La parola del Darwin cattolico, di Vito Mancuso

Il Pontificio Consiglio della Cultura presieduto da mons. Gianfranco Ravasi si prepara a celebrare l’anniversario darwiniano con un convegno internazionale di alto profilo nel marzo 2009. Io penso che questa lodevole iniziativa sarà inevitabilmente monca se non farà i conti con il padre gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), “il Darwin cattolico”, ineludibile convitato di pietra della Chiesa cattolica ogni volta che il tema è l’evoluzione. Sul “Corriere della Sera” del 20 settembre ho pubblicato una lettera aperta a mons. Ravasi, chiedendogli un gesto di apertura verso la teologia più attenta al dialogo con la scienza e per questo, talora, oggetto di sanzioni punitive da parte delle autorità ecclesiastiche. L’esempio più clamoroso tra quelli a noi più vicino è il gesuita Pierre Teilhard de Chardin, del quale ora desidero offrire una breve presentazione.

Nella lunga tradizione che abbiamo alle spalle l’amore per Dio era il più delle volte contrapposto all’amore per il mondo, contrapposizione che ha trovato la più classica espressione nel capolavoro di sant’Agostino, La città di Dio, con la teoria dei due amori e delle due città tra loro diversi e contrari: “Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste” (XIV, 28). Tale dualismo agostiniano ha permeato di sé la spiritualità dell’occidente cristiano. Uno dei libri più influenti, classicamente ritenuto il livre de chevet dei papi, l’Imitazione di Cristo, lo ripresenta in modo emblematico: “Questa è la suprema sapienza: mediante il distacco dal mondo tendere al Regno dei Cieli” (I, 10). Dal distacco al più sanguigno “disprezzo” verso il mondo (contemptus mundi) il passo, molte volte, è stato breve.

Se c’è stata una cosa nuova nella spiritualità del ‘900, tempo terribile ma anche straordinario, è che il dualismo Dio-mondo è apparso superabile. Il ‘900 ha prodotto grandi figure spirituali che hanno fatto dell’amore per Dio e dell’amore per il mondo il medesimo movimento, senza nessuna contrapposizione, senza nessun dualismo. Tra i teologi penso in particolare al sacerdote ortodosso Pavel Florenskij e al pastore protestante Dietrich Bonhoeffer che diedero la vita, come cristiani, in fedeltà al mondo, risultando martiri della fede e, nel medesimo tempo, della giustizia. Se per l’Imitazione di Cristo la suprema sapienza consisteva nel distacco dal mondo, per la spiritualità del ’900 la suprema sapienza è tendere al Regno dei Cieli mediante l’immersione, il legame, la comunione, col mondo. Si possono fare altri nomi: Madeleine Delbrel, Jacques Loew, l’Abbé Pierre, Thomas Merton, don Milani, don Mazzolari, padre Turoldo, Arturo Paoli e molti altri, tra cui ovviamente gli esponenti della teologia della liberazione (la quale, se sbaglia nel ritenere il marxismo un veicolo adeguato al cristianesimo, non sbaglia affatto nel voler unire concretamente qui e ora regno dei cieli e regno della terra). Il Cielo non è più contrapposto alla Terra come sua negazione, ma è la verità della Terra in quanto origine e compimento. Il che, peraltro, almeno per quanto riguarda l’origine, ha un preciso riscontro fisico, essendo la Terra una condensazione di polvere stellare ed essendo i nostri corpi costituiti da molecole organiche basate sugli atomi di carbonio generati dall’esplosione delle stelle di terza generazione una decina di miliardi di anni fa.

Di questo amore per il mondo quale lieta nota di novità introdotta dal ‘900 nella vita spirituale, il più grande interprete teologico per il mondo cattolico prima del Vaticano II è stato Pierre Teilhard de Chardin. Nato in Francia vicino Clermont-Ferrand il 1 maggio 1881 e morto a New York il 10 aprile 1955, venne detto “il Darwin cattolico” o anche “il gesuita proibito”. Di questo secondo appellativo si vedrà più avanti il motivo, mentre per quanto attiene al primo la cosa si spiega a causa della sua formazione scientifica. Teilhard infatti fu anzitutto uno scienziato, per la precisione un paleontologo, con spedizioni di scavo in Cina, Giava, Mongolia, Somalia, Sudafrica e altri paesi ancora. Io penso però che ogni uomo, ben prima che per le sue prestazioni professionali, sia da valutare sulla base della sua umanità, sulla base di quello che è, prima che di quello che dice, e che questo criterio sia particolarmente importante nel campo del pensiero, dove ciò che si pensa e si pubblica è tanto più vero quanto più esprime la vita concreta dell’autore: un vero pensatore lo si capisce in base al fatto che parla “come uno che ha autorità e non come gli scribi” (Matteo 7,29), come uno che parla del suo, e non come chi ripete i pensieri degli altri. Intendo dire che per il lavoro del pensiero la qualità umana e spirituale della vita concreta è essenziale. Per questo ritengo necessario far conoscere anzitutto ciò che di Teilhard scrissero i suoi superiori militari, quando, durante la Prima guerra mondiale, fu nell’esercito francese come portaferiti.

