Il mondo ha liberato la Chiesa, di Vito Mancuso

Lo scritto di Roberta De Monticelli contro le dichiarazioni di monsignor Giuseppe Betori, pubblicato da questo giornale il 2 ottobre scorso, ha suscitato vaste e appassionate reazioni, comprese quelle degli stessi interessati, si veda mons. Betori su Avvenire il giorno dopo e la De Monticelli con una lunga intervista leggibile sul sito della rivista MicroMega. Con questo articolo a me non interessa entrare ancora una volta nel merito della discussione che teoreticamente ruota attorno alla sottile distinzione istituita da mons. Betori tra libertà di coscienza e libertà di autodeterminazione, distinzione di cui, come ho già espresso pubblicamente, non riesco a cogliere la pertinenza. Mi interessa un’altra cosa. A partire dalla decisione dell’amica e collega Roberta De Monticelli di non avere più nulla a che fare con la Chiesa cattolica italiana (“Questo è un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica italiana”), desidero riflettere su che cosa significa, oggi, “appartenere” alla Chiesa cattolica. Mi chiedo cioè in che senso un uomo, in questa nostra epoca, “appartenga” alla Chiesa, in che senso ne faccia parte, e a quali condizioni. Nel porre la questione mi riferisco soprattutto ai laici, a coloro cioè che non ricevono dalla Chiesa (mediante una delle sue numerose strutture terrene) l’abitazione, il vitto e le altre cose che servono per stare al mondo. Mi riferisco a chi, per la sua appartenenza alla Chiesa, non si guadagna da vivere, anzi materialmente non guadagna proprio nulla ma semmai al contrario spende anche qualcosa a causa delle offerte che fa. In che senso allora un laico così, economicamente indipendente dalla Chiesa, “appartiene” alla Chiesa? Il lettore vedrà, al termine di questo articolo, che la domanda per me rimane aperta.

Nel pormi la questione mi sono subito venute alla mente le diciotto regole che sant’Ignazio di Loyola (morto a Roma nel 1556) colloca al termine dei suoi Esercizi spirituali dedicandole proprio a come “sentire con la Chiesa”. Sant’Ignazio intende dire che si appartiene alla Chiesa nel senso che si “sente” insieme a essa. Ma che cosa significa “sentire con la Chiesa”?

Il fondatore della Compagnia di Gesù è lapidario fin dalla prima regola: “Messo da parte ogni giudizio proprio, dobbiamo avere l’animo disposto e pronto a obbedire in tutto alla vera sposa di Cristo nostro Signore, che è la nostra santa madre Chiesa gerarchica” (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, testo originale e traduzione italiana di Giuliano Raffo S.I., Edizioni ADP, Roma 1991, pag. 307). Obbedire in tutto, mettere da parte ogni giudizio personale. Qui non c’è il minimo spazio per la libertà di coscienza, collocata da Roberta De Monticelli alla base della moralità. La tredicesima regola di sant’Ignazio specifica meglio, per chi avesse ancora dei dubbi, in che senso si giunge alla vera appartenenza ecclesiale: “Per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco, lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica”. Mi permetto di citare l’originale spagnolo per gli amanti della filologia: “Debemos siempre tener, para en todo acertar, que lo blanco que yo veo creer que es negro, si la Iglesia jerárquica así lo determina”.

Nello scrivere le sue regole “per sentire con la Chiesa” sant’Ignazio non faceva che riprendere una lunga tradizione che ha in sant’Agostino uno dei maggiori e più autorevoli esponenti: “Io non crederei al Vangelo, se non mi spingesse a credere l’autorità della Chiesa cattolica”, diceva il grande vescovo di Ippona (“Ego vero Evangelo non crederem, nisi me catholicae Ecclesiae commoveret auctoritas”; da: Contro la lettera di Mani detta del Fondamento, 5, 6; in Polemica con i Manichei, vol. XIII/2 dell’Opera omnia, Città Nuova, Roma 2000, pag. 309). Non c’è prima il Vangelo e poi la Chiesa; no, c’è prima la Chiesa. È lei che consegna il Vangelo, spinge a leggerlo e dice come interpretarlo.

