PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 82

Quando andavo a scuola c’era un compagno di classe che in greco e filosofia se la cavava come chiunque altro, ma in più aveva un grandissimo occhio e due mani d’oro; cosicché, quando prendemmo la maturità, invece d’iscriversi all’università andò a bottega. Gli anni passarono e ci perdemmo di vista.

L’ho ritrovato stamattina. Trovandomi in una città poco distante dalla mia, ma nella quale capito di rado, nell’intervallo fra due riunioni in un palazzo del centro, sono sceso a fare due passi nelle viuzze vicine che ospitano botteghe di artigiani, di antiquari, di restauratori. Una in particolare, per la sua inclassificabilità rispetto alle altre, ha subito attirato la mia attenzione, e dopo uno sguardo all’orologio sono entrato.
L’interno manteneva le promesse della vetrina: oggetti disparati, dai più umili ai quasi sontuosi, accomodati con evidente maestria ed ancor più evidente amore; e qua e là qualche minuscolo capolavoro d’arte cosiddetta minore, tanto più capolavoro quanto più appunto minuscolo.
Mi stavo guardando intorno quando dal retro è sbucato il proprietario: era il mio vecchio compagno di scuola, ci siamo riconosciuti subito: siamo cambiati poco, almeno di fuori.
“Allora ce l’hai fatta a realizzare ciò che avevi in mente, vedo.”
“Sì, confesso che sono contento. E tu?”
“Lasciamo perdere. Io comunque non avevo le idee chiare come te.”
“Che vuoi, sono stato fortunato. Tutti voi compagni di scuola parlavate del nuovo, lo cercavate, volevate realizzarlo. A me piaceva ascoltare le storie, quasi sempre dolenti, delle cose, ridare loro almeno per un un momento un fioco e appartato bagliore.”
“Insomma un deus ex machina, un conservatore a ogni costo, un sovvertitore del principio d’entropia.”
“Mannò, non sono un chirurgo estetico per vecchie e vecchi danarosi. Quello che vedi qui non proviene da aste milionarie, ma da cantine, o me lo portano persone disperate di non poter più curare le loro cose – i loro affetti – come vorrebbero; e io do una mano a entrambe, alle persone e alle cose. Non riporto nulla all’infanzia, né gli dono l’eterna giovinezza. Quando mi è possibile restituisco le cose alla loro funzione, do loro un piccolo e spero non troppo tardivo indennizzo per la dignità trascurata, per la bellezza offesa. Come vedi sono circondato da amici, che stanno con me molto a lungo. Qui di clienti ne entrano pochi; ancora meno sono quelli che vogliono acquistare; ma io vendo soltanto a quelli che capiscono, o almeno si sforzano di farlo; certo, a quelli che rivelano attitudine e buona volontà qualche incoraggiamento iniziale non lo nego.”
“Sono ammirato, davvero. Direi anche commosso, se qualcosa potesse ancora commuoverci. Ma dimmi un po’, non è nel retro che voialtri tenete i pezzi migliori, quelli dei quali siete più gelosi?”
“Il retro non è per i clienti.”
“Io non sono un cliente, ma un vecchio compagno di scuola e, se ben ricordi, anche un vecchio amico.”
“D’accordo allora. Facciamo in fretta, prima che ci ripensi.”
E mi ha fatto entrare in un piccolo locale incredibilmente zeppo di oggetti dalla funzione non sempre chiarissima, ma di fattura squisita, fra i quali si trovavano bellissimi quadri realizzati con ogni tecnica, e piccole statue fatte nei più diversi materiali.
“Ciò che si trova qui, però, è opera tua . Ab ovo.”
“Be’, questa non è la stanza delle meraviglie, ma la stanza delle vanità. Cosa credi, sono un uomo anch’io, ho anch’io le mie debolezze.”
“Tu… Tu sei un grande artista.”
“Vade retro. L’artista è uno solo, ricordalo, e ha per luogotenente il tempo, che è un galantuomo, anche se spesso fa la figura del farabutto, ma non per colpa sua. Io mi sforzo soltanto di dare ascolto ad entrambi. Ed ora permettimi di lasciarti un ricordo.” E così dicendo ha scelto da un tavolino stracarico un pezzo di radice non più grande di un pugno, su cui con due colpi di scalpello aveva ricavato una rana che sembrava viva, sul punto di spiccare un salto e fuggirsene lontano, lasciando l’osservatore con un palmo di naso. Me l’ha consegnata aggiungendo, finalmente con un sorriso e una punta della vecchia giocosa malizia: “Ecco, è tua. Al bisogno puoi provare a baciarla, magari si trasformerà in principessa.”
“Adesso tocca a me dire: vade retro” ho replicato, e gli ho chiesto: “Che cosa posso darti di mio?”
“E me lo domandi? Quando ripasserai di qui portami qualcosa di cui rimpiangi di non aver rispettato abbastanza la dignità e la bellezza. Lo guarderò e riguarderò, ci penserò su magari un bel pezzo, e poi vedrò che cosa posso fare.”

