Vi dico chi sono i nemici di Saviano

di Nichi Vendola

Questo ragazzo del Sud, scuro di pelle e con gli occhi inquieti, con quello strano connubio di forza e debolezza che si intuisce già nella sua corporeità, con quel magnetismo che mescola calda vitalità e una malinconia ineffabile. Lo sento sempre così sincero, così impetuoso nei pensieri e nelle emozioni che traduce in scrittura cristallina, in minuziose inchieste sull’indecenza del vivere e del morire nei medioevi post-moderni delle mafie, in pagine aspre e di rara passione (che in questo caso è davvero sostantivo del verbo patire), in documenti di grande letteratura civile. Roberto Saviano è questo ragazzo di meno di trent’anni, meridionale e mediterraneo, che ha realizzato il sogno di ogni ragazzo per accorgersi subito dopo che quel sogno era diventato un incubo. Il sogno di poter fare un lavoro bello e importante, nel suo caso scrivere libri, e il suo allucinato e bellissimo “Gomorra” è diventato addirittura un best-seller planetario. Ma quel libro ha aperto la porta del terrore, ha portato luce dove da sempre aveva vinto il buio, ha narrato il “romanzo criminale” dei Casalesi e dei loro faccendieri, dei loro killer, dei loro impiegati, dei loro interlocutori economici, dei loro protettori istituzionali. Ha squadernato la “banalità del male” della camorra tra Napoli e Caserta, penetrando con forza documentaristica nelle viscere di quella burocrazia dell’onnipotenza criminale che stringe affari e stringe cappi al collo, che fa strage di appalti e fa strage di essere umani con la stessa disinvolta velocità. Il mondo si è improvvisamente accorto della camorra, di un crimine che è radicato negli interstizi più riposti e negli organi vitali della metropoli partenopea, che comanda traffici illeciti di droga e di rifiuti e di qualunque tipologia merceologica inclusi i defunti che sono lottizzati nella rete micidiale delle pompe funebri. Cosa Nostra era stata ciclicamente al centro dell’attenzione dei mass-media, oggetto di raffigurazione letteraria e cinematografica, questione dibattuta nell’arena nazionale ed internazionale.
Invece sulla ndrangheta calabrese e sulla camorra napoletana ha dominato sempre una sorta di distrazione collettiva, o una forma speciale di omertà programmatica, con l’attitudine di ridurla alle cronache locali di violenze arcaiche. Poi questo ragazzo del sud, raccogliendo il testimone di generazioni di militanti della legalità, ha trovato una cifra narrativa che ha sfondato il muro di gomma plurimo dell’indifferenza, del cinismo, del folclore giustificazionista. Ha acceso una torcia nella notte opprimente dei boss, di questi giganti del nulla, maschietti gonfi di cocaina e ubriachi di potere, in contesa permanente gli uni con gli altri, abitanti frenetici di un pianeta in cui la vita vale meno di uno starnuto, in cui il diritto è surrogato dallo storto, l’empietà scandisce la gestualità quotidiana di chi allunga e allarga traffici nel nome di una sotto-società educata al “mordi e fuggi” della ricchezza facile, della ricchezza predatoria, della ricchezza svuotata di qualsivoglia contenuto di bellezza, di giustizia, di umanità. Il successo ha comportato, per Roberto, una condanna a morte, una vita prigioniera di caserme e scorte, la fine immediata di una vita normale. Conosco cosa significa. Leggendo le parole di Saviano che pensa di lasciare l’Italia mi sono sentito oppresso. Chi non conosce la solitudine, quel tipo di solitudine, non può capire. Non è colpa dei clan, dei Casalesi, della camorra: loro devono minacciare e uccidere, così esercitano la loro peculiare egemonia culturale e militare. Sono quelli che pensano che sei un esibizionista, che hai sfruttato brutte storie per fare quattrini, che ti sei arrampicato su quell’albero lurido e avvelenato soltanto per svettare. Loro è una colpa grave, nostra è una responsabilità non occultabile. Sono quelli che, galleggiando nella melma del cattivo “buon senso” e dei più vieti luoghi comuni ti regalano la peggiore delle condanne: appunto un’estrema, indicibile solitudine, quella che mette in apnea un’età, un’esistenza nata per cantare la libertà, un corpo che voleva solo danzare la vita. Siamo tutti riscattati dal coraggio di questo ragazzo del Sud. Siamo tutti sconfitti dalla sua inevitabile tristezza. Per questo, per me, per tutti noi, vorrei abbracciare Roberto e sussurrargli, con pudore, di non andare via.

