Tolkien nella letteratura comparata

Ho da poco saputo, quasi per caso, che e’ finalmente uscita la raccolta in lingua inglese degli atti del convegno tenutosi nell’agosto del 2005 a Birmingham, in Inghilterra, per il cinquantenario de “Il signore degli anelli” (“The Ring Goes Ever On: Proceedings of the Tolkien 2005 Conference” – potete trovare dati piu’ dettagliati sulla pubblicazione su http://www.tolkiensociety.org/2005/proceedings/index.html).
Tra gli altri interventi pubblicati (diversi di studiosi italiani), c’e’ anche il mio “Tolkien as a Benchmark of Comparative Literature — Middle-earth in Our World”, che ho realizzato anche in una versione italiana – “Tolkien nella letteratura comparata”, gia’ presente su Domist.net. Colgo l’occasione della gradita sorpresa proveniente dalla Tolkien Society per riproporlo anche a voi, lettori e amici di LPELS. Spero possa dare un contributo a tener vivo il dibattito su Tolkien, del quale continuo a occuparmi e sul cui quale cerco sempre di far circolare qualcosa (che magari, un giorno non troppo lontano, spero di riuscire a pubblicare nuovamente in Italia, dopo il mio primo lavoro “Letteratura del fantastico – I giardini di Lorien”).

TOLKIEN NELLA LETTERATURA COMPARATA

di Giovanni Agnoloni

“Ma dalla cima di quella torre l’uomo era stato in grado di affacciarsi e di guardare fino al mare.”
(J.R.R. Tolkien: da “Beowulf: i mostri e la critica”, 1936)

Poche opere, nella letteratura universale, hanno dato adito a così tante interpretazioni come “Il signore degli anelli”, e più in generale tutti i libri di Tolkien. Allo stesso modo, pochissime sono diventate un punto di riferimento culturale e spirituale per intere generazioni di lettori di tutte le età. Quando scoprii Tolkien per la prima volta, non potei fare a meno di avvertire tutto questo retroterra di emozioni e sensazioni, nascosto appena dietro il velo delle parole scritte dall’autore. L’immediatezza di sentimenti che si possono trovare nelle righe di Tolkien è qualcosa che ci giunge appunto come una cortina invisibile, che può essere non già rimossa o perforata, ma semplicemente attraversata e sentita in profondità, così da raggiungere, quasi involontariamente, una dimensione di pura energia, che è strettamene collegata alla parte più intima dell’animo umano. In effetti, è stato fin dall’inizio un mio fermo convincimento che questo fosse il segreto della letteratura tolkieniana, ed in particolare del capolavoro del Professore di Oxford, Il signore degli anelli. Non a caso, avevo appena letto trecento pagine del romanzo, quando cominciai a notare certe assonanze, o comunque somiglianze, tra passaggi ed atmosfere presenti in esso e numerosi punti di opere letterarie di altre epoche, culture e generi. Compresi che non poteva essere solo una coincidenza, e decisi che, da quel momento in poi, avrei sempre letto i suoi libri con un occhio a questa sorta di musica nascosta, intessuta nel testo. E la mia esperienza di scrittore, ed anche di “tolkieniano”, iniziò così.
Le prime particolarità che notai, effettivamente, furono quelle che poi sviluppai nel mio primo saggio, Letteratura del fantastico – I giardini di Lorien, che riguardava principalmente autori delle letterature classiche (greca e latina), a parte molti scrittori e poeti italiani, oltre a qualche altro autore straniero del Novecento. Il senso di questo tipo di approccio all’inizio non era chiarissimo neanche a me, poiché ero consapevole che individuare passi di autori molto diversi, con incerti rapporti di derivazione, o comunque di reciproca lettura, potesse non aver alcun significato. Ma ero profondamente convinto che non fosse così, perché l’affinità che potevo sentire in così tanti casi era qualcosa di più sottile e al tempo stesso più forte di qualsiasi possibile influenza culturale di un autore sull’altro. Prendendo così in considerazione passi di Omero, Virgilio, Dante, Ariosto, e così via, e confrontandoli con situazioni presentate da Tolkien nel “Signore degli anelli”, avvertii che stavo come descrivendo una circolarità di percezioni e di idee che si era manifestata nel corso dei secoli, e che poteva essere solo parzialmente spiegata facendo riferimento alle basi culturali classiche di Tolkien, poiché non consisteva soltanto di semplici riproduzioni di momenti di letteratura del passato – o addirittura di mere “citazioni dotte” –, bensì di una creazione completamente nuova (sebbene imbevuta di sostanze provenienti dal passato), come “Il signore degli anelli”. In altre parole, mi sembrava che Tolkien avesse distillato le pure essenze degli scenari naturali e dell’anima umana – dalla sua esperienza personale di essere umano, ed anche da quasi 3000 anni di produzione letteraria, che aveva avuto modo di studiare e ponderare – e le avesse quindi usate per creare qualcosa di assolutamente nuovo, benché fortemente affine a quanto lo aveva preceduto. Perciò, non era solo una questione di somiglianza, ma al limite, di parentela. Il capolavoro di Tolkien poteva apparire come un termine di riferimento per un’analisi comparativa, poiché possedeva ed esprimeva l’energia segreta dei più alti capolavori della letteratura universale.
In altre parole, questo fu il mio canale d’accesso alla letteratura comparata, trattata in modo “eretico”, poiché non aveva necessariamente a che fare con la filologia o con affinità (e differenze) “tecniche” tra passi di autori che appartenevano a diverse tradizioni culturali, ma prevalentemente con le essenze naturali ed i sentimenti umani. Il principio che potevo leggere dietro a tutto questo era: l’uomo, nonostante le sue trasformazioni durante secoli di storia, è sempre rimasto lo stesso, nelle sue emozioni di base. Dunque, è un’operazione legittima prendere ogni possibile moto dell’animo come tema sul quale iniziare una ricerca, tra vari autori, finalizzata a trovare tutti quelli che lo hanno rappresentato nella stessa maniera, o comunque in modi consonanti. Tolkien, più di altri, funge perfettamente da punto di riferimento per questo tipo di analisi, poiché è stato in grado di fotografare lo sfaccettato animo umano in tutte – o almeno in un gran numero – delle sue espressioni nude. Dico “nude”, per il semplice fatto che le sue storie si svolgono in una dimensione parallela, in un mondo che non esiste, ma che è anche estremamente simile al nostro, dal punto di vista emotivo. Infatti, è proprio questo l’aspetto del fantastico tolkieniano che rende possibile usare le sue pagine come termine di riferimento per un itinerario letterario comparativo che proceda lungo secoli di storia e migliaia di miglia del nostro mondo. Sto parlando della valenza subcreativa della sua narrativa. Tolkien, nel suo saggio “Sulla fiaba”, illustra chiaramente il meccanismo delle autentiche creazioni feeriche. Esse ci fanno evadere in una dimensione che non è reale, ma è intimamente coerente, a tal punto che non possiamo fare a meno di dimenticare momentaneamente la nostra per immergerci in quella e sentircene parte. Quindi, si verifica il Ristoro, perché la stretta affinità di sensazioni ed atmosfere tra quel mondo e quello da cui proveniamo ci fa sentire intimamente confortati: riconosciamo, infatti, che ci stiamo muovendo in una dimensione che non nega, ma anzi riconferma la nostra. In altre parole, abbiamo lasciato il nostro mondo per riscoprirlo in un luogo che esiste solo nell’immaginazione di Tolkien – e adesso anche nella nostra -. A questo punto, un’intensa sensazione di gioia esplode dentro di noi, ed è la Consolazione. Il risultato di tutto questo è che possiamo nuovamente apprezzare l’intensa bellezza dei colori, delle percezioni e di tutte le cose che vivono nel mondo reale, poiché