Così il 17 settembre 1916: “Esempio di ardimento, abnegazione e sangue freddo. Dal 15 al 19 agosto 1916 ha diretto le squadre di portaferiti su un terreno sconvolto dall’artiglieria e battuto dalle mitragliatrici. Il 18 agosto è andato a prendere, fino a venti metri di distanza dalle linee nemiche, il corpo di un ufficiale ucciso e l’ha riportato nelle trincee”. Così il 20 giugno 1917 al conferimento di una medaglia al valor militare: “Graduato eccellente. Per l’elevatezza del suo carattere ha conquistato la fiducia e il rispetto. Il 20 maggio 1917, in particolare, si è recato in una trincea sottoposta a un violentissimo tiro di artiglieria per raccogliere un ferito”. Così il 21 maggio 1921 quando venne insignito della Legione d’Onore: “Portaferiti eccezionale che, nei quattro anni di guerra, ha preso parte a tutte le battaglie, a tutti i combattimenti nei quali fu impegnato il suo reggimento, chiedendo di rimanere nei ranghi per essere più vicino ai suoi uomini, con i quali ha sempre condiviso fatiche e pericoli”.

Questo medesimo coraggio, e questo medesimo amore per l’umanità concreta, Teilhard de Chardin li esercitò sul campo di battaglia della teologia. Venne detto “il Darwin cattolico” perché assunse totalmente il dato dell’evoluzione nella sua visione filosofica e teologica del mondo, ristrutturando in base ad esso (cioè in base alla verità quale appare dal mondo naturale) ciò che con esso risultava incompatibile. A questo proposito io penso sia necessario mettersi in testa una cosa: se davvero si vuole rifiutare il dualismo gnostico e manicheo, se davvero cioè si pensa che Dio abbia a che fare con questo mondo concreto, occorre che questo mondo concreto sia lasciato parlare considerandolo a sua volta rivelazione di Dio, e porre, accanto al libro della Sacra Scrittura, il libro della “Sacra Natura”. Questo è stato il metodo seguito da Teilhard de Chardin nelle sue riflessioni teologiche.

Ancora oggi vi è chi pone il dato dell’evoluzione in contrasto con la rivelazione, finendo per fare necessariamente della scienza e della religione due antagoniste accanite, all’insegna dell’alternativa “o è vera l’una o è vera l’altra”. Persone così si ritrovano tra i paladini della religione, basti pensare a coloro che ancora oggi ritengono l’evoluzione non un dato ma solo una teoria, confondendo evoluzione con evoluzionismo e contraddicendo papa Giovanni Paolo II che aveva dichiarato l’evoluzione “ben più di una teoria”. E si ritrovano tra i paladini della scienza, basti pensare a coloro che ritengono la religione uno stadio infantile dell’umanità, confondendo religione e superstizione.

Di contro, Teilhard de Chardin è stato il primo pensatore cattolico ad assumere serenamente il dato scientifico dell’evoluzione vedendolo in piena armonia con il nucleo centrale del messaggio religioso, nel senso che la modalità concreta con cui la creazione divina si attua è l’evoluzione. Questo significa che la creazione non va pensata come qualcosa avvenuta una volta all’inizio del tempo e poi destinata a riprodursi staticamente, ma come un processo dinamico, qualcosa che continuamente e ininterrottamente si fa, come “creatio continua”.