11 pensieri su “PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 82

  1. Quando si incontrano piccole botteghe di artigiani entro sempre volentieri. L’ultima volta nel Canavese. Comprai un piccolo allocco in legno e mentre visitavo la bottega l’artista scultore mi raccontò delle storie locali e di alberi… Quelle cose belle, che capitano ogni tanto.

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  2. oggi la verità si trova preferibilmente dove nessuno la va a cercare: negli angoli più appartati, nei luoghi dimenticati dalle luci della ribalta. bisognerebbe stanarla da lì e ripresentarla a chi ne ha perso perfino la memoria.

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  3. Cara Nadia,
    ricordo un vecchio articolo di Ceronetti, nel quale si consigliava lavoro manuale e studio del latino, senza troppi “pezzi di carta”.
    Cura salutare che peraltro io per primo non ho mai praticato, salvo averne ora un rimorso un po’ ipocrita.
    Ma io almeno ho un’attenuante: le mani di pastafrolla.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  4. Caro Fabrizio,
    come hai ragione.
    Sempre, però, che quegli appartati “giusti” (cui la verità si accompagna e senza i quali, in termini umani, non vive) accettassero di venire almeno per un attimo tratti dalla loro penombra.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  5. Che invidia! Solo gli artisti comprendono la vita segreta delle cose. E ci parlano assieme. Il resto dell’umanità le cose le usa soltanto, e poi le butta via, o le vende (che alla fine dei conti è lo stesso)

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  6. Caro Roberto,
    no, per fortuna, non solo gli artisti, almeno non solo gli artisti nel senso “operativo” del termine.
    Queste cose persino un po’ banali, che tutti crediamo di sapere, le ho fatte davvero mie grazie a una persona che non è un’artista, e che ogni mattina ringrazia Dio per non esserlo.
    Infine, c’è vendere e vendere: c’è chi vende qualcosa che non può più trattare adeguatamente, e che cede solo a chi gli dà garanzie di volerlo e saperlo fare. Anche questo è un atto d’amore.
    Parlo perché ho visto e sentito: ho fatto esperienze un po’ ingombranti, ma nutrienti assaissimo.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  7. “Quando ripasserai di qui portami qualcosa di cui rimpiangi di non aver rispettato abbastanza la dignità e la bellezza.”

    Bello un posto così, Roberto, dove si trova?

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  8. Caro Giorgio,
    naturalmente ho mescolato un po’ le carte, riunendo in un sola paginetta elementi diversi.
    Ma, ripeto, tutti assolutamente veraci e vissuti, benché
    “drammatizzati”.
    Peraltro sono sicuro che ognuno di noi, che ha commesso errori e compiuto rimozioni di cui in fondo si spiace, può con un piccolo sforzo ritrovare dentro di sé quell’indirizzo giusto: il suo.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  9. Cara Carla,
    il timore è appunto che quando ci si pensa sia in effetti già troppo tardi.

    Caro Paolo,
    gli studi non vanno abbandonati mai, ma proseguiti per tutta la vita; piuttosto si potrebbero abbandonare certe scuole.
    Quanto ad andare in massa a bottega non so.
    Da studente d’estate andavo nella “boita” di mio zio tipografo. Era bellissimo e mi divertivo come un pazzo.
    Ma allora esistevano i mestieri, oggi fanno tutto i computer e i robot.
    Nel fare le cose con le proprie mani sembra ormai esserci persino dell’affettazione, a meno che la cosa non proceda da una necessità contingente o da una personalissima e insopprimibile vocazione. Niente a che fare quindi con fenomeni o tendenze di massa.

    Grazie e un caro saluto ad entrambi,
    Roberto

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