“Abbiamo bisogno (…) di pulire le nostre finestre; di modo che le cose, viste con chiarezza, possano esser liberate dal tetro grigiore della banalità o dell’abitudine.”
(Tolkien, “Albero e foglia”; trad. Giovanni Agnoloni)

Le opere di Tolkien, in breve, possono essere prese come una sintesi di migliaia di anni di storia e di letteratura dell’uomo, ed anche come un possibile strumento per riscoprire la bellezza della vita reale. In altre parole, sono l’espressione più pura – o meglio, il vero archetipo – della letteratura fantasy come potente mezzo per studiare ed analizzare la letteratura realistica. In effetti, questo è il prodotto del mio modo di guardare alla letteratura comparata prendendo Tolkien come termine di riferimento: considerare il fantasy non tanto come un genere letterario, ma come un approccio alla vita, nel senso specifico che ho appena indicato. La vera differenza, in questo senso, non è tra opere fantasy e non-fantasy, ma solo tra buona letteratura e letteratura di più basso livello, il criterio per distinguerle essendo la ricchezza dell’animo umano che riescono ad esprimere tramite mezzi artistici (cioè la bellezza e l’armonia). Opere – di qualsiasi genere – che rispondano a questi requisiti possono essere considerate buona letteratura, mentre le altre possono al più valutarsi come libri commerciali, ma non certo come opere d’arte. Questo è il motivo per cui, a mio parere, ci sono molti più punti in comune tra Tolkien ed “autori del mondo reale” che tra lui e scrittori fantasy che hanno preso gran parte della loro ispirazione da lui per scrivere storie magari interessanti e coinvolgenti, ma non certo tali da qualificarsi come espressioni artistiche.

