Viva la scuola. Lettera a una non professoressa

Lettere al ministro, due scioperi (17 e 30 ottobre), appelli, nuovo decreto, nuovi tagli, email al Presidente della Repubblica

Una lettera di Marilena Salvarezza

Si torna a parlare di scuola

Nel tanto vituperato ’68, l’anno del male, fonte di tutti i nostri guai passati presenti e futuri (perbacco, è bello sapere da storici che tutti i nostri guai hanno un inizio e un responsabile certo, basterebbe forse eliminare per decreto l’anno incriminato), usciva un libretto, Lettera a una professoressa, che allora colpì molto, scritto dai ragazzi di uno sperduto paesino toscano, figli di contadini, arrivati alla dignità della scuola grazie ad un prete scomodo, don Milani. Una scuola dove non c’era il maestro unico, ma i ragazzi più grandi insegnavano agli altri, il che è anche il modo migliore per imparare. La lettera partiva da un’istanza di giustizia e uguaglianza, quella che ora è considerata archeologia da non disseppellire.

Ora di nuovo, e comunque questo è un bene, da tutt’altra prospettiva si torna a parlare di scuola, grazie ai suoi decreti (su cui graziosamente ci hanno edotto, con più o meno svarioni, non i siti ufficiali ma i mass media, grazie alle sue numerose e ferme dichiarazioni, ministra Gelmini.

“Autorità e rigore”. Chi non è d’accordo?

Sugli enunciati siamo in gran parte d’accordo, è piuttosto sulle interpretazioni e sui rimedi che non ci riconosciamo: la scuola pubblica deve tornare ad avere “autorità e rigore”. Chi non è d’accordo?

Ma ci sembra improbabile che questo possa avvenire attraverso il voto in decimi che premia “il rendimento”, strana dizione, sembra che apprendere sia un lavoro a cottimo che sforna pezzi in tot ore, o con la “cosmesi” della divisa. Ci sembra piuttosto che in questi anni la scuola pubblica proprio soprattutto dalla parte che lei rappresenta sia stata vilipesa, disprezzata, trascurata, ingenerando gli stessi sentimenti e atteggiamenti nei cittadini e ovviamente nei ragazzi.

Ci sembra che solo ridandole senso, dignità e respiro culturale questo obiettivo possa essere raggiunto. Solo se si riesce a comunicare ai ragazzi che la scuola ha valore, che sapere e saper pensare non sono inutili, che raggiungere ricchezza e facile fama da reality non è l’obiettivo supremo nella vita. Solo se la scuola riesce a far ritrovare ai ragazzi motivazione e coinvolgimento nelle proposte, tenendo conto dei loro linguaggi e dei loro mondi. Solo se si lavora a contrastare una deriva sociale fatta di individualismo esasperato e anomico e di omologazione di comportamenti e culture consumistiche.

La disciplina è della caserma, il progetto educativo è della scuola

La disciplina. E chi non la sogna, diciamocelo, ministro Gelmini, chi di noi che nella scuola c’è stato davvero qualche volta non ha desiderato in classi riottose e provocatorie mollare due salutari schiaffoni, vendicarsi di allievi che ti facevano uscire di senno, a chi non è capitato di avere pensieri, che come dice il Cipputi di Altan, non condividiamo? Ma provare questi sentimenti e questi umori, umani, molto umani, non significa agirli (almeno non sempre), non significa basare su di essi la propria professionalità.

La disciplina è della caserma, il progetto educativo è della scuola, quindi vorremmo passare ai ragazzi il principio di responsabilità, vale a dire la consapevolezza delle proprie azioni e delle loro conseguenze. Vorremmo passar loro la capacità di riconoscere e gestire emozioni, di confrontarsi con gli altri, di sentirsi parte di una comunità. E non ci pare che tutto questo sia risolto da un 5 in condotta né tanto meno il bullismo.

Se lei non avesse come referente culturale solo i familiari, forse saprebbe che in tutta Europa, persino in Italia (basterebbe andare in libreria) esistono da anni studi sulle cause (ahimè, complesse come tutto, so che la complessità è un altro “nemico” come il ’68) e sui modelli più efficaci per affrontarlo e nessuno, nessuno di questi fa riferimento al voto in condotta.

Insegnare a diventare cittadini

Siamo entusiasticamente d’accordo sul fatto che si debba insegnare a diventare cittadini, ma ci pare molto improbabile che possa avvenire attraverso uno studio formalizzato (meglio ancora imbalsamato) della Costituzione, studio peraltro ancora previsto dai programmi vigenti. Educarsi ad essere cittadini, noi diciamo “del mondo” e non solo di un territorio e di una nazione, richiede un insieme di competenze trasversali che tutti i saperi e tutti gli ambiti di confronto scolastico sono tenuti a dare.

E sicuramente non incrementa queste competenze una scuola che non spende una parola sul ruolo di partecipazione dei ragazzi, sul fatto che siano protagonisti del loro percorso di apprendimento, che non propone occasioni per agire queste competenze.

Inoltre ci sembra almeno un po’ problematico che a imporre questo studio sia la ministra di un governo che non ha dato particolari prove su alcuni concetti non indifferenti della Costituzione stessa, quali la separazione dei poteri e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alle leggi, con una non celata tendenza a trasformare il concetto di cittadinanza in quello di sudditanza.

Come ben sa la ministra che tanto valore giustamente attribuisce alla famiglia, il primo precetto educativo è la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Oppure vogliamo riproporre il doppio vincolo, ben noto agli insegnanti, per cui ciò che si dice è in netto contrasto con ciò che si fa capire veramente, aumentando, e non ce n’è bisogno, la tendenza alla schizofrenia dei poveri ragazzi?

