La società della paura rinuncia alla libertà

Intervista a Zygmunt Bauman

di Benedetto Vecchi

La produzione di scarti umani è una delle industrie del capitalismo che non conosce crisi. E sono proprio quegli esclusi dalla società ad essere indicati come l’origine dell’insicurezza. Un’intervista con lo studioso polacco.

Lo sguardo mite di Zygmunt Bauman si accende ogni volta che si posa su un uomo o una donna che parla a voce alta con un telefono cellulare. E così lo guarda divertito, pensando forse che oltre alla paura e all’amore anche la privacy è diventata liquida. A Roma per partecipare ai lavori del World Social Summit sulle «Paure planetarie», lo studioso di origine polacca è curioso di capire cosa sta accadendo nel nostro paese. Paese che ha cominciato ad amare con la lettura, molti anni fa, dei romanzi di Italo Calvino e di Antonio Gramsci. Autore prolifico, a chi gli chiede come sta procedendo il suo affresco sulla globalizzazione Bauman risponde che procede, anche se è convinto che occorre modificare alcune parti del disegno, perché la globalizzazione sta cambiando pelle, senza però nessun ritorno al passato all’orizzonte. Teorico della modernità liquida, attualmente sta studiando come in un mondo dove tutto è diventato fluido e dove l’individualismo sembra essere l’alfa e l’omega delle società contemporanee, il bisogno di stare in società si stia facendo largo seppure con difficoltà. Di tale bisogno e di come esso si manifesti ne scrive in alcuni saggi raccolta dalla casa editrice Diabasis con il titolo Individualmente insieme (pp. 137, euro 10). Bauman sostiene tuttavia che tale bisogno è simmetrico rispetto a quella vita liquida dove l’identità, le relazioni sociali sono all’insegna della contingenza. E alla domanda se tale necessità di stare in società possa essere affrontata con la nozione di «individuo sociale» sviluppata da Karl Marx, preferisce parlare di ambivalenza, di processi contraddittori, talvolta aspramente confliggenti l’un con l’altro, che rendono nuovamente necessario affrontare il tema del «male», argomento che è al centro di un recente saggio che Bauman ritiene adeguato per mettere l’argomento sui binari giusti e che ha voluto introdurre anche nella edizione italiana. Si tratta di Amore per l’odio. La produzione del male nelle società moderne del giovane filosofo polacco Leonidas Donskis (Erickson edizione). Paura, esclusione sociale, produzione del male: sono gli elementi che Bauman ritiene «gli effetti collaterali» proprio di quella globalizzazione che gli ideologi del libero mercato hanno presentato come il migliore dei mondi possibili. Ma come ama sempre ripetere: il pessimismo della ragione non deve necessariamente coincidere con la rinuncia all’azione e si deve nutrire di molto ottimismo della volontà.

Nella sua analisi sugli «scarti umani», lei scrive che la loro produzione costituisce una delle industrie più prolifiche del mondo. Uno degli effetti della globalizzazione è l’aumento dell’esclusione sociale e il ridimensionamento del welfare state. Inoltre lo stato-nazione sempre più si caratterizza per le misure contro i «portatori» di insicurezza. Insomma è uno «stato della paura». Cosa ne pensa di questo cambiamento avvenuto nel ruolo dello stato-nazione?
Il mondo contemporaneo, con la sua compulsiva e ossessiva bramosia di modernizzare, ha determinato lo sviluppo di due industrie di «scarti umani». La prima è un cantiere sempre aperto, sebbene non produca direttamente «scarti umani». È un’industria popolata da «inadatti» esclusi dalla società a cause delle loro «carenze» nel partecipare alle forme di vita dominanti. La seconda è di recente costituzione e il suo sviluppo non conosce crisi. Potremmo chiamarla l’industria del progresso economico e produce un impressionante e sempre più crescente numero di «avanzi umani»: quelle donne e uomini per i quali non c’è più posto nell’economia e che per questo non hanno nessun ruolo utile da svolgere. Sono uomini e donne che non hanno nessuna opportunità di poter avere il denaro sufficiente per condurre una vita soddisfacente o almeno tollerabile. Lo stato sociale è stato un ambizioso tentativo di scongiurare la presenza di queste due industrie. È stato un progetto politico che aveva come obiettivo l’inclusione universale, ponendo così termine alle pratiche di esclusione sociali allora esistenti. Indipendentemente dal fatto che i successi ottenuti abbiano messo in secondo piano i suoi punti deboli, il welfare state è stato scalzato via, mentre le due industrie di cui parlavo prima sono tornate in azione e lavorano a pieno regime. La prima produce «alieni»: sans papiers, immigrati clandestini, richiedenti asilo politico e ogni sorta di «indesiderabili». La seconda industria produce invece «consumatori difettosi». In entrambi i casi contribuiscono alla crescita dell’«underclass», costituita da uomini e donne che non trovano posto in nessuna delle classi sociali esistenti. Sono i profughi cacciati dal sistema di classe della società normale. Gli stati nazionali sono ormai incapaci o più semplicemente non hanno nessun desiderio o voglia di garantire ai suoi sudditi una sicurezza sostanziale, quella che in un famoso discorso Franklin Delano Roosevelt chiamò «libertà dalla paura». La conquista della sicurezza – il cui ottenimento e conservazione garantiscono la legittimità e la dignità dei singoli di vivere in una società umana – è oramai lasciata alla capacità e risorse di ogni individuo, il quale deve farsi carico degli enormi rischi e della sofferenza necessari che un obiettivo di questa portata necessita. La paura, che lo stato sociale aveva promesso di sradicare, è dunque ritornata sulla scena con propositi di vendetta. Molti di noi, indipendentemente dal posto occupato nella gerarchia sociale, sono terrorizzati di essere esclusi perché ritengono di essere inadeguati al cambiamento avvenuto.