Già però tre decenni prima che Ignazio scrivesse le sue regole, questa lunga e autorevole tradizione era stata irreversibilmente incrinata, e a farlo fu proprio un figlio spirituale di sant’Agostino, il monaco agostiniano Martin Lutero. Convocato alla Dieta di Worms alla presenza dell’imperatore Carlo V, per l’ennesima volta gli era stato intimato di ritrattare. Nel rifiutarsi di farlo, Lutero proferì le celebri parole diventate poi uno dei fondamenti della modernità, autentico inno alla libertà di coscienza e all’autodeterminazione, parole alle quali anche l’avversario più agguerrito deve riconoscere grande coraggio vista l’epoca, quando per cose del genere si perdeva facilmente la libertà e anche la vita (Lutero vive grossomodo a metà tra il rogo di Ian Hus e il rogo di Giordano Bruno). Ecco le parole di Lutero, pronunciate il 18 aprile 1521: “Se non vengo convinto da testimonianze della Scrittura e da ragioni evidenti, non posso ritrattare. Infatti non credo né all’infallibilità papale né a quella dei concili, poiché è chiaro che si sono più volte sbagliati e contraddetti. Sono stato persuaso dagli argomenti biblici che ho riportato e la mia coscienza è vincolata alla Parola di Dio. Non posso e non voglio revocare nulla, perché è pericoloso e ingiusto agire contro la propria coscienza. Non posso diversamente. Io sto qui. Che Dio mi aiuti. Amen” (da Valdo Vinay, La Riforma protestante, Paideia, Brescia 1982, pag. 105). L’illuminismo e il liberalismo resero operativo in tutti i campi il primato della coscienza personale rivendicato da Lutero in campo biblico-teologico. Le altrettanto famose parole di Kant del 1784 ne sono l’attestazione: “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro… Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’illuminismo” (Risposta alla domanda: Che cos’è l’illuminismo?, in Scritti politici, Utet, Torino 1995, pag. 141).

Penso che l’anima della modernità occidentale si possa definire nella sua essenza come una reazione alla eteronomia della coscienza personale insegnata dalla tradizione cattolica ed esemplificata da sant’Ignazio nelle sue regole per “sentire con la Chiesa”. Penso che il senso profondo dell’epoca moderna sia rappresentabile come un combattimento a vantaggio dell’autonomia della coscienza, un combattimento che, vista la polemica Betori-De Monticelli e le passioni che ha suscitato, non è per nulla concluso. Ora la questione è: da che parte deve stare il cattolico contemporaneo, volendo essere cattolico e insieme vivere in comunione con questo tempo e questo mondo? Deve stare dalla parte di sant’Agostino e di sant’Ignazio (cioè del principio di autorità) oppure dalla parte di Lutero e di Kant (cioè della libertà di coscienza)? È chiaro che, messa così, la domanda ha una sola risposta: si sta con i santi e i dottori della Chiesa, non con gli eretici e con i filosofi. Ma la cosa curiosa è che a stare con gli eretici e con i filosofi è la stessa Chiesa cattolica. Mi riferisco al fatto che essa ha approvato, con la stragrande maggioranza dei suoi vescovi e l’infallibile approvazione papale, la costituzione dogmatica Gaudium et spes e la dichiarazione Dignitatis humanae dell’8 dicembre 1965, ultimo giorno del Concilio ecumenico Vaticano II. Ecco cosa si legge nella Gaudium et spes: “L’uomo ha una legge scritta da Dio dentro al suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria”. E subito dopo: “Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali” (Gaudium et spes, n° 16). È chiaro che la coscienza, oltre che retta, può anche essere erronea, e ciò succede “non di rado”, dice il Concilio. Ma è ancora più chiaro che “l’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà” (Gaudium et spes, n° 17). Proprio così, soltanto nella libertà (nonnisi libere) sta scritto.