Più in particolare Teilhard de Chardin lottò contro il dualismo spirito-materia, nel senso che non c’è la materia da una parte e lo spirito dall’altra, ma c’è un’unica sostanza che ora è materia ora è spirito, in continuità evolutiva. Un giorno egli rievocò così il suo innamoramento infantile per la materia: “Non avevo più di sette o otto anni, quando ho incominciato a sentirmi attratto dalla Materia o più esattamente da qualcosa che luccicava nel cuore della Materia… Mi ritiravo nella contemplazione del mio Dio di Ferro. Ho detto bene, il Ferro, perché nella mia esperienza infantile niente era più duro, più pesante, più tenace, più duraturo, di questa meravigliosa sostanza… La consistenza: tale è stata indubbiamente per me la caratteristica fondamentale dell’Essere”.

Dall’amore per la consistenza del ferro del piccolo Pierre si può comprendere il tipo di fede che l’abiterà da adulto, una fede in Dio in quanto origine, garante e meta dell’ordine del mondo, che esclude ogni contrapposizione tra la dimensione spirituale e quella materiale. C’è un’unica sostanza, “la stoffa dell’universo”, che si fa sempre più organizzata e complessa. La coscienza e lo spirito nascono dalla materia, come esito di una progressiva organizzazione. Il punto che sta a cuore a Teilhard è (contro la visione tradizionale della religione) che l’evoluzione c’è, ma insieme (contro la visione tradizionale dell’evoluzionismo) che tale evoluzione non è anarchica e senza scopo, ma ha una meta, mirando a gradi di essere sempre più raffinati. Teilhard conosce tre livelli di essere: la materia inorganica, la vita biologica, la vita spirituale. Dal primo livello materiale scaturisce la vita (la biosfera), e da questa il livello ancora più organizzato e complesso della vita in quanto pensiero (la noosfera).

Non si può però parlare di Teilhard de Chardin omettendo quanto ebbe a soffrire a causa delle sue idee da parte della gerarchia cattolica. Nel 1925 venne costretto a lasciare la cattedra di geologia all’Institut Catholique di Parigi e inviato in esilio in Cina. Per tutta la vita gli venne impedito di pubblicare, essendo i gesuiti tenuti a ricevere un apposito permesso per ogni pubblicazione. Non si esitò a impedirgli la pubblicazione anche del suo capolavoro scientifico, Il fenomeno umano. Le sue opere poterono vedere la luce, inevitabilmente frammentarie, solo dopo la sua morte, quando i diritti erano passati agli eredi.

Ciò che Teilhard maggiormente contestava alla dogmatica tradizionale e che gli procurò le persecuzioni e una serie di libelli diffamatori (il più delle volte anonimi, a proposito di coraggio e di qualità umane!), era il dogma del peccato originale, il quale, per la sua mente di uomo di scienza specializzato proprio in paleontologia, necessitava di essere rivisto a causa del presupposto insostenibile del monogenismo (monogenismo confermato da Pio XII nel 1950 con l’enciclica Humani generis, cf. DH 3897). La Santa Sede del tempo però non ne volle sentire parlare, e agli accenni velati contro il pensiero di Teilhard dell’enciclica di Pio XII (“alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico… e con temerarietà sostengono l’ipotesi monistica e panteistica dell’universo soggetto a continua evoluzione”), seguì nel 1962, quando le opere venivano pubblicate con un successo mondiale, un Monitum del Sant’Uffizio che esortava i responsabili delle università cattoliche e dei seminari a “difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Teilhard de Chardin”. Da qui l’appellativo di “gesuita proibito”, posto da Giancarlo Vigorelli come titolo della sua bella monografia.

Ciò che in sostanza il Sant’Uffizio rimproverava a Teilhard lo si può capire leggendo l’articolo (anonimo!) dell’Osservatore romano pubblicato accanto al Monitum: “Non possiamo seguirlo né approvarlo quando, dopo Dio, pone il Mondo in un posto e in un valore troppo alti”. Eccoci al punto della questione. C’è chi pensa di poter conoscere Dio e l’anima a prescindere dal mondo, e c’è chi, come Teilhard, pensa che a Dio si può giungere solo immergendosi nel mondo, di cui anche la nostra anima è un frutto. Lo spirito nasce dalla vita, e questa a sua volta dalla materia, che si chiama così proprio perché è mater di ogni cosa. La triade metafisica Dio-Uomo-Mondo viene composta non più in modo dualistico, ma, in piena conformità al primo e decisivo articolo del Credo, in una ritrovata e gioiosa armonia.