Pubblicato su Liberazione, il 16 ottobre 2008

29 pensieri su “Vi dico chi sono i nemici di Saviano

  1. La differenza tra Saviano e il comunista da scranno è tutta di sostanza: per il primo la camorra diventa un elenco di nomi e cognomi, e indirizzi in cui andare eventualmente a scovarli. Per il secondo si traduce nella solita retorica, arrivando alla vergogna di firmare un articolo intitolato “vi dico chi sono i nemici di Saviano” senza riuscire a fare un solo nome concreto.
    Io non so se espatriare possa davvero aiutare Saviano a sfuggire alle minacce che gli gravano contro, ma nel dubbio non esiterei un solo momento.

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  2. Pingback: Saviano. Una riflessione, anzi due « 24 fotogrammi in 4 parole

  3. Ha ragione Carlo Cannella: tutta retorica e nessuna sostanza.

    Alla fine sui veri nemici di Saviano ne sappiamo esattamente quanto prima.

    Inoltre, dopo che ha venduto milioni di copie la “distrazione collettiva” fa sorridere.

    Questo tipo di solidarietà ormai è fuori tempo massimo: oggi è necessario e urgente parlare di fatti, di colpe reali, di soluzioni concrete.

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  4. Scusate, a essere corretti la “distrazione collettiva” era attribuita a prima di Saviano. Sarà che io sento parlare di camorra dagli anni 80, o sarà che nella melassa della retorica di Vendola mi sono un po’ perso…

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  5. Scusate, ma di nomi e cognomi ne sono stati fatti, e molti. Sappiamo di molte connivenze, una addirittura riguarda un sottosegretario dell’attuale governo, che continua restare lì, allegramente, come se niente fosse. Questo commento di Vendola non mi sembra così retorico, spiega perché secondo lui Saviano si dovrebbe sacrificare e non partire, non pensare soprattutto alla sua vita privata di ragazzo di 28 anni.

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  6. Lo stato non è in grado di proteggere uno scrittore che denuncia la camorra. Questa brutta vicenda dovrebbe stimolare una riflessione approfondita sulla società multicriminale che si consolida con tanta facilità nel contesto della globalizzazione !

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  7. mi è venuto in mente: è possibile che quella di Saviano sia una vera e pericolosa (per il Potere) contrapposizione, e non solo quel poco che è concesso, in un mondo, il nostro, in cui questo “stato di cose” concede a sua discrezione, per acquietare la gente più riflessiva, simulacri di informazione, pezzi di verità, fatti veri, mezzi veri e falsi reticolati fra loro, tanto da formarne una matassa inestricabile. Saviano ha pubblicato con Mondadori. è possibile ancora oggi questo tipo di coraggio, qualcosa che ricorda d’appresso gli scritti del Pasolini corsaro? se tutto questo è possibile, ringrazio Dio e quella strana congiunzione astrale che hanno fatto il miracolo. è il successo del libro, spesso preso a pretesto per rinfacciare la “fotuna” di Saviano? Ancora PPP: il successo? è l’altra faccia della persecuzione, non è una cosa buona per un uomo.

