Viva la scuola. Gelmini a “Porta a porta”

di Donato Salzarulo

Invece di Gelmini in Collegio pare che abbia detto Gelmonti. Non so. Non ricordo. Però, se davvero è successo, il lapsus è perfetto.

La maestra a Porta a porta

L’avesse fatta parlare, gliele avrebbe dette e ridette di santa ragione, gliele avrebbe spiegate a
dovere con la pazienza di Giobbe. Mi riferisco alla maestra romana, in studio lunedì notte con la sua classe a Porta a porta.

Vespa, il chierico del governo in carica, l’ha tirata in ballo soltanto due volte e tutte e due è rimasto disorientato. S’aspettava risposte di conferma e, invece, tranquilla e sorridente, la maestra ha mandato in soffitta le propensioni ideologiche del conduttore.

La prima volta le ha chiesto se i suoi alunni, quando varca la soglia dell’aula, scattino in piedi.
«No», ha risposto con calma e sicura di sé la bella e brava maestra, «non lo fanno perché a scuola non è necessario rispettarsi in quel modo». Non è, infatti, una direttrice d’orchestra abituata al cerimoniale degli orchestrali che, dovendo dare spettacolo a teatro o in una pubblica piazza, s’alzano in piedi; né è caporale di una squadra. Dai bambini si aspetta che abbiano fiducia in lei, che imparino a dirle buongiorno, che le raccontino le loro paure e i loro sogni notturni, che le diano la mano e, magari, le gironzolino intorno.

La seconda, quando ha spiegato ad un ammutolito (finalmente!) conduttore che no, lei proprio non vorrebbe rivestire il ruolo di “maestra unica”. I bambini oggi, anche i cosiddetti normodotati, non hanno bisogno di insegnanti unici, ma di persone che sappiano effettivamente prendersi cura di loro, istruirli ed educarli. Se tre maestre su posto comune lavorano collegialmente in due classi, questo lavoro di cura riesce meglio. Perché, ad esempio, durante la compresenza, – per la signora Ministra è uno spreco – è possibile attivare progetti di recupero e seguire, in piccoli gruppi, bambini che, pur non essendo certificati (non avendo, cioè, una diagnosi di handicap), rimangono indietro negli apprendimenti. Sì, proprio così, dott. Vespa, la compresenza, se ben usata, non è uno spreco. Le maestre non sono due autisti che stanno sullo stesso tram: uno alla guida e l’altro a girarsi i pollici. Ma stando insieme, per quattro ore alla settimana (o giù di lì), possono dividere la classe in piccoli gruppi e individualizzare il loro insegnamento. Le brave maestre – quelle come Montessori – non rivolgono più le loro lezioni ad un astratto “scolaro medio”, ma a Bruno, a Silvia, a Enrico, a Maria Stella… Ognuno/a con i suoi bisogni singolari, con i suoi ritmi di apprendimento, con il suo stile cognitivo, con i suoi livelli di autostima, con la mappa in costruzione dei suoi saperi, delle sue conoscenze e delle sue abilità.

Ma esigenze così importanti e osservazioni così semplici, il conduttore governativo, il ministro Tremonti e la Gelmini che ripeteva, tirata come non mai, la lezioncina sullo “stipendificio”, non potranno capirle, preda come sono del loro delirio ideologico: «Maestro unico, libro unico, voto unico sono parte di un progetto che io sento e vivo e sintetizzo con Dio, patria e famiglia.» Parole al Corriere della Sera di Tremonti, parole del ragioniere unico e trino.

Un tempo, questo dispositivo ideologico aveva un nome: fascismo.

Premi e riconoscimenti sociali

Sempre a Porta a porta, la Gelmini che sembrava, ha ragione mia figlia!, la signorina Rottermaier, verso la fine, invitata dal parroco massmediale, ha scritto sulla lavagna 7.000 euro lordi. È la “premialità”, così l’ha chiamata, che verrà riconosciuta ai docenti nel 2012, a operazione di macelleria sociale terminata. Insomma, dopo aver disoccupato d’ufficio, nel triennio 2009-2011, più di 150.000 persone (tra docenti e non docenti) e aver risparmiato più di 8 miliardi d’euro, ne restituisce 2 al 30% dei docenti “meritevoli”. Sulla pelle dei loro colleghi precari, finalmente avranno un po’ di gratificazione economica e riconoscimento sociale. Perché, come ha spiegato il direttore-giornalista, convocato in suo soccorso, Vittorio Feltri, il denaro non è tutto nella vita, ma qualcosa fa. Settemila euro lordi sono, nel 2012 (campa cavallo!), all’incirca 200 euro netti al mese. Coi tempi che corrono, meglio che niente. Ma a quale prezzo? Che possano poi dare riconoscimento sociale è semplicemente ridicolo.

Ai signori del salotto televisivo, bisognerebbe ricordare che queste categorie intellettuali non hanno mai avuto grandi riconoscimenti sociali, neanche al tempo del maestro unico. Io che ne ho avuto uno bravo, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, lo ricordo con le toppe ai gomiti.

In una società agricola e con alti tassi di analfabetismo, il maestro scriveva anche le lettere ai contadini, sbrigava pratiche burocratiche, compilava per loro bollettini di versamenti. Era “uomo di penna” di cui si aveva bisogno e come tale lo si rispettava.

In quel periodo poi saper scrivere e, in generale, la cultura letteraria e scientifica erano percepiti come privilegi e momenti di emancipazione sociale. Ma oggi che si esiste solo se si appare in televisione e che molti papà e mamma, per fortuna, hanno il loro sudato o non sudato diploma, il bisogno di rivolgersi rispettosamente alla maestra dei propri figli non viene avvertito. I conduttori televisivi le guardano dall’alto in basso. Anche in situazioni drammatiche, come quella di vedersi tagliare proditoriamente 150 mila posti di lavoro, non si dà loro neanche la parola come capita, ad esempio, ai piloti e alle assistenti di volo. Le si invita nei salotti per fare al massimo le belle statuine.

I genitori, quando va bene, le trattano da pari a pari. Il più delle volte, però, “precarizzati” dall’attuale mercato del lavoro, le guardano con invidia e le considerano delle privilegiate. Cosa vogliono dalla vita? Lavorano soltanto una ventina d’ore alla settimana e si fanno due mesi di ferie. Meglio di così! Io non ho mai sentito i miei genitori criticare il maestro che si faceva 4 mesi di ferie (ai miei tempi la scuola cominciava il 1° Ottobre e chiudeva nei fatti il 31 Maggio).

Se poi ci si mette pure Brunetta a dare in pasto alla cosiddetta opinione pubblica, in un sol fascio, i “fannulloni” di Stato, capirai quanto riconoscimento sociale potrà riversarsi sugli insegnanti. Già c’è chi vorrebbe insegnare alle maestre a fare le maestre. Se, dopo una laurea in scienze della formazione (questo è il titolo di studio oggi richiesto per insegnare nelle scuole elementari), ci si mette pure Tremonti a diffondere pillole di docimologia e populismo pedagogico spicciolo, il discorso è chiuso. Altro che riconoscimento sociale! Questa intellettualità ritenuta “bassa”, questi strati popolari, quasi tutte donne, verranno semplicemente schiacciati.

Il fatto triste è che certi non capiscono che schiacciare le proprie maestre è come schiacciare i propri figli, è dare loro meno futuro. Una scuola primaria (e dell’obbligo) più povera produrrà quasi certamente un futuro più povero per le giovani generazioni.

Tremonti docimologico

In un articolo destinato a diventare una pagina memorabile dell’ideologia sfascista della Destra italiana, l’economista barone Tremonti, dopo aver sostenuto che un «ritorno al passato e all’800» può essere indizio di un «nuovo futuro» (incredibile, ma vero!), si è prodotto in un insieme di proposizioni psico-pedagogiche al cui confronto quelle di mio padre (contadino) erano di una complessità, raffinatezza ed eleganza insuperabili. Tanto i contadini sapevano essere astuti ed intelligenti e, all’occorrenza, tacere quanto gli economisti alla Tremonti sanno essere presuntuosi, arroganti e sproloquianti.