In Italia abbiamo la fortuna di avere un insigne erede di Teilhard de Chardin, il teologo don Carlo Molari, ottantenne come Benedetto XVI e come lui in splendida forma. Molari è stato sospeso dall’insegnamento universitario alla fine degli anni ’70 a causa della sua vicinanza a Teilhard e del suo dialogo con Darwin. Il gesto di apertura che ho chiesto a mons. Ravasi è di invitarlo tra i relatori del convegno. Sarebbe come dare la parola a Teilhard de Chardin.

Monitum
Il testo del Monitum del Sant’Uffizio contro Pierre Teilhard de Chardin.

“Certe opere del padre Pietro Teilhard de Chardin, comprese anche alcune postume, vengono pubblicate ed incontrano un favore tutt’altro che piccolo (affatto disdicevole).

Indipendentemente dal dovuto giudizio in quanto attiene alle scienze positive, in materia di Filosofia e Teologia si vede chiaramente che le opere menzionate racchiudono tali ambiguità ed anche errori tanto gravi, che offendono la dottrina cattolica.

Di conseguenza, gli Eccellentissimi e Reverendissimi Padri della Suprema Congregazione del Santo Ufficio esortano tutti gli Ordinari e i superiori di Istituti Religiosi, i Rettori di Seminari e i Direttori delle Università, a difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Teilhard de Chardin e dei suoi discepoli.

Dato in Roma, nel Palazzo del Santo Ufficio, il 30 giugno 1962”.

Pubblicato su Il Foglio, 28 settembre 2008

21 pensieri su “La parola del Darwin cattolico, di Vito Mancuso

  1. La Croce è sempre stata segno di contraddizione e principio di selezione tra gli Uomini.La Fede ci insegna che in base all’attrazione o repulsione coscienti che essa esercita sulle anime, si attua la cernita tra il grano buono e cattivo, la suddivisione tra elementi scelti e inutilizzabili in seno all’Umanità[…]
    La vita ha un termine: impone quindi una direzione di marcia orientata, infatti, verso la più elevata trasformazione attraverso lo sforzo. Accettare questa serie di principi fondamentali, significa schierarsi dalla parte dei discepoli, forse lontani e non dichiarati, ma reali del Gesù crocifisso. Sin da questa opzione iniziale, la prima separazione è fatta tra i coraggiosi che avranno successo e i gaudenti che falliscono, tra gli eletti e i condannati.
    A questo atteggiamento ancora vago, il Cristianesimo apporta, ad un tempo, precisazioni ed ampliamenti. Prima di tutto, con la Rivelazione di una caduta originale, fornisce al nostro intelletto il motivo di taluni sconcertanti eccessi nel dilagamento del peccato e della sofferenza. – Per conquistare il nostro amore e fondare concretamente la nostra fede, disvela ai nostri occhi e ai nostri cuori, la appassionante e insondabile realtà del Cristo storico, in cui la vita esemplare d’un singolo uomo racchiude questo dramma misterioso: il Maestro del Mondo che conduce, come un elemento del Mondo, non soltanto una vita elementare, ma (oltre a questa e per suo tramite) la Vita totale dell’universo, di cui Egli si riveste e che assimila, sperimentandola lui stesso. Infine con la morte in Croce di questo Essere adorato, eso indica alla nostra sete di felicità che il Termine della creazione non è da ricercarsi nelle zone temporali del nostro Mondo visibile, bensì che lo sforzo atteso dalla nostra fedeltà deve consumarsi “oltre una totale metamorfosi”, di noi stessi e di quanto ci attornia. Così, gradualmente, le prospettive della rinuncia, che è implicita nell’esercizio della vita, si ampliano. E, alla fine, come vuole il Vangelo, ci troviamo proprio sradicati da ciò che v’è di tangibile sulla Terra. Ma tale estirpazione si è compiuta a poco a poco, secondo un processo che non ha né scandalizzato, né ferito, il rispetto che noi dobbiamo alle mirabili bellezze dello sforzo umano.
    E’ perfettamente vero che la Croce significa evasione dal Mondo sensibile e perfino, in un certo senso, rottura con questo Mondo. Attraverso le ultime tappe dell’ascesa cui essa ci invita, ci costringe infatti a superare una soglia, un punto critico in cui perdiamo contatto con la zona delle realtà sensibili. Questo ‘eccesso’ finale, intravisto e accettato sin dai primi passi, proietta necessariamente una luce, uno spirito particolari su ogni nostra azione[…]
    sulla materia
    La Materia sarà l’ambiente comune universale tangibile infinitamente mobile e vario, in seno al quale siamo immersi[…]
    Da un lato la materia è il fardello, la catena, il dolore, il peccato, la minaccia incombente sulle nostre vite. E’ ciò che appesantisce, che soffre, che ferisce, che tenta, che invecchia. A causa della Materia, siamo lenti, paralizzati, vulnerabili, colpevoli. Chi ci libererà da questo corpo di morte?
    Ma, nello stesso tempo, la Materia è la gioia fisica, il contatto esaltante, lo sforzo virilizzante, la felicità di crescere. E’ ciò che attrae, che rinnova, che unisce che fiorisce. Grazie alla Materia siamo nutriti,allevati, collegati al resto, invasi dalla vita. Esserne spogliati è per noi intollerabile. “non volumus expoliari, sed supervestiri”Chi ci darà un corpo immortale?
    […]
    Innanzi tutto la Materia non è solo il peso che trascina giù, la melma in cui si sprofonda, il cespuglio spinoso che occlude il sentiero. Considerata in sé, anteriormente alla nostra posizione e alle nostre scelte, è semplicemente la china sulla quale o ci si eleva o si discende, l’ambiente che può sorreggere o cedere, il vento che può abbattere o sollevare.Per natura e a causa del peccato originale, rappresenta, è vero, una continua tendenza al decadimento. Ma, anche per natura, e in conseguenza dell’Incarnazione, essa racchiude una complicità (pungolo o attrazione) a favore del “Più-Essere” che equilibra e perfino supera il “Fomes peccati”