In Europa, la paura è il volto diabolico dei nuovi partiti populisti. Ma proprio in Europa, e negli Stati Uniti, la criminalità – la cui presenza è sintomo di insicurezza – è in diminuzione. Dunque: più diminuisce la criminalità, più viene agitato lo spettro dell’insicurezza. Una vera e propria contraddizione, se non aporia. Non crede?
La diffusa e impalpabile paura che satura il presente è usata da molti leader politici come una merce da capitalizzare al mercato politico. Si comportano come dei commercianti che pubblicizzano le merci e i servizi che vendono come formidabili rimedi all’abominevole senso di incertezza e per prevenire innominabili e indefinibili minacce. I movimenti e i politici populisti stanno cioè raccogliendo i frutti avvelenati fioriti con l’indebolimento e in alcuni casi con la scomparsa dello stato sociale. Sono quindi interessati a far aumentare la paura. Ma solo quella paura che possono manipolare per poi mettersi in mostra tv come gli unici protettori della nazione. Il risultato è che la radice dell’incertezza e della insicurezza sociale, che sono le vere cause dell’epidemia di paura che ha colpito le moderne società capitalistiche, rimane intatta e si rafforza sempre di più. Se la vita nelle periferie di Roma, Milano e Napoli è davvero terribile e pericolosa, come viene normalmente affermato, non è perché gli abitanti sono obbligati a vivere in condizioni terribili e perché esposti ai pericoli derivanti dall’avere la pelle di una differente pigmentazione o perché vanno in chiesa o al tempio in giorni differenti della settimana. Nei quartieri periferici italiani, così come nelle banlieue di Parigi o Marsiglia o nei ghetti urbani di Chicago e Washington, la vita è terribile e pericolosa perché sono stati progettati come pattumiere per i reietti, per scarti umani esiliati dalla «grande società». Uomini e donne che condividono la stessa sorte, ma che li porta a configgere invece che a unirsi. Qualunque siano i sentimenti che provano e le umiliazioni subite, sono uomini e donne che non nutrono molto rispetto per i propri vicini, altri scarti umani ai quali, come a loro, è stata negata qualsiasi dignità e diritto a un trattamento umano. Sarebbe però disonesto qualificare il problema dei migranti solo come un problema di «condizione sociale». Gli antichi rimedi dei reietti – i disoccupati o i miserabili di Honoré Balzac – contemplavano la rivolta o la rivoluzione. Oggi nessuno pensa davvero che la resistenza alle attuali ingiustizie sociali possa venire dalle periferie. Soltanto i mendicanti, gli spacciatori, i rapinatori, le bande giovanili si attendono che ciò possa accadere. La grande maggioranza degli elettori è molto attenta al comportamento dei leader politici e li giudica in base alla severità che manifestano nella loro dichiarazioni pubbliche attorno alla «sicurezza». E i leader politici fanno a gara tra di loro nel promettere di essere duri e inflessibili contro gli «scarti umani» ritenuti i colpevoli dell’insicurezza che attanaglia le società contemporanea. Nel vostro paese, partiti come Forza Italia e Lega Nord hanno vinto le elezioni promettendo, tra le altre cose, di difendere i sani e robusti lavoratori settentrionali da chi quel lavoro può rubarlo, di garantire che non ci sarà mai la possibilità, per i nuovi arrivati, di insidiare il frutto del loro lavoro e di difenderli da vagabondi, accattoni, rapinatori. Per questi partiti, la possibilità di avere una vita dignitosa e decente emergerà solo dopo che tutti gli uomini e donne qualificati come scarti umani saranno schedati e messi sotto controllo.

Nel suo libro sull’Europa, lei scrive che il vecchio continente è condannato a essere cosmopolita, indipendentemente dalla volontà dei singoli stati nazionali. Eppure in molti paesi europei i partiti populisti o nazionalisti aumentano i loro consensi…
Esiste una ideologia della globalizzazione e ci sono ideologie contro di esse. Poi esiste un punto di vista che viene oramai chiamato altermondialista perché prefigura un altro modello di globalizzazione. Ma non dobbiamo dimenticarci che esistono anche i processi reali della globalizzazione che essiccano ogni sovranità nazionale e che contrastano ogni possibilità di sviluppo sostenibile e autosufficiente. Sono processi che tessono una densa tela che avvolge la terra, definendo così ferrei criteri di interdipendenza tra i paesi del pianeta. È un’interdipendenza che ha assunto una forma capitalistica e si è imposta quando il mercato è diventato la regola dominante. Così, mentre la circolazione dei capitali non conosce limitazioni, gradualmente, ma con inflessibilità, sono state cancellate tutte le forme economiche non capitalistiche. Un processo che potrebbe essere liquidato come una mera invenzione ideologica. Oppure, possiamo ignorare la globalizzazione, ma solo a nostro – e del pianeta – pericolo. Sarebbe un drammatico errore, perché così facendo non affrontiamo una della maggiori priorità del ventunesimo secolo: riportare sotto controllo le forze economiche «liberate» dalla democratica forma di regolazione a cui erano sottoposte. La tendenza in atto nel mondo si può sintetizzare come il passaggio da un mondo di stati-nazione al mondo della diaspora. Il tempo della paradossale alleanza tra stato, nazione e territorio sembra infatti finito, mentre le lancette della storia sono rivolte al passato. Alcuni paesi possono provare a resistere alla riduzione della loro autonomia economica, politica, militare e culturale. Ma è sempre più difficile che ci riescano.