Adesso vorrei citare alcuni passi, tratti da Tolkien e da altri autori, al fine di dimostrare ciò che sono venuto dicendo finora. Naturalmente, nel mio saggio “I giardini di Lorien” le riflessioni sono molto più approfondite e circostanziate, mentre qui mi limiterò a dei veloci cenni, date le più che ovvie esigenze di snellezza espositiva. Non seguirò un rigido ordine cronologico, in questa selezione di brani, poiché preferisco scegliere quelli che saranno via via più consonanti con l’oggetto trattato. Per esempio, i seguenti versi, tratti dall’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, sottolineano un’importante differenza tra il tipico gusto per la peregrinazione mentale dell’autore rinascimentale italiano ed il tema del viaggio fantastico, che è coessenziale al “Signore degli anelli”.

“Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.”

(Ludovico Ariosto, “Orlando Furioso” – canto 34 – ottava 72)

C’è un senso di respiro globale in questi versi, che descrivono il Mondo della Luna, dove Astolfo si è recato a recuperare il perduto senno di Orlando. Si può percepire un’intera varietà di possibilità, e l’intimo desiderio di scegliere queste, invece del mondo reale (“altri…, altri…, altre…, che non son qui tra noi”). Questo è il desiderio umano di evasione in una dimensione parallela, che Tolkien esprime così bene nelle sue opere. In esse, c’è una tale ricchezza di particolari naturali e di vita emotiva da renderli una vera tavolozza di possibilità all’interno di un mondo possibile. E il suo grado di credibilità dipende non solo dal suo essere così ricca, ma anche dalla sua intensità. Come dicevo in precedenza, la persuasività delle creazioni di Tolkien deriva dal fatto che in esse non c’è solo l’Evasione, ma anche il Ristoro e la Consolazione. E questo è qualcosa che ai aggiunge al materiale creativo dell’Orlando furioso, poema nel quale troviamo il Mondo della Luna come anche pezzi di terra vera, e che perciò oscilla costantemente tra le due dimensioni (reale e fantastica), quasi mescolandole in una meravigliosa sarabanda, ma senza la possibilità, per il lettore, di vivere un’autentica esperienza subcreativa. Quest’ultima richiede infatti la completa alterità della dimensione fantastica, ovvero l’assenza di punti di contatto tra essa ed il mondo reale: solo a questa condizione una vera Evasione può aver luogo, ed il Ristoro e la Consolazione possono seguire, mentre nell’Orlando furioso seguiamo un interessante viaggio attraverso i reami della fantasia e della realtà, ma al massimo un tentativo di Evasione, a causa dell’assenza del Ristoro e della Consolazione. Questi ultimi, nei libri di Tolkien, vengono precisamente dalla profonda consonanza tra le atmosfere naturali e gli stati emotivi dipinti nella dimensione inesistente e quelli che viviamo nel mondo reale, nella nostra vita. Ed è questa la ragione per cui ci sentiamo tanto protagonisti delle avventure narrate.
Pensiamo, adesso, al senso di meraviglia dell’uomo davanti alla bellezza della natura, ed alla quieta compenetrazione tra le sue vibrazioni energetiche e quelle di una persona che ne sia avvolta. Il poeta latino Virgilio sottolinea molto bene quest’aspetto nella prima delle sue Ecloghe:

“Tuttavia avresti potuto riposare qui con me stanotte,
sopra verdi fronde: abbiamo frutti maturi,
castagne saporite ed un sacco di formaggio fresco,
e i comignoli delle ville già fumano, laggiù nella campagna,
e le ombre della sera scendono più lunghe dalle vette dei monti.”

(“Bucoliche”, I, 79-83; trad. Giovanni Agnoloni )

La quieta sensazione di contemplazione della natura, il sentimento di un giorno che finisce in un alone luminoso di tranquillità e la promessa implicita di riposo e di recupero delle energie, che sono tutte caratteristiche di questi versi, ricompaiono pressoché inalterati nel passo del “Signore degli anelli” che descrive la cena di Frodo e dei suoi compagni nella casa di Maggot.

“Frodo accettò l’invito, con gran sollievo. Il sole era sceso dietro le colline occidentali, e l’oscurità avanzava rapidamente. Le tre figlie di Maggot e due dei suoi figli entrarono portando un abbondante pasto ed apparecchiarono la grande tavola. Accesero delle candele per far luce in cucina e misero dell’altra legna sul fuoco. La signora Maggot andava avanti e indietro indaffaratissima. Arrivarono un paio di altri Hobbit appartenenti alla grande famiglia della fattoria e poco dopo erano tutti seduti a tavola. C’era birra in abbondanza e un copioso piatto di funghi e pancetta, oltre a tanti altri cibi campagnoli, sani e nutrienti. I cani, sdraiati accanto al fuoco, rosicchiavano ossa e croste di formaggio.”