    (Pierre Teilhard De Chardin, L’ambiente divino, Queriniana, pp.74-82)

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  2. (satana)…e inoltre chissenefrega! 🙂
    mia zia nina non si è mai chiesta se fosse evoluta o fosse creata.
    lei viveva in questa divina ignoranza, ignoranza congenita di non sapere.
    ma lei “sapeva”, sapeva senza sapere di sapere,lei sapeva accogliere.
    in questo scervellarci su cose stupide, stupide perchè inessenziali, ci perdiamo la Vita.
    e mia zia nina, analfabeta e vergine mi ha testimoniato con la sua ignoranza, la forza dei “perdenti”,la forza degli “ultimi”,la forza degli “innocenti”.
    lei, la mia zia nina mi ha “imparato” a riconoscere milioni di parole che hanno tradito.
    lei, l’analfabeta.
    se non è in tema mi scuso sinceramente, ma la rete e libbera nò! 🙂
    molti baci
    la funambola

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  3. Forse il punto non è distinguere evoluzionismo o creazionismo (in Teilhard le due cose non si escludono, e nemmeno in Agostino, che parlava di una creazione dotata di “rationes seminales”), ma naturale e soprannaturale. A Mancuso mi pare che interessi l’abbattimento di questa barriera più che dell’altra. Una distinzione che invece ha reso possibile l’insuperata teologia di Tommaso d’Aquino, con l’autonomia nella distinzione di ragione e fede, temporale e spirituale, libertà e grazia. Una distinzione abolendo la quale abbiamo il panteismo hegeliano o darwinista, l’uno tendente alla teodicea, l’altro al materialismo naturalistico, solo apparentemente diversi.

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  4. A me incuriosisce una cosa. Qualche tempo fa cercavo la storia dell’India per vedere un po’ certe migrazioni e ho notato che anche le religioni hanno avuto una loro evoluzione. In particolare in India si è passati dall’induismo, che divideva il mondo in caste, al buddismo, che invece divideva anima e corpo, e che era una risposta alla religione indù. La zona è interessante perché da quelle parti c’era l’influenza greca che mi pare dividesse sempre tra anima e corpo. Poi è arrivato il Cristianesimo che sembra una risposta ulteriore e però definitiva, dato che l’islam non poteva aggiungere nulla di più. Interessante però che le grandi religioni monoteistiche siano nate a circa 500 anni di distanza, in un tempo relativamente breve. Buddismo circa 500 anni a.C; Cristianesimo; Islam circa 500 anni dopo.

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  5. Ottima l’idea di includere Teilhard de Chardin nella prossima celebrazione di Darwin, e ottima anche l’idea di convocare Carlo Molari; ma Mancuso ancora una volta mi sembra che semplifichi, e quindi alla fine banalizzi troppo i problemi.