Il conflitto delle interpretazioni potrebbe diventare infinito, e chissà quanti altri testi ecclesiastici più recenti potrebbero essere citati a favore di sant’Agostino e sant’Ignazio, e contro il Vaticano II. Impossibile non pensare a uno dei più grandi teologi di tutti i tempi, a Pietro Abelardo che verso il 1130 terminava il Sic et non, opera nella quale mostrava le contraddizioni delle autorità patristiche su 158 temi di rilevante spessore dottrinale. È noto che, per questa e per altre opere, Abelardo fece infuriare san Bernardo di Chiaravalle che pensò bene di farlo scomunicare dal sinodo di Sens nel 1140. Ma la verità non si può scomunicare, e i dati offerti da Abelardo alla libera riflessione permangono immutati: dalla dialettica di “sic et non” non si esce a colpi di scomuniche. Il che mostra chiaramente, a chi vuole capire, che non è questione di testi da citare, perché ognuno si sceglie, e poi si cita, i testi che più gli fanno comodo. È questione, piuttosto, di profonde convinzioni personali, è queste che occorre mettere in campo. E a questo riguardo io sono convinto che una Chiesa che voglia essere fedele alla costituzione che lei stessa si è data per regolare il suo rapporto con il mondo contemporaneo (tale infatti è l’obiettivo della Gaudium et spes) non debba fare altro che favorire al massimo la libertà umana, a livello teorico con la libertà di coscienza, e a livello pratico con una reale possibilità di autodeterminazione.

Ma tornando al punto, il fatto è che le parole del Vaticano II non sarebbero piaciute per nulla a sant’Ignazio, tanto meno a sant’Agostino, che non ammettevano per nulla la libertà di coscienza. Neppure l’ammettevano i papi, fino al Vaticano II. Giovanni Paolo II però è stato un paladino della libertà religiosa, come oggi lo è Benedetto XVI. Che cosa è avvenuto? Che grazie a Lutero, a Kant e a moltissimi altri combattenti a favore della libertà, il valore della libertà di coscienza in materia religiosa è entrato finalmente a far parte anche del patrimonio cattolico. Il mondo, cioè, ha fatto camminare in avanti la Chiesa. Ma allora torna la domanda iniziale: che cosa significa oggi “appartenere” alla Chiesa?

Pubblicato su Il Foglio il 19 ottobre 2008

19 pensieri su “Il mondo ha liberato la Chiesa, di Vito Mancuso

  1. Sarebbe a dire, come ho sentito da qualche parte che “mi piacerebbe andare in paradiso per il clima e all’inferno per la compagnia”
    Il problema della libertà di coscienza non si porrebbe se non ci fossero stati i roghi, se la chiesa papista non avesse scavato quel solco profondissimo tra clero e laici.
    Io credo che il problema della contraddizione, problema tipico della ragione e dell’ideologia, sia assurdo, il vangelo e la Chiesa Cristiana sono l’incarnazione di una contraddizione, l’antinomia permea ogni parola delle sacre scritture, rifiutarla o condannarla come fece Abelardo, il quale da se stesso però la tollerava bene, è un’incomprensione profonda della lingua dello spirito.
    Appartenere alla Chiesa di Cristo significa poche cose molto semplici, essere battezzati, partecipare alla vita liturgica della Chiesa e sforzarsi, per quanto si è capaci, di osservare i dieci Comandamenti.
    Un giorno mio fratello mi ha chiesto; come si fa a diventare santi? a parte il fatto che io ne sono lontano, l’unica risposta che mi è venuta in mente è stata, “con la preghiera e l’osservanza dei comandamenti” oggi aggiungerei con la frequentazione dei luoghi santi se non si ha la possibilità di frequentare gli uomini santi.
    La chiesa Cristiana si sviluppa e si costituisce, nelle sue origini, come un ospedale delle anime e la sua attività si può considerare a tutti gli effetti una terapia, di fronte a questo tutti gli uomini devono essere liberi di accedervi o di non farlo, non c’è altra realtà che il desiderio di avvicinarsi alla fonte della nostra salvezza secondo la forma che Cristo stesso ha istituito.

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  2. grazie per questa interessante riflessione, che tra l’altro mi aiuta a comprendere meglio un passaggio a me non così chiaro della recente storia della Chiesa

    la questione della libertà di coscienza (che altrove si trova spesso enucleata come “primato della coscienza”) è del resto cruciale per comprendere il senso di concetti quali *gerarchia*, *autorità*, oltre che quello citato di *appartenenza* – è palese il rischio di un loro svuotamento, a fronte di una *obiezione di coscienza* verso la *legge*, o di un loro irrigidimento asfittico

    e infatti ciò che aiuta a comprendere come possano coesistere tra loro idee quali la libertà di coscienza e l’appartenenza (che può essere semplicemente ad un gruppo, ad un partito, ad una famiglia, non solo ad una chiesa o ad una religione) è l’idea di una autorità concepita come piramide dal basso, capovolta, dove il *vertice* è colui che si prostra a lavare i piedi alla *base* colta in frizzante discussione su chi tra di loro debba considerarsi il capo

    se eliminassi quest’idea di autorità come dedizione *servile* ai propri simili, come abnegazione di sé, come denuncia radicale di una pulsione primaria al potere che induce nell’uomo l’istinto distruttivo alla dominazione sui propri simili, non avrei trovato finora altre *ipotesi di lavoro* tali da permettere di risolvere quella contraddizione in una prospettiva diversa dall’affermazione di un’autodeterminazione assoluta del Sé (presupposto tanto caro, per esempio, anche a certi movimenti, come quello dei Catholic Worker americani che si proposero di conciliare il cristianesimo con la radicalità di movimenti anarchici atei loro contemporanei) che sussiste solo in un sistema dove *appartenenza* e *identità* sono azzerate (dove quindi sarebbe impossibile l’idea stessa di *movimento* o di *comunità*, prima ancora di poter stabilire un principio auto-regolativo delle comunità umane a prescindere dalla necessità di forme di *governo* o di *autorità* o di *rappresentanza politica*, di *giustizia* ecc. – principio auto-regolativo tutto da dimostrare nella sua efficacia, un po’ come la teoria del libero mercato)

    una posizione come quella espressa da Roberta De Monticelli, al di là del profondo dispiacere che può suscitare, può giustificarsi solo in virtù di una concezione piramidale dell’autorità, in cui si rimarca implicitamente l’inesorabile istituzione di un potere esercitato per mezzo della forza, ai fini della sopravvivenza del branco di lupi costituito dalla società umana – allora direi che più che rifiutare di collaborare con quanto “abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica italiana” rappresentata (concetto esso pure distorto) da Betori, e con la paradossale conseguenza di riconoscere implicitamente l’autorità spirituale assoluta che invece si vorrebbe negare, potrebbe essere più interessante iniziare a riflettere sulla natura del *principio di potere* (che qualcuno inizia a proporre di equiparare funzionalmente al freudiano *principio di piacere*) e sul senso che l’uso del potere ha nelle relazioni tra gli uomini

    non conoscevo nemmeno il testo di Lutero citato da Mancuso: trovo straordinario il suo “Io sto qui”. Più che significare: “dalle mie idee non mi smuove nessuno”, credo rappresenti il fondamento dell’obiezione di coscienza: “non mi sottraggo alle conseguenze che la manifestazione delle mie idee potrà provocare alla mia persona”. (Se volete bruciarmi, sapete dove trovarmi, e comunque le mie idee non bruceranno con me…)

    sembra paradossale che un’istituzione ecclesiale la cui storia si è fondata proprio sul primato della coscienza affermato dai martiri dei primi secoli nei confronti della *religione di stato* di allora, abbia ad un certo punto della sua storia dovuto soffrire al proprio interno una lacerazione nata dal ribadire il medesimo primato: “la mia coscienza è vincolata alla Parola di Dio” – bisogna guardare allora con grande speranza all’incedere del movimento ecumenico, una delle grandi eredità del ‘900 non solo per il cristianesimo

    eppure l’ecumenismo, oggi, si trova spesso vulgatamente associato con un’idea di *debolezza*, di *relativismo*, di “volemose ben” che poi ti piantano le tende in giardino e non si muovono più di lì, e appena fiati ti bruciano casa; demolirlo in virtù di un bisogno pseudo-identitario di affermare appartenenze religionarie in contrapposizione con i fondamentalismi che si fanno strada nei paesi in via di sviluppo e nel Sud del mondo, potrebbe essere un danno incalcolabile per il destino della Chiesa stessa, prima ancora che per il dialogo interreligioso

    Mario Bertasa

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  3. L’ecumenismo serve a non contrapporsi in modo violento tra religioni diverse e a tenere aperto un pragmatico tavolo di incontro, non può in nessun modo mescolare identità tra loro diverse e anche incompatibili in un sincretismo artificiale.
    Sembra poco, ma è molto invece, e occorre vigilare che non diventi troppo politico, nel senso che al tavolo si dice una cosa e poi si mandano missionari ad allargare le proprie presenze in territorio altrui.

    Non fu l’unico Lutero ad avere carattere, quando, durante la crisi monofisita, (cioè la spaccatura che divise i cristiani che credevano nelle due nature di Cristo, la divina e l’umana, dai cristiani che sostenevano l’unica natura divina), una parte di ortodossia, sollecitata dall’imperatore attraverso il patriarca di Costantinopoli cercò di trovare una mediazione teologica che mettesse d’accordo tutti, enunciarono il cosiddetto “monotelismo”, cioè l’idea che le due nature siano distinte, ma con un’unica volontà.
    Una parte della chiesa rimase ferma sulla posizione ortodossa, non potendo accettare una dottrina che contraddiceva apertamente la Scrittura oltre che le formulazioni dei padri e dei concili, e venne perseguitata duramente, gli ultimi due sostenitori della dottrina ortodossa furono il Papa di Roma San Martino I° e San Massimo il Confessore.
    Entrambi subirono processi, privazioni e violenze, Martino morì quasi subito e Massimo dopo un po’ di tempo nel suo esilio forzato.
    Quando gli chiesero che senso aveva impuntarsi su quella questione, quando ormai tutta la chiesa stava dalla parte dell’imperatore, rispose che l’ortodossia può essere sostenuta anche da un solo uomo e che lui non avrebbe rinunciato alla dottrina delle due nature di Cristo come l’avevano enunciata i Padri.
    Ebbe ragione, i suoi scritti rimangono uno dei testi più importanti per l’ortodossia cristiana, che dopo pochi anni venne ristabilita.
    Si vede bene come l’appartenenza è in realtà l’ortoprassi e la confessione di una fede, non un legame formale ad un’istituto religioso o ai suoi capi, l’obbedienza, l’appartenenza, che gli fu richiesta, contraddiceva il suo appartenere alla Chiesa di Cristo e non si sottomise.

    La formulazione ortodossa della natura umana di Cristo, infatti, la dice libera, distinta e non confusa, ma sottomessa alla volontà del Padre, non avrebbe senso altrimenti la drammatica scena del Vangelo in cui Gesù sembra temere e, come uomo, fuggire la passione, che con un libero atto di obbedienza invece accetta.
    Entrambi i momenti esprimono libertà, la libertà della coscienza umana che si ribella all’ingiustizia del mondo e la superiore libertà della volontà divina che attraverso quell’ingiustizia compie la salvezza per gli uomini.

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  4. conoscevo la storia del monofisismo e del monotelismo, non quella di papa Martino I e San Massimo il Confessore: grazie, Mario Pandiani!

    (del resto, quando in certe questioni ci si mette di mezzo un imperatore, si sente sempre puzza di bruciato…)

    Mario

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  5. grazie per gli interventi.
    proprio ieri si parlava, in un gruppo, dell’appartenenza alla Chiesa.
    ricordavo Francesco d’Assisi, critico verso il potere, il denaro, le crociate, eppure obbediente, come don Milani, don Primo Mazzolari, critici fino in fondo, ma obbedientissimi in Cristo.
    l’umiltà, dicevano i padri, è la regina delle virtù.

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  6. Se ho inteso bene i termini della discussione, noi abbiamo una coscienza che è libera ma abbiamo una capacità ad autodeterminarci che non possiamo esercitare fino in fondo. Io penso che sia così, come dice la Chiesa. L’autodeterminazione mette in atto l’esito della scelta e quindi non ha altra alternativa che accettarla.
    L’autodeterminazione secondo me ha un perimetro ristretto, quindi non può produrre una libera scelta se non affidandosi a quella fatta dalla coscienza. E se non si fa distinzione tra coscienza e autodeterminazione la scelta dell’autodeterminazione è comunque una scelta della coscienza.

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  7. Autorità interna, autorità esterna – Chiesa e Stato – coscienza e oggettività della norma: scontro di poteri.
    Tutti temi che evocano il prossimo ingresso definitivo di Plutone in Capricorno.
    Ritorno che avviene ogni 250 anni circa.

    Può essere utile ricordare che nel 1521 Plutone stava proprio lì, nel segno più saturnino.
    E nacque l’era moderna.

    Purtroppo temo che ne vedremo delle belle (?), quando Saturno entrerà in Bilancia, quadrando Plutone, e poi Urano farà il suo ingresso trionfale in Ariete, formando una temibile croce con gli altri due. Parliamo dei prossimi 2/3 anni.
    I migliori analisti astro-finanziari americani da tempo indicano questa fase come una crisi economica di portata globale…
    Speriamo bene e speriamo in Dio.

    Un mondo sta finendo, più ancora che all’inizio del XVI secolo, e quindi tutta la geografia dei poteri, interni ed esterni, si va riformulando.
    Uscire dalla Chiesa oggi è un atto anacronistico e un po’ ridicolo, ora che tutti i confini sono cancellati dalle grandi acque, su cui lo Spirito torna a soffiare dove e come vuole…

    Per gli astrofili: auguri per stanotte con l’ingresso del Sole in Scorpione…
    Marco Guzzi

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  8. che cosa significa appartenere alla chiesa?
    io non lo so, non mi sono mai posta questa domanda e quando me la sono posta ero ormai fuori da qualsiasi chiesa.
    e essere fuori da qualsiasi chiesa non è rinuncia alla testimonianza, anzi è l’unica condizione per testimoniare di essere orgogliosamente orfani, per tentare di testimoniare l’unica fede in cui credi di credere, la fede in te, la fede negli uomini come te.
    l’obbedienza all’imperativo che hai dentro e l’umiltà di riconoscerti fallibile e finito non abbisognano di distintivi e paramenti perchè obbedienza e umiltà son parole semplici e incredibilmente forti e coraggiose.
    chissà a quale imperativo risponde il signor mancuso nel farsi pubblicare su un foglio.
    io non spero bene e non spero in dio, spero di non tradirmi.
    molti baci
    bilancia ascendente leone
    la funambola

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  9. cara Fu, ti dedico la fine del primo Testamento:

    Ecco, io vi mando il profeta Elia,
    prima che venga il giorno del Signore,
    giorno grande e terribile.
    Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli,
    e il cuore dei figli verso i padri,
    perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio
    .

    quell’Elia è già venuto.
    resta solo da cambiare il cuore.
    dentro, fuori la chiesa.
    il cuore.

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  10. Cara Funambula, forse più Leone che Bilancia?
    almeno per ora… alla fine, ma non tra molto forse, Venere credo che vincerà sull’Ego leonino e si aprirà più profonda-mente alle dimensioni relazionali, di 7a casa cioè….

    auguri. Marco

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  11. grazie caro marco
    mi “impegnerò” a dare una mano a Venere 🙂
    è l’unico impegno che ho scelto di scegliere da quando ho cominciato a dubitare di me e del mio inevitabile ego.
    spero di non deludermi/ti, spero
    contraccambio con affetto gli auguri.
    baci
    la funambola

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  12. ci avrei giurato ci, che lei signor pandiani fosse un capricorno, ci avrei giurato ci. :)))
    dei dieci comandamenti quale le risulta il più difficile da rispettare.
    io quello che dice ricordati di santificare le feste perchè se fosse per me, solo per me, sarei sempre in festa, sarebbe una festa sempre
    peccato che abbiamo inventato il calendario con un tot di feste da santificare, non tante, che la santità ci terrorizza, pare.
    io vado molto via bene con i capricorni, perchè mi tengono saldamente, appoggiata per terra 🙂
    molti baci
    la funambola

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  13. Si, sono capricorno con ascendente in gamberetti.
    Io li trovo tutti difficili da rispettare i comandamenti, ma la difficoltà maggiore è nel primo e degrada verso il decimo, infatti le cose che non si vedono sono più importanti di quelle che si vedono, ma si comincia sempre dal fondo, giù giù, dove ci troviamo.
    La santità non deve terrorizzarci, perchè alla fine quando si aprirà il libro dei nostri peccati se non ci sarà qualche santo che dirà a Dio; se non entra lui sto fuori anch’io, ce la vedremo brutta.
    Ricambio i baci in quantità

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  14. sa signor pandiani, io credo che andrò in paradiso e lo sò con certezza, perchè io io, sono stata in paradiso, e lo “conosco”.
    vuole che perda la strada, una che la conosce a occhi “chiusi”!
    sia mai!
    …per la gentile risposta…meglio tadi che mai nè 🙂
    ricambio e rilancio i baci
    la funambola

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