(J.R.R. Tolkien, “Il Signore degli Anelli” (d’ora in poi, S.D.A.), ed. Rusconi, 30a, 1997, pagg. 136-137)

Molti leggeranno in questo brano una mera assonanza con i versi virgiliani, ma io ritengo che, se si tratta di una mera somiglianza esteriore di situazioni, prima di tutto non sia tale per caso – sono sicuro che Tolkien avesse letto le Ecloghe –, ma soprattutto significhi qualcosa che va al di là (e attraverso) i diversi generi letterari, le diverse epoche, lingue e culture, perché è strettamente legato alla misura classica dell’arte. Il senso delle proporzioni, il ritmo delle parole, l’attenta selezione dei verbi e degli aggettivi, sono caratteristiche che emergono sia da Viriglio, sia da Tolkien. Questo non equivale a dire che Tolkien abbia “copiato” da Virgilio, naturalmente, ma significa che ne ha appreso il senso delle proporzioni, la maniera delicata di avvicinarsi alla natura e di riprodurne l’armonia nell’armonia della creazione artistica. E c’è anche il senso di un modo tranquillo di vivere la vita, che descrive una sorta di ponte invisibile tra il bucolico quadro di vita nella campagna italiana del I secolo a.C. e la scena della cena degli Hobbit nella casa di Maggot, negli immaginari spazio e tempo della Contea. In altre parole, due grandi scrittori (e poeti) sono entrambi stati capaci – tramite approcci diversi – di descrivere una situazione che è profondamente imbevuta di vita in due contesti molto diversi, sebbene consonanti. Entrambi, inoltre, hanno saputo far sentire noi lettori partecipi di quelle situazioni, desiderando noi stessi di vivere quelle sensazioni di riposo e tranquillità, fin quasi a voler assaggiare anche noi quel cibo così saporito. Questo significa che entrambe le loro creazioni esercitano un’azione subcreativa verso i lettori, nonostante siano una (quella di Virgilio) riferita al mondo reale, e l’altra (quella di Tolkien) ad uno immaginario. La semplice circostanza che siano così diverse, insomma, non cambia il fatto che siamo come spinti dentro le righe degli autori, come se le loro immagini diventassero improvvisamente tridimensionali, e noi potessimo sentirne l’intima verità. Che cosa dovremmo dedurre, allora? Che anche le Ecloghe virgiliane sono “letteratura fantasy”? No di certo, almeno finché continuiamo a collegare il termine fantasy – o, se vogliamo connotarlo in senso più lato, fantastico – ad un genere letterario. La verità è che, a mio modo di vedere, la parola fantasia, quando si riferisce ad opere d’immaginazione letteraria, ha tre possibili valenze:

1) l’abilità dell’autore di riprendere la vita, in un modo che non corrisponde esattamente alla realtà (nel senso che non la riproduce “fotograficamente”), ma che comunque la ricostruisce in modo da seguirne le linee, rendendola verosimile al punto da far sentire lì il lettore. Ciò può dirsi sia di scrittori che parlano del mondo reale, sia di autori che descrivono mondi immaginari: questa è quella che, in senso generale, si può chiamare letteratura di fantasia.
2) la specifica abilità dello “scrittore fantasy” (nel senso di “scrittore feerico”), di cui Tolkien è l’archetipo moderno, di innescare l’effetto subcreativo di Evasione, Ristoro e Consolazione, con racconti ambientati in una dimensione parallela intimamente coerente e pienamente credibile.
3) Più sottilmente, l’approccio alla vita di ogni scrittore (realista o fantastico) che sia capace di cogliere l’energia segreta della natura, quella che si può notare nelle più pure creazioni artistiche, quando si riesce a considerarle non solo – e non principalmente – come una sommatoria di tecniche, stili e derivazioni filologiche (aspetti pur importanti della “struttura” del “prodotto letterario”), ma soprattutto come contributi all’arricchimento dell’animo umano. L’arte, infatti, è soprattutto emozione costruita in bellezza. Quest’ultima è la parola chiave. Non a caso, Tolkien stesso, nella sua lezione Beowulf: i mostri e la critica, usò la bellissima metafora della torre (oggi letta in apertura di questo intervento) dalla cui cima l’uomo era stato capace di “guardare fino al mare”, al fine di spiegare come un approccio troppo analitico ad un’opera letteraria implicasse il rischio di perdere il senso della sua bellezza. Questo, infatti, è il vero nucleo dell’armonia e della musicalità che si possono trovare in tutta la buona letteratura, sia realistica che fantastica. Perciò, il confine tra questi due “regni” si dimostra inutile (o comunque molto relativo), nella misura in cui l’energia che viene dalla natura, e che si esprime nella letteratura realistica, è esattamente la stessa che parla attraverso la letteratura fantastica. Ecco perché – come illustrerò meglio in conclusione di questo intervento –, in numerosi “scrittori del mondo reale”, specialmente della contemporaneità, è possibile individuare dei momenti fortemente affini alle atmosfere tolkieniane, talché non è sufficiente, a mio parere, parlare di semplice letteratura di fantasia, ma di un’autentica “nuova letteratura fantasy” (o neo-fantasy), anche se non per le ambientazioni (che sono del nostro mondo), ma per l’effetto subcreativo che sanno innescare.