    Il cristianesimo distingue fin dalle sue origini, fin dalle parole stesse di Cristo il Mondo, come creazione di Dio, per amore del quale il Figlio si incarna, da “questo mondo”, prodotto da una distorsione originaria e il cui principio spirituale uccide il Figlio, e cioè la Verità e la Vita, ora come allora.

    Lo stesso Teilhard viveva questa passione dialettica, come la riflessione di Henry de Lubac ha mostrato con chiarezza, e come queste sue parole, tratte da “La Messe sur le monde”, sintetizzano senza ambiguità alcuna:

    “Se il Vostro regno, mio Dio, fosse di questo mondo, sarebbe sufficiente, per possedervi, che io mi affidassi alle potenze che ci fanno soffrire e morire accrescendoci tangibilmente, noi o ciò che, più di noi stessi, ci è caro.

    Ma poiché il termine verso il quale muove la terra è di là, non soltanto da ciascuna cosa individuale, ma dall’insieme delle cose, poiché il lavoro del mondo consiste, non già a generare in se stesso qualche realtà suprema, ma a consumarsi per unione in un Essere preesistente, accade che per arrivare al centro fiammeggiante dell’universo, non basti all’uomo vivere sempre di più per sé, e neppure trasfondere la sua vita in una causa terrestre, per grande che sia.

    Il Mondo non può raggiungervi infine, Signore, se non per una sorta di inversione, di capovolgimento, di discentramento, ove affonda per un certo tempo, non la riuscita degli individui soltanto, ma l’apparenza stessa di ogni prerogativa umana.

    Perché il mio essere sia decisamente annesso al vostro, bisogna che muoia in me, non la Monade soltanto, ma il Mondo, vale a dire che io passi per la fase straziante di una diminuzione che nulla di tangibile verrà a compensare”.

    E questo proprio perché c’è una tensione straziante tra Dio e questo mondo, tale che l’unione con Dio implica l’annientamento di questo mondo: e qui Teilhard è del tutto agostiniano ed ignaziano, come è ovvio, e cioè semplice-mente cristiano.

    Questa tensione straziante spiega d’altronde il mistero della Croce, tanto contemplato dal mistico Teilhard, e del tutto incomprensibile se non messo in correlazione con un’essenza del male che ecceda in modo drammatico e infinito le semplici limitazioni della vita in evoluzione.

    Anche su questo punto delicatissimo Teilhard si è interrogato, come quando, nel postscriptum a “Le phénomène humain”, dopo aver esposto la legge statistica del male, si chiede:

    “Ma questo è tutto, e non c’è altro da vedere? Vale a dire, è proprio certo che per un occhio accorto e sensibilizzato da una luce diversa da quella della pura scienza, la quantità e la malizia del Male hic et nunc diffuso nel nome del Mondo non riveli un certo eccesso, inspiegabile per la nostra ragione se all’effetto normale d’Evoluzione non si aggiunga l’effetto straordinario di qualche catastrofe o deviazione primordiale?”

    Il pensiero di Teilhard è insomma molto più complesso di tante sue semplificazioni, sia di tipo polemico che di tipo apologetico.

    Marco Guzzi

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  6. Mancuso ha il merito sicuro di smuovere acque che in certi casi rischiano di diventare stagnanti. un secondo pregio è quello di spingere alla lettura di autori poco frequentati (anche a causa di condanne ecclesiastiche), come Teilhard de Chardin. il punto debole è, in effetti, l’eccessiva semplificazione, che non tiene abbastanza conto dell’ombra, come direbbe Jung. il che lo porta a concludere che la morte e la risurrezione di Cristo non sono fondative, ma dimostrative (il vero assunto inaccettabile, a mio parere, del suo sistema). mi auguro che un prossimo libro possa approfondire questo nodo decisivo.

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  7. Secondo me andrebbe anche considerata una cosa che Gesù ha detto: quando due persone si riuniscono nel suo nome Lui è presente con loro. Questo con l’evoluzione, secondo me, è difficile da spiegare in quanto essendo già nel mondo la Verità vuol dire che non sarà domani o in futuro ma già edesso. Non so se c’entra col discorso, ma era tanto per dire la mia.