La cittadinanza nasce da un progetto inclusivo, che dà eguali dignità alle differenze e non è un caso che si neghi il voto “agli stranieri” sul nostro territorio, a marcare che sono “fuori” dalla comunità. Inoltre come la mettiamo, quanto a diritti, con le nuove canalizzazioni precoci e le differenziazioni tra studenti di serie A e di serie B?

Promuovere saperi, ma quali?

Assolutamente d’accordo nel promuovere saperi, ma quali? (certo non solo le 3 I e, bontà del ministro, anche la quarta, Italiano), anche qui dobbiamo evocare lo spauracchio della complessità: i saperi oggi sono in continua evoluzione, occorre fare come insegnanti scelte di quali sono i fondamentali per muoversi nella contemporaneità, insegnare a continuare anche autonomamente la loro ricerca, passando modelli di come si persegue la conoscenza e utilizzando metodi di comunicazione che non siano una semplice, meccanica trasposizione dei saperi, poveri imprecisi e rigidi, dei libri di testo.

A proposito dei libri di testo, oltre a sottolineare che sempre meno dovrebbero essere strumento unico di lavoro, ci allarma una notizia, speriamo una bufala (ormai non riconosciamo il reale dal virtuale), ma turba il fatto stesso che abbia circolato: la proposta di inserire pubblicità per tenere bassi i costi dei libri di testo: avremo accanto a un capitolo sulle pari opportunità tra uomo e donna del virtuoso libro di educazione civica la pubblicità di reggiseno e mutandine, indossate da graziose signorine?

Perché la scuola diventi “casa comune di tutti”

Di questi tempi c’è un convergente “antipedagogismo” da sponde opposte: quello suo e della sua parte che vuol ridurre la scuola a uno stock di nozioni spendibili sul mercato, con una riverniciata di “disciplina”, e di chi pensa che la pedagogia sia “fumosa” e antiscientifica” e vadano solo trasmessi dalla scuola saperi, questi sì, “scientifici”.

Ci pare anche qui che un progetto formativo sia un tutt’uno tra mete educative e saperi funzionali a orientarsi nei problemi comuni che ognuno si troverà di fronte. Inoltre ci sembra che le epistemologie più recenti mettano tutte in dubbio la possibilità che esistano saperi oggettivi e incontrovertibili.

Ci pare molto povera (questa però non del ministro) l’idea che ridare anima alla scuola sia produrre un modello di identità nazionale. Se questo era vero nell’Ottocento, ora ci sembra che gli allievi (non dimentichiamoci, piccolo particolare, sempre più di origine “straniera”) debbano avere conoscenze che li orientino ad agire nel contesto locale, nazionale e mondiale.

Perché la scuola diventi “casa comune di tutti”, per fare un esempio, è più efficace una storia che abbia come fine spiegare come si è formato lo stato nazionale in Italia o una storia che parta da un’origine comune di specie e segua il costruirsi contemporaneo e/o progressivo delle civiltà nel loro rapporto con ambiente e territorio?

La lingua italiana è fondamentale (soprattutto per gli allievi italiani), ma forse anche valorizzare didatticamente altre lingue non sarebbe sbagliato. Inoltre statistiche recenti ci dicono che l’Italia è piena di analfabeti di ritorno, quindi il problema è anche come riproporre un progetto di educazione permanente.

Senza confondere merito e privilegio

Premiare il merito? Giustissimo!! Ma senza confondere merito e privilegio, ridando alla scuola quel ruolo di “riduttrice” di squilibri familiari e sociali, chiamando giustizia dare a ciascuno la possibilità di realizzare il massimo del proprio percorso formativo. Una scuola di qualità che quindi investa in risorse e strumentazione sarà in grado di fare proposte per tutti che premino l’eccellenza e insieme supportino le difficoltà di altri allievi. Però, già, bisogna investirvi davvero…

Il maestro unico di gentiliana memoria?

Ci pare che si generi un po’ di confusione tra garantire agli allievi un percorso “individualizzato” che tenga conto delle loro singole caratteristiche e il fatto che il più indicato a farlo sia il maestro (o meglio la maestra) unica, anche qui con un retrogusto di pensiero unico. Il team insegnanti, frutto anche di un faticoso ma proficuo confronto in questi anni, garantisce la possibilità di rapportarsi in modo positivo alle differenze e soprattutto di comunicare saperi la cui ricchezza non permette più che siano esauriti, nemmeno alla scuola elementare, da un “tuttologo”. Andava bene negli anni Cinquanta, con un’offerta culturale povera e ben strutturata nei suoi canoni.

La scuola elementare a quanto pare è l’unico modello che in Italia funziona, a quale logica si risponde nel volerla distruggere? È perlomeno balzano: pensavamo che si dovesse trarre modello dalle esperienze positive e magari estenderle, non il contrario. Inoltre ridiamo alle parole il loro significato, anche in tempi in cui non si usa più, dovrebbe giusto cominciare il ministro dell’istruzione. Tempo pieno e tempo scuola non sono la stessa cosa: il primo è un progetto unitario, con la regia degli insegnanti, il secondo un dare ore di scuola aggiuntive, magari sempre più “esternalizzate” come tutti i servizi gestite da cooperative non proprio disinteressate, senza controllo su ciò che viene proposto.

Aggiornamento professionale per tutti

Gli insegnanti richiedono un aggiornamento professionale? Sacrosanto! Ma quale mente se non posseduta da un pensiero nel migliore dei casi stereotipico può pensare che questo bisogno riguardi solo gli insegnanti “meridionali” (anche quelli di seconda generazione, di famiglia mista? Bisognerà, come per la razza ariana o per gli ebrei, ridefinire i confini di “meridionali”)?

