell’esposizione…
    per me chi scrive deve dire fino in fondo e senza aloni la sua gioia o la sua disperazione.
    non sopporto filtri retorici, oltre a quelli inevitabili per il fatto stesso che è scrittura.
    grazie a tutti, ovviamente.
    armin

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