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  8. A me sembra che la potentissima opera di saviano sia stata disinnescata dalla spettacolarizzazione. il fatto che sia uscito con mondadori, a me personalmente, lascia perplesso. lo sappiamo tutti di chi è la mondandori. mi viene da pensare che i camorristi se vogliono ammazzare non fanno dichiarazioni, ti ammazzano. è possibile che la spettacolarizzazione del romanzo di saviano, il renderlo fenomeno di costume, abbia indebolito l’operazione stessa, il fatto di farci un film che finisce a cannes ancora di più, pare come se stessimo assitendo a un film, per l’appunto, una realtà finta, da tubocatodico, mentre quella di saviano era una denuncia, fatta sulla propria pelle. gli stessi chiamati in causa, ossia lo stato, sono i primi che dicono “non andartene, resta con noi”, ma ci rendiamo conto che dovrebbero prendere e andare nel porto di napoli a fermare quello che saviano denuncia? Altro che commozione e solidarietà a saviano, qui ci vuole incazzo verso la nostra classe politica. io credo che lui sia stato strumentalizzato, povero innocente ragazzo, che sia stato disinnescato. sai che cazzo gliene frega di aver fatto un gruzzolo col libro, di averci fatto un film, di essere diventato un personaggio. quello voleva smuovere le coscienze, e adesso lo mandano con la scorta a fare da bersaglio a matrix. gli auguro di andarsene e farsi una vita propria lontano, di non continuare a farsi strumentalizzare, io non vorrei un nuovo martire come falcone e borsellino, vorrei un ragazzo che si fa la propria vita. il suo l’ha già fatto, ha puntato tutta la posta che aveva, e gli hanno dato indietro i soldi del monopoli. io di mio posso solo vergognarmi della nazione in cui vivo.

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  9. I politici dovrebbero essere aboliti per decreto quando si imbarcano, come in questo caso, nell’ennesima fiera delle vanità. Ventola sta mandando in rovina la sua Puglia: che spenda il tempo pensando a ciò che può fare per la sua gente e non ad incensarsi con il profumo di altri.

    Blackjack.

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  10. pensavo… che nel pezzo su, non è stata citata la sacra Corona Unita… esiste ancora mi pare. O è confluita,come le grandi banche, in altra organizzazione?
    Fede non si smentisce mai, uno racconta, perchè forse è giovane, ne è stupito. Lui non dice perchè è scortato, come si vive da scortato…perchè ci ha fatto il callo. O forse perchè non è bello parlarne. Non mi ricordo però questioni di Fede (Emilio) se non col gioco.
    Pensavo un po’ il paese che siamo,oche stiamo diventando. Un nostro scrittore per la sua sicurezza pensa di andare all’estero. ecco,magari là si incontrerà con Rushdie. Ecco forse la direziione in cui stiamo andando. Meno male che parlano di decreti sicurezza, e anche di classi scolastiche separate.

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  11. Sul punto in questione io non ho dubbi: Saviano ha tutto il diritto di riprendersi la sua vita. Come dice lui stesso: “tornare nella realtà”. Basta caserma, basta minacce. Se per farlo deve andarsene, è giusto andarsene.

    Per chi rimane, invece, la domanda è: si può fare qualcosa di buono anche senza Saviano? E la risposta è sì.

    Il vero nemico è l’inerzia della politica. Decenni di inerzia. Le associazioni e i cortei non possono fare più di tanto. L’azione spirituale deve sfociare in azione concreta. Solo la presenza dell’esercito a oltranza può essere risolutiva. Solo così le forze dell’ordine potrebbero finalmente svolgere il loro compito vero, svolgere le indagini e arrestare, arrivare ai centri economici denunciati da Saviano.
    E questo si può fare benissimo anche senza Saviano. Basta essere realisti fino in fondo e convincersi che non c’è altra strada.

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  12. Ricordo quando Saviano scriveva con la stessa precisione, lo stesso puntiglio su Nazione Indiana.
    Ha scelto una strada coraggiosa e pericolosa. Credo che si rendesse conto sin dal principo a cosa si esponeva. Il grido, la forza e il valore della sua denuncia (bisogna ricordare, però, che altri hanno nello stesso periodo scritto libri sulla situazione napoletana) restano elevati e assurgono a simbolo di onestà e di coraggio civili, solo se Saviano resterà in Italia. Andandosene, testimonierebbe una specie di resa. Il buono che ha seminato andrebbe presto in malora. Una denuncia così forte deve restare tale. Auguro a Saviano di trovare uno Stato e una Comunità in grado di proteggerlo e di unirsi a lui.