Riguarda tutti, perché la società è cambiata, perché le finalità della scuola sono cambiate, perché la professionalità è cambiata, è un “diritto” che tutti gli insegnanti dovrebbero orgogliosamente rivendicare. Si prenda esempio dalle beneamate imprese: se cambiano mission e modelli organizzativi, si aggiorna chi ci lavora, più di una volta. Oppure anche qui vige il principio di elargizione: un “tesserino” per aggiornarsi culturalmente (come la tessera della ferrovia), ma in solitudine, non dentro un progetto della scuola tutta?

Basta uno zio maestro e un cugino professore?

E ora alcune osservazioni di metodo, signora ministra: avremmo pensato non che alla istruzione andasse un ministro che ha conosciuto la scuola dall’interno (ormai su questo ci siamo allineati), ma che almeno seguisse delle procedure quali: informarsi sulle esperienze europee e mondiali più efficaci, consultarsi con commissioni di esperti, valutare i risultati di sperimentazioni, leggere e far leggere dal proprio team, coinvolgere gli insegnanti. Che ingenui che siamo! Basta uno zio maestro e un cugino professore.

Non ci stupisce che goda di così larga popolarità, proprio grazie a quella ingannevole semplicità e efficienza che è diventata il modello dominante. I cultori, molti, “del buon tempo che fu”, anche intellettuali di chiara fama pensano con uno strabismo adultocentrico che ciò che andava bene ai loro tempi vada bene anche ora. Se ci hanno trattato male, perché non riproporlo? Ma gentile ministra, ci spiace dire che la sua linea è più vicina ai mali del ’68 di quanto lei possa immaginare. Nel dogmatismo, nel fondamentalismo, nel mettere tutto il male “nell’altro”, che tanto immaginiamo aborra se proposti da altri.

Ora non vorremmo pensare che il dubbio metodico debba ispirare un ministro, ma ci pare che ogni forma di “restaurazione” che non tiene conto del cambiamento dei tempi, delle società e dei bisogni abbia queste caratteristiche, sia espressione di un pensiero non pensante. Tutto il contrario di quello che la scuola pubblica dovrebbe insegnare.

Ci sono più cose sotto il sole e nella scuola che nei decreti ministeriali

Il tono leggero non inganni, siamo tristi e preoccupati, ma pensiamo che ci siano più cose sotto il sole e nella scuola che nei decreti ministeriali, che tanti insegnanti troveranno modo lo stesso di portare avanti esperienze qualificanti e noi saremo al loro fianco, se ci vogliono.

Non facciamo lo sbaglio, speculare al suo, di pensare che quella lettera dei ragazzi di don Milani vada riproposta tal quale, che errori non siano stati commessi anche da chi era portatore di una visione diversa dalla sua, ma ci sembra di poter nel complesso riaffermare un altro punto di vista da cui vedere i problemi della scuola, che tenga conto di ciò che ha o non funzionato, nel processo di trasformazione culturale. Perché è proprio di culture diverse che si tratta, concetto non così astratto e peregrino, se da esso scaturiscono indicazioni e prassi concrete.

Ci piacerebbe che davvero da questo si ripartisse, per un confronto vero, nelle giuste sedi e non nei talk show, senza pretese di verità rivelate. Ma che il decreto sia stato approvato con il voto di fiducia non è certo un bel segnale.

* * *

Vi invito a leggere anche questa lettera di Irene Campari e questa di Giuseppe Caliceti.

* * *

In rete circola l’invito a scrivere al Presidente della Repubblica una e-mail per chiedere di non firmare il decreto Gelmini, scrivendo ad esempio:

“Illustrissimo Presidente della Repubblica Onorevole Giorgio Napolitano, come cittadino italiano le chiedo di fermare lo smantellamento della scuola pubblica ad opera del Decreto Legge 137 e le chiedo di non firmare tale decreto.”

L’indirizzo è
presidenza.repubblica@quirinale.it

Oppure si può andare sul sito http://www.quirinale.it, cliccare su “La posta” e seguire le indicazioni.

Per facilitare il contatto, ecco il link diretto:

https://servizi.quirinale.it/webmail/

* * *

L’ultima dal governo
Nuovo decreto, nuovi tagli e altri se ne preparano.

L’ultima dal sindacato
Qui.

Dall’Europa e dal Sud.

C’è università (1, 2) e università.

Un’analisi
Qui.

Cosa fanno gli insegnanti
Vedi qui e qui.

Inoltre ricordo che circola in rete un appello contro il maestro unico e un altro a sostegno della scuola pubblica.

E un appello anche per l’università
Qui.

37 pensieri su “Viva la scuola. Lettera a una non professoressa

  1. Pingback: Contro il decreto della Gelmini « RETROGUARDIA 2.0- Il testo letterario

  2. ti ringrazio ancora, Giorgio, per questo tuo impegno strenuo, che certamente porterà frutti.
    la scuola è un tema troppo importante per risparmiare energie: ne va del futuro del nostro paese.
    faremo di tutto per tenere viva una discussione che può aprire in ogni momento spiragli inediti e prospettive feconde.
    fabrizio

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  3. “…almeno seguisse delle procedure quali: informarsi sulle esperienze europee e mondiali più efficaci, consultarsi con commissioni di esperti, valutare i risultati di sperimentazioni, leggere e far leggere dal proprio team, coinvolgere gli insegnanti. Che ingenui che siamo! Basta uno zio maestro e un cugino professore. […] Ci piacerebbe che davvero da questo si ripartisse, per un confronto vero, nelle giuste sedi e non nei talk show…”