Eppure il neoliberismo è in crisi. La sua rappresentazione più drammatica è nel fallimento di molti istituti di credito statunitensi. Molti studiosi parlano espressamente sulla necessità di un ritorno dello stato come regolatore della vita economica. Ma più che un ritorno al keynesismo sembra il disperato tentativo di salvare il neoliberismo…
La invito a notare una cosa. Il governo statunitense è entrato in azione soltando quando la suicida tendenza della globalizzazione a deregolamentare completamente i mercati finanziari globali ha raggiunto il suo acme. E la prego inoltre di notare che tutte le misure che sono state repentinamente prese, segnando una contraddizione con i precedenti atti di fede fatti dalle autorità federali, sono animate dalla volontà di salvare dalla catastrofe solo «forti e i potenti». Sono cioè misure che mettono al riparo le élite economiche, salvano i pescecani e non i pesciolini di cui i pescecani si nutrono. In questo modo, tutti i pescecani si rafforzano, non corrono più pericoli e possono tornare a muoversi liberamente nel grande mare che è la globalizzazione neoliberista. In un fiorito editoriale del Financial Times del 20 o 21 settembre, non ricordo bene, si poteva leggere che «i mercati globali approvano» le azioni statunitensi per fronteggiare la crisi finanziaria. Allo stesso tempo, erano riportate sobriamente alcune stime sulla possibilità che avevano le «banche e gli istituti di credito di recuperare le perdite, ricapitalizzarsi e tornare a fare affari».
Non una parola era spesa sui motivi che avevano provocato le perdite economiche, né vi erano accenni sul perché i meccanismi di mercato ritenuti fino allora ritenuti infallibili avevano fatto cilecca. Una tesi accreditata che circola in queste settimane è che le misure del governo americano potrebbero mettere a rischio le centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani solo per salvare gli istituti di credito. Accettiamo pure questa tesi, ma io mi pongo alcune domande: chi sono questi contribuenti?
In primo luogo, va detto che gli americani sono coperti di debiti fino alle orecchie, che sono terrorizzati perché il valore delle imprese in cui lavorano declina sempre più, con la possibilità di una loro bancarotta e conseguente perdita del lavoro. Non è quindi detto, vista la situazione, che il governo statunitense possa accedere a quelle centinaia di milioni di dollari. Inoltre, sempre quel medesimo governo ha destinato altrettante centinaia di milioni di dollari in spese militari per sostenere la guerra in Afghanistan e in Iraq, tagliando al tempo stesso le tasse per i ricchi, arricchendoli sempre di più. Potremmo dire che gli Stati Uniti si sono comportati come milioni di cittadini americani che si sono indebitati per continuare a vivere. Ora lo stato statunitense è depresso e vive grazie solo a quell’istituzione che è il credito al consumo. Non può più andare avanti così e allora chiede all’Europa, meglio spera che l’Europa, possa temporaneamente aiutarlo a superare la crisi. Lo stesso si può dire dell’aiuto che spera possa arrivare, in qualche forma, dalla Cina e dai paesi arabi ricchi di petrolio. In altre parole, è uno stato insolvente che sta facendo nuovi debiti per pagare quelli già accumulati, posticipando così il giorno in cui l’ufficiale giudiziario passerà a chiedere il pagamento del conto. Secondo le ultime indiscrezioni della stampa, il ministro inglese della cancelleria Alistair Darling ha dichiarato che «proprio come un governo non può combattere da solo il terrorismo globale o i cambiamenti climatici, così non può fronteggiare le conseguenze negative della globalizzazione». Vorrei però aggiungere a questa dichiarazione che «è la globalizzazione stessa che vanifica l’operato di un governo, perché rende impossibile a un singolo governo di risolvere la crisi del paese». Detto in altri termini, la globalizzazione ha conseguenze globali che possono essere affrontate solo globalmente.

Pubblicata su Il Manifesto 26/09/2008

20 pensieri su “La società della paura rinuncia alla libertà

  1. Leggo l’intervista a Bauman e rimango perplesso: assomiglia alle dichiarazioni che, 30 anni fa, davano per assodato che entro 30 anni le scorte di petrolio sarebbero finite. I 30 sono passati e ne sono stati aggiunti altri 50. Fantapolitica e fantaeconomia allo stato puro, degna del miglior Dick.
    Che la globalizzazione, meglio, i ritmi a cui è stata spinta la globalizzazione, abbiano creato ‘nuovi problemi’ – dove prima non esistevano – è un dato di fatto e negarlo sarebbe miope, ma non è come sostiene Bauman.