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  8. sto seguendo con grande interesse questo bel dibatitto, che mi illumina su fatti e persone a me sconosciuti – non posso però esimermi dal manifestare il mio dolore nell’apprendere di quanta esclusione, non-comunione, sia sostanziata la vicenda terrena di questo teologo francese – allora davvero non c’erano due o più che si riunissero nel suo Nome

    Mario Bertasa

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  9. Mi trovo totalmente d’accordo con le espressioni del sant’uffizio,
    T. de Ch. oltre ad essere un fantateologo fu anche un ciarlatano dal punto di vista paleontologico e scientifico, questo evidentemente perchè metteva la sua IDEA davanti a tutto e tutto diventava una strada per dimostrarla.
    Posso solo compiacermi che, a differenza di ciò che sarebbe successo qualche secolo prima, non sia finito arrostito, ma lo trovo un autore assolutamente nefasto.

    Quanto a Mancuso, frasi come questa sono rivelatori di ciò che differenzia la fede dall’ideologia e di quanto questo fraintendimento possa portare addirittura ad un rivolgimento totale dell’ordine delle cose; “Lo spirito nasce dalla vita, e questa a sua volta dalla materia”.
    Una ripassata al prologo di San Giovanni gli farebbe bene, o anche della Genesi, anche se un moderno testo di fisica potrebbe bastare.

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  10. secondo me TdC merita più attenzione di quanto sostieni, Mario.
    tra l’altro, la sua proposta: essere (fare ordine), amare (aprirsi all’altro), adorare (aprirsi a Dio), può essere presa come regola di vita.

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  11. Fabrizio, vuoi una triade di regole che vadano bene per vivere da cristiano? ci sediamo un giorno a prendere un caffè e ne troviamo altrettante ed altrettanto giuste e lodevoli.
    Io capisco che si possa cercare il bene in ogni cosa, quindi anche nei libri, ma dobbiamo estrapolare parole che ci funzionino, ignorando il fondo delle idee che un libro o un autore propongono? io credo di no, altrimenti è meglio Gibran che accontenta tutti.
    Scusami Fabrizio, ma non credo che un’opera sedicente teologica e scientifica vada salvata o accettata perchè ci sono le parole peace and love.
    Io so di essere cattivo quando parlo così di una persona e della sua opera, ma non ci sono regole di vita in quelle parole, se non c’è una prassi personale che contrasti o corregga le nostre inclinazioni, ogni teoria è aggirabile e con le più belle parole sulla bocca si fa quello che si vuole.
    Lasciando da parte per un attimo T.dC. io vedo nel mondo dell’editoria cristiana occidentale una enorme proposta di “stili di vita”, tutti encomiabili, tutti con qualche giustificazione teologica, tutti belli, alcuni anche corrispondenti ad esperienze umane profonde, molti in contrasto fra loro, il limite di queste proposte, a parte la loro quantità, è che fanno riferimento a idee personali su Dio e sugli uomini e producono teorie.
    Io, lo sai, parto da una visione diversa, l’esperienza ortodossa non prevede l’applicazione nella pratica di una teoria, ma al contrario attraverso una pratica, l’ortoprassi, conduce alla teoria, cioè alla conoscenza, tanta o poca che sia, di ogni piccolo passo che ci avvicina a Dio.
    Su questo si modella anche la vita nel mondo, noi non concepiamo una distinzione tra vita contemplativa e vita attiva, crediamo che azione e contemplazione siano tutt’uno, che si faccia il monaco in una grotta o che si lavori nel reparto terminali di un grande ospedale.
    Le azioni cambiano, ma la prassi contemplativa è la stessa da sempre, creazionismo ed evoluzionismo sono un falso problema, entrambi coesistono nella creazione di Dio, l’enciclopedia spirituale e pratica per noi è la Filocalia, e l’insegnamento di un padre spirituale, tutte cose che oggi nei nostri paesi sono relegate in fantasie da mille e una notte, ma io non ho mai trovato un linguaggio più pratico, diretto, concreto e allo stesso tempo mistico come quello dei Padri antichi e i loro discendenti fino ad oggi, un linguaggio che chiunque può avvicinare.
    Filosofeggiare misticamente sul cranio di una scimmia, mi sembra che non abbia contribuito a diminuire la confusione, ma che abbia creato ulteriori divisioni e domande senza risposta.
    Tutto questo non per combattere il povero Chardin, che ha già avuto i suoi guai, ma per dirti che sono i sistemi filosofici che non mi vanno giù quando si spacciano per teologia. oggi (ieri) festeggiamo San Simeone il Nuovo Teologo, la chiesa ortodossa riconosce questo titolo solo a San Giovanni l’evangelista, a San Gregorio di Nazianzo e a San Simeone, cioè a chi ha realizzato specificamente questa conoscenza, dunque non è frutto di studi o lauree ma della qualità di una vita spirituale.
    Ho fatto quello che non volevo, un pistolotto, sapevo di non dover commentare un post su T. de C. scritto da Mancuso, quel bastardo che sta seduto sulla mia spalla sinistra me l’ha fatto fare.
    Buona notte.