Credo che questi tre valori del fantasy siano tutti presenti nelle opere di Tolkien, e soprattutto nel “Signore degli anelli”, come anche nei più alti momenti della letteratura universale. In questi, possiamo vedere la pura e netta espressione dell’incanto naturale, che nel caso che andiamo a valutare si dimostra il contorno ideale per un sentimento d’amore disperato e impotente. In una lirica della poetessa greca Saffo leggiamo infatti:

“Ella, da Sardi,
spesso si trovava a volger qui il suo pensiero,
ti pensava come una creatura divina
e si rallegrava sommamente del tuo canto.

E adesso è un fiore tra le donne lidie,
così come, a volte, al tramonto del sole,
la luna dalle dita di rosa,

al di sopra di tutte le stelle, spalma
la sua luce in pari misura sul salato mare
e sulle pianure dai molti fiori;

e la dolce rugiada si distende, sbocciano
le rose, i cerfogli morbidi e
il verdeggiante trifoglio;

e vagando lungamente nel ricordo della
cara Attis , è divorata dal desiderio
di ritornare, nel suo animo sensibile;
e, come intuendo i suoi pensieri, la notte che
tutto avverte ci trasmette, attraverso il mare,
il suo desiderio che tu la raggiunga;

non è facile, per noi, trovare una
sua pari, per la grazia delle forme,
tra le divinità.”

(Saffo, fr. 98D; trad. G. A.)

Non posso, a questo punto, non pensare alle parole nostalgiche intessute nei versi che Legolas canta in ricordo di Nimrodel – di cui qui cito solo la prima parte –, quando i superstiti della Compagnia dell’Anello, da poco usciti da Moria, raggiungono il fiume che porta il suo stesso nome:

“Elfica fanciulla d’un tempo passato,
Stella che brilla al vento,
Bianco il suo mantello e d’oro bordato
E le scarpe grigio argento.

Una stella sulla sua fronte,
Una luce nei suoi capelli,
Il sole brilla tra le fronde
A Lòrien dei giorni belli.

Lunghi i capelli, bianca la pelle, chiara la voce
Della libera fanciulla volante
Nell’aria e nel vento come luce veloce,
Come sul tiglio foglia vibrante.

Nel Nimrodel fra le cascate
Dalle acque chiare e spumeggianti
La sua voce come gocce argentate
Squillava tra i flutti scintillanti.

Nessuno sa per quali alti valichi
Se all’ombra o al sole ella errando vada,
Perché Nimrodel smarrita in tempi antichi
E persa fu nei monti e nella rugiada.

Nei rifugi oscuri la elfica nave,
Sotto il riparo del monte,
Da giorni e giorni l’aspettava
Nelle ruggenti acque profonde.”

(S.D.A., pag. 422, ed. cit.)