    Parto dagli scarti del capitalismo. La definizione è ridicola per il semplice motivo che Bauman, da buon egoista occidentale (ed ex KBW), considera SOLO gli scarti (effettivi o apparenti) che sono comparsi in Paesi che, come l’Italia, non avevano mai avuto tali ‘scarti’. Peccato che si dimentichi di fare la cosa più semplice: prendere carta e penna e fare qualche somma. Avrebbe scoperto, prima di lanciarsi nella sua inattendibile analisi sociologica, mescolata da un nozionismo economico approssimativo e viziata da una visione politica di fondo che condiziona tutte le sue parole, che i POCHI scarti generati nei ricchi paesi occidentali, sono stati ampiamente compensati da, per citare solo i casi più eclatanti, circa 480 milioni di cinesi e 400 milioni di indiani che hanno visto mutare radicalmente il loro tenore di vita. In Indonesia sono altri 300 milioni, ma l’Indonesia non interessa a nessuno, pare. LE condizioni, in questi Paesi, sono migliorate non solo in termini economici, ma anche e soprattutto in termini di istruzione e, come diretta conseguenza, hanno fatto nascere una nuova visione e un nuovo orizzonte per questo miliardo e rotti di persone. Questi numeri, da soli, identificano una popolazione superiore alla somma della popolazione di Stati Uniti e Unione Europea. Nessuna ‘ideologia’ è mai riuscita, in tempi così brevi (meno di venti anni) a distribuire così tanta ricchezza; pur con tutte le storture inevitabili a fronte di processi così complessi e acerbi e rapidi. Strano che Baumann non sappia fare di conto e si limiti a un’analisi che, definire superficiale, è quasi un complimento.

    Afferma poi, per proseguire nelle sue disquisizioni, che “Nei quartieri periferici italiani, così come nelle banlieue di Parigi o Marsiglia o nei ghetti urbani di Chicago e Washington, la vita è terribile e pericolosa perché sono stati progettati come pattumiere per i reietti, per scarti umani esiliati dalla «grande società».” Non prendo in considerazione le città Statunitensi, nelle quali i meccanismi di generazione dei ghetti sono diversi, ma in Italia, e in molte città europee, quelle aree ghetto sono figlie di un’architettura di ‘sinistra’, mediata da architetti di sinistra (un po’ stronzi, ma sempre di sinistra che fa sempre tanto modaiolo e figo), che hanno progettato e fatto costruire questi ghetti, a partire dagli anni ’60, prendendo a spunto le architetture sovietiche della ex URSS: primi piani disabitati, concepiti come ‘luoghi di ritrovo comuni’, spersonalizzazione delle abitazioni, appartamenti a cubo, brutti e invivibili, servizi inesistenti. Un esempio chiaro di queste architetture lo troviamo in tutte le città italiane: dalle periferie di Modena, a quelle di Milano con Sesto San Giovanni, ai quartieri periferici di Roma. Un approccio venduto come moderno e che, all’epoca, portava questi ‘architetti’ a polemizzare con i villaggi Marcolini; peccato che in ambienti simili, a differenza dei Villaggi Marcolini, la socializzazione sia quasi impossibile e, a fronte della bruttura che rappresentano, fosse e sia normale evitarli, per i cittadini locali, e trasformarli in ghetti per i ‘nuovi arrivati’ ora, o per i vecchi emigranti italiani che arrivavano dal Sud Italia, allora.
    Avete mai visto la socializzazione, come regola, in un quartiere brutto? Io no. Dobbiamo, a fronte di questo brutto, incolpare il capitalismo? Non mi pare sia possibile e, dovessi trovare una colpa, andrei a cercarla in chi progettò, all’epoca e con l’appoggio di giunte locali quasi sempre di sinistra, i quartieri ghetto con grande sperpero di denaro pubblico e con la sola visione ideologica del ‘felice popolo di sinistra’. La cosa ridicola è che alcune di queste brutture, vedi il quartiere di San Polo a Brescia, progettato dal Benevolo, siano tutt’ora presenti sui libri di architettura delle università italiane, come esempio di architettura lungimirante. Patetico e ridicolo; ci manderei il Benevolo e tutta la sua prole a vivere da quelle parti.

    La risposta sui partiti populisti e il futuro cosmopolita mi trova parzialmente d’accordo. Dovrebbe essere approfondita e alcuni passaggi fondamentali sono da chiarire e non capisco perché Bauman non faccia i nomi e i cognomi delle entità sovranazionali (WTO escluso, che è il paravento per ogni ‘malefatta’), che cavalcano e condizionano questo fenomeno. Condizionano, che controllare è un termine che poco si addice a queste dinamiche. E’ strana questa carenza di nomi e cognomi da parte di uno che, come Bauman, si erge a paladino di una ‘nuova’ coscienza sociale post moderna. Senza nomi e cognomi una risposta come la sua era in grado di darla qualunque lettore attento del Sole 24 Ore, o del Financial Times o di qualunque giornale economico appena decente. Sarebbe bastato citare, tanto per iniziare a salire gli scalini della conoscenza di questi gruppi ristretti, l’Aspen Group e iniziare a fare i nomi di chi fa parte di questi circoli ristretti.

    La risposta finale, relativa agli ultimi interventi economici non ancora approvati in via definitiva dal Governo Statunitense, sfiora invece il ridicolo quando afferma “E la prego inoltre di notare che tutte le misure che sono state repentinamente prese, segnando una contraddizione con i precedenti atti di fede fatti dalle autorità federali, sono animate dalla volontà di salvare dalla catastrofe solo «forti e i potenti»”. Anche qui Baumann si dimentica alcuni ‘piccoli’ dettagli; provo ad elencarne qualcuno:
    1)I danni causati dalla crisi dei mutui sub-prime, sommati al crollo contemporaneo di tutte le banche d’affari Statunitensi, avrebbero generato una crisi, se non si porrà rimedio, al cui confronto quella del ’29 apparirà come uno scherzo per bambini dell’asilo; è una crisi che non pagheranno i ricchi, ma la gente normale e i più deboli
    2)Goldman e Morgan non sono più banche d’affari e sono diventate banche normali (mettendo la parola fine a un modo terribile di fare finanza), sottoposte a tutti i normali controllo e con i vincoli di capitalizzazione, a protezione dei clienti, tipici di una banca normale
    3)Il Financial Times è stato molto critico e ha pubblicato, prima dell’articolo descrittivo citato da Baumann, molti articoli che andavano ad analizzare in profondità alcune delle motivazioni che erano e sono alla base della crisi di questi colossi che, fino a un anno fa, parevano inossidabili.