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  12. se avessi letto il mio In cosa credo, Mario, avresti capito che parto dalle tue stesse premesse. per me il cristianesimo è stata la scoperta pratica di Dio, che ha cambiato letteralmente la mia vita. da allora faccio riferimento a quel punto di rottura e di apertura che è riportato così bene nel colloquio di Serafino di Sarov con Motovilov . proprio per questo vedo in TdC un uomo che ha dato la vita per quello in cui credeva, rispondendo con amore alle incomprensioni più dure. mi guarderei bene, anche solo per questo, dal dargli del ciarlatano (ma tu stesso affermi di aver sbagliato). penso che sia necessaria una grande pazienza e tenacia per cogliere il buono dove può esserci (e in TdC c’è: ho solo fatto un esempio, e dovresti capirlo al volo).
    auguriamoci che il bastardo della spalla sinistra non ci porti lontano dalla verità che è essenzialmente amore.
    buona domenica
    fabrizio

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  13. Per ciarlatano mi riferivo ai suoi exploit scientifico paleontologici sul presunto anello mancante, e per fantateologo intendo questa sua spiccata propensione a neologismi spiritualisti che non hanno radici nella tradizione patristica.
    Purtroppo criticare un’opera a volte sconfina col criticare la persona, che indipendentemente dal suo pensiero, che personalmente ritengo lontano dal cristianesimo che conosco, possa essere stata una persona degna e ammirevole.
    La parabola evangelica ci insegna a distinguere tra frumento e gramigna, distinguere ma aspettare il mietitore per bruciare quest’ultima, per non bruciare il buono col cattivo, ma frumento e gramigna vanno distinti e chiamati col loro nome.
    Questo anche per poterlo fare dentro di se, che trovo cosa assai più utile che recensire filosofi, e che è l’unico modo di non confondere l’amore che ci insegna la fede con le passioni dell’anima.
    Auguriamoci che quella stesa neve che ha coperto San Serafim e il degno Motovilov copra anche noi rivelandoci la luce che c’è nell’altro.

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  14. Chiedo ai dotti teologi presenti: in quale modo “interrogarsi misticamente sul cranio di una scimmia” sarebbe superfluo? L’Evoluzione mette in questione il nostro ruolo, mette in questione il nostro essere “immagine di Dio”, mette in questione la nostra “unicità”: e voi dite che chiedersi in che modo l’evoluzione influenza il discorso teologico è SUPERFLUO??????

    E, dotti teologi, l’evoluzione è FATTO. Non teoria, non idea, non riflessione: FATTO. E’ il modo in cui funziona il mondo. E del mondo l’uomo è parte, fosse pure solo per la sua parte biologica. E la riflessione teologica NON PUO’negare la realtà dei fatti. Può cercare di spiegarla alla luce della fede, può cercare di filtrarla attraverso la Verità, ma non può negarla.

    Ora, è ovvio che alcune delle tradizionali Verità di fede contrastano con questa realtà. O meglio, questa realtà costringe a rivedere il nostro modo di intendere le verità di fede. Vogliamo farlo, o vogliamo continuare a contrapporre realtà e fede? A separare il senso ultimo delle cose dalle cose stesse?

    Se c’è UNA cosa che l’Incarnazione e la Resurrezione (e la S. Eucarestia) ci insegnano è che Dio stesso ha scelto di assumere nella profondità di se stesso la Materia, non separandola dallo Spirito ma *trasfigurandola* tramite lo SPirito. Non negandola o rifiutandola, ma *santificandola*. Dunque credo sia ora di superare assurde suddivisioni e cercare di interpretare la realtà materiale dell’evoluzione alla luce della fede, e dove neccessario, rivedere la fede in base alla realtà di cui dovrebbe essere spiegazione.

    Da una che si trovava a passare…

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