    Condivido quanto dice Marilena Salvarezza. Confronto politico il più ampio possibile coinvolgendo gli esperti sui problemi e sulle possibili soluzioni; partendo da posizioni antitetiche per arrivare, da ultimo, a soluzioni condivise, o che esprimano il punto massimo di mediazione. Un Governo non può non considerare i bisogni di tutti i cittadini, compresi quelli che non l’hanno votato, specie se si tratta di milioni di persone.
    Ascoltavo stamane in tivù un’intervista a Gustavo Zagrebelskj, ex presidente della Corte Costituzionale, che indicava tra i modi taciti di stravolgere la costituzione quello di utilizzare la decretazione d’urgenza in assenza dei suoi presupposti (“in casi straordinari di necessità e d’urgenza”,art. 77 Cost). Un provvedimento del genere, emesso in assenza dei suoi presupposti, mi chiedo se non possa essere dichiarato incostituzionale, anche se convertito in legge.
    Ci si riempe spesso la bocca di parole come mission, risultati, efficienza, ottimizzazione, qualità, eccellenza, valutazione, ma poi ci si dimentica di termini come condivisione strategica, se proprio non piace quello di confronto.

    Grazie ancora, Giorgio.

    Giovanni

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  4. Una domandina facile facile, che mi sorge spontanea al termine di questa piccola tirata dal chiaro orientamento ideologico. La domanda riguarda non solo la scuola ma più in generale l’educazione e i modelli di vita qui tirati in ballo.

    “raggiungere ricchezza e facile fama da reality non è l’obiettivo supremo nella vita.”

    Qui si addebita lo spopolare di questo orribile modello di vita al consumismo. E’ corretto, perché il collegamento c’è ed è evidente. Lo si addebita al capitalismo. Perfetto, anche qui il collegamento c’è ed è evidente. Manca però del tutto un altro dato di fatto: a tutt’oggi, dalla cultura del 68 italiano non è uscito nessun modello alternativo altrettanto appetibile. Nessun modello che possa contrastare quello citato sopra, per esempio sui media, in tv, nella musica, nei libri, nel cinema, e ovviamente in famiglia e a scuola. A meno di non voler considerare il ribellismo, la contestazione fine a se stessa, il mito di Che Guevara, modelli ancora attuali. Di più: modelli attuali e appetibili per chi ha voglia di costruire qualcosa di bello e non si accontenta più di limitarsi a contestare Dio, patria e famiglia. Non è forse questo un ottimo motivo per considerare fallimentare quella stagione e certi suoi esiti posteriori, chiudere i conti con essa, e soprattutto di cominciare a mettere il 68 quantomeno sullo stesso piano di tutti gli altri “nemici della scuola” (reali o presunti tali), siano essi il centro-destra o il liberismo?

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  5. non si tratta di salvare il ‘modello di sinistra’ (quanti danni ha fatto il dottor spock?) ma di leggersi i testi di didattica e psico-pedagogia usciti negli ultimi 30 anni (e anche prima, se prendiamo in considerazione la sistemica-relazionale). chiaro che la Gelmini non ha elaborato alcun piano fondato sui migliori saperi contemporanei, bensì, più banalmente, ha trasformato in azioni governative alcune sue impressioni fortemente emotive sulla malattia – l’ignavia – in cui langue la scuola italiana (malgrado la strenua resistenza di una gran parte degli insegnanti). Impressioni che il ministro Brunetta le ha rinforzato.

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  6. Grazie agli ultimi intervenuti.

    D’accordo con te, Gugl, purtroppo anch’io temo che l’on. Gelmini non abbia letto molti testi di didattica e pedagogia.

    E anch’io sottoscrivo quanto dici, Giovanni. D’altra parte, senza “condivisione strategica” nessun intervento legislativo costruirà mai niente, si limiterà a distruggere. E quello che faranno gli insegnanti sarà “malgrado” la “distruzione” ministeriale.

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  7. Gugl e blogger tutti, altra piccola curiosità.
    C’è qualcuno qui che condivida almeno che “la malattia – l’ignavia – in cui langue la scuola italiana (malgrado la strenua resistenza di una gran parte degli insegnanti)”, sia un fenomeno reale?
    E, se è così, quali sono le cause e quale la possibile cura?

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  8. caro Vincenzillo, la malattia è un fenomeno reale ed esiste dal principio, probabilmente (legge coppino?). faciamola pure partire dalla scuola democristiana, come dici tu nel tuo blog. in ogni caso, la cura spetta alla politica non ai pazienti. io, come insegnante non-lavativo, mi sento così: un paziente sempre più demotivato a credere nell’abilità dei dottori.

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  9. Manca però del tutto un altro dato di fatto: a tutt’oggi, dalla cultura del 68 italiano non è uscito nessun modello alternativo altrettanto appetibile.

    Scusa,Vincenzillo che senso ha parlare ancora del 68, è pura demagogia.

