O Roma o morte

Arriviamo di sera, stanchi e accaldati. Ci sediamo su una panchina vicino al Colosseo, che ci guarda sornione con cento occhi neri e incavati. Tiro fuori una lattina di birra, e gli altri due un panino col formaggio. Finalmente un po’ di riposo, pensiamo. In quel momento, dall’altro lato della strada, due figure in divisa ci vengono incontro. Uno di loro mi scruta attentamente e mi dice: Qui non si bivacca. Gli replico che non stiamo bivaccando, stiamo solo mangiando, ma lui insiste: Qui non ci potete stare. Non credo ci sia molto da discutere. Guardo i compagni e faccio loro segno di alzarsi. Gli uomini in divisa sono soddisfatti, controllano i nostri movimenti con un sorriso di sbieco. Il Colosseo, intanto, ci sbircia con le sue porte aperte, accoglienti. Penso: Le case, in paradiso, devono essere così. Bevo birra camminando con gli amici, che mangiano con gusto il loro panino. A un tratto, si avvicina un gruppo di ragazzi, teste rasate e abiti neri. Avete una sigaretta? Noi non fumiamo: gli offriamo la birra e un pezzo di panino, ma non sembrano gradire. Uno dei miei amici viene afferrato per il bavero: Stronzo, chi ti credi di essere, zingaro di merda. Lui risponde che non crede di essere qualcuno, ma il ragazzo dalla testa rasata non lo molla. Anzi, all’improvviso, gli sferra un calcio al basso ventre. Il mio amico si accascia con un grido soffocato. La gente che ci passa accanto non si ferma: ha fretta, o non si vuole immischiare. Un altro ragazzo vestito di nero mi sferra un pugno in pieno volto. Io penso al mio campo, a mia moglie che mi ha detto: dove vai, torna presto, lo sai che ho bisogno di te. Sento un calcio che mi colpisce al fegato, e un altro alla testa. La lattina di birra sta colando lentamente davanti alla mia faccia, sul selciato. Alzo la testa, vedo il Colosseo con le porte spalancate. E’ il paradiso, penso. Ora viene san Pietro, con le sue chiavi pesanti. No, san Pietro non ha chiavi, dovevo immaginarlo. Non servono chiavi in una casa senza porte.

versione audio

18 pensieri su “O Roma o morte

  1. “Lui si accascia con un grido soffocato. La gente che ci passa accanto non si ferma, ha fretta, o non si vuole immischiare.”

    Hai centrato il punto, carissimo Fabrizio. la gente è troppo preoccupata dal farsi la guerra dei poveri, in fondo anche quella gente è “un pò zingara”.

    Marco

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  2. Caro fabrizio

    molti si stanno abituando a storie tremende.
    Qui un passaggio da Carmilla on line di un articolo di Alberto Prunetti che racconta la storia di Giuliano Bruno:

    “Italia, nordest, febbraio 2007. Giuliano Bruno è un liceale antifascista. Di ritorno da una manifestazione a Treviso viene aggredito e picchiato da un gruppo di Skinheads neofascisti.
    Giuliano non esce più di casa, ha paura.
    Da quell’episodio passano alcuni giorni, gli amici lo invitano a uscire. Partono in macchina, vanno verso il centro di Treviso, uno di loro scende, va in cerca di un altro compagno. Poi torna e dice a Giuliano: “Non uscire! Stanno arrivando gli Skinheads!” Arrivano. Aprono la porta della macchina. Giuliano è rimasto dentro assieme a un altro ragazzo. Gli chiedono: “Sei Giuliano Bruno?”. “Sì, sono io”.
    Lo colpiscono con violenza in testa. L’amico prova a difenderlo. Gli rompono il naso.

    Dopo la seconda aggressione Giuliano lascia la scuola, non vuole più stare nel trevigiano. Comincia a vagabondare per l’Europa. Partecipa alla manifestazione contro il G8 di Haligendamm, in Germania. Torna in Italia, trova alcuni lavori occasionali. Poi riprende a studiare, questa volta a Trieste.