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  13. Saviano ha già fatto abbastanza, con la sua denuncia ha già compiuto un sacrificio a viso aperto.
    Che possa partire dunque, che vada pure dove non sarà che riposo e pace, a cercarsi uno spazio proprio, una vita, una famiglia, la sua missione l’ha compiuta e anche alla grande.
    Chiedergli di restare sarebbe condannarlo ancor più di quanto abbia già fatto la camorra.
    Chiedergli di restare sarebbe come fargli combattere una guerra che ora è passata di diritto nelle mani dello Stato, delle forze dell’ordine e della magistratura.

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  14. Ognuno di noi si trova ogni giorno di fronte a scelte importanti, ma scegliere, quando c’è di mezzo la vita o la morte, è una scelta diversa, è difficile comprenderla pienamente se non ci si trova di mezzo. Bisognerebbe mettersi nei panni di chi rischia tanto. Al solo pensarci, alla situazione in cui si trova Saviano, io sento spalancarsi davanti a me un vuoto di incertezza e dubbio.

    Ugualmente difficile è decidere per un altro. A volte è comodo pretendere da altri ciò che noi non siamo disposti a dare, a volte viceversa siamo più severi con noi stessi e più concilianti con gli altri.

    Quello che noi potremo fare in questi giorni o in queste settimane a favore di Saviano, lo faremo per Saviano e lo faremo per noi stessi e per l’Italia.

    Qual è il “noi” a cui mi riferisco? Noi vuol dire tanti, sicuramente milioni, ma…

    Non è la “voce pubblica” dei paesi infestati dalla camorra, quelli che dovrebbero essere i più grati a Saviano, e il cui abbraccio gli dovrebbe essere la migliore difesa, e sono invece quelli per cui la camorra è “normale”.

    Non è chi ci governa, che ha fatto sì che la situazione giungesse a questo punto, e che accetta tra i banchi del Parlamento uomini collusi con la camorra e la mafia, anzi li difende serrando le fila ogni qual volta un parlamentare è nelle grane.

    Non è chi ci governa, che fa leggi atte ad allargare le impunità, violando la Costituzione e stravolgendo qualsiasi concezione della legalità e della giustizia.

    Non è lo Stato che già non è valso a difendere Falcone e Borsellino, ma che anzi li ha spesso delegittimati e ostacolati.

    Insomma, è lo Stato a dover garantire la legalità e la vita di Saviano e di tutti i cittadini, e a dover mostrare di meritare che Saviano rimanga in Italia. È lo Stato a dover guadagnarsi una legittimità finora dubbia in questo campo, estirpando il male alle radici.

    Quando uno dice “Io so e ho le prove”, ha già dato il massimo della fiducia possibile allo Stato e all’opinione pubblica del suo Paese.

    Adesso sta allo Stato dare un segnale, che non sia quello di usare, è un eufemismo, la “forza” contro chi mendica o chi ruba un pane al supermercato e la difesa a oltranza contro i suoi legislatori più indegni. Questa è una incitazione a delinquere, vuol dire dare un cattivo segnale: che chi delinque, e lo sa far bene, e si premura di avere tutte le coperture necessarie, la fa franca.

    Finché lo Stato non farà ciò, finché non ripulirà se stesso, togliendo ogni appoggio e copertura alla criminalità organizzata, nel parlamento, nelle banche, negli affari, sarà al primo posto al banco degli imputati.

    Per quanto riguarda gli intellettuali che screditano o minimizzano l’opera di Saviano in nome di principi estetici: tali principi, realistici o fantastici che siano, per me pari sono. L’importante è: “parlare”.

    Tornando alla scelta se partire o restare, mi piacerebbe che Saviano restasse, ma mi rendo conto che per questo oggi in Italia non ci sono le condizioni.

    Ma alla fin fine, la scelta sarà di Saviano: e qualunque essa sia, sarà la scelta migliore, gli saremo vicini comunque.

    Quello che posso dire senza timore di sbagliare è questo: parta o resti, Saviano è la voce più alta contro la camorra e la criminalità organizzata in questo Paese, e qualsiasi scelta prenda non cambia la portata di ciò che ha scritto e il nostro rapporto con lui. Esso c’è e resta.

