Mare Verticale, di Cecilia Carreri

Mare Verticale – Cecilia Carreri – Mursia 2006 – pagg. 141 – Euro15,00.

Recensione di Alberto Pezzini

** * **

Non è che mi sono fissato. Ma se leggete L’oceano di Mare Verticale vi conviene fare un passo prima – in libreria – e comprarvi Mare Verticale. Ossia il giro d’Italia a bordo di un Mumm 36, una barca da regata, anzi da corsa, senza fermarsi. Facendo una puntata a Corfù ed in Croazia. Anche questo è un libro per sognatori costruttivi, cioè per gente che dei propri sogni sa veramente cosa fare.

Cecilia Carreri è prima di tutto alpinista. A questo proposito faccio presente che la sua attività da tale non si è ridotta soltanto a scalate tanto per farle. Ha sempre avuto una coscienza intellettuale piuttosto viva ed anzi vivacissima sul punto. Non ha mai accettato l’impoverimento culturale che ha infettato ormai da dentro il mondo della montagna. E’ sempre stata una scalatrice irrequieta, prima di tutto, e poi contro. Contro quel sistema che quest’estate ci ha portato delle morti e dei congelamenti anche per una smania di apparire e di fare spedizioni che sembra solo carne malata. Infetta. Ha lottato nel mondo della montagna contro l’isterilimento degli ideali. Il risultato è stato una trasformazione, una metamorfosi genetica che accade a pochi alpinisti. Diciamo che l’interiorità la fa da padrone, certe volte, ed il sogno diventa un terzo occhio per scrutare l’orizzonte. Comodo assai per chi dalle crode Dolomitiche finisce in una barca snella come Coco Chanel e non la molla più.

Vedete, l’itinerario tracciato e seguito con una ostinazione cieca dalla Carreri all’interno di Mare Verticale, non è soltanto un viaggio. A parte che una donna sola – al limite con l’ausilio di un compagno – la quale si fa il Tirreno da sola, e poi risale l’Adriatico fino a Venezia passando per la Grecia perché vuole allungare fino allo spasimo il ritorno, non è cosa solita. E’ un itinerario di fortificazione interiore ed un’ascesi personale e peculiare. Dotata di un carattere piuttosto energico, Cecilia è capace di commozioni lunghe come la marina su cui lo sguardo si posa. E’ capace di bordeggiare tutta la notte senza dormire e di prendersi il mare, così, tra le stelle ed onde poco formate. Oppure si innamora della barca fino quasi a sentirla viva tra le mani. Quando trascorre una vigilia di Natale dentro la sua barca, questa donna è viva, e capace di sfidare le leggi della tradizione. Capite che ci vuole un carattere d’acciaio puro. E’ probabile che la sua vita l’abbia sbatacchiata come un sughero in mare. Ma non è mai affogata. Né, soprattutto, ha mai avuto la tentazione più pericolosa di lasciarsi andare tra le onde.

La vita non è abbastanza lunga per consentire troppe svolte radicali. Sembra invece che questa donna dallo sguardo acuminato come una picca di vite ne abbia passato più d’una. Prima alpinista, pittrice, poi donna di mare, da sola. Ha un rapporto con gli elementi del tutto privato e sembra privilegiare quegli stessi elementi a certe persone. Il chè mi fa pensare ad una distinzione fondamentale che nella vita ho imparato anch’io a tenere davanti ai miei occhi:ci sono persone che valgono la pena ed altre no.

Cecilia è una scrutinatrice d’individui e lo fa grazie a quella sensibilità vibratile che mare e montagna, insieme, ti insegnano. E’ lei stessa a dire che una traversata in barca a vela fa sì che la tua essenza animale preveda il cambio del vento. Come, in montagna, la frequentazione delle cime e di un’aria rarefatta, comunque diversa, ti permette di annusare l’odore della valanga quando comincia a muoversi. Non è un ideale romantico, è sensibilità animale. E’ voglia di muoversi centuplicata al massimo, è ricerca di un contatto fisico con la Natura da prendere sul torace ed a petto rigorosamente nudo.

Voi direte che cose così le capiscono soltanto gli alpinisti, oppure chi si dedica al mare per professione. In realtà, no. Queste cose le capiscono le fidanzate del mare, ed i mariti della montagna. Persone un poco sole, ma dotate di un’umanità davvero di pregio. Non esiste una scala dell’umanità, secondo me, né una gradazione scientifica della sensibilità umana. Esiste una percezione per cui ad un certo punto della vita si capisce che non vale la pena di essere meschini perché non c’è tempo. Credo che però soltanto alcuni individui – che avvertono una sensazione del genere dentro di sé con una forza lontana – possano allora fare delle traversate da soli. Perché hanno una forza diversa.

Cecilia, o la fidanzata del mare se volete, scrive dei libri di mare chè ti mettono la fregola addosso. E non sono libri soltanto dedicati ad una traversata pura e semplice. Sono la storia di un amore acceso per il mare, per una barca, e soprattutto per una voglia di libertà che scoppia come una diga piena d’acqua. Il mestiere di Giudice di Cecilia deve avere scatenato anche la voglia di evadere. Stare tutto il giorno con la testa dentro le carte penali, vi assicuro che è talmente duro da farvi venire la voglia di una ricerca fisica della libertà.

Cecilia mi ha fatto venire in mente La luna e sei soldi, un libro di mare ed aria, e pittura di Somerset Maugham. E’ la biografia romanzata di un pittore famoso di cui – ci credereste – non ricordo il nome il quale alternava momenti di durissimo lavoro fisico, soltanto fisico, a momenti di tensione ed accanimento intellettuale capaci di sfiancare un ussaro.

Così è Cecilia, capace di stare di notte sulla sua barca e veleggiare fino all’alba. Probabilmente perché di notte la dimensione umana diventa sottile, e le stelle di una notte d’estate sul Mediterraneo valgono bene il sonno perduto. Credo che sia come viaggiare in un’altra dimensione spirituale e credo sia come diventare nottedipendenti tanta è la bellezza. Anche qui il mestiere di giudice ti insegna a stare in piedi ed a svolgere i ragionamenti giuridici con una forza tale per cui non li puoi abbandonare fino a quando non entri in porto.

Oh, c’è poco da dire ancora. In questo libro il Mediterraneo è padrone. Pagine che avrebbero potuto diventare un romanzo , dove i colori e gli odori, e la semplicità della narrazione mormorano come acqua di mare. Il bisogno di mare diventa un’esigenza come quello di starsene da soli.

Sul pontile non trovai nessuno dei miei amici, ma ormai non m’interessava più, non avrebbero capito.

Questo è il ritorno. C’è stata ormai una metamorfosi definitiva che spingerà Cecilia a cercare di più, qualcosa più forte ed urlante, e struggente del Mediterraneo. Senza bisogno di alcuno. E’ probabile che dentro di lei, dopo una traversata così intima ed estasiante, si sia innescato un meccanismo di adrenalina da ricaricare. Ed abbia trovato nell’acqua ciò che tutti gli amici non riescono a capire né capirebbero mai. Un’ansia famelica di vita perché il tempo è troppo poco. Un addio è sempre dietro la porta.

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