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  10. Ho letto con molto interesse la lettera di Marilena e la ringrazio perchè ha fatto in modo molto efficace l’analisi che anch’io faccio. Non credo sia un caso che io la pensi come lei. Entrambe lavoriamo nella scuola facendo ricerca rispetto alla didattica e a come far passare conoscenze, ma soprattutto competenze. Anch’io penso spesso alla scuola di Don Milani e al fatto che per formare i nuovi cittadini la scuola deve diventare una comunità educante in cui un individuo sente di appartenere.Purtroppo invece si vuole da ogni parte diminuire il tempo scuola ( per tagliare?)rinforzando i pregiudizi di una società che tende alla semplificazione e a considerare la scuola come un percorso obbligato che non serve alla formazione dei propri figli.
    E’ anche evidente che per ottenere una buona formazione scientifica e matematica ci vogliono tempi più dilatati in cui poter proporre situazioni problematiche dando agli alunni tempi opportuni per la loro risoluzione; se con questo lavoro si riesce anche ad attivare la motivazione il gioco è fatto. Questo vuol dire più tempo scuola organizzato in modo diverso e vissuto dall’allievo in modo motivato e reattivo.Bisognerebbe anche per le materie scientifiche rendere più attiva l’attività laboratoriale. Non è questo il modello della Gelmini,e se l’obiettivo è il taglio delle spese, ricordiamoci che questo vuol dire tagliare anche conoscenze e competenze per i nostri figli.
    Non so voi, ma io ho sperimentato sui miei figli che la scuola materna e quella elementare sono le scuole italiane che funzionano e sono le nostre scuole di eccellenza. Allora io mi chiedo: quale è la logica per la riforma proposta?. Da matematica fatico a comprendere e sto cercando di mobilitare chiunque incontro sull’assurdità delle proposte che vengono purtroppo legiferate.
    Ho iniziato l’anno offesa per come vengo trattata da questo governo ( vedi anche il decreto Brunetta) e continuo ad arrabbiarmi per ogni nuova dichiarazione dei vari ministri. Spero solo che la mobilitazione della società civile riesca a salvare quello che molti di noi hanno costruito credendo in questi anni all’efficacia del proprio lavoro.

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  11. Bello l’intervento di Teresa. Con misura rende ragione delle intenzioni che stanno sempre di più, alla base del lavoro quotidiano di ogni insegnante. Condivisibili e forse provvidenziali le varie “lettere” pubblicate. Ma permettetemi, l’accostamento con Don Milani è molto poco opportuno. La sua è ancora una di quelle esperienze originarie, da “pioniere”, che non possono in nessun modo essere eguagliate e tanto meno stiracchiate, per adattarle alla situazione generale attuale della scuola italiana e dei suoi “operatori”. Certo ci si può ispirare, prendere spunto, attingere energie da un’esperienza così fondamentale e unica, che rimane però ancora una provocazione per il sistema e chi lo rappresenta (insegnanti compresi).
    L’insegnante italiano purtroppo è ancora quello che vuole “correre da solo”, si arrabbia, scalpita, a tratti tira fuori tutte le sue risorse professionali e umane (che sono molte!), ma con la tendenza a fare da sé, a difendere il proprio “orto”.
    Ecco perchè nelle assemblee a volte prevale l’idea personale, il malcontento, la contrapposizione. In questi giorni si assiste faticosamente e con tremore a un “risveglio”, al tentativo difficile di “mettersi insieme”, di organizzarsi, di lasciare da parte divergenze, per provare a lavorare su un obiettivo comune: la sensibilizzazione delle famiglie, l’adesione di massa agli scioperi del 17 e del 30 novembre.
    Grazie a Marilena, grazie ad Irene, a Teresa, a Giorgio in particolare, a tutti noi che facciamo parte di quella “società civile” ancora e sempre capace di produrre piccoli e grandi cambiamenti.

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  12. Giorgio, solo per dirti grazie per l’impegno, il lavoro e la pazienza con cui dall’inizio hai condotto queste pagine.

    un caro saluto
    jolanda

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  13. Gugl, dici “in ogni caso, la cura spetta alla politica non ai pazienti.”
    Il paziente però ha dei doveri, primo fra tutti quello di dare indicazioni al dottore. O l’unica cosa che avete da dire è davvero “vogliamo più soldi”? Se invece c’è una parte della scuola che vuole cambiare le cose, allora ha il dovere di farsi sentire. Per ora non si è visto in piazza nessun corteo col cartello, per esempio: “Sì al merito, no ai licenziamenti”. Perché?

    Gena, chiedi “Scusa,Vincenzillo che senso ha parlare ancora del 68, è pura demagogia.”.
    Ti darei ragione, se il 68 italiano fosse finito. Ma non è così. In altri paesi il 68 a un certo punto è scemato, lasciando anche buoni frutti (vedi negli USA), o comunque è stato arginato dalla maggiore solidità delle istituzioni (vedi Francia). In Italia invece c’è un paradosso: i contestatori di allora, contestatori delle istituzioni, dell’autorità, del potere, oggi sono rimasti contestatori, ma nello stesso tempo hanno in mano le leve del potere che contestano. Con risultati da manicomio. Soprattutto in certi campi, scuola compresa (ma per quanto possa sembrare assurdo, ti assicuro che è così anche in tv e in pubblicità, basta fae un giro in redazioni e agenzie). Per questo ne parlo e sento il bisogno di un naturale correttivo.

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  14. Gugl, scusa, correggo: il “vogliamo più soldi” è rimasto per sbaglio da una lista più lunga ed è fuoriviante. Ciò che intendevo era che se si dice “No alla Gelmini”, si tiene tutto così com’è. E’ questo che volete? O cosa? Te lo chiedo perché da fuori è chiaro solo che per voi la malattia è la Gelmini. Di altre malattie attualmente in atto non si è sentito mai nulla.

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  15. “i contestatori di allora, contestatori delle istituzioni, dell’autorità, del potere, oggi sono rimasti contestatori”

    parecchi lavorano in Mediaset (a cominciare da Pietrangeli)

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  16. “E’ questo che volete?”

    Invito chi fa queste domande a leggere la lettera di Marilena Salvarezza, che ancora ringrazio per la chiarezza e completezza del suo scritto.