Qui ci troviamo di fronte ad un sentimento di disperata nostalgia per una luminosa figura del passato, che è ormai perduta. Non è amore, ma uno stato mentale più completo, che comprende affetto, bellezza ed un senso d’impossibilità di recuperare una dimensione di armonia e perfezione che il flusso del tempo ha fatto passare irrimediabilmente. Allora, quale, se mai esiste, è il trait d’union tra la lirica di Saffo e questo triste canto elfico? Quale, in altre parole, è il nesso tra il momento di solipsistica contemplazione del fantasma di un amore irraggiungibile, espresso dalla poetessa greca – che visse tra il VII ed il VI secolo a.C. sull’isola di Lesbo –, e il ricordo di un passato appartenente ad una sfera lontana della memoria, com’è nel caso di Legolas, e dunque di Tolkien, scrittore del XX secolo d.C.? Forse il fatto che Tolkien ha molto probabilmente letto i versi di Saffo, così da farci pensare a lei, quando raffigura Nimrodel come una splendida creatura, che risplende nel sole, meravigliosa nella sua figura e nelle sue vesti, quasi fosse una figura divina – simile a come Attis appare alla sua amata, nei versi della poetessa –? No, il punto su cui io baso il mio approccio alla letteratura comparata è l’intima affinità di sentimenti ed atmosfere che si può riscontrare nelle due creazioni poetiche. Infatti, entrambe le poesie mostrano un senso del ritmo – indipendente da qualsiasi osservazione metrica – e di reciproca integrazione tra il punto di vista (o dovrei forse dire: di percezione) della voce recitante e la natura circostante, che è frutto di un approccio alla vita meditato. Uso qui la parola meditazione in un senso trans-culturale, che non ha strettamente a che fare con le filosofie orientali, o altrimenti con la tradizione monastica occidentale, ma semplicemente come un pregnante sinonimo di consapevolezza. Sia Saffo che Tolkien sono stati, nei diversissimi contesti storici, geografici e culturali in cui hanno creato i loro versi, profondamente consapevoli della stretta interconnessione tra i sentimenti di cui la loro poesia era imbevuta e l’intuizione cosmica della natura che li circondava. Non possiamo pensare alla disperata passione cantata da Saffo senza considerare la “notte”, che – “come intuendo i suoi pensieri” – “ci trasmette, attraverso il mare, / il suo desiderio che tu la raggiunga”. Lo scuro golfo della notte, che si espande come un abbraccio cosmico sul Mar Mediterraneo, diventa così una sorta di corriere energetico di messaggi che solo orecchi ed anime sensibili possono percepire. E, similmente, in Tolkien avvertiamo tale senso di distanza, una sorta d’invisibile ma impotente forza d’attrazione, nel senso d’inutile attesa che è evidente nell’immagine della nave elfica “nei rifugi oscuri (…), / nelle ruggenti acque profonde” del mare, presenza che richiama l’attenzione degli Elfi, poiché il loro destino non è nella Terra di Mezzo, ma all’Ovest.

È anche possibile trovare altri temi legati alla vita emotiva dell’uomo, che sono stati dipinti in maniera significativamente consonante da Tolkien e da altri grandi maestri della letteratura universale. Penso ad esempio a Dante Alighieri, nel cui Inferno possiamo trovare un’eccezionale potenza di sintesi nell’offrire visioni istantanee di terrore ed angoscia, persino attraverso la sequenza ed il ritmo delle parole. Ricordiamo il minaccioso annuncio sulla porta dell’Inferno:

“Per me si va nella città dolente,
per me si va nell’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.”

(Dante Alighieri, “Inferno”, III, 1-3)

Posso sentire una profonda consonanza tra la musica ossessiva di questi versi e quella delle parole incise sull’Anello:

“Un Anello per domarli, Un Anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli,
nella Terra di Mordor dove l’Ombra cupa scende.”

(S.D.A., incipit a pag. 23 dell’ed.cit.)

Il senso di destino irreparabile che è impresso in questa frase è dello stesso tipo di quello che era espresso dall’avvertimento della porta infernale. Si potrebbe argomentare circa la differenza tra la visione cristiana di Dante, di cui la sua creazione è impregnata, e quella che traspare – pur non “imponendosi” – dal “Signore degli anelli”. Sicuramente, i due contesti creativi di riferimento sono molto diversi, ma il fatto che le due minacce del male siano così simili l’una all’altra (nonostante l’una, quella dell’Inferno, sia pur sempre espressione della giustizia divina, mentre l’altra sia il frutto della ribellione all’armonia cosmica voluta da Eru e creata dagli Ainur) è dovuto alla circostanza che entrambi gli autori avevano molto chiara in mente la fondamentale contrapposizione tra Bene e Male, intesi, prima che come principi etici, come forze vitali contrapposte – Positivo e Negativo, direi –. Dante, nella sua peregrinazione nei regni dell’aldilà, ha espresso in forma poetica il fondamentale contrasto tra Luce ed Ombra: in questo contesto, quindi, ha dipinto la paura come un componente centrale dell’approccio dell’uomo alla scoperta della parte più buia della sua anima, inevitabile passo per iniziare un cammino di redenzione. Tolkien, per parte sua, ha rappresentato l’eterna lotta tra Luce ed Ombra nel contesto di un viaggio il cui obiettivo è quello di distruggere la fonte del potere – potenzialmente devastante – del signore del Male sopra le regioni libere della Terra di Mezzo. In questa esperienza, la paura gioca un ruolo molto importante. Ma paura di che cosa? Non solo di morire, perché questo è un rischio che tutti i personaggi accettano deliberatamente, e del quale il coraggio li rende consapevoli; più precisamente, si tratta della paura radicale della fine della libertà, della completa oppressione da parte di un signore il cui solo scopo è distruggere e sottomettere, senza alcuna eccezione. E, in altra forma, anche il poeta Dante, pellegrino dei mondi dell’aldilà, nell’Inferno ha paura del terribile potere dei demoni, che può essere a buon diritto avvicinato (benché sia di natura diversa) a quello di Sauron. Dante, in altre parole, sta cercando di liberare la sua anima dalla minaccia del male e dalla tentazione del peccato, per mezzo di un cammino di pentimento e redenzione che lo renderà consapevole delle conseguenze del male stesso, e combatte la paura che tutto ciò implica con la certezza della fede. Nel “Signore degli anelli”, vediamo Frodo e gli altri personaggi mentre tentano di salvare la loro terra dalla minaccia dell’Oscuro Signore, così trovandosi ad affrontare molteplici paure con ripetuti atti di coraggio, ispirati dalla consapevolezza di non avere alternative. In breve, dunque, questa è la sequenza emotiva “in parallelo”, nei due diversi contesti: Dante non può fare a meno di entrare per quella porta, la paura lo accompagna e la fede lo sostiene. Frodo non può evitare di andare a Mordor, la paura è sempre su di lui, ma la necessità lo sospinge. E lo stesso di può dire di Sam, che vive un momento di terribile indecisione quando, dopo aver sconfitto Shelob, comprende di essere solo, perché pensa che Frodo sia morto, ma comunque sa di dover andare avanti:

“Quando le tenebre della sua mente infine si diradarono, Sam levò il capo e vide intorno a sé un mondo d’ombra; ma quanti minuti o quante affannose ore fossero trascorse, non avrebbe saputo dirlo. Era ancora lì nel mededimo posto, ed accanto a lui il suo padrone morto giaceva ancora. I monti non erano divenuti polvere, ed il mondo non era sprofondato.
“Che posso fare, che devo fare?”, si disse. “Sono dunque giunto sin qui con lui inutilmente?”. In quell’attimo gli parve di udire la propria voce pronunziare parole che allora, al principio del viaggio, non aveva comprese. Ho qualcosa da compiere prima della fine. Devo andare avanti fino in fondo, non so se mi spiego, signore.”
(S.D.A., ed.cit., pagg. 880-881)

Qui il meccanismo della paura come innesco per il coraggio è molto chiaro. La paura deriva dall’idea che tutto sia finito e non esista rimedio alcuno (le “tenebre” e l’“ombra” con cui il brano si apre). Lo stesso senso del tempo è sospeso, poiché il devastante sentimento di perdita e solitudine ha cancellato qualunque altra cosa. È la radicale disperazione oltre la quale non si riesce a vedere nulla. Eppure, alla domanda che esce spontaneamente da questa situazione (“Che posso fare? Che devo fare?”) si accoda l’eco di una voce interiore proveniente dal passato, di una decisione presa molto tempo prima, da Frodo e anche da lui, suo fedele servitore: andare avanti fino in fondo, perforare quella cortina di terrore per raggiungere l’obiettivo accettato fin dall’inizio. Questo è un comportamento che ha rilevanti assonanze con quello dell’eroe epico, che risponde a principi etici che implicano il rischio costante di morire in battaglia per poter raggiungere la doxa (considerazione nell’opinione degli altri), l’èpainos (l’elogio della comunità) e la mneme(l’eterno ricordo della sua gente, dopo la sua morte gloriosa), e così segue un percorso che è stato tracciato da qualcun altro, ma che ha anche intimamente accettato, e per questo riesce a superare persino i momenti più duri di afflizione e paura. L’esempio più famoso di eroe, nell’Iliade omerica, l’acheo Achille, non mostra questo risvolto umano, se non quando si dispera per la morte dell’amico Patroclo; è soprattutto il campione troiano Ettore, invece, a rivelare la sua umana fragilità, quando si avvicina il momento dello scontro decisivo con Achille:

“E se invece deponessi lo scudo umbilicato
e l’elmo pesante, e, appoggiata al muro la lancia,
io stesso andassi incontro ad Achille, eroe perfetto,
e gli promettessi di restituire agli Atridi, perché la portino via,
Elena e con lei tutti i tesori, quanti Alessandro ne portò a Troia
sulle concave navi, e ciò fu l’origine della contesa,
e nello stesso tempo promettessi di dividere
con gli Achei altri beni, quanti questa città ne contiene;
e se inoltre strappassi agli anziani di Troia il giuramento
di non nascondere niente, ma di dividere tutto in due parti,
quanta ricchezza la bella città racchiude dentro di sé;
ma perché mai il mio animo mi suggerisce tutto questo?”