    La mattina del 5 maggio 2008 lo trovano a terra, sotto casa sua. Suicida”

    L’articolo completo è reperibile in Carmilla mese di luglio.
    Su Giuliano Bruno un lungo articolo in A rivista nel numero di ottobre appena uscito.

    Posso solo mettere qui poche parole sulla paura, la confusione, il terrore che non lasciano più vivere un ragazzo così giovane.

    Un saluto

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  3. sdogana oggi sdogana domani, prima quelli in doppiopetto, dopo quelli col petto tatuato a croci celtiche, svastiche, simboli runici, ecco quello che succede. può capitare nei pressi dei fori d’incontrare invece di romeo-er-gatto-der-colosseo veri baffutissimi topi di fogna, pantegane tipo. sdogana la pantegana!

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  4. La questione è semplice e, contemporaneamente, complessa: l’immigrato – lo straniero – è l’altro da me che non piace, per questo non lo si tollera.
    La questione sarebbe semplice e, contemporaneamente, complessa da risolvere: pacificarsi con le parti di sé che non piacciono. Ma questo vorrebbe dire elminare la conflittualità, l’aggressività, insita nell’uomo … dunque, che fare? Probabilmente tollerare anche quello che di noi non piace, conviverci.

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  5. Non una storia di ordinaria miseria, ma la miseria di una sempre più ordinaria società, con le sue paure e chiusure compiaciute e gridate per orecchie e mani pronte a tradurle in leggi e “punizioni esemplari”; e non dico – e lo capiremo bene nei prossimi mesi – da parte del braccio armato dell’ottusità, come in questo caso.

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  6. Marco, Nadia, Lucy, Giorgio, Gaja, Bruno, Anna, Giovanni, grazie.
    ognuno di voi ha illustrato una tessera del mosaico del disagio che dilaga nella nostra società.
    la soluzione parte dal riconoscerlo, dal non chiudere gli occhi di fronte al massacro fisico e mentale.
    soprattutto dal non chiudere le porte.
    un abbraccio
    fabrizio

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  7. Di fronte al massacro ci si arma, così ci hanno insegnato qualche tempo fa. Se il massacro è mentale bastano le parole, quando diventa fisico si risponde a tono. Oppure l’annichilimento.

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  8. Se hai potuto immedesimarti, sei uno di loro, caro Fabri – proprio tu che lì, ci vivi.
    Ho mostrato a qualcuno di questi piccoli, ai poveri in spirito, agli assetati di giustizia, etc.
    E’ da fare leggere nei metro, nelle strade, però.
    P.S.Ti piaceva “La ricotta” di P.P.P., vero?

    MPia Q.

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  9. L’indifferenza difronte alla violenza dilagante è la cosa peggiore. E non parlo solo dell’indifferenza dei cittadini…

    ciao Fabrizio
    jolanda

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  10. Mannaggia che rabbia, che voglia di menar le mani. Poi Fabrizio mi ricorda che si può lottare con altri mezzi. Hai ragione Fabrizio, hai perfettamente ragione però d’ora in poi tutti quanti devono avere il coraggio di dirle le cose perchè altrimenti se restiamo indifferenti qui succede un ’22. Detto questo a me indigna anche la superficialità di tutta quella parte politica che teoricamente fa riferimento a Ghandi, Gramsci e Kennedy. Ma porca miseria l’hanno capito o no che finchè utilizzano lo stesso schema restano perdenti. Bo! ditemi qualcosa, tiratemi su.

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  11. Le cose per farle capire bisogna scriverle in un certo modo. Bisogna scriverle “bene”. Non basta annunciarle, descriverle, bisogna avere la capacità di starci dentro, respirarle, sudarci dentro e tirarle fuori.
    Incidentalmente (ma ovviamente no!) questo lavoro coincide con la pratica evangelica (e non perché Fabrizio sia prete) del diventare l’altro, prendere sulle proprie spalle la sua fatica di vivere.
    Al di là del contenuto cronachistico-sociologico Fabrizio Centofanti è un grande scrittore. Lo sappiamo già, ma questa lettura mi ha fatto vvenire voglia di ribadirlo.
    Ciao

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