    Vi si espone una idea di scuola:

    “Una scuola di qualità che… investa in risorse e strumentazione… in grado di fare proposte per tutti che premino l’eccellenza e insieme supportino le difficoltà di altri allievi”

    che possa

    “tornare ad avere “autorità e rigore”… ridandole senso, dignità e respiro culturale”

    e per questo si dice necessario:

    “informarsi sulle esperienze europee e mondiali più efficaci, consultarsi con commissioni di esperti, valutare i risultati di sperimentazioni, leggere e far leggere dal proprio team, coinvolgere gli insegnanti

    tenere conto del cambiamento dei tempi, delle società e dei bisogni”

    Vengono indicate finalità:

    “far ritrovare ai ragazzi motivazione e coinvolgimento nelle proposte, tenendo conto dei loro linguaggi e dei loro mondi

    contrastare una deriva sociale fatta di individualismo esasperato e anomico e di omologazione di comportamenti e culture consumistiche

    ridare alla scuola quel ruolo di “riduttrice” di squilibri familiari e sociali

    passare ai ragazzi il principio di responsabilità, vale a dire la consapevolezza delle proprie azioni e delle loro conseguenze

    passar loro la capacità di riconoscere e gestire emozioni, di confrontarsi con gli altri, di sentirsi parte di una comunità

    Educarsi ad essere cittadini, noi diciamo “del mondo” e non solo di un territorio e di una nazione”

    far loro “avere conoscenze che li orientino ad agire nel contesto locale, nazionale e mondiale

    dare a ciascuno la possibilità di realizzare il massimo del proprio percorso formativo

    riproporre un progetto di educazione permanente”

    Vengono indicati metodi:

    “partecipazione dei ragazzi… che siano protagonisti del loro percorso di apprendimento

    insegnare a continuare anche autonomamente la loro ricerca, passando modelli di come si persegue la conoscenza e utilizzando metodi di comunicazione”

    Vengono anche indicati a titolo di esempio linee guida di programmi disciplinari adeguate ai tempi:

    “una storia che parta da un’origine comune di specie e segua il costruirsi contemporaneo e/o progressivo delle civiltà nel loro rapporto con ambiente e territorio

    La lingua italiana è fondamentale…, ma… anche valorizzare didatticamente altre lingue”

    Per quanto riguarda gli insegnanti, viene chiesto:

    “un aggiornamento professionale”

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  17. @Vincenzilo
    Secondo il mio punto di vista del 68 non è rimasto nulla, se non qualche legge come il divorzio o il diritto di famiglia.
    Il 68 ha rappresentato un esserci non solo retorico dove si chiedeva un sistema più equo, sia parte degli intellettuali che della classe operaia, certo essere contro la guerra nel Vietnam è stata una colpa molto grave. Cose come presa di coscienza culturale erano sicuramente da condannare, in quanto sovvertivano l’ordine “ divino “ costituito. Ora secondo me tutto questo con la Gelmini non ha nulla che fare,il cui l’unico obbiettivo è ridurre i costi della pubblica istruzione.

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  18. Gena, qui non si riesce nemmeno a dar conto dello sfascio e del degrado: solo per parlare di oggi: l’aparheid nelle scuole, Saviano costretto a pensare di lasciare l’Italia, Gaetano Pecorella, indagato per favoreggiamento per i depistaggi delle stragi nere di Piazza Fontana e piazza della Loggia, proposto per la Corte Costituzionale, 15 milioni di italiani a rischio povertà che non sono considerati emergenza…

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  19. l’unica cosa certa in Italia è l’alto grado d’inciviltà, questa non è una nazione, ma uno Stato che considera i suoi cittadini poco più che dei sudditi.
    E comunque ho cercato di limitarmi a parlare del problema scuola.

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  20. giorgio, per quanto riguarda gli insegnanti, l’aggiornamento professionale non basta. Non basta per gli insegnanti come non basta per nessun’altra attività umana. Se uno non è motivato, che cosa se ne fa dell’aggiornamento professionale?
    Anche la “partecipazione dei ragazzi” va motivata. Non basta il “sapere per il sapere”.

    Sul resto, invece, sono tutti scopi lodevoli, ma secondo te qual è il vero ostacolo sulla via dell’attuazione?
    Te lo chiedo perché sono convinto che la Gelmini le sottoscriverebbe tutte. Anzi, qualcuna gliel’ho perfino sentita dire.

    Gena, evidentemente per te la “presa di coscienza culturale” è solo quella avvenuta nel 68. Io invece dico che oggi, di fronte all’indisciplina dei ragazzi nella scuola (e nella società), sarebbe il caso di fare un’altra “presa di coscienza”: il fallimento di una classe intellettuale. La classe intellettuale che difende a oltranza certi principi pedagogici intrisi di permissivismo, pur non avendo saputo trarre da questi principi un modello culturale tanto efficace da contrastare quello dell’arricchiemto facile e del reality show. (Se invece questo modello esiste ed è forte, dimmelo perché io non lo conosco).

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  21. Bene, Vincenzillo, dici che “la Gelmini le sottoscriverebbe tutte”, le cose dette da Marilena Salvarezza, puoi dimostrarlo?

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  22. Non ho qui le dichiarazioni della Gelmini, ma l’introduzione di principi e manovre di carattere almeno in parte liberisti è proprio “Una scuola di qualità”.

    Con maggiori investimenti pubblici e con l’aggiunta fondamentale di fondi privati. Investimenti
    “in risorse e strumentazione, che premino l’eccellenza e insieme supportino le difficoltà di altri allievi”.
    Tipo i più meritevoli, che se sno poveri finalmente potrebbero beneficiare di borse di studio oggi quasi inesistenti.

    “autorità e rigore”.
    Ci mancherebbe, dopo che le si è dato della autoritaria.

    “informarsi sulle esperienze europee e mondiali più efficaci” etc.
    Per esempio quelle americane ma non solo.

    “far ritrovare ai ragazzi motivazione e coinvolgimento”.
    Dando un senso allo studio sia tecnico che umanistico in rapporto anche al mondo del lavoro. Non come oggi.

    “passare ai ragazzi il principio di responsabilità, vale a dire la consapevolezza delle proprie azioni e delle loro conseguenze”.
    Per esempio differenziando di più tra loro istituti tecnici e umanistici, e dunque obbligando i ragazzi a scegliere prima, senza illuderli che alla fine tutti sapranno tutto, cosa impossibile e inutile, come purtroppo avviene oggi.

    “conoscenze che li orientino ad agire nel contesto locale, nazionale e mondiale”.
    In competizione con gli studenti e i ricercatori che lavorano nelle realtà straniere, che oggi ci superano, oltre a rubarci le menti.

    “Educarsi ad essere cittadini, noi diciamo “del mondo” e non solo di un territorio e di una nazione”.
    Magari però partendo dall’Italia, in particolare dall’educazione civica, che la Gelmini vuole reintrodurre, contrariamente a ciò che pensano gli studenti che le contestano di essere autoritaria perché secondo loro vuole toglierla. Ma chissà perché lo pensano…

    Devo continuare?

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  23. No, non ci siamo, Vincenzillo, occorre che dimostri nel concreto, punto per punto, parole di Gelmini alla mano, e non solo, con dati concreti, anche.

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  24. E’ vero che le parole sono “svalutate”. Ne abbiamo sentite e lette tante, di ogni tenore e colore, dei vari ministri succedutisi.
    Ma alle parole seguono poi i fatti, che non lasciano a volte molti dubbi. Certe cose le abbiamo già viste negli anni 60: affollati doposcuola pomeridiani, insegnanti di serie a e di serie b, taglio e privazione su servizi essenziali come le mense scolastiche (quelle che una volta erano scarse e solo per i bambini “poveri”). Oggi al “tempo pieno” delle elementari, il pranzo è un momento educativo e salutare: si mangia un pasto completo dal punto di vista nutrizionale, si sta in piacevole compagnia e si sperimentano corrette abitudini. Non c’è distinzione fra “ricchi”(da noi ormai ce n’è pochi!) perchè la mensa fa parte del progetto educativo rivolto a tutti i bambini.
    Che sta succedendo? E come sarà il futuro?
    E le dirigenze scolastiche? Aumenta il ricorso ai cavilli, a divieti, a richieste scritte…a tutto ciò che rende la “concertazione” difficile o a volte quasi impossibile. Arrivano le decisioni dall’alto e ci si deve attenere.
    Diventa problematico appendere uno striscione alla cancellata della scuola.
    Dopo valanghe di parole, ecco i fatti, che non piacciono in fondo a nessuno.

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  25. giorgio, pensa che stavo quasi per mettermi a cercare tra i lanci d’agenzia, i giornali online, youtube, se magari c’era ancora qualcuna delle dichiarazioni della Gelmini ascoltate da milioni di italiani in queste settimane. Poi però mi è caduto l’occhio su questo passaggio cruciale della lettera, dal luminoso intento pedagogico:

    “ci sembra almeno un po’ problematico che a imporre questo studio sia la ministra di un governo che non ha dato particolari prove su alcuni concetti non indifferenti della Costituzione stessa, quali la separazione dei poteri e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alle leggi, con una non celata tendenza a trasformare il concetto di cittadinanza in quello di sudditanza.”

    Non so perché, ma improvvisamente mi è passata la voglia.

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  26. Con la Riforma Gelmini : ogni classe avrà un solo
    docente che dovrà insegnare TUTTE le materie.
    Qualcuno è contento, perchè così anche le maestre lavoreranno di più.
    Non è assolutamente vero : le ore di lavoro resteranno 24 settimanali.
    L’unica cosa che cambia è che gli alunni non potranno più mangiare a scuola
    e dunque usciranno alle ore 12,30.
    Ora Vincezillo, vogliamo capire cosa c’entra il 68 con tutto questo?
    Se poi parliamo del modello educativo, se non ricordo male, sono i genitori che devono educare i figli.

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  27. Gena, il 68 ha impregnato di sé tutto ciò che è venuto dopo, tutta la società, compresa la famiglia e compresa la scuola, in una maniera abnorme. Dai, guarda il rapporto attuale che c’è tra insegnanti, studenti e genitori. Una volta l’anello debole era lo studente, che aveva il dovere di rispettare e obbedire alle due autorità, e così si forgiava il carattere e imparava ciò che gli serviva per vivere. Purtroppo c’erano degli eccessi, e il 68 avrebbe potuto rappresentare il giusto correttivo. Ma non è stato così. Il 68 ha esondato, e lo si vede sia in famiglia che a scuola. Oggi dobbiamo renderci conto di questo e cambiare rotta. Altrimenti l’insegnante continuerà a essere insultato e deriso da genitori e studenti, e gli studenti impareranno sempre meno.

    Cosa c’entra col maestro unico, chiedi? Il maestro unico andava benissimo. Non c’era bisogno di tanta proliferazione. Bastava inserire le nuove mterie e formare gli inseganti in tal senso. Invece ha prevalso come sempre il principio socialista: posto fisso per tutti. Faceva comodo ai sindacati e ai politici. Meglio di così!

    Per il tempo pieno, invece, che per me è cosa buona e giusta, si possono credo trovare anche soluzioni che non implichino per forza l’impiego di insegnanti di ruolo.