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  15. Siamo tutti Saviano! In ogni contrada della terra, là dove c’è un uomo che domina con il sopruso ed un altro che viene dominato, deve alzarsi il grido di rivolta di chi ha avuto come Giona il dono-dovere di essere testimone di libertà. Mi piacerebbe sapere perché Saviano ha scelto il titolo Gomorra. Perché è bello? O perché ha un senso? L’ironia della storia ha voluto che lui subisse il peccato commesso da quella città maledetta. Non un peccato sessuale (come potrà meglio dire Fabrizio) ma un peccato civile, se così si può dire: aver cacciato un ospite. E l’ospitalità era sacra per le tribù israelite. Saviano è stato cacciato dalla nostra comunità. E non era un ospite. E’ un cittadino. Questo ordine va ristabilito. Non per difendere lui. Ma per difendere la libertà di tutti noi.
    Eppure, alla fine, molto alla fine. Un retrogusto di vanità ti resta in bocca in questa vicenda. Fin dove arriva l’Estetica del dolore e della denuncia che oltre le proprie intenzioni mitizza ciò che denuncia, fino a goderne incosciamente. E da dove cominica l’Etica del dolore, che si fonda sulla testimonianza, sul sacrificio personale. Non vorrei essere blasfemo nel dire che ciò che Saviano ingiustamente subisce ristabilisce un altro ordine, lo sposta dall’Estetica e lo riporta sul terreno dell’Etica. Niki resta ancora sul piano dell’Estetica. Su questo terreno è stata sconfitta la sua parte politica (dell’altra parte se ne può parlea su altri temi), incapace di dare una risposta efficace alla Camorra, malgrado governi la Campania da quindici anni. Conosco Niki, al quale vorrei contrapporre un modello che lui stesso conosce molto bene (sono entrambi della mia terra, don Tonino Bello che del dolore e della rivolta non ne ha fatto un’Estetica. Per le strade di Sarajevo, quando la guerra infuriava nel cuore dell’Europa, ha fatto camminare il suo corpo mangiato dal cancro per protestare contro la follia di una guerra fratricida. Quella era Etica. La nostra Etica.
    Grazie, come sempre, Fabrizio per le tue “occasioni” di riflessione.
    Pasquale Vitagliano

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  16. Caro Roberto Saviano,

    io vivo a Londra e ho una camera per gli ospiti piccola, ma confortevole.

    Per me sarebbe un onore e un privilegio poterti ospitare per tutto il tempo che vuoi.

    Io non ho paura.

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  17. ringrazio tutti e in particolare Pasquale, che ha colto un aspetto essenziale del problema.
    speriamo che la tensione creata dal libro di Saviano desti qualche coscienza sopita e ne raddrizzi altre deviate.

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  18. qualcuno dice che Saviano sia stato strumentalizzato perché
    ha narrato vicende riferibili una generazione camorrista precedente rispetto a quella attuale; una generazione che coinvolgerebbe parte della classe politica. sarebbe una specie di depistaggio, insomma. a me sembra fantascienza.

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  19. Se ho ben capito si sta facendo l’ipotesi che un altro clan abbia voluto sostituirsi (come fatto già avvenuto) a quello dei casalesi? E’ per questo che, con riferimento alla strage dei neri, non si è condivisa l’ipotesi di una sorta di guerra civile e si è preferito parlare di guerra tra clan?
    Se questo è il sospetto, perché non considerare la possibilità che sia invece in atto un semplice tentativo tutto da indagare?
    In fondo, la supposizione potrebbe essere avvalorata dalla presunta coalizione tra ndrangheta e camorra dei casalesi che in questi giorni sta emergendo nell’inchiesta sui ristoranti e sugli alberghi del centro di Roma, un’alleanza che, almeno in linea teorica, potrebbe avere indispettito le cosche siciliane. E in tal caso, Saviano potrebbe essere stato l’inconsapevole parafulmine del “principato” siciliano.

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  20. ciao roby kome ved sono anke io del sud ….. e sono dalla tua parte …. ho 13 anni ma nn mi importa anke se sn pikkolina ti scrivo lo stesso .. ti volevo dire …. ke sei un grande uomo k ha parlato kn la penna e un foglio ma anke kn l bokka … invece qll k sn kontro a te sanno solo parlare kon le minaccie e kon le pistole ….. io tifo sempre x te vai ke rikorda tu si semp o megj e poi questa lotta la vincerai tu …..

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