Ma ecco un assaggio di pensieri populisti del professore in cattedra improvvisatosi, per l’occasione, docimologo e psico-pedagogista: «Il 68 ha portato via i voti sostituendoli con i giudizi. I numeri sono una cosa. I giudizi sono una cosa diversa. I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione perché tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri. Un terremoto è misurato con i numeri della scala Mercalli o Richter. Il moto marino è misurato in base alla scala numerica della “forza”, la temperatura del corpo umano ancora in base ai “gradi”. La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici.» (Corriere della Sera, 22/8/2008).

Ognuna di queste affermazioni è falsa o incompleta. La prima, ad esempio, è falsa. Il Sessantotto non ha portato via i voti. Nella scuola elementare sono stati sostituiti dai giudizi nel 1977 con la legge 517, scritta e approvata da quel fior fiore di sessantottini che erano ministri e onorevoli democristiani dell’epoca. Questo segmento scolastico, comunque, sia pure con la valutazione espressa in giudizi, era e continua ad essere d’eccellenza, ai primi posti delle classifiche internazionali. Mentre la situazione della scuola media superiore e dell’Università, dove forse il barone Tremonti insegna e dove la valutazione espressa in decimi o in trentesimi non è mai stata abolita, è semplicemente disastrosa. Il voto, quindi, c’entra come il classico cavolo a merenda.

Che i “numeri” e i “giudizi” siano una cosa diversa è una scoperta degna di monsieur La Palisse o, come avrebbe detto mio padre, dell’acqua calda. Non so, però, se a Tremonti sia mai capitato tra le mani una scheda di valutazione delle scuole elementari o medie inferiori. Relativamente alle discipline i giudizi sono espressi con gli aggettivi seguenti: insufficiente, sufficiente, buono, distinto, ottimo. Siamo, come pure un economista potrà capire, di fronte ad una successione di valori. L’unica differenza è che si sta utilizzando una scala ordinale, invece che cardinale. Davvero il Ministro crede che i genitori e i ragazzi non capiscano cosa voglia dire “sufficiente” in Italiano?

Quanto alle scale dei terremoti, oltre ai numeri dei “gradi” (scala Mercalli) o della “magnitudo” (scala Richter), esse classificano “caratteristiche” (la prima) o “energia in joule” (la seconda) e descrivono “effetti” (sempre la prima) o “eventi umani e naturali” (ancora la seconda). Così, ad esempio, per la scala Mercalli un terremoto di grado IX è “rovinoso” e comporta il “crollo di alcune case”, “l’apertura di voragini nel terreno”, “lo scoppio delle tubazioni”. Sono nato in Irpinia e di terremoti, modestamente, me ne intendo!… Nel caso specifico Tremonti rappresenta per l’economia del nostro Paese e della nostra istruzione un terremoto di grado XI: è molto disastroso. E con ciò si spera che il barone abbia capito la differenza tra “misurazione” e “valutazione” e tra diversi tipi di scale.

Conclusione: «La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici». Sì, forse quella di Tremonti. Ammesso che sappia di cosa stia parlando.

Don Milani e il nullismo del Sessantotto

Sempre nella trasmissione di Porta a porta di lunedì 22 settembre, fra una girandola e l’altra di cifre, allo spettatore è stata offerta una scheda (si chiama così), di maestri unici (nel senso di esemplari). Fra questi, il priore di Barbiana, don Lorenzo Milani. Toh, ho pensato, il nullista! Perché Tremonti, che accusa di “nullismo” il Sessantotto, sicuramente saprà che Lettera ad una professoressa è stato il libro più letto, amato, vissuto e praticato dalla generazione contestatrice del Sessantotto. Parlo di quella italiana.

La cosa incredibile e che, per certi versi, fa specie, è vedere come tutto fa brodo nel frullatore televisivo. Così si decontestualizza l’operato di figure come Montessori, Manzi, don Milani e lo si ricontestualizza portandolo a sostegno di tesi che vanno in tutt’altra direzione (destra), hanno tutt’altro colore (nero) e sapore (olio di ricino).

Che c’entra la pedagogia scientifica e l’attenzione alle differenze individuali della Montessori con la voglia di distruggere la scuola statale della Gelmini? Che c’entra l’attenzione agli analfabeti e agli ultimi di Manzi con la volontà di restaurare ottocentesche gerarchie sociali di Tremonti? Che c’entrano le riforme proposte dai ragazzi di don Milani per la scuola dell’obbligo con la litania sul “merito” della ministra (che poi, si sa, non disdegna sedi di concorso più facili)?… Nulla, ovviamente. Ma, quando nelle alte sfere governative e delle lobby interessate, si è deciso, pregiudizialmente, che bisogna scippare agli italiani la scuola primaria, i chierici della propaganda televisiva devono adeguarsi e tutto deve servire allo scopo. Facimme ammuina!… si dice a Napoli. Confondete le idee, intorbidate le acque. Oggi la TV e il sistema mass-mediale serve a questo.

Per i giovani allora e per quelli un po’ più anziani ma smemorati, l’invito è a riaprire il libro dei ragazzi di Barbiana. A rileggerlo dalla prima all’ultima pagina. Qualcosa non va, ma la sostanza rimane attuale. Per esempio, ecco, a pagina 80, le riforme che proponevano:
«Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme:
I – Non bocciare.
II – A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.
III – Agli svogliati basta dargli uno scopo.»

Qualcuno sa dirmi cosa c’entra tutto questo con la segheria sociale del duo Tremonti-Gelmini e con la propaganda tutta ideologica della divisa, del voto di condotta, ecc. ecc.? Nulla di nulla. E il perché si sa. È difficile trovare a destra maestre e maestri esemplari dalla parte dei deboli e degli ultimi. I loro uomini e le loro donne stanno sempre dalla parte dei più forti e degli arrivisti.

La scuola degli arrivisti

La scuola che ama Gelmini è stata efficacemente descritta nelle pagine di Lettera ad una professoressa. È quella “normale” degli arrivisti:

«Anche il fine dei vostri ragazzi è un mistero. Forse non esiste, forse è volgare.
Giorno per giorno studiano per il registro, per la pagella, per il diploma. E intanto si distraggono dalle cose belle che studiano. Lingue, storia, scienze, tutto diventa voto e null’altro.
Dietro a quei fogli di carta c’è solo l’interesse individuale. Il diploma è quattrini. Nessuno di
voi lo dice. Ma stringi stringi il succo è quello.
Per studiare volentieri nelle vostre scuole bisognerebbe essere già arrivisti a 12 anni.
A 12 anni gli arrivisti son pochi. Tant’è vero che la maggioranza dei vostri ragazzi odia la scuola. Il vostro invito volgare non meritava altra risposta.» (pag. 24)

Sondaggite e passaparola

Il giorno dopo la trasmissione di Porta a porta, una maestra allarmata mi fa:
«Ma hai visto che sondaggi “bulgari” a favore delle proposte di Gelmini?…»
«Fregatene!…» le rispondo.
«Il 68% degli italiani è a favore del maestro unico e io devo fregarmene?…»
«Sì, devi fregartene!… I sondaggi sono strumenti di costruzione del consenso. Vogliono farci credere che siamo minoranze ostinate, demoralizzarci, costringerci ad abbassare la guardia. Tanto per dirtene una, il giornale della Confindustria, Il Sole 24 Ore, lunedì 15 settembre pubblicava un altro sondaggio secondo cui gli italiani bocciano il maestro unico alle elementari con un secco 4 e mezzo.
Anche il ritorno del grembiule non è che sia vissuto con un grande entusiasmo. L’apprezzamento è appena 5. Il ritorno dei voti nelle scuole elementari e medie 5,5. È vero che si può cambiare opinione da una settimana all’altra, ma non esageriamo. Il fatto banale è che quel giornale lo leggono pochissime persone, mentre Porta a porta viene vista da una platea molto più ampia.
Allora si usa il sondaggio e la TV per spostare opinione… Profezia che si auto-adempie.»
«Davvero è così?…»
«Ma certo!… Non scoraggiarti! Tu resta ferma nelle tue opinioni e continua il passaparola.»
Ha ragione Baudrillard pensavo, alla fine, tra me e me: «I cittadini sono sondati così spesso che hanno perso ogni opinione.»
Ecco, all’inizio del terzo millennio, lo scopo della cosiddetta governance: farci perdere ogni opinione, renderci docili, servili e… capitalisticamente produttivi.