    Infine, altro bell’esamino di coscienza: perché un ministro di centro-destra è costretto a usare il decreto invece di dialogare?

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  28. Tra il 2008 e il 2012 ci saranno 8 miliardi in meno per l’istruzione (tra
    scuola dell’obbligo, università e ricerca)
    e + 20 miliardi di euro per l’acquisto di 20 caccia bombardieri.Da quanto si legge da varie fonti.

    Nel solo 2008 ben 500 insegnanti di sostegno in meno nella Regione
    Campania.

    L’Italia si collocherà al settimo posto nel mondo per le spese militari,
    raggiungendo quasi 22 milioni di euro.

    Continuo a ripetere, il 68 lasciamolo fuori, e tutti gli studi sull’apprendimento.
    Non voglio proprio parlare del posto fisso, perchè dentro c’è tanta gente, provincia, regioni, comuni il punto è che se vogliamo convircerci che questo paese non ha bisogno di più istruzione, allora il governo ha ragione!

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  29. Ringrazio gli intervenuti, e in particolare gli insegnanti che con la loro esperienza apportano concretezza a questa discussione.

    Gena, grazie per i dati che ricordi, ma c’è chi parla senza nessun sostegno di informazione, purtroppo.

    Rispetto al perché il ministro non voglia dialogare, basta guardarla nelle apparizioni pubbliche, e si capisce subito, purtroppo.

    Che il tempo pieno sia garantito da appalti a esterni, è il rimedio che peggiora il male, purtroppo.

    Bisognerebbe fare un’analisi della privatizzazione di certi servizi, e cercare di rispondere a questa domanda: perché, quando un servizio diventa privato, peggiora il servizio e peggiorano i conti? Con la differenza che il servizio pubblico siamo usi criticarlo, quando fallisce un privato, diventa un arcano delle leggi del mercato che assolvono tutto e richiedono l’intervento dello stato nell’interesse della collettività.

    Per quanto riguarda il 68, bisogna ricordare che il 68 non ha fatto il suo assalto al Palazzo d’Inverno, chi governava prima ha continuato a governare dopo. Insomma, se paragoniamo il 68 a un esercito sconfitto, ha colpa l’esercito sconfitto delle distruzioni causate dall’esercito vincitore? Cerchiamo le colpe dove stanno.

    (A questo proposito, appena lo permetteranno le necessità e arriverà il suo turno, proporrò un testo interessante sul 68 e la scuola).

    Per capire la società attuale, e capire come problemi che pensiamo solo italiani non sono solo tali, ma di questa fase che viviamo, consiglio di leggere alcuni testi: ad esempio i libri di Bauman (molto agile e chiaro “Modus vivendi”) o qualche libro sulla condizione dei giovani nell’Occidente di oggi, ad esempio “L’epoca delle passioni tristi” di Benasayag-Schmit.

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  30. Ringrazio Marilena e Giorgio per aver tradotto in parole comprensibili il mio pensiero, che ha ormai smarrito la lucidità chiedendosi a chi giovi distruggere la scuola pubblica… solo a chi vuol nobilitare la scuola privata (con molto fegato)o anche a chi vuol riportare all’ignoranza (tanto comoda ai governanti) del popolo?

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  31. Gena, tanto per parlare, eh: ma per confutarmi non potevi almeno trovare un paragone meno sessantottino? “Meno bombe, più maestre!” Dai…
    Forse non lo sai, ma il nostro esercito è impegnato su diversi fronti nel mondo, e il futuro può riservare, purtroppo, altre brutte sorprese.

    giorgio, il fatto è che tu parti dall’oggettivo malfunzionamento di una parte del privato attualmente operante in Italia per farne la presunta prova che qualsiasi tipo di privato attuale o futuro sia necessariamente nefasto. Io invece dico che vista l’attuale insufficienza del sistema scolastico nel garantire l’eccellenza (ma anche solo la disciplina, ormai) aprire la porta al privato può essere una soluzione. Tutto qui.

    “il 68 non ha fatto il suo assalto al Palazzo d’Inverno, chi governava prima ha continuato a governare dopo.”
    Politicamente, è vero. Il Pci è rimasto perdente tanto quanto prima, e oggi anche i residui sedicenti comunisti sono stati spazzati via dal parlamento. In termini culturali, invece, non è così. E’ storia recente, è attualità. L’egemonia culturale della sinistra oggi è un dato oggettivo (e i meriti non sono tutti della sinistra. Anche la destra è responsabile con la sua indifferenza alla cultura). Per fortuna, tali fenomeni non sono irreversibili.

    Per capire la società attuale, consiglio di mettere un secondo da parte Bauman e di farsi un bel giretto nelle redazioni di giornali e tv (anche Mediaset), case di produzione (anche quelle che vendono prodotti a Mediaset), case editrici (anche Mondadori), eventi culturali, ma anche agenzie di pubblicità, e naturalmente scuole e università. In particolare è molto istruttivo osservare con spirito sociologico le reazioni quando vengono fuori due nomi: “Berlusconi” (o altro leader del centro-destra), e “Papa” (ma anche alcuni esponenti di Vaticano, Chiesa, CEI, Opus Dei). Pura sociologia.

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  32. Vincenzillo, d’accordo, a ognuno il suo: a te Mediaset, a me Bauman e Benasayag.

    E ricorda che io ho risposto a tutte le tue domande, tu non hai risposto all’unica che ti ho fatto:

    “Bene, Vincenzillo, dici che “la Gelmini le sottoscriverebbe tutte”, le cose dette da Marilena Salvarezza, puoi dimostrarlo?”

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