    Sulla considerazione della propensione al debito dei cittadini americani, mi astengo: troppo complesso lanciare sentenze, ed è una barzelletta definire ‘terrorizzati’ gli americani. Ma è mai stato da quelle parti? Credo di sì, ma forse quando parla di terrore sta pensando ad altri tempi e altri Paesi. Altrettanto ridicola è l’affermazione di Bauman che gli Stati Uniti cercherebbero l’aiuto dell’Europa: come se un paralitico potesse aiutare uno zoppo. Sarebbe stato molto più serio se, invece di ignorarli, avesse parlato chiaramente del prossimo problema finanziario che ci ritroveremo, in tempi brevissimi, fra i piedi: quei fondi sovrani dei quali si parla solo in termini di ‘miliardi versati per salvare l’impresa del momento’, ma che hanno già sostituito, nei meccanismi speculativi, le grandi banche d’affari. Non è solo un meccanismo sfruttato dagli Stati Uniti, ma a quanto pare Bauman è interessato solo a quell’aspetto. Peccato che si dimentichi, anche in questo caso, di qualche dettaglio e, preso dalla sua foga di accontentare l’interlocutore, non racconti che questi fondi NON RISPONDONO a nessuna regola di mercato e sono gestiti dai governi di stati totalitari (Cina, Arabia Saudita, Russia, etc…) che possono contare su livelli di crescita economica, derivanti dalle materie prime che controllano e non solo, in grado di generare flussi di denaro inimmaginabili per qualunque stato democratico e capitalista.
    Sulla distruzione del Welfare, mi astengo, ma mi piacerebbe sentire Bauman in proposito e capire qual è la via che vede percorribile. Potremmo incominciare dai suoi compensi: tassarli al 100%, per fare cassa, quando racconta visioni parziali e addomesticate. Molto più pericolose di una menzogna.

    Blackjack.

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  2. a differenza del precedente commentatore, il cui tono vaticinante mi sorprende, l’analisi di Bauman è suggestiva e, mi sembra, veritiera. Secondo me, poi, il vero “scandalo” di tutti questi discorsi, almeno per la condizione europea, è il progressivo e ormai inevitabile, poiché scientemente perseguito, affossamento dello stato sociale, la scarsa attenzione alla condizione dei precari (ovvero giovani lavoratori, ma anche non più giovanissimi), e la contemporanea conversione dello stato in mero strumento repressivo.

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  3. Tono vaticinante? Questa mi piace Domenico. Sarebbe però interessante capire, al di là delle polemiche di parte, qual è il metro che utilizzi per considerare ‘veritiera’ l’analisi di Bauman. Non ci crederai, ma è un termine che mi piace: è veritiera.

    Per quanto riguarda il Welfare, mica ho detto di non essere d’accordo: ho semplicemente sorvolato perché è un argomento molto complesso che non è liquidabile con le ‘veritiere’ considerazioni sociologiche di Bauman (ex KBW, da non dimenticare!). Chissà perché, se leggi i suoi scritti, trovi solo considerazioni ‘veritiere’ e, tanto per continuare a ricalcare il suo animo da ex KBW – che non lo abbandonerà mai – ha accuratamente evitato di citare uno dei Paesi europei che più soffre il problema dell’integrazione e dei ‘nuovi scarti’. E’ lo stesso Paese che lo ospita: la Gran Bretagna.

    Eh, questi esuli vecchi, saggi e convertiti: sanno sempre dove andarsi a sistemare.

    Blackjack.

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  4. niente di sorprendente: basta prendere un qualunque argomento che sappia di sinistra e riscriverlo rovesciandone le ipotesi, i numeri, i dati. è così che si fa anche in televisione: ai numeri di travaglio o santoro su alitalia risponde coi suoi l’ineffabile ex ministro castelli con il suo impagabile eloquio raffinato, per il quale la colpa del disastro è nel cattivo rapporto stipendi/orario di lavoro.
    il welfare non lo stanno distruggendo gli stati ad orientamento f…conservatore, pardon: sono i senza tetto che non vogliono le case, le mamme che vogliono tornare a lavorare presto oppure starsene a casa un po’ di più al 30% dello stipendio, sono gli ammalati che sono pigri e si fanno visitare anche a distanza di due anni dal primo controllo, sono i bambini che vogliono un maestro solo, sono i precari che piuttosto che un lavoro a spizzichi preferiscono nessun lavoro…sono i poveri a non voler niente per darlo ai ricchi che si pigliano tutto: tanto non sarà loro il regno dei cieli? non siamo razzisti, sono loro che sono negri o rumeni o meridionali. e così via. si rovescia tutto, come un calzino. per decenza, blackjack, lavi il calzino qualche volta, sa, l’olfatto non è nè di destra nè di sinistra.

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  5. Lucy, francamente non capisco, o forse capisco troppo bene. Hai letto ciò che ho scritto o parti dal presupposto che ciò che scrivo io è sempre peggio di ciò che può scrivere chiunque altro? Forse dovresti, prima di aggrapparti al solito ‘sentirsi buoni che fa tanto bene’ e a una solidarietà stantia che sta massacrando la sinistra italiana, provare a capire la storia di Mr. Bauman, leggerlo e capire di fronte a che razza di persona ci troviamo.
    In questa intervista, una come tante che dice tutto senza dire nulla, si comporta esattamente come deve: parla di tutto senza mai parlare di nulla. Argomenta contro un invisibile nemico (la globalizzazione che neppure gli Stati Uniti, seguendo le sue teorie sono in grado di pilotare, e in questo ha ragione) senza mai riportare dati che consentano al lettore, al di là di una generica retorica sociologica di stampo sovietico (è da lì che viene Bauman), di provare a farsi un’idea propria.

    Ma chi ha detto di essere contro lo stato sociale? DIMMI DOVE L’AVREI SCRITTO! Ho semplicemente scritto che, come suo solito, Bauman infarcisce di parole le sue teorie senza MAI indicare una direzione che è una. Ti parrà strano che un pirla come me, uno che gioca a carte, abbia studiato Bauman (pur ritenendolo un cialtrone), ma è così che funziono io: preferisco leggere e studiare quelli con cui non sono d’accordo.

    Blackjack.

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  6. grazie a Domenico, Lucy e Blackjack.
    a Bj: secondo me Bauman fa un’analisi del mondo globalizzato che rende conto delle sue contraddizioni più evidenti. e una delle contraddizioni più evidenti è questa: che i profitti vanno sempre ai ricchi e i pesi ricadono sempre sui poveri. oggi avere uno stipendio fisso da dipendenti è una specie di maledizione, per non parlare dei precari.

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  7. Parole da sottoscrivere al cento per cento. Sembra in atto una lotta di classe dei ricchi contro i “poveri”, compresi gli stipendiati (solo lì si va a prelevare). Evadere le tasse alla grande, viene definito da un giornalista “serio” sui teleschermi nell’ora di punta , come un “problemino”.
    E’ ragionevole pensare, con Bauman, all’improbabile eventuale opposizione diretta dei diseredati: verrebbe metabolizzata in modi diversi (Es G8 e altre forme apparentemente meno dolorose).
    Da dove allora un cambiamento di rotta, a livello “globale”?

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  8. Fabrizio, il riassunto è quello che hai fatto tu in quattro righe. E anche Lucy.

    Giocatore, in un altro post mi avevi risposto che la lista della spesa l’avremmo fatta un’altra volta. Vogliamo iniziare?

    jolanda

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  9. Fabrizio: il riassunto di Bauman è una brodaglia di luoghi comuni che chiunque potrebbe scrivere. I meccanismi ‘veri’ (parola complicata e impropria, ma non mi viene altro) stanno da un’altra parte e non nelle ‘tirate’ di Bauman (ex KBW, da non dimenticare mai). Se poi si vogliono prendere per buone tutte le parole e attribuirgli un valore perché dicono qualcosa che ‘ci compiace’ e che ci fa ‘stare meglio’ perché conferma le nostre convinzioni ti dico: “Va bene, basta saperlo”.

    Purtroppo, come al solito, quando parla della globalizzazione non cita MAI, pur conoscendoli, i nomi delle strutture SOVRANAZIONALI che più di tutte condizionano questo processo. Perché? E’ un vero controsenso: se voglio combattere un ‘nemico’ la prima cosa che devo fare è conoscerlo, se non sono in grado di identificarlo, il mio nemico, contro chi devo combattere e in che modo? Sbandierare la ‘globalizzazione’ senza darle nomi e cognomi oppure utilizzare nomi e cognomi di comodo è un esercizio inutile, retorico e qualunquistico. Pure pericoloso perché diffonde impressioni ‘veritiere’, ma senza mettere il lettore nella condizione di possedere elementi di conoscenza sufficienti per tentare di formulare un giudizio autonomo. Tipico di Bauman: sociologo del nulla triturato.

    Anche la sua analisi sui ‘nuovi scarti’ fa acqua da tutte le parti, è egoista e dimentica un piccolo passaggio che nessuno, a quanto pare, vuole vedere e considerare: noi subiamo, anche a livello occupazionale e come tutto l’occidente, la comparsa di una nuova classe media da un’altra parte del mondo. E’ una crescita che ha colto di sorpresa tutti gli stati occidentali (nessuno pensava potesse essere così rapida) e che ha spostato, creando benessere, parte del lavoro e delle rendite in altre aree generando, tutto sommato, POCHI problemi. Quanti sono i ‘nuovi scarti’ in occidente a fronte di più di un miliardo di persone che vivono un nuovo benessere, non solo economico, in India, Cina e Indonesia? Oppure si preferisce, e si rimpiange, lo status quo del posto sicuro degli anni ’60 e continuare ad avere un miliardo di persone sulla soglia della povertà?

    Anche quando parla dei ghetti si lancia in paragoni improponibili (le dinamiche statunitensi sono COMPLETAMENTE diverse rispetto a quelle europee) e, anche in questo caso, si aggrappa a una causa generica (la cattivissima globalizzazione) affibbiandole tutti i mali del mondo. Se ci fermiamo un attimo e rivanghiamo gli ultimi 40 anni, non è difficile scoprire che le aree ghetto, nelle grandi aree metropolitane, pur con tutti i cambiamenti del caso, sono sempre state le stesse, globalizzazione o non globalizzazione e soprattutto, riproducono TUTTE gli stessi schemi architetturali e strutturali: casermoni impersonali, senza servizi, brutti, malamente collegati e che, a suo tempo, costarono valangate di soldi.
    Con costi inferiori furono costruiti i tanto vituperati Villaggi Marcolini (nei quali abitava la stessa tipologia di persone) e nei quali i ghetti non sono mai nati. Solo colpa della globalizzazione? Mi sbaglierò, ma la globalizzazione, negli anni ’60 o ’70 non esisteva ancora e si facevano le raccolte per i poveri dell’India.

    Insomma, per chiudere, che tanto non cambia nulla: i temi maltrattati da Bauman sono SICURAMENTE temi interessanti, ma perché continuare a proporli in modo banale e auto appagante senza mai andare a scavare oltre l’orizzonte delle ‘verità’ (anche qui, termine improprio, ma non mi viene altro) che piacciono?

    Blackjack.

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  10. Jolanda, vengo a te con una piccola lista; potrebbe essere molto più lunga, ma non mi pare il caso di infierire.

    1) 5 x mille: lo ’sporco’ Tremonti lo inventa, il ‘temerario’ Visco lo toglie alle associazioni, ponendo un tetto massimo di erogazione rispetto a quanto raccolto e, di fatto, riducendolo a un terzo dell’incassato, e lo annega nel mare magno dei bilanci;

    2) la ’sporca’ destra riesce ad aumentare le pensioni minime a 1.800.000 pensionati (dai 130 ai 70 euro al mese di aumento, portandole sopra i 500 euro) e la ‘casta’ sinistra gli stronca le tredicesime aumentando le imposizioni: eccheccavolo, sono ricchi, giusto che piangano!

    3) Giordano, uno dei trombati, dichiara di voler tassare i SUV per una questione di ‘morale’ (parola che ho fatto festa al solo pensiero e da ultras) e poi finiscono a tassare le automobili di chi non ha soldi per potersene permettere un’altra: chi deve pagare il bollo di un’automobile non Euro 4 alzi la mano

    4) sbraitano di lotta all’evasione e invece, ora che i numeri iniziano ad uscire (relativi solo al 2006, purtroppo), si scopre che nulla è cambiato e che il gettito della presunta lotta all’evasione è… svanito, come loro

    5) in compenso sono passati dalla tassazione delle ‘grandi rendite’ (unità di misura non quantificabile e che non hanno MAI quantificato) a un aumento della tassazione, per TUTTI i ceti sociali, che arriva, se sommiamo l’effetto domino fra tasse ’statali’ e ‘locali’, quasi al 6,3%: tre volte l’inflazione del 2006!

    5bis) però hanno rimesso la tassa di successione che costa più a incassarla che quello che rende, ma i principi sono fondamentali

    6) nel 2006, con l’economia che funzionava e mentre gli altri Paesi incameravano risultati, non hanno trovato niente di meglio da fare che affossare l’Italia con una manovra finanziaria da dementi, e mi scuso con i dementi

    7) nel 2007, poco prima della mastellata, mi piace il neologismo, altra manovra finanziaria con effetto tafazziano e via tutti a tessere le lodi delle maggiori entrate fiscali: con il Paese fermo

    8) sono quasi riusciti, dopo i regali di Enel, ENI, Autostrade, Telecom e altre amenità simili, a regalare Alitalia ai francesi: per fortuna che esiste la CGIL, anche se mi porto appresso un dubbio che tengo per me…

    9) dei DICO, se non lo sapete sia i parlamentari sia i giornalisti usufruiscono di questo trattamento legislativo di comodo da anni, sono riusciti a farne una peana di sigle senza concludere nulla

    10) nel frattempo ‘Baffino’ se ne andava a spasso con i capi dei gruppi terroristici Hamas e Hezbollah

    11) stiamo perdendo i finanziamenti per la TAV e la Svizzera, se non ci diamo una mossa, ringrazierà

    12) niente rigassificatori, inceneritori (o bruciamerda che termovalorizzatori è la solita sega ecologista), nuove centrali policombustibile e l’effetto, sulle bollette, l’abbiamo visto tutti; Pecoraro Scanio, da vero morto di fame accattone, nel frattempo si faceva ‘offrire’ un soggiorno in un albergo a 7 stelle di Milano

    13) senza dimenticare i soldi pubblici sperperati in ’studi di fattibilità’ per capire come fare a rimuovere i rifiuti da Napoli (siamo quasi al miliardo di Euro in 10 anni). Mi ricordano, questi studi di fattibilità, lavori simili commissionati qualche anno fa a Nomisma. Costarono qualche miliardo e la conclusione fu: “con l’alta velocità si arriva prima”. E se non mi credete andate a leggerli: sono atti pubblici.

    14) en passant Prodi si china a novanta e toglie l’embargo alle forniture di armi da parte dell’Italia alla Cina, durante la pomposa visita dell’anno scorso

    15) Veltroni, quand’era ancora Sindaco di Roma, inventa un ‘piano urbanistico’ che sarebbe da arresto domani mattina: andate a vedere i metri cubi riservati all’edilizia popolare e poi ne parliamo

    16) però nel frattempo scrive libelli insulsi, ci illude dichiarando che se ne andrà in Africa, ma resta qui e scaraventa i nostri soldi dalla finestra con la sua ‘Sagra del Cinema’, ma vuoi mettere prendere un caffè con il Clooney internazionale che soddisfazione?