Decisionismo e resistenza

Guardando la maestra tenuta in silenzio nel salotto di Vespa, pensavo al Sud. Non solo perché moltissimi insegnanti provengono da quelle regioni e sono stati offesi arrogantemente da una ministra; pensavo al Sud perché, come ha sostenuto in un recente articolo, l’opinion maker Galli Della Loggia, il Sud è silenzioso. «E santo cielo lo zittite! Non l’ascoltate! Non lo fate parlare!» Mi dicevo, commentando rabbioso. E riandavo con la mente alla discarica che vogliono allestire in Irpinia, sul Formicoso, tra Bisaccia e Andretta. Pensavo allo scempio che vogliono fare di una terra già tanto martoriata, alla difficoltà di far valere le proprie ragioni, di “bucare” la cortina di menzogne e smog sociale diffuso nei mass-media. Durante l’estate ho sperimentata questa difficoltà insieme ai miei amici e compaesani. Per avere un articolo sulle pagine nazionali dei quotidiani si è dovuto mobilitare Vinicio Capossela. Per il resto, niente. Indifferenza, silenzio assoluto.

Ecco, ormai penso che i governi siano in guerra con le popolazioni, con i ceti sociali medio-bassi, con gli umiliati ed offesi: ora contro gli immigrati con la scusa della sicurezza, qualche giorno dopo contro le popolazioni di paesi semi-abbandonati e qualche altro giorno dopo ancora contro le maestre di scuola elementare, intellettualità notoriamente “bassa” che non ha baroni e lobby in paradiso. È in atto una vera e propria “guerra sociale”, una pervicace volontà di portare oppressione, paura, morte.

Quando si definisce un territorio “d’interesse militare” (o giù di lì) come si è fatto col decreto sulla sicurezza è come se si dichiarasse l’intenzione di volerlo conquistare e riservare ai propri fini, che non sono quelli delle popolazioni o degli strati sociali interessati, ma di quel “complesso industriale, finanziario e militare” che ci governa. Sappiamo che intorno agli inceneritori girano lobby affaristiche.

Sappiamo che con la scusa di assicurare salute e igiene alle popolazioni si costruiscono termovalorizzatori e si allestiscono discariche per alimentare l’economia legale ed illegale dei rifiuti. Questo, anche quando, argomenti alla mano, un’altra politica è possibile: ridurre l’ingombro, differenziare, riciclare, ecc. Un’altra politica dei rifiuti o un’altra politica della scuola. Ma l’altra politica non si fa.

Si preferisce la logica commissariale (o dittatoriale?) dell’emergenza. Si interviene con decreti di urgenza, quando si sostiene che vi sono masse di rifiuti accumulati per le strade. Ma si interviene con decreti di urgenza anche quando non c’è nessuna urgenza. Si torna al “maestro unico”, come se ci fosse in atto un’alluvione o un terremoto. Tutto ciò non può non preoccupare ognuno di noi. Asor Rosa nel mese di agosto, in suo articolo parlò di “fascismo”. Non so se esagerava. Certo è che il piglio decisionista del governo in qualsiasi settore della vita sociale è tipico di chi vuole imbavagliare preventivamente e di chi vuole stroncare sul nascere ogni diritto di resistenza.

Sbaglio o ci aspettano tempi duri?
(da Poliscritture)

* * *

Un discorso di Piero Calamandrei

Qui.

Un aggiornamento sui numeri

Qui e qui.

L’ultima del ministro
Qui.

Una nuova didattica
La didattica sbrigativa.

Da seguire
Il 2 ottobre questo.

Cosa fanno gli insegnanti
Vedi qui e qui.

Inoltre ricordo che circola in rete un appello contro il maestro unico e un altro a sostegno della scuola pubblica.

43 pensieri su “Viva la scuola. Gelmini a “Porta a porta”

  1. Sono una maestra dell’infanzia, e la mia scuola è in mobilitazione contro la scelleratezza “GELMONTI”:
    noi non chiudiamo la bocca e stiamo lavorando tutti insieme, genitori, docenti e personale ata, per dire la nostra.
    Quale futuro ai nosttri figli? La scuola siamo noi e nonm la fanno i politici. Giu’ le mani dalla scuola!

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  2. Sono un ultracinquantenne nostalgico e senza figli, e il mio vecchio maestro elementare era uno strepitoso Pico De’ Paperis. Normale che tifassi per il maestro unico (in realtà per quel maestro, o almeno un maestro come quello). Ma la riforma Gelmonti non ha niente a che fare con la pedagogia, è killeraggio puro, e spero che gli vada di traverso come tutto quello che ci stanno facendo ora. Peccato però che per il momento tutto quanto stia andando di traverso a noi cittadini.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  3. Sono davvero indignato.

    In tutto questo, rischio di perdere il lavoro, in quanto Educatore.

    Sono arrivati alla frutta, toccare il sistema scolastico è il massimo.

    Ciao ciao

    Fabrizio

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  4. Questi stanno rovinando l’Italia, non lo so se è possibile fermarli ma almeno proviamoci, utlizzando il buon senso che a loro manca.
    Il pezzo era entusiasmante
    Alessandro

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  5. Grazie a tutti gli intervenuti.

    Gianni, Luigi, Gaja, Alessandro, sono d’accordo con voi, e ringrazio ancora Donato per questo testo: oltre che ben scritto, chiaro e informato, cosa non frequente, in tempi di disinformazione programmata.

    Eufemia, Roberto, Lucy, Fabrizio, come dice Alessandro: non lo so se è possibile fermarli, ma almeno proviamoci.

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  6. Mi associo ai complimenti. Bello e completo. E arrabbiereccio, nel senso che fa arrabbiare, perché fa pensare in che mani siamo caduti. Edmondo Berselli, a proposito del maestro unico, del grembiule ecc., ha parlato di “governo dell’apparenza”. I demagoghi della destra sono dei formidabili lettori delle cosiddette tendenze popolari. In questo momento pare che vi sia una forte spinta all’indietro, verso valori arcaici, valori di una volta, quando si sapeva chi comandava davvero, quando gli uomini erano dei veri uomini. Ecco quindi i provvedimenti di facciata, il grembiule, il calamaio. L’apparenza. La sostanza invece sono i tagli, l’immiserimento della scuola pubblica.

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  7. Mi associo ai ringraziamenti per Giorgio e soprattutto per Donato Salzarulo. Ottimo intervento.
    La destra giustifica ogni sua decisione con un apparato ideologico piuttosto semplice. È una vulgata continuamente e ossessivamente riproposta: la sinistra ha governato l’Italia dal dopoguerra fino alla discesa in campo del cavaliere. I problemi della scuola sono imputabili a chi ha governato. Quindi i problemi della scuola, uno per uno, sono responsabilità di sinistra e sindacati. I giudizi sono un problema (a proposito, da quando?) creato dall’ideologia egualitarista (di sinistra, ovviamente) del Sessantotto. Lo schema si riproduce per ogni altro settore della vita pubblica: pubblico impiego, sanità, servizi, politiche di urbanizzazione (le periferie invivibili degli architetti “di sinistra”!). In base allo stesso schema si costruiscono le emergenze (la scuola è al collasso!), e poi si chiama tutto questo “governare”.
    Ma via e via semplificando, mi domando come la destra pensi che sia possibile costruire le competenze e i saperi necessari in una società complessa, perché un certo livello di, chiamiamola, “sofisticazione intellettuale” ci vuole in una società, comunque la si concepisca. Anche una società di pescecani ha bisogno di giudizio, di discernimento, di analisi. Tremonti è il prodotto di un sistema di istruzione pubblico (università statale di pavia). Idem per Gelmini. Ora, non mi pare che il settore privato sia nel suo insieme all’altezza del compito. (A proposito, com’è che non ho mai visto inchieste serie sulle scuole private? Esamifici? Diplomifici?)

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  8. Grande Giorgio: si parla di scuola con Fofi,e guarda qui?Le gelmontesse..vogliono classi a trenta allievi e licenziamenti preparano, tagli tremendi…una descolarizzazzione alla rovescio, vero?
    Così risparmieremo, poi verranno tagli alla sanità e il resto.
    Cosa ricordio dell’avvio al t.p. quando facevo la maestra?
    Dopo Don Milani, Freinet, Lodi etc?
    Che i ragazzini gustavano l’avvio ad essere educati al plurale, dai talenti di ognuno,in due: dei maestri e la cosa più bella era tirarli su insieme, in dibattito perenne. .diventando migliori assieme.Loro mi hanno educata più di quanto non abbia fatto io.
    Bei tempi sì, e sofferti, Questi sono brutti e in narcosi diretta,contro la scuola pubblica vuole dire anche contro i diritti costituzionali..uno via l’altro.

    Maria Pia Quintavalla
    P. S. “Tutto bène, vero??!!!” occhieggiano genitori e docenti, appena li incontro, fuori scuola, oggi; io rispondo con un Ciao, come va?
    Ma loro: tutto bene- recitano, risposte-domande chiuse,da gergalità sorda e fobica dell’oggi.
    Come “un attimino, un momentino”, fatti per azzittire.
    Parlar male fa male alla mente,anche degli adulti, spero si capisca la divagazione in tema di governo e i suoi vesponi, del “TUTTO BENE,AMMIRAGLIO!al lavoro per noi però”)

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  9. La scuola non è dunque, semplicemente, un settore d’intervento tra i tanti, ma è lo strumento che più direttamente incide – e, così restando le cose, inciderà – nella formazione del consenso di generazione in generazione, e sulla perpetuazione di una “specie” (intuibile) di cittadini e dei loro privilegi. Solo chi ha vissuto sulla propria pelle, come Calamandrei, l’esperienza del fascismo poteva cogliere acutamente aspetti e meccanismi di questa rilevanza. Solo chi ha uno spirito realmente democratico – avendo cari i valori di giustizia ed equità sociale che nessuno escludono, consapevole della dura lotta che sono costati per affermarli – ne fa propri i timori.
    Si parla di Porta a porta… Ma si assiste ogni giorno, nella tivù di stato, alle crescenti espressioni di un regime che svilisce, taglia e ridicolizza scientemente la parola “nemica”. Nel tg1 delle 20,00, la tecnica è la stessa: prima si fa parlare l’avversario, poi paternamente, arrivano i “nostri” (leggi: Bonaiuti e/o Cicchitto).
    Ma se i media sono da sempre, scontatamente, la grancassa del potere, la scuola ne sarà invece la fucina o la fossa (comune, naturalmente).

    Grazie, Giorgio.

    Giovanni

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  10. Grazie a Giorgio e Donato. Personalmente credo proprio che l’unico obbiettivo del governo sia quello di smantellare la scuola pubblica, e di sostenere quella privata, e questo mi pare ravvisabile anche in altri campi, la parola d’ordine è privatizzare.

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  11. L’articolo di Salzarulo è di chiarezza adamantina. Molti riferimenti in esso contenuti meritano di essere approfonditi.
    Grazie alla ricerca di un amico vi propongo questo “vecchio” articolo di Umberto Eco: umorismo fantascientifico o fantascienza umoristica? Un poco di ironia, per sollevare un po’ il morale in questi brutti tempi. E che la tragedia possa rimanere lontana. Perché i bambini sono di tutti e la responsabilità nei loro confronti è comune ed universale (chi gode di situazioni economiche e sociali privilegiate non può e non deve pensare soltanto ai propri figli).

    “Si torna a parlare di scuola pubblica…e privata
    Con la definitiva modifica dell’articolo 33 della Costituzione, enti privati avrebbero potuto da quel momento costituire scuole di ogni ordine e grado a spese dello stato e le famiglie avrebbero potuto iscrivere gratuitamente i loro figli alla scuola che meglio rispondesse ai loro ideali educativi. Unico vincolo era naturalmente che gli insegnanti assunti nelle scuole private fossero stati giudicati idonei da un esame di stato, ma era implicito che ciascuna scuola fosse poi libera di assumere insegnanti le cui convinzioni religiose o ideologiche fossero coerenti con gli intendimenti della scuola stessa.
    Questa trasformazione del sistema scolastico fu salutata come profondamente democratica da tutte le parti politiche e nel giro di qualche anno si dimostrò anche vantaggiosa per lo stato: era evidente che qualsiasi organizzazione privata riusciva a conciliare efficienza ed economia meglio che l’istituzione pubblica, la vasta offerta di scuole private spinse le famiglie a disertare la scuola di stato che praticamente si era estinta entro il gennaio 2002, e lo stato spendeva, per finanziare ottime scuole private, la metà di quello che prima spendeva per finanziare la sua scuola.
    Si erano inoltre subito acquietati i timori di quegli inguaribili anticlericali che temevano di vedere la Chiesa trarre vantaggi economici e ideologici dalla nuova legge. Non si era valutato a sufficienza che, dal momento che la Costituzione imponeva di finanziare qualsiasi iniziativa privata, anche altri gruppi si sarebbero avvalsi di quella opportunità. Nel giro di un anno erano nate alcune scuole evangeliche, con scarsa affluenza quelle d’impostazione luterana, ma con notevole successo, le elementari e i licei valdesi, e non solo in Piemonte e Val d’Aosta, ma anche nelle regioni meridionali. Buoni risultati in Lombardia avevano avuto gli asili Leoncavallo, mentre le cosiddette Bertinotti avevano dovuto chiudere per mancanza di studenti, a causa dei pesanti programmi additivi nelle ore di educazione civica, in cui si dovevano mandare a memoria e commentare i Grundisse marxiani.
    Il successo più travolgente lo ebbero i cosiddetti licei “liberal”, come il Siccardi, il Giordano Bruno, il Paolo Sarpi, il Garibaldi, che alcuni volevano finanziati da logge massoniche, ma che riscuotevano in breve il consenso di tutta una borghesia laica e liberale, o di sinistra moderata. L’Osservatore Romano in una sua inchiesta aveva puntato il dito contro certi eccessi di zelo laicista, come i Laboratori di Ateismo, o l’uso (al Pasquino di Roma) nell’ora di storia delle religioni di quel Toledot Jeshu, antichissimo libello di origine ebraica nel quale si ricostruiva la storia di Gesù come mago e mestatore, nato da una prostituta e da un certo Pantera. Ma era stato facile al preside del Pasquino dimostrare anzitutto che l’insegnante aveva passato con successo l’esame di stato e che il Toledot veniva letto in molte comunità ebraiche medievali, e metterlo in questione poteva venire inteso come manifestazione di antisemitismo.
    Ma non erano solo le scuole laiche a preoccupare le autorità vaticane: con l’intensificarsi del flusso migratorio (si ricordi la legge Pivetti del novembre 2010, che conferiva automaticamente la cittadinanza a chiunque ponesse piede sul suolo italiano) nei primi due anni del Terzo Millennio erano nate moltissime scuole private musulmane, e quelle fondamentaliste attraevano anche molte famiglie cattolico-tradizionaliste, che vi vedevano difesi valori come la soggezione della donna all’autorità maritale. Inoltre si erano diffuse le scuole di varie sette, come i ginnasti dianetici e una grande popolarità stavano via via assumendo le scuole materne degli adoratori di Satana (culto regolarmente riconosciuto dopo che la setta aveva formalmente ripudiato i sacrifici umani), che avevano fama di essere molto divertenti e spregiudicate.
    Si era però giunti al punto che le scuole cattoliche incontravano solo il favore del venti per cento delle famiglie, contro, per esempio, il quaranta per cento dei licei Oxalà, che affascinavano gli studenti perché la maggior parte dell’insegnamento era impartito su ritmi afrocubani da bellissime mulatte seminude – né lo stato poteva intervenire (in nome della libertà di culto) a sindacare le forme della didattica, se i nomi delle materie risultavano conformi ai programmi ministeriali.
    Fu a quel punto che il nuovo pontefice Camillo Benso I (già cardinal Biffi), aveva rotto ogni indugio. “La Chiesa”, aveva proclamato, “chiede che lo stato si assuma le sue responsabilità e si faccia promotore di una istruzione pubblica unificata, togliendo ai privati il diritto di costituire scuole, e alle famiglie quello di fare scelte avventate. Non si può tollerare che i cittadini con le loro tasse sovvenzionino ogni forma di eresia solo per il malinteso principio di libertà religiosa. La Chiesa cattolica vuole impartire, nelle proprie parrocchie, la dovuta educazione cristiana a fanciulli che non siano stati corrotti da scuole che sfuggono al doveroso controllo dello stato. Libera Chiesa in libero stato, questo chiede ogni vero credente e solo così potremo garantire a tutti la vera libertà , che è anzitutto libertà dall’errore.”

    Cronache del Terzo Millennio: finalmente le scuole private.
    di Umberto Eco pubblicato nella rubrica “La bustina di Minerva” su “l’Espresso” nel 1998

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  12. Grazie a voi, Mauro, Roberto, Maria Pia, Giovanni e Gena.

    Mi pare importante non cedere alla rassegnazione e all’immobilismo, né alla sordità e alle fobie… almeno dire le cose come stanno.

    Roberto, sarebbe davvero interessante un’inchiesta quale tu suggerisci sulla scuola privata in Italia, quello che sappiamo è che nelle indagini Ocse-Pisa ottiene risultati molto inferiori a quelli della scuola statale.

    Tra i tanti dati forniti dall’ultima indagine Ocse-Pisa infatti ce n’è anche uno che riguarda gli studenti iscritti alle scuole private paritarie: il 4% del campione di quasi 22.000 studenti quindicenni che hanno sostenuto le prove nel 2006 era infatti iscritto a questo tipo di scuole.

    Nel test sulle competenze scientifiche, il punteggio conseguito dagli studenti iscritti alle scuole private è stato di 462 punti, 14 punti sotto il già pessimo punteggio di 476 punti ottenuto dai coetanei iscritti alle scuole statali (la media OCSE è fissata a 500 punti). Analoga differenza si evidenzia per il test di matematica: 451 punti per gli studenti delle private contro 462 per le scuole statali (media OCSE: 498 punti).
    Solo nel test sulla competenza linguistica il divario è contenuto in 3 punti, sempre a favore degli studenti iscritti alle scuole statali.

    L’Italia è probabilmente l’unico Paese al mondo nel quale gli studenti delle scuole private vanno mediamente peggio di quelli delle scuole statali.

    Chissà se qualcuno dei lettori de lapoesiaelospirito ha lavorato a un’inchiesta del genere?

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  13. Grazie, Eleonora, per l’inserto ironico… e che tempismo! prima abbiamo postato in contemporanea, e tutti e due sulla scuola privata.

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  14. ringrazio Giorgio, non solo per questo pezzo di Salzarulo, ma per tutta la rubrica, che va al cuore di un problema cruciale.
    e domando: ma non c’è qualcosa di più costoso e inutile da tagliare?
    un abbraccio
    dal fabry

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  15. Riporto:

    La Scuola del Vaticano e i soldi italiani. Le due morali di papa Ratzinger

    ”Favorire quella effettiva uguaglianza tra scuole statali e scuole paritarie che consenta ai genitori opportuna liberta’ di scelta circa la scuola da frequentare’.:E’ l’auspicio ”per il bene dei giovani e del Paese” rivolto oggi da papa Benedetto XVI.
    Si dice “effettiva uguaglianza” e si traduce in “dateci i soldi!”.
    Ogni giorno e’ piu’ imbarazzante l’ingerenza del capo della Chiesa Cattolica, Papa Benedetto XVI, e la mano tesa per chiedere soldi allo Stato italiano. Oggi, per un genitore, esiste la liberta’ di scegliere se mandare i propri figli ad una scuola pubblica o ad una privata, religiosa, cattolica o laica che sia, ma e’ bene ricordare che esiste, e molto chiaro l’articolo 33 della Costituzione: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.
    Ma l’ora facoltativa di religione costa ai contribuenti italiani circa un miliardo di euro all’anno. E’ la seconda voce di finanziamento diretto dello Stato alla confessione cattolica, di pochi milioni inferiore all’otto per mille. E’ la messa in opera della seconda morale di papa Ratzinger, la prima e’ quella spirituale e laica, che per essere messa in opera abbisogna dei soldi per i quali scatta la seconda morale. (fonte: politicamentecorretto)

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  16. L’avevo accennato in un commento precedente, fuori tema da un’altra parte, e provo a riportare qui l’idea raccogliendo la domanda di Fabrizio: esiste qualcosa di più inutile da tagliare?
    Esiste eccome e, al di là del taglio (dovuto!) dei parlamentari, riportato da Lucy, che però porterebbe a un risparmio minimo, non sufficiente a compensare gli 8 miliardi di Euro che si raggiungeranno a regime con questa revisione del sistema scolastico, esiste “qualcosa” che farebbe risparmiare ben di più.
    Cos’è? Semplice: la ‘sacra’ istituzione delle province!

    Qualche numero, tanto per collocare l’argomento:

    1) nel 2006 le Province italiane sono costate 115 (centoquindici) miliardi di euro, non so se avete presente: sono più di 5 manovre finanziarie ‘cattive’ (potremmo, recuperando questi soldi, detassare tutti quelli con reddito inferiore ai 10.000 euro anno, tanto per dare un’idea!)
    2) solo il 27% di questo soldi sono restituiti ai cittadini sotto forma di servizi, circa 31,5 miliardi di Euro. Il resto, 83,5 miliardi di euro, se ne va per: personale, affitti, bollette, spese di rappresentanza, auto blu, etc… La fonte di questi dati è l’Unione delle Province Italiane; facilmente verificabile.
    3) Salvaguardando chi lavora nelle province (ricollocazione in altri Enti, prepensionamenti, etc…) e trasferendo quel poco che le Province fanno, ad altre funzioni già esistenti, potrebbe essere raggiunto un risparmio di circa 68,5 miliardi di euro. Facciamo 60 così sono tutti contenti.

    La domanda che mi pongo, a questo punto, è la seguente: perché, anche se era prevista originariamente nella prima bozza di riforma federale, la cancellazione delle Province è stata… CANCELLATA!
    Potrebbe essere attuata in tempi PIU’ rapidi rispetto a quelli di questa ‘revisione’ del sistema scolastico, e portare a risparmi 8 (OTTO!) volte superiori.

    Perché questo silenzio bipartizan su un tema, le Province, che non sfiora i cittadini nemmeno lontano un miglio, ma, a me così pare, è solo d’interesse per quella casta di FURBETTI (governo e opposizione senza alcuna differenza) che utilizzano le Province per andarci a nascondere circa 40.000 (sono prudente perché alcune stime parlano di 60.000!) dei loro iscritti e poltronati? Solo con le Province, cresciute in modo abnorme dopo mani pulite in termini di organici ‘politici’, si sono riappropriati dell’ennesima forma di finanziamento pubblico alla loro casta di cacca.

    Ora, se il problema dell’Italia, ed è vero, è quello di risparmiare sul bilancio pubblico: perché ‘sprecare’ tempo ed energie con un ‘banale’ risparmio di 8 miliardi quando, con uno sforzo minore e minori problemi per i cittadini se ne potrebbero risparmiare almeno 60? Una parte dei quali, magari, da dedicare a un’istruzione migliore?

    Dove cazzo è l’opposizione? Seduta sulle stesse poltrone? Perché ci fa sempre discutere dei soliti problemi sociologici, che a me hanno rotto e che non portano mai a nulla o quasi, e non fa partire una campagna di informazione degna di questo nome per abolire una ‘robaccia’ inutile come le Province? L’obiettivo vero è o non è quello di risparmiare? Quanti articoli avete letto su questo tema nell’ultimo anno, che riportassero qualche numero?

    Blackjack.

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  17. Grazie per gli apprezzamenti e per i tanti interventi ben articolati postati sul sito (l’ultimo, ad esempio, mi trova perfettamente d’accordo).
    Il clima non è bello. Dobbiamo darci reciprocamente fiducia e sostegno, arricchire di argomenti, racconti, testimonianze la nostra battaglia. La scuola non è del ministro Gelmini. Siamo educatori e abbiamo il dovere di testimoniare fino in fodno i valori della Carta Costituzionale. Valori che erano anche alla base dei ragazzi di Barbiana e della famosa Lettera ad una professoressa. Non sarà Gelmonti a sradicarceli dalla testa.
    Un caro saluto a tutti

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  18. grazie, bellissimo. una parentesi sulla montessori, tirata in ballo….ho lavorato otto anni in una scuola a metodo e vi assicuro che, di fatto, l’insegnante unica non esiste! perchè il lavoro è completamente diverso e si svolge in gran parte a classi aperte. povera maria, poveri noi…quanta ignoranza!!!!!!

    marcella

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  19. Caro Giorgio,
    una volta si diceva che i migliori cervelli che popolavano le varie terre del mondo provenissero dall’Italia, medici, ingegneri, architetti e altro.
    E ora?
    Ma questi politici che non hanno a cuore la sorte e il bene del loro stesso paese non la spunteranno, no che non la spunteranno! Non possiamo permetterglielo.

    un caro saluto
    jolanda

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  20. L’olio di ricino, Calamandrei vittima del fascismo… ma non sarebbe ora di lasciar riposare i fantasmi? Lo spirito di queste prime avvisaglie di riforma mi pare riconducibile a tutt’altro che al fascismo. C’è, invece, il giusto ripristino di aspetti fondamentali dell’educazione, come la disciplina, il rispetto per l’insegnante, il merito, ragazzi, il merito, ma perché vi fa così schifo il merito? Aspetti colpevolmente abbandonati in favore di idee aberranti tipo “non bocciare” o simili. Dai, guardiamo alla sostanza, basta paraocchi ideologici.

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  21. Verso fine agosto mi è capitato di leggere sul Magazine del Corriere della Sera (n.34-35 del 29/8/2008), un’intervista di Vittorio Zincone a Giampaolo Letta, amministratore delegato della Società Medusa Film. E’ un uomo di 42 anni. Praticamente uno dei boss più importanti dell’industria cinematografica italiana. Il padre è Gianni Letta, sottosegretario di governo, collaboratore strettissimo di Berlusconi e eminenza grigia del potere romano e nazionale.
    Il tono dell’intervista è cordiale e il contenuto spazia dai capricci dei divi alle luci ed ombre del mondo del cinema. Ad un certo punto, l’intervistatore gli domanda come mai sia arrivato ad occuparsi di produzione e distribuzione cinematografica.
    Risposta: «Grazie ai buoni rapporti della mia famiglia con Berlusconi. So di essere stato privilegiato.» Proprio così, nero su bianco. Giampaolo Letta confessa di essere un fortunato e un illustre raccomandato.
    Ma l’intervistatore non si accontenta della confessione vuole sapere qualcosa di più e va avanti:
    «Prima che cosa faceva?
    Mi occupavo di macchine. Di Ferrari.
    Racconti
    Uscito da scuola…
    Che studi ha fatto?
    Il liceo classico a Roma, al Villa Flaminia, dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Dopo la maturità, Luca Cordero di Montezemolo mi fece fare qualche esperienza.
    Come lo conosceva?
    E’ amico di famiglia. Mi prese a fare lavoretti vari per la Cinzano, per i mondiali di vela dell’84 in Costa Smeralda…
    Che cosa faceva di preciso?
    L’autista per i giornalisti. Mi divertivo come un matto. Nel 1985 partii per il servizio militare: ufficiale dei Carabinieri.
    Dove?
    Prima a Firenze e poi a Palermo nel periodo che precedette il maxiprocesso: in certi quartieri la divisa non era molto ben vista. Rientrato a Roma, dopo la laurea in Legge, Montezemolo mi propose di fare uno stage in America alla Ferrari. Dovevano essere 5 mesi, sono diventati 5 anni. Mi occupavo della comunicazione e dei grandi eventi. Poi a Maranello passai al marchio Ferrari.
    Fin qui la formazione da manager. Ma del cinema non c’è ancora traccia.
    Il cinema arriva alla fine degli anni 90. Berlusconi mi aveva proposto più volte di entrare nelle sue aziende. A un certo punto mi presentò Carlo Bernasconi…
    Ex leader di Medusa, morto nel 2001.
    Dopo qualche incontro con lui cominciai la collaborazione. Carlo mi ha introdotto nel mondo del cinema e mi ha spiegato i trucchi per cominciare.»
    Questo brano bisognerebbe farlo leggere e rileggere nelle scuole medie, nelle parrocchie, nelle associazioni giovanili, nei circoli, nelle Reti, nelle mailing list. Ecco come si diventa manager nel mondo dei Berlusconi, dei Letta, dei Luca Cordero di Montezemolo.
    Lo si sa, ma spesso lo si dimentica. Il ragazzo frequenta il liceo classico in una scuola privata, prende la laurea in legge, ha un amico di famiglia che gli propone uno stage e si forma da manager. Il giovane Letta non deve neanche sbattersi come Gelmini a trasferirsi a Reggio Calabria per superare più facilmente l’esame di stato come avvocato. Pur avendo una laurea in giurisprudenza, farà l’amministratore delegato non il frequentatore di tribunali. Lo immagino il figlio di un ricco e potente chino sui libri di economia e commercio, a passare e ripassare pagine di teoria dell’organizzazione , a studiare e ristudiare paragrafi di psicologia sociale e della comunicazione!…Ma quale Università Bocconi!…Quale IULM!..
    E’ chiaro che tutto questo non c’entra nulla col cosiddetto merito. Nel consiglio di amministrazione di Medusa Film non si entra con pubblico concorso, non ci si troverà di fronte ad una commissione di esaminatori imparziali intenti a valutare la preparazione e il talento dei concorrenti. Si entra per chiamata diretta. Così come Gelmini propone di fare anche per le scuole, attribuendo questo compito ai dirigenti. Immaginate quanti “figli di papà”, di amici degli amici, di parenti vicini e lontani!…
    I “figli di papà” assorbiscono dalla nascita i cromosomi del potere. I ragazzi di Barbiana questo nodo l’avevano capito benissimo. Ma quale merito se i Pierini finiscono immancabilmente nei posti di comando o nei consigli di amministrazione, mentre i Gianni vagano per call center, cooperative con contratti ad ore, fabbrichette che oggi ci sono domani chissà.
    Bisognerebbe mettersi in testa che il pensionato, il disoccupato, chi porta a casa un migliaio d’euro al mese non ha nulla a che vedere con questo mondo. Non dovrà né invidiarlo né ammirarlo. Dovrà semplicemente combatterlo perché è un mondo che gli sottrae continuamente sovranità e risorse. Dove pensate che vadano gli 8 miliardi che i nostri governanti troveranno nelle casse dello Stato dopo aver mandato a casa 150 mila persone della scuola? Mi pare che alcuni interventi l’abbiano ben detto e previsto.
    Discutiamo pure, caro Vincenzillo, dell’ideologia “meritocratica”! Gratta, gratta scopriremo che è qualcosa che ha a che fare con la piaggeria, l’obbedienza, la cortigianeria…Ieri ho letto un articolo sul Corriere della Sera (sempre il Corriere!). E’ intitolato “La prof. che non pubblicò una riga”. Si recensice un libro di Roberto Perotti che denuncia come si diventa professori all’Università. Lo provi a leggere (l’articolo, io il libro non l’ho ancora letto), e poi mi faccia capire. Il merito ho l’impressione che sia un’ideologia buona per mettere in concorrenza fra di loro e cannibalizzare i poveracci. E’ un’opinione, ovviamente. Ma, ahimé, temo abbastanza fondata.

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  22. Caro donato salzarulo, il fatto che la meritocrazia in Italia sia quasi inesistente non è un buon motivo per affossarla definitivamente, opponendosi a qualsiasi cambiamento che vada in quella direzione (vedi anche Brunetta, o Meloni, oltre che Gelmini).
    Nello specifico.
    Se parliamo di meritocrazia nell’università di oggi, la situazione del reclutamento dei professori universitari è scandalosa, per nulla meritocratica, e lo so bene anche senza leggere l’articolo, mi creda.
    Se parliamo degli studenti dei gradi inferiori, allora il discorso è un altro, e la domanda diventa: vogliamo che i nostri figli crescano in una scuola (e in una società) meritocratica o no? A mio parere, con l’atteggiamento catastrofista del suo pezzo, lei risponde di no. Lei insiste sui fantasmi del fascismo, e questo, oltre a esere totalmente anacronistico, è il vero atteggiamento restauratore, perché vuole conservare a tutti i costi l’esistente. Anche se l’esistente, sotto certi profili, fa schifo, ed è indifendibile.
    Se parliamo della situazione degli insegnanti che rischiano di perdere lo stipendio, capisco che per loro sia un problema di difficile soluzione.
    Se parliamo della storia che ci ha portato in questa situazione, allora c’è un fatto storico che non si può negare: lo spirito delle politiche che hanno portato negli ultimi decenni alla progressiva declassazione della figura dell’insegnante, tanto per preparazione quanto per stipendio, è stato quello del posto fisso per tutti, senza condizioni. Politica di sinistra, sindacale. Perché è chiaro che più si è, meno si prende. Il problema sorge quando lo stipendio ridicolo finisce per rendere ridicolo l’insegnante agli occhi dei genitori e degli studenti. E’ tragico, questo, o no? Forse, quindi, è venuto il momento di agire con un altro spirito.
    Se parliamo del caso di Gianni Letta, cosa dovrebbe fare più che ammettere il privilegio, dovrebbe licenziarsi? O in passato doveva rinunciare alle opportunità? Credo che il suo lavoro sia sì oscuro, ma pieno di meriti. Negare che sia una persona capace, è negare l’evidenza. E’ degli incapaci, invece, che bisogna parlare, e allora lì la seguo in pieno.

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  23. “La serva mi fece entrare in una povera camera, mezz’oscura, dove era coricato il mio maestro. Era un piccolo letto di ferro… Poi prese un’arancia sul tavolino da notte e me la mise in mano. “Non ho altro da darti” disse…”

    La letteratura italiana non mostra, che io ricordi, figure di insegnanti ricchi, mi sono limitato a citare un brano da “Cuore”, del 1886, proprio per andare alle origini. Segno che i favori dei potenti sono andati più ad altri oscuri servitori come Letta che agli insegnanti. Segno della considerazione in cui lo Stato tiene i propri educatori.

    Problema di difficile soluzione che 75.000 insegnanti perdano il posto di lavoro? Solo questo? 25 volte il numero dei dipendenti dell’Alitalia in esubero?

    La responsabilità della sinistra? La sinistra in Italia non è mai stata al governo, se non qualche anno. Proviamo a fare il conto, a partire dal 1861…

    A guardare al passato è chi parla di grembiulino e voto in condotta, mi sembra evidente che è questo il ritorno al passato, alla scuola che qualcuno ha conosciuto nella sua infanzia, per giunta in un’ottica di “semplificazione” che persino sconosce i problemi di oggi.

    I meriti come quelli di Letta appartengono alla città di parentopoli, e per tanti che li cercano, ci sono anche, per fortuna, quelli che li evitano.

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  24. mah…

    ho strane e brutte sensazioni quando in un dibattito leggo tanti pareri in sé sensati ma divaricati, divergenti, contrapposti…

    (eccezion fatta per quelli più smaccatamente sofistici e opportunistici come quelli dell’ormai triste duo Gelmini-spalla & Tremonti-capocomico)

    forse è l’oggetto del dibattito che è mal formulato, e non per colpa dell’articolista, che anzi è tra gli analisti uno dei più lucidi, ma della proposizione originaria: riforma della scuola

    ora, fermiamoci un momento: che cosa vuol dire “riforma della scuola”? lo chiedo qui, più che altrove, in un blog altamente frequentato da persone che hanno a cuore questioni poetiche, letterarie, culturali, linguistiche… che cosa vuol dire “riforma della scuola”?

    non me lo chiedo solo ora, me lo sono chiesto ogni volta che negli anni è saltato fuori da qualche cappello magico dell’istrionismo della propaganda, di destra o di sinistra o di centro…

    ogni volta che ritorna, associato di anno in anno alle più disparate declinazioni operative con cui si dichiara di tradurlo in azione… “la riforma della scuola proposta dal ministro XY prevede…” e via tutti a discutere e ad accalorarsi su quel che viene dopo, senza minimamente interrogarsi sul senso del binomio che apre e regge l’intera frase

    stanno insieme in questo enunciato, *riforma* e *scuola*, peggio che in qualunque scipita metafora del più dozzinale parlare e scrivere, due stampelle che si arrabattano a reggersi a vicenda incuranti dello zoppo che ne brama il sostegno – sfiorano il nonsense, con la sola differenza che quest’ultimo non mira a produrre deformazioni ideologiche

    non ha senso accostare una macro-categoria, riforma [che tende all’universale *rimescolamento delle carte* più di *rivoluzione* o di *cambiamento* o di *innovazione* in virtù del suo (apparente) non sbilanciarsi verso estremismi], ad una dimensione istituzionale, scuola, che né si esaurisce nelle, né coincide solo con le dimensioni *formazione*, *istruzione*, *trasmissione di saperi*, *educazione* – le quali invece sono il povero zoppo abbandonato dalle sue stampelle

    per esempio *scuola* è anche un edificio, che sia dichiarato all’avanguardia nelle tecnologie costruttive come l’asilo dei miei figli a Brugherio (dove infatti in autunno e primavera si crepa di caldo e negli strettissimi corridoi ci si intralcia di continuo), o che sia ricavato dietro le vetrine di un negozio sfitto come la scuola elementare frequentata a Caserta da due miei cugini, oggi ricercatori universitari – ma lasciamo stare

    ho la strana e brutta sensazione che si stia entrando in una ciclica fase di grandi manovre, sommovimenti, che dentro ad una dimensione massiva quale appunto l’istituzione scuola rappresenta un incremento di entropia, di disordine termodinamico che per sua natura gioca contro le migliori intenzioni sia di chi mira a salvaguardare o ribadire valori acquisiti, sia di chi mira a far bottega o ad espandere il proprio controllo sopra un sistema di permeabilità sociale secondo solo, credo, alla televisione

    dal bailamme rimane espulso il termine di *comunità pedagogica* di cui il mondo scolastico è parte in causa, non totalità (e di cui non dovrebbe essere, come spesso è, attore passivo chiudendosi autoreferenzialmente sulle proprie problematiche o erigendosi a monopolio dei processi pedagogici)

    rimane espulso il termine di *mutamento*, *trasformazione*, assai più potente semanticamente dello specchietto per allodole *riforma*, interessa le radici valoriali di una dinamica sociale, è sintomatico di un tessuto comunitario attivo, così come deflagrato, o asfissiante, laddove se ne osserva l’assenza, o l’antitesi

    rimane espulso *creatività* che va dal fare lezione coi giornali quotidiani all’incrementare le pratiche laboratoriali, all’insegnare le frazioni quando i genitori portano in classe le torte per il compleanno dei figli, al prendersi le proprie responsabilità di fronte alle ASL che vietano di introdurre in classe torte fatte in casa – per non parlare della fitoterapia: far curare ai ragazzi animali da cortile nel giardino della scuola, allestire serre in cortile per insegnare a coltivare fragole o altre golosità…

    in quinta ginnasio nella mia classe era successa una cosa anomala: era il periodo di Solidarnosc, in Polonia, e tutte le scuole scendevano in piazza per solidarizzare coi lavoratori polacchi in sciopero; un nostro compagno propose un contro-sciopero: chiediamo al preside di stare per una o due settimane in classe alcune ore in più al pomeriggio, ad approfondire la storia della Polonia, o a studiare insieme, o chiedendo a qualche insegnante volonteroso (e alcuni dei nostri ci stettero!) di farci ripetizioni su argomenti che non abbiamo capito… la cosa decadde, non ci fu la forza del coalizzarsi unanime…

    ma se di botto nelle scuole dove non c’è il tempo pieno gli insegnanti che lo sostengono dichiarassero un controsciopero, un mese di straordinari non pagati per farvi vedere che cos’è il tempo pieno…

    lo so, non dovrei dire queste cose, il mercato del tempo nella scuola è più feroce delle borse mondiali in questi giorni… quando facevo l’animatore teatrale e chiedevo qualche ora in più extra-incarico (cioè: ve le regalo) per lo spettacolo e non c’era un docente con le palle (donne, perlopiù) che mi sostenesse, finivo per assistere a cose che non avrei mai voluto vedere o udire…

    Mario Bertasa

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  25. Due veloci annotazioni:
    1)La riforma del “non bocciare” i ragazzi di Barbiana la proponevano soltanto per la scuola dell’obbligo. Nelle scuole medie superiori e all’Università si poteva, quindi, continuare a selezionare. Attività, per quanto mi risulta, che non si è mai smesso di esercitare. Con risultati, a questo punto, altamente opinabili, visto lo stato di crisi in cui versano questi segmenti dell’istruzione. Domanda: nel suo disegno di “riforma” perché Gelmini non è partita da qui?
    2) “Lo stipendio ridicolo finisce per rendere ridicolo l’insegnante agli occhi dei genitori e degli studenti”. Gli insegnanti hanno sempre avuto stipendi ridicoli, tant’è che hanno cercato sempre di integrare con altri lavori. Però, non credo che sia principalmente la tasca gonfia di bigliettoni a rendere autorevoli persone che, oltre ad istruire, devono educare.
    Quanti libri ci hanno educato scritti da autori in miseria? Per carità, poi ben vengano stipendi meno ridicoli, ma non come risultato del cannibalismo sociale.

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  26. Giorgio, io lascerei riposare in pace Calamandrei, si figuri Edmondo De Amicis. Dal 1800 a oggi il rispetto verso la figura del professore è decisamente decaduto. Dovunque, credo, ma in Italia più che altrove. Perché? Per me si sommano almeno 3 fattori: stipendio basso, preparazione in molti casi di livello basso, sbriciolamento del principio stesso di autorità. Un mix letale tra cultura di matrice sessantottina (del 68 italiano) e politiche di matrice sindacale (usare la scuola come deposito per grantire il mitico “posto fisso” a più gente possibile).

    Se ci sono tanti insegnanti di troppo, si chieda perché è così, e vedrà che si torna sempre lì: il posto fisso per tutti non è più sostenibile. Ci abbiamo provato e abbiamo fallito. Perché è così difficile ammetterlo?

    Storicamente, lo spirito delle politiche per l’istruzione (e non solo per l’istruzione, purtroppo) lo ha dettato l’ala sinistra della Dc a braccetto con i sindacati di sinistra. Sta per caso negando questo? O forse sta solo autoassolvendosi? Visto che in questo blog si parla anche di spirito, guardi allo spirito delle leggi, a cosa dicevano e alle loro conseguenze, e non solo al puro e semplice marchio Dc.

    Sul merito. E’ chiara a tutti la strenua opposizione della corporazione degli insegnanti verso l’idea di meritocrazia. Bell’esempio stanno dando alle nuove generazioni di studenti.

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  27. vedo solo ora le sue annotazioni:
    1) Io non so perché non l’ha fatto. Ma era la cosa da fare.
    2) “non credo che sia principalmente la tasca gonfia di bigliettoni a rendere autorevoli persone che, oltre ad istruire, devono educare”.
    Certo che no. Ma se a questo unisce l’assidua opera sadomasochista di sbriciolare il principio stesso di autorità (perseguita tenacemente dai proseliti del 68 italiano, il cui influsso non è mai stato adeguatamente riequilibrato dall’opposizione di uomini di cultura e insegnanti appartenenti ad altre correnti culturali) e la politica di assumere insegnanti a vagonate pur di garantire il posto fisso a più gente possibile, ecco che viene fuori la figura dello “sfigato ignorante” che troppo spesso i ragazzi riconoscono in chi si propone loro come un esempio da seguire.

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  28. Ah, dimenticavo: sempre riguardo al punto 1, c’è un’inesattezza: appena insediata, la Gelmini si è occupata dell’istruzione alle superiori, ripristinando gli esami di riparazione, che erano stati eliminati non so bene perché. Di sicuro, però, per bocciare sempre meno. Ripristinarli è stata un’altra bestialità fascista?

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  29. Certamente una “riforma” scolastica sarebbe impresa di grande respiro, che non si può improvvisare con provvedimenti di ragioneria.

    Per quanto riguarda le argomentazioni di Vincenzillo: non tengono conto di informazioni fornite da questa rubrica e anche da questo stesso numero. Inoltre in vari casi mancano di informazione, o meglio manifestano un’informazione non corretta: ad es. tutti, alemo tutti quelli che lavorano nella scuola, sanno che gli esami di “riparazione” sono stati introdotti dal precedente ministro:

    http://news.centrodiascolto.it/view/199048

    Come tutti quelli che lavorano nella scuola sanno che il risultato è stato, quest’anno, un aumento delle bocciature: il totale degli studenti non promossi per l’anno 2007/2008 si attesta al 16,2% del totale, mentre nell’anno scolastico 2006/ 2007 i bocciati furono il 14,2%.

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  30. Un grazie di cuore a Donato Salzarulo e a tutti coloro che qui, con i loro commenti e la loro passione, mantengono viva una fievole fiammella di speranza. Scrivo queste poche parole proprio nellla serata dall’approvazione alla Cammera del decreto Gelmini, con voto di fiducia. Una bruttissima pagina della storia politica, culturale e istituzionale italiana. E i sindacati confederali ancora si gingillano sulla conferma o meno d’una data di sciopero.

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  31. Mi scuso per i numerosi refusi: Cammera; nellla; dall’approvazione (correggo: dell’approvazione)

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  32. giorgio, non ho difficoltà ad ammettere la castroneria sugli esami di riparazioni.
    Per il resto, mi compiaccio della formula generica, onnicomprensiva, con cui sono stato liquidato, in perfetto stile da ciclostile del provveditorato.

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  33. Pingback: Contro il decreto della Gelmini « RETROGUARDIA 2.0- Il testo letterario

  34. Mercoledì 15/10 ho partecipato all’assemblea organizzata dalla scuola elementare di mio figlio per “chiarire le idee” sul Dl Gemini e tutto ciò che ci gira intorno. Ho ascoltato attentamente i tre interventi in programma e ho cominciato seriamente a preoccuparmi del futuro della nostra scuola pubblica. La prima domanda da parte di noi genitori è stata “Ma cosa possiamo fare concretamente noi genitori per aiutare?” La risposta, visto l’allarmante disinformazione che circonda l’argomento, veniva da sé: “informate!”. Io non sono una giornalista e la divulgazione non è il mio mestiere, ma nel mio piccolo volevo cercare di dare il mio contributo cercando un modo per provare ad uscire da questa semplicistica comunicazione basata sugli slogan.

    Ho creato un blog, “Viva la scuola” http://vivalascuolainfo.blogspot.com/ con l’idea che potesse essere un mezzo per informare e anche un punto di aggregazione e e di confronto. Ovviamente ho bisogno della collaborazione di tutti, prima di tutto per diffondere l’indirizzo web del blog, poi proprio in modo diretto postando commenti, le vostre opinioni, articoli (citandone le fonti) , foto o quant’altro si pensi sia utile alla comunità, mandando il materiale da pubblicare all’indirizzo -mail che ho creato appositamente vivalascuolainfo@libero.it .
    Questa è un’iniziativa mia personale che spero venga accolta positivamente da tutte le persone che hanno a cuore il futuro dei nostri figli.

    Ringrazio in anticipo tutte le persone che daranno un contributo anche solo a diffondere una piccola informazione.

    Donatella D’angelo
    (mamma di un bambino che frequenta la scuola elementare L. Galvani a Milano)

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