(Omero, “Iliade”, XXII, 111-122; trad. Ida Biondi )

È evidente come Ettore formuli tutte queste domande interiori senza volerle realmente esprimere. È la paura a dettare le parole che prendono forma nella sua mente, e la sola soluzione che riesce a prendere in considerazione, in questo momento, è una possibile via d’uscita dal terribile angolo oscuro in cui si vede confinato dal suo ruolo e dal suo dovere come più forte dei Troiani. I suoi vani tentativi di trovare una via di fuga sembrano riecheggiare il tono delle disperate parole di Sam, quando si chiedeva: “Che posso fare? Che devo fare?”, ma poi, e con la stessa prontezza, emerge una soluzione positiva, sebbene disperata e possibilmente foriera di morte: andare avanti, nonostante tutto. Ettore, infatti, giunge ad un punto in cui la sua razionalità prevale sulla sua parte irrazionale, e così dice: “ma perché mai il mio animo mi suggerisce tutto questo?” Si tratta esattamente del momento in cui la consapevolezza della sua condizione di eroe ritorna viva, per cui non può fare a meno di riprendere la sua strada, risolvendo così il dubbio angoscioso che aveva minacciato di schiacciarlo. Si potrebbe affermare che né lui, né Sam, nei loro rispettivi drammi, sono veramente liberi, perché nessuno di loro vuole ciò che è chiamato a fare, ma non è questo il punto. Il libero arbitrio c’entra tanto quanto la situazione lo permette, perché le forze contrapposte sono molto più grandi dei desideri personali di un singolo individuo. La libertà di scelta, nel contesto di una guerra, o comunque di una missione disperata, è quella sottile bava di ragno che rende possibile, per il personaggio coinvolto, accettare la sua strada personale nonostante l’assurdità della minaccia che rappresenta.

Ho qui cercato di dare alcuni rapidi esempi del mio personale approccio alla letteratura comparata (molto più sviluppato, peraltro, nel mio primo saggio e nelle nuove cose che ho scritto, e in attesa di pubblicazione). A molti sembrerà empirico, perché non basato su un modo di ragionare filologico o sulla considerazione dell’influsso che un autore può aver avuto su un altro: in verità, io parto da un presupposto diverso: quello di considerare le creazioni letterarie di epoche e culture differenti non solo come espressioni del loro mondo di provenienza, ma anche (se non principalmente) come pietre di un invisibile ma anche innegabile percorso: quello dell’uomo attraverso la storia. L’uomo, infatti, è cambiato e si è evoluto così tanto, nel corso dei secoli, ma non possiamo negare che spesso restiamo sorpresi al vedere quanti punti in comune abbiamo ancora con i comportamenti di coloro che vissero quasi tremila anni fa. Io credo che questo non sia solo un fenomeno di natura strettamente antropologica – in altre parole, il segno che deriviamo da quegli uomini e quelle donne, visto che apparteniamo alla cultura occidentale –. Si tratta di qualcosa di più sottile, che ha più strettamente a che fare con il lato energetico della natura umana. Sentimenti, emozioni e comportamenti, sia positivi che negativi, possono infatti essere divisi in varie categorie e come stesi in un ventaglio di tipi, che non possono annullare il fattore d’imprevedibilità della natura umana e l’originalità di ogni individuo, ma sono comunque riscontrabili in tutti gli uomini, oggi come nel passato. Questa è la lezione del medico inglese Edward Bach (1886-1936), che sviluppò, per mezzo di ricerche naturalistiche e della sua sensitività personale, quella che oggi è una branca fondamentale della medicina olistica: la floriterapia . Ciascuno dei rimedi da lui scoperti (in tutto, 38 essenze floreali, più un rimedio d’emergenza) corrispondeva ad uno specifico aspetto della natura umana, e ciascuno di essi poteva curare una specifica disarmonia della sfera energetica – e dunque mentale, emotiva e caratteriale – di una persona. L’uomo, infatti, non è solo “carne e sangue”, né il resto della natura è solo materia, ma anche energia: del resto, è da Albert Einstein che ci viene il fondamentale insegnamento che massa ed energia si trasformano continuamente l’una nell’altra. L’energia entra nella (ed esce dalla) nostra vita attraverso il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, la luce e tutto ciò che facciamo o ci viene fatto, e non solo in forme sperimentalmente rilevabili, ma anche a livello di energie sottili, cioè di apporti o interazioni che attengono alla nostra sfera mentale ed emotiva (si direbbe, in termini di medicina olistica, alla nostra aura). In sintesi, l’energia è il nostro modo di interagire col mondo in cui viviamo, e perciò con la natura. Ebbene, la mia idea è che l’arte in genere, e più specificamente la letteratura, sia una delle manifestazioni più speciali dell’energia: più precisamente, è la bellezza che l’arte esprime, che può stimolare certi aspetti dell’animo umano, addolcendone i dolori ed offrendo un punto d’appoggio ad ogni anima che soffre. In questo senso, si può dire che la letteratura può svolgