«Muoio e vivo» (scuola di poesia, di Massimo Sannelli)

ecco un sogno. ci sono sette piccole foto sul comodino della madre: vi appaiono uomini deformi, forse mummie. il figlio raccoglie le foto, le sovrappone, e le strappa in un colpo. poca fatica, un istante solo, e il lavoro facile è fatto. la madre dice che le sono state donate da altri – il figlio le distrugge. un figlio strappa *le brutte figure*; suo fratello disapprova questa distruzione.

il vecchio il morto il deforme l’inutile sono sul comodino – dove si terrebbe il *livre de chevet*. lì c’è la tradizione ricevuta. lingua data e lingua ricevuta, va bene? e quando si parla in italiano, *quale* lingua si parla?

i vivi non seppelliscono quei morti, ma ne fanno la piccola mostra, nella camera più privata. si diceva «fare dell’avanguardia un’arte da museo», e altri dicevano: bisogna abbattere distruggere bruciare i musei. inscatolare la *merda d’artista* era un gesto una provocazione una risata e un concetto, contemplare la morte riflessa nelle foto è solo pena.

tutto si può fare: conservare e distruggere, adorare un idolo o un altro; si può scegliere o scindere: o giustizia o empietà, nello stesso gesto nella stessa famiglia nella stessa casa e nella stessa *letteratura*. bisogna solo vedere con quali effetti, sui *tempi lunghi* che non consideriamo più: purché i morti non seppelliscano i vivi.

La poesia non odia la vita. *In realtà* i poeti hanno sempre scritto un’altra cosa: «muoio e vivo», così, nello stesso tempo: ci sono, non ci sono, me ne vado, resto, «cercatemi e fuoriuscite» .

Chi scrive consapevolmente sa che un martello un ago un chiodo una ruota hanno avuto e avranno sempre, più o meno, la stessa forma; un testo no.

Non c’è nulla di più deperibile e trasformabile del linguaggio, compreso il nostro. Il linguaggio non è un utensile, ma una dimostrazione di identità, soprattutto in poesia. Chi scrive consapevolmente sa di dedicare la vita – la sua, non la tua – a qualcosa che potrebbe non rimanere, e che tra sole due o tre generazioni suonerà arcaico, in tutto o in parte, per sintassi e per lessico (il *notajo* di Pirandello e la *ghitarra* di Pasolini). Lo fa sapendo che la stessa lingua nazionale potrà spegnersi come la lingua di Adamo, prima o poi.

Così il tempo privato in cui si scrive è sia una sfida al tempo totale sia l’accettazione di un tempo maggiore di tutti i viventi. La vulnerabilità dei poeti è legata anche a questa percezione più raffinata del tempo, «fino all’ultimo grido»: sanno in che cosa sono immersi, con che cosa lavorano e con quali prospettive.

Le trombe i tromboni le nacchere di Quasimodo e di Neruda – «ricordati che puoi essere l’essere dell’essere» – hanno impedito ad una vita [a più di una] di crollare: quelle trombe enfatiche la salvano, non i rumori del piccolo paese. Poi la vita è diventata grande; è andata «di sollievo in sollievo» e vive ancora. E poi ha cambiato gusti [in poesia].

Seconda fine. Il peso di una sola parola pronunciata può schiacciare la bocca. A qualcuno *rispondo* sùbito, *a caldo*, come si dice: quando indovino o immagino ferite che meritano una risposta – una parola che schiaccerà la mia bocca, se sbaglio. [ad altri risponderò dopo o tardi o mai, forse] La verità è ramificata e contemporanea a schegge alternative. La verità è anche un Nulla, paradossale e pieno, molto maggiore di noi. Il verbo RISPONDO indica reazioni diverse, che comprendono anche la poesia [in nuove forme e con nuove abitudini, sia formali sia sociali]
[riscrittura da fasi precedenti: i commenti diventano testo, una parte del testo sparisce, *niente di più inedito dell’edito*, ecc.]

27 pensieri su “«Muoio e vivo» (scuola di poesia, di Massimo Sannelli)

  1. “suo fratello disapprova questa distruzione.”

    Caro Massimo,
    nel tuo bel post se non m’inganno manca lo sviluppo dell’ultima parte del sogno, quella incollata in cima a questo commento.
    Che cosa ci dici in proposito?
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

    Mi piace

  2. buon giorno, Roberto. vedi: questo è il *privato*. ma forse si può dire questo: non tutte le famiglie sono *maggioranze coese*, come ora è di moda dire (e più lo si dice meno è vero: è slogan, non realtà; tutto ciò che è infinitamente ripetuto è ambiguo, e spesso significa l’esatto contrario; in poesia, no: ciò che è infinitamente ripetuto in poesia è il segnale di un’ossessione, sempre accesa).

    il sogno è vero. ma *se fosse* un’allegoria costruita a tavolino… io non potrei, certo, ma *se avessi* voluto costruirla… dunque: significherebbe che i più vicini vogliono cose diverse, salvano ciò che può essere cancellato, cancellano ciò che dovrebbe essere messo nella *campana di vetro*. [chi vorrà salvare la sua vita la perderà: e questo vale in molti campi]

    Mi piace

  3. dossier della morte-e-vita. i due poli hanno due forme di confronto: o coesistere (anche dubitando, come in Giacomo da Lentini) o lottare (in questo caso dipendono dalla volontà di un altro: la Donna che il poeta non è, l’Amore che il poeta non è, ecc.):

    Giacomo da Lentini, Madonna, dir vo voglio, vv. 5-12:

    Oi lasso, lo mio core,
    che ‘n tante pene è miso
    che vive quando more
    per bene amare, e teneselo a vita!
    Dunque mor’ e viv’eo?
    No, ma lo core meo
    more più spesso e forte
    che non faria di morte naturale,
    per voi, donna, cui ama […]

    ***

    Giacomo da Lentini, Molti amadori, v. 8:

    ella mi pote morte e vita dare

    ***

    Guido Cavalcanti, rime 32:
    Quando mi morte mi conven trar vita
    e di pesanza gioia,
    come di tanta noia
    lo spirito d’amor d’amar m’invita?

    ***

    Michelangelo Buonarroti, Rime 124:

    Questa mie donna è sì pronta e ardita,
    c’allor che la m’ancide ogni mie bene
    cogli occhi mi promette, e parte tiene
    il crudel ferro dentro a la ferita.
    E così morte e vita,
    contrarie, insieme in un picciol momento
    dentro a l’anima sento;
    ma la grazia il tormento
    da me discaccia per più lunga pruova:
    c’assai più nuoce il mal che ‘l ben non giova.

    ***

    e poi una delle ultime poesie di Neruda dice che chi canta muore e non muore. e poi una canzone di Gianni Morandi (tutto è in tutto…) :

    http://testicanzoni.superba.it/testo_canzone/artista_Morandi-Gianni/canzone_VIVO-MUOIO-E-VIVO.html

    Mi piace

  4. C’è un modo di conservare che non fa “pena”. Quello che ribadisce “l’identità” del linguaggio come un’eco, nel “tempo totale”.
    Il conflitto fra i due fratelli, continua a consumarsi perennemente. Rimane sullo sfondo nella continuità, come un “modello” in cui, per le molteplici forme della creazione, bisogna immergersi come in un fiume.
    Si muore in fondo senza soffrire, sapendo che è per vivere mille volte. Come il morire d’amore.
    Il linguaggio non è uno strumento che si domina, ma qualcosa da cui si può essere dominati.
    Mi riferisco alle poesie citate sopra.

    Mi piace

  5. SETTE fotografie: è un GRAN NUMERO di cose da conservare
    e c’è differenza tra madre che “conserva” e che “non butta”
    il primo più prossimo forse al bisogno di progettare il tempo
    il secondo di nascondere in una catasta di oggetti-memoria
    un dolore mai sopito per uno smarrimento di un oggettocaro
    – quella del sogno è tutte e due

    vedevo anni fa in una persona una smania di non buttare mai niente
    poi mi raccontò che la sua famiglia, migrante, prima di tornare in Italia
    spedì per nave un enorme baule di effetti personali
    la nave fece naufragio

    oggi un altro amico mi ha raccontato il dolore per lo smarrimento
    di tante fotografie che, chissà come mai, era convinto di conservare ancora

    – ma… e “la via del distacco”? (Meister Eckart)
    avevo una camicia a quadrettoni che ho indossato in un periodo chiave
    della mia rivolta: un giorno l’ho scoperta lacerata
    ai gomiti – nello sconforto, ho invocato
    la sua resurrezione come pelle inestinguibile
    e “la via del distacco”?
    ci sono parole che mi metto ad imparare appena mi accorgo che
    sono morte o agonizzanti o comatose
    la lingua di certi scrittori “modernissimi” ne è zeppa
    al punto che non le so e mi metto a cercare sul vocabolario
    costellato da innumerevoli croci
    forse perché, se non posso riportare in vita un caro defunto,
    posso almeno conservarne la voce – *senaforo* al posto di *semaforo* E’
    un mio caro pro-zio che ha simboleggiato tante cose dell’infanzia
    … e “la via del distacco”?
    ci sono scrittori che hanno somma cura nel non usare nessuna parola-con-croce
    questa però non è la via del distacco – è la via del mattonaro
    disposto a radere cimiteri per farci sopra torri
    (ma non è lui il figlio che strappa le foto, il figlio è Meister Eckart)

    Mario

    Mi piace

  6. il linguaggio non si domina – è vero. è *lui* che… – non *esso*, proprio *lui*.

    ed Eckhart – mi sono chiesto spesso se sia una vita vivibile: non quella di Eckhart uomo, che ebbe molte responsabilità umane; ma la via del distacco e la vita dell’*uomo nobile* (tengo le fotocopie dell’*Uomo nobile* sempre a portata di mano; sapendo che più è vicina la fonte meno si beve, e più si sbaglia). forse sono simboli, esortazioni, possibilità – non vite vere. o forse sì, ma ad un prezzo certo. chi legge coerentemente Eckhart e Margherita Porete, e tutti gli altri e le altre, non dovrebbe più scrivere; se scrive, dovrebbe cancellare il proprio nome. la sola Margherita si firma, con dolcezza, in un punto: quando il Signore la chiama “bella perla” (marguerite = perla).

    Mi piace

  7. e così – in quella finzione letteraria (finzione?) l’Anima-perla non si chiama: si fa chiamare, è chiamata dal più grande. certo, la mano che scrive è sempre sua, la voce di chi la nomina no, anche se passa dalla sua mano. e non sarebbe meglio essere più chiari? dirà qualcuno. perché tenere in piedi un simulacro, se sono sempre io, l’Anima, a parlare? no, no, è solo più facile, non è *meglio*. il cuore chiede lo sconto di pena, durante la pena (Emily, delicatamente). chi non si accontenta di “piccole gioie quotidiane” cerca cose grandi, a costo di inventarsele (il piccolo mondo poi dirà: non è una porta, è un muro!). spaccami il cuore – dice l’Anima (non lo dice al piccolo mondo; né al piccolo io).

    Mi piace

  8. Non è una porta, è un muro!Il piccolo mondo reclama la sua perenne e completa evidenza, supremazia. E’ una prigione, ma è da quel veicolo, che tras-corre l’Anima? E se la presunta grandezza da ricercare, le “cose grandi” fossero solo un miraggio fuori portata? E’ “un’assenza” che continua a chiamare e a reclamare, anche dal piccolo mondo. Che poi piccolo non è: prendi la più piccola foglia che la luce attraversa…
    Il cuore chiede lo sconto di pena: sarebbe fatale per il “piccolo io” bere da quella coppa?

    Mi piace

  9. quella foglia è sacra, nel vero senso: è viva e creata. quando dicevo piccolo mondo pensavo a quello che Margherita-perla chiama “santa chiesa la piccola”, diversa da Santa Chiesa la Grande. è piccola e un po’ *filistea*, come avrebbe detto Heine. ma il mondo è vero e vivo – il caos genovese non può che portarti al mondo (questa non è una città, ma un’*occasione*).

    le piccole società che si oscurano da sole, e si frustrano per frustrare, non sono veramente il mondo. ho usato parole sbagliate e in fretta. e il cuore chiede lo sconto di pena, e poi la libertà di morire – dice Emily. ma prima di morire, c’è molto molto da fare dare e spartire.

    Mi piace

  10. e credo a queste cose, che dico male come le cose non meritano – ci credo con tutta l’anima (espressione obsoleta), ed è *quello che ho*. alla Maestà e a tutto il resto può mancare la Grazia, che non è solo stilizzazione – che venga anche la Grazia, senza metafore
    massimo

    Mi piace

  11. Le piccole società che si oscurano da sole (i ghetti dorati, le utili appartenenze) non sono veramente il mondo.
    Il mondo è il caos delle nostre città, dove in apparenza non c’è nulla di elevato…fino alle più semplici occupazioni quotidiane. C’è molto da fare e da spartire ancora e nessuna parola è sbagliata.
    Grazie Massimo

    Mi piace

  12. da appunti di oggi, con sentimenti di oggi –

    molta della migliore poesia contemporanea è scritta da persone che sono orfane, che sono state adottate, o che *si sentono* adottate (a costo di simulare quello che non è vero: è una condizione molto comune, più del previsto). ecco lo strano filo rosso che porta da Bonito a Zallio – e che crea testi *assoluti* come gli *Appunti di poetica* di Riccardo Held. non dimenticare Dark demonia di Santacroce (per me è – lo ripeto – un poeta) – e vedere perché la narratrice di Dark d. è *diversa*, e da che cosa.

    per ipocrisia, non si ammette che vere esperienze costruiscono vere informazioni, a partire dai veri laboratori, non allegorici, di chi sperimenta la vita con la propria vita.
    Questo strazio – provenire dal vuoto, o simularne uno, se il presente genitoriale è infelice – ha a che fare con molte vite: quindi con molte buone scritture – soprattutto di donne – che hanno spesso un segnale arcaico. Il segnale è chiaro: gli adottati, reali o immaginari, identificano la scrittura o la lingua con l’ACQUA, che o piove o scorre o «scivola sul vetro / dimenticando la sua coda» (Leela Marampudi). Il termine degli orfani, diversi e simili, è diverso e simile, e le sue occorrenze nella poesia contemporanea (Bonito, Ceriani, Salvaneschi) sono atroci: si tratta della NEVE, acqua solida (non scorre) e bianca (copre i colori).

    Chi è nato è nato, *comunque*. Tra i nati, qualche figlio viene anche adottato e rimosso, in realtà e non in realtà: *comunque*. Claudel è stato chiaro, una volta per tutte: l’esilio ti seguirà. è da queste condizioni reali che l’acqua si stacca.

    *

    e ora ho anch’io il “caro ragazzo” a cui devo dire “non aspettarti nulla da questo incontro, semmai un nuovo vuoto”, oppure “prendi il fardello, ragazzo che mi odii, e portalo tu”.

    in nome dell’amore per la poesia sono contestato, da chi ama la luce – quanto la amo io. e allora perché non ci si incontra? perché recitiamo la parte del 35enne e del 18enne. libertà è partecipazione, certo. e libertà è anche dissoluzione dei nomi e degli aggettivi *numerali*. io non ho sempre (avuto) 35 anni, neanche ora. e le vite sono grandezze vettoriali, non scalari – credo che si dica così. c’è differenza tra la grandezza che è “1 kg di pasta” e la grandezza che è “l’aereo vola a 800 km l’ora verso Doha” (sì, penso sempre in *quella* direzione, e nessun *frate zolfo* – come lo chiamava Gerardo Maiella – toglie più l’idea, ormai…)

    Mi piace

  13. e anche ieri ho mescolato – privato e pubblico, acqua e neve, ecc.

    mi ero dimenticato – ma non dovevo – che molte persone [non fittizie, io le ho incontrate] non hanno *potuto* credersi figlie dei genitori veri. e ne ho letto i testi. la loro disperazione (in senso puro: mancanza di speranza) assumeva un valore strano, una volta entrata nella scrittura: metà realtà metà allegoria. ma allegorie vissute: forse più *immagini* e sogni che vere allegorie. e l’acqua scorre e torna, sempre. *lingua acqua* di Paola Zallio era un libro alto; e lo precedeva un saggio su Gino Grimaldi, il cui titolo era il nome di Gino. ma nel sottotitolo c’era la parola chiave: *schizzi* (lo stesso Gino – uno dei campioni italiani del rapporto arte-psichiatria, nella mostra Figure dell’anima, forse non poté sentire come padre il padre; forse sentì la paternità in alcuni campioni della psichiatria del primo Novecento, come Lugiato, e forse in qualche genio strano come Parravicini; e poi cercò l’anima nella società teosofica e nel socialismo).

    la neve appare nelle poesie di Vito Bonito, e non solo di Vito – ma in Bonito con accenti che fanno male, in un lettore che sappia *che cosa* voglia dire.

    sono i casi in cui la poesia diventa più della poesia.

    ieri ho scritto un piccolo testo per Leela Marampudi – ecco che cosa ha stimolato il resto. il *resto* – chiamarlo così è poco, per rispetto al molto – era già sul tavolo e nella memoria. era latente – doveva solo riemergere.

    Mi piace

  14. Francis Turner

    Non potevo né correre né giocare
    da ragazzino.
    Da uomo potei solo sorseggiare dalla coppa
    non bere –
    La febbre della scarlattina mi lasciò il cuore malato.
    Eppure sono sepolto qui
    consolato da da un segreto che solo Mary conosce:
    c’è un boschetto di acacie,
    catalpe e dolci pergole di viti –
    là un pomeriggio di giugno
    con Mary al mio fianco –
    mentre la baciavo con l’anima sulle labbra
    l’anima volò via, all’improvviso.

    Edgar Lee Masters “Antologia di Spoon River”

    Mi piace

  15. e, traducendo di corsa da una grandissima Chantal Chawaf: “e io spero che la scrittura sia linguaggio di ciò che le grammatiche hanno privato di linguaggio, censurato, addomesticato…” – e anche il bacio “con l’anima sulle labbra” ne farebbe parte [un ricordo – anno 2002, nel “buco di San Salvi”, Firenze, prima di correre a Parma – l’ultimo tempo della vita mortale dello *studioso*]. Gibran è innominabile tra gli intellettuali? non lo so. ma G. scrive che chi ama si sveglia pregando per il bene dell’amato. e mi chiedevo se sia mai stato possibile e vero nel mondo… – come la lingua cerca il gusto – come scrive Chantal. [tutto è in tutto, se è buono; tutto si unisce] [tutto è vecchissimo e tutto sembra nuovo o inusuale o non usato *ancora*]

    Mi piace

  16. e nonostante tutto, e tutti e sempre – viene un popolo futuro. “non sempre un mondo che nasce è un grande mondo: beato chi non lo vedrà” – scrisse Marzio Pieri (indignato; perché una sua allieva non sapeva chi fosse Virgilio, o forse gli disse che Virgilio scrisse in ottave; a Marzio tanto bastava per dire: fine del mondo). per ora, è più facile che un pezzo di mondo cada. ma il dopo è importante come il presente: beato chi lo vedrà, beato chi ne raccoglierà i molti rifiuti.

    Mi piace

  17. Il presente è importante… finchè c’è qualcosa, “qualcuno” da proteggere e da coltivare. Gli spazi vitali devono rimanere aperti…per quelli già abituati, messi alla prova e per altri “nati ora”, significherà rischiare qualcosa in più di altri o forse tutto.
    Non c’è nessuna elezione in questo, solo andare avanti come si fa ogni giorno.

    Mi piace

  18. Avevo postato e sparì..rispondevo, a mio modo a questa assoluta grandezza nel semplice, approvandola intimamente.
    Ma era una settimana fa, oggi sono già diversa e domani meno stanca, andrò a rileggerla: dalla divinazione del sogno ai pensieri, in te, Massimo. E’ così che mi va di leggerla, teoria o critica che diviene poesia, coabitano dirimpettaie, pensiero della poesia in poesia.
    Maria Pia Q.

    Mi piace

  19. *eppure amo il mio tempo, perché…* – lo scrive Cristina Campo in una pagina; e lo dice contro il suo tempo, certo. dice anche: “se non camminassimo su sangue di martiri, saremmo stati già annientati”, ed è vero (vero in una dimensione sottilissima, che si intuisce e non si dimostra). ma a Campo nessuno chiedeva la vita, e nessuno minacciava di rubargliela.

    Simone Weil, che era *santa* [separata], non poté amare il suo tempo. amò le persone, e amò il futuro che spettava alle persone [sopravvissute]; riconobbe il seme precristiano di Prometeo, appunto. e poi tutto si mescola, c’è un po’ di Campo e un po’ di Weil in tutto (in tutti) (in tutti *noi*). ieri leggevo Brecht – fa bene all’anima, perché la sua chiarezza non è del tutto materialistica, il dubbio è ovunque in lui, e anche il timore di essere assoluto. apologo del signor Keuner, o “storia da calendario” o “provocazione in forma di apologo”: dunque un filosofo va a trovare il “pensatore” Keuner, e poi bla bla bla bla bla, ecc. Keuner dice al filosofo: tu stai scomodo, siedi scomodamente e pensi scomodamente e dici cose oscure. replica del filosofo: ma io aspetto il tuo parere sulla mia filosofia, non sulla mia postura! – Keuner il pensatore sa che tutto è in tutto, che la posizione e la *felicità* [in un senso sottile e non quotidiano: felicità è centrarsi, non mancare in nulla rispetto al destino-vocazione] e l’ardore e il risultato intellettuale sono paralleli. oppure sono chiacchiere, oppure è il “rimare stoltamente” che Dante giovane e Guido giovane deridono in fra Guittone (certo, ci doveva essere anche un po’ di razzismo intratoscano: un fiorentino rispetta un aretino?)

    arriverà anche il tempo della necessità di grandi protezioni: non solo bancarie e lavorative. l’anima deve crescere, *come se incontrasse l’amore della sua vita* – e se non lo incontra, deve crescere ugualmente – altrimenti si parla come il filosofo al signor Keuner…

    Mi piace

  20. in questo *momento* centinaia centinaia centinaia di persone gridano *vergogna! vergogna!*: qui nella città barbara (non amo chi non la amo, per mio estremismo e mia deformazione: dov’è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore). ora non sono né in strada né in una torre d’avorio (la mia posizione è meno che precaria, qui – non ho nessun contratto a giustificarmi). questa Cosa – ripeto, come venerdì scorso il funerale mozartiano – è *anche* poesia. e Böll scrisse che vi è una “poesia del fare”, per esempio in chi è “operatore di pace”. alcune azioni sono poesia (Böll era – credo – al riparo da tentazioni superomistiche, non c’era pericolo).

    incollo di nuovo una cosa che può essere inizio e fine:

    Non c’è nulla di più deperibile e trasformabile del linguaggio, compreso il nostro. Il linguaggio non è un utensile, ma una dimostrazione di identità, soprattutto in poesia. Chi scrive consapevolmente sa di dedicare la vita – la sua, non la tua – a qualcosa che potrebbe non rimanere, e che tra sole due o tre generazioni suonerà arcaico, in tutto o in parte, per sintassi e per lessico (il *notajo* di Pirandello e la *ghitarra* di Pasolini). Lo fa sapendo che la stessa lingua nazionale potrà spegnersi come la lingua di Adamo, prima o poi.

    Mi piace

  21. sono stanco di cabale, lo sai. anche per motivi *magici*. la polvere non si deve gloriare troppo. le conseguenze delle parole usate non tardano.

    sono andato ora a leggere due poesie di Saveria, una poesia di Caproni – tra persone con cui il prof. di poesia non dovrebbe stare: è il *sottobosco*! – urlava così qualcuno, molto amante. e non parlare con Carlucci! e non rispondere a chi adora Pellico! e tutti ti vogliono e io ti ho! e siamo sempre i soliti 4 stronzi! e leggi le mie poesie! e non mi hai chiesto le mie poesie! e parli sempre di te!

    di *me*?

    non tutto è sottobosco: dove non c’è la storia, ma non c’è sgomitamento, si può stare, si può stare bene; e oso dire: ci si DEVE stare. è o non è la città BARBARA? ripeto: non amo chi non la ama.

    e adesso alcuni giochi si fermano e non si trasformano – è chiaro. e i poeti cominciano a dire: crisi, crisi, crisi, torniamo alla carta, crisi crisi crisi! ma il mezzo (il medium, il supporto) non è la cosa. cambiato il mezzo, che cosa ci metti sopra? conta questo, sempre.

    credo nella poesia? quanto credo nell’uomo: sì e no. LA poesia e L’uomo sono astrazioni. vedo che esiste questa poesia, vedo che esiste questo uomo; tanto basta.

    per esempio. l’uomo che urla a mia madre “ti brucio viva” non è ancora un uomo: può diventarlo, se vuole, prima che il tempo scada; e allora sarà un uomo. ora no: è odio fatto carne, e da questo odio non fugge. ma se il tempo scade? che cosa si fa quando il tempo scade?

    ripeto le stesse solite cose, perché ci si gioca mezza vita. se la Porta della Storia – strettissima – non fosse un’allegoria?

    dunque si salvi chi può: chi non si salva per le opere si salva per l’amore che ha (dato). ma gli altri? a che scopo avranno speso sé e i soldi per pubblicarsi? [tutte le parole sulla crisi mi hanno fatto pensare: *un poeta rappresenta la poesia o rappresenta se stesso?* è una domanda sciocca, ma ci si gioca il problema del pubblico che *manca*. il performer rappresenta se stesso E la poesia: si tratta di un rito, il cui celebrante non è chiunque]

    io non sono la poesia.

    Mi piace

  22. SIAMO STANCHI.

    Siamo TUTTI stanchi [di tutto].

    E dalla porta [della Storia ] passa chi non si stanca di bussare… Knock, knock, knockin’ on heaven’s door. E in questo la fortuna di un pubblico. Il pubblico altro: si eleva in doppia cassa.

    Le città nude [ barbare o no ] si amano la notte – e dall’alto.
    Sgranare il dettaglio – e amare le personae – è IL DIFFICILE…

    Mi piace

  23. credo.

    e in questo verbo finisce la scuola di poesia. hic desinit cantus, con le parole di chi ne sapeva di più, per forza di cose e guerra dentro e fuori:

    SALUTO E AUGURIO

    Porta con mani di santo o soldato l’intimità col Re, Destra divina che è dentro di noi, nel sonno. Credi nel borghese cieco di onestà,

    anche se è un’illusione: perché anche i padroni hanno i loro padroni, e sono figli di padri che stanno da qualche parte nel mondo.

    È sufficiente che solo il sentimento della vita sia per tutti uguale: il resto non importa, giovane con in mano il Libro senza la Parola.

    Hic desinit cantus. Prenditi tu, sulle spalle, questo fardello. Io non posso: nessuno ne capirebbe lo scandalo. Un vecchio ha rispetto

    del giudizio del mondo: anche se non gliene importa niente. E ha rispetto di ciò che egli è nel mondo. Deve difendere i suoi nervi, indeboliti,

    e stare al gioco a cui non è mai stato. Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odii: portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre

    la vita, la gioventù.

    Mi piace

  24. “chi legge coerentemente Eckhart e Margherita Porete, e tutti gli altri e le altre, non dovrebbe più scrivere; se scrive, dovrebbe cancellare il proprio nome. la sola Margherita si firma, con dolcezza, in un punto: quando il Signore la chiama “bella perla” (marguerite = perla).”
    La vita ci regala la più nobile della conoscenza, un abbraccio Massimo, V.

    Mi piace

  25. Tanto rumore per nulla. Tanto rumore per nulla. Sannelli o Massimo,
    tanto per restare nel giochino dei nomi non nomi, m’ama non m’ama, con
    la sua Scuola di poesia ha rivolto un atto di accusa ma contro se
    stesso perché ha scoperto di non essere un poeta. E tale scoperta l’ha
    voluta rendere pubblica per poi andarsene in grande stile, tipo un
    Rimbaud dei nostri giorni ma Rimbaud era Rimbaud e se ne è andato sul
    serio con ben altra poesia qua mi pare che si è sempre presenti, che
    ora vado sul serio ma devo ancora mettere promuovere un nuovo libro, un nuovo commento e così
    via. Ma la sua scuola è terminata con una poesia di Pasolini non con
    una sua, perché dopo tanto parlare bisogna mostrare anche una propria
    poesia e quella poesia non ha abbastanza forza, perché Massimo è un
    discreto poeta e nulla più e questo lo sa anche lui. Che poi abbia
    scoperto la velleità delle sole forme e l’importanza del cuore, beh,
    verrebbe da dire Finalmente, ti stavamo aspettando. Ma scoprirne
    l’importanza e averlo e saperlo usare in Arte è un altro paio di
    maniche e non serve riscrivere quello che hai già scritto. Ma anche
    questo lo capirai con il tempo. Che poi uno voglia fare l’attore e si
    definisca tale dopo poche prove beh nella vita ci sta tutto. Ormai
    tutti fanno tutto. E tu Chiara Daino sei splendida, e c’è un abisso
    d’Arte e di Cuore tra te e Sannelli e sei stata anche troppo rispettosa
    nel tuo andare contro un’uscita tanto volgare. Ma sai Massimo cosa
    turba di tutta la faccenda, della tua Scuola? È questo: è come se
    Gilardino si mettesse a fare la classifica degli attaccanti più forti
    del mondo. Oddio, la può fare ma resta sempre Gilardino e tutto ha la
    credibilità che ha. La facesse Van Basten verrebbe vista in una maniera
    diversa ma Van Basten è realmente Grande e non ha bisogno di farla. Ma
    chi non è Grande deve sempre parlare, anche se essere il Gilardino
    della Poesia è comunque onorevole, qualche goal lo mette dentro anche
    lui, ma il valore è quello che è.
    Mario

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.