    17) nel frattempo sono diventati tutti credenti e frequentatori del Vaticano: ma andate a c….e che è meglio

    18) e, per non farsi mancare nulla, dopo aver erogato a fondo perduto alla FIAT, nel quinquennio 1996-2001 quasi 11.000 miliardi delle vecchie lire, (con la FIAT all’epoca sull’orlo della bancarotta, ma la Giovanni Agnelli & C Sas che nello stesso periodo distribuiva quasi 10.000 miliardi di utili ai soci dell’accomandita), stavano già negoziando altri finanziamenti pubblici per la FIAT (circa 2 miliardi di Euro), nonostante, non molto tempo fa, Marchionne avesse dichiarato il pareggio di bilancio, l’azzeramento del debito e un utile lordo -esercizio 2007- di 2,4 miliardi di euro

    19) la Corte dei Conti Europea, un paio di mesi fa, forse tre, ha messo sotto inchiesta i bilanci italiani 2006/2007 perché, così pare, sono stati spostati da un anno all’altro, con un magheggio contabile, entrate per quasi 36 miliardi di Euro con lo scopo… Lo scopo non mi è chiaro, cioè, è chiarissimo, ma lo lascio indovinare a te

    20) la coerenza questa sconosciuta. Per non infierire ti lascio con una chicca d’antan, l’ultima e poi chiudo. Ricordi le polemiche no global (ovviamente appoggiate dalla sinistra) di qualche anno fa relative alle etichette dei cibi sui quali le multinazionali non volevano riportare la presenza di componenti OMG? Polemiche impressionanti devo dire e molto folkloristiche, ma lo sai chi firmò e approvò, in sede europea quella normativa per nome dell’Italia? Non lo sai? Male: il caro ‘no global’ Fassino. Il giorno prima sfilava, il giorno dopo firmava 🙂

    Se poi, non contenta, vuoi che continui con la lista, devi solo scegliere un settore o un argomento e ti accontenterò. Non ho citato le banche e le assicurazioni, nemmeno il gioco d’azzardo e, credimi, ho solo l’imbarazzo della scelta.

    Blackjack.

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  11. mi chiedo come BJ possa redigere tali commenti, con una tale prolissità che mi fa chiedere: ma che lavoro fai? il commentatore perpetuo o a cottimo?

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  12. Lucy, ma mi prendo frequenti periodi di riposo, lontano dall’Italia, e quindi non mi devi sopportare spesso 🙂

    Blackjack.

    PS: sto ancora aspettando che tu mi dica dove avrei scritto contro il welfare…

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  13. Io non mi fiderei troppo del giocatore di carte. Probabilmente è un piccolo imprenditore prossimo ai 60, con rapporti commerciali ormai consolidati in paesi difficili. Avrà viaggiato spesso per lavoro, rischiando qualche volta la vita, sciogliendo lo stress alla guida dei camion nelle Parigi-Dakar. Probabilmente ha o ha avuto incarichi in sedi locali di Assindustria, e ogni tanto si prende un po’ di tempo per divertirsi qui. Insomma un mattacchione.

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  14. Giocatore, quanta energia! Quanta sapienza e quante informazioni!

    Peccato che viaggiamo su binari diversi, credo difficilmente che ci si possa intendere. Io ci ho provato ancora ma di quella lista non me ne faccio niente, carta straccia come quella che rimane nel portafoglio di molti, troppi, cittadini prima ancora che arrivi la fine del mese.

    comunque ti saluto
    jolanda

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  15. Carlo, una l’hai indovinata! Ma solo una però e, tanto per precisare, sono ancora sufficientemente giovane dal potermi permettere un’amica giovane, non ho rapporti commerciali in Paesi difficili anche se a volte mi capita di andarci (stai parlando di Napoli giusto?), non ho mai avuto incarichi presso associazioni e nemmeno politici, anche se qualche proposta me l’hanno fatta. E’ vero invece che sono un mattacchione. Dai, riprova che alla prossima andrà meglio. 🙂

    Blackjack.

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  16. Jolanda; sapienza, energia? Sapiente a me non l’aveva mai detto nessuno e mi pare quasi un’offesa 🙂 Per il resto una lista mi avevi chiesto e una lista ti ho dato; anche abbastanza semplice da verificare. Poi mica ho capito la storia dei binari e della carta straccia? Non si parlava di una lista? Comunque non preoccuparti, è abbastanza semplice stilare una lista di cose che non vanno anche per quanto riguarda il centrodestra, ma lascio a te l’onere: non vorrei mai negare un piacere a qualcuno. 🙂

    Dai, ne butto lì una di cui nessuno parla (qui gatta ci cova…) e che invece meriterebbe molta attenzione perché porterebbe a un risparmio ben più cospicuo di quello paventato dalla Gelmonti (mi piace) per i tagli alla Scuola. E’ semplicissima la questione: dalla riforma federale del nostro stato, fosse che fosse la volta buona, è ‘misteriosamente’ scomparsa l’abolizione di quella ‘roba’ inutile e costosa che sono le Province. Oh, mica pizza e fichi: si risparmierebbero palate di miliardi di Euro eppure… nessuno ha detto nulla, né a destra, né a sinistra. Perché tanto silenzio bipartizan?

    Blackjack.

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  17. condivisibile il primo commento di Bj, il secondo secondo me sfuma perdendosi in atavici giochetti destra-sinistra tanto congeniali ai manipolatori e quindi contrddicendosi; è verissimo Buman ha solo riscaldato una minestra ovvia, ma è sempre bene ricordare che quello che è ovvio per noi ancora non lo è per la stragrande maggioranza della popolazione nonostante lo stia vivendo come una brodaglia nebbiosa illeggibile, proprio per questo Bauman non ci è utile, sarebbe ora di fare i nomi, disegnare finalmente la struttura dell’apparato,

    sul fatto che stiamo perdendo i finanziamenti per la TAV direi anche chissenefrega o no..

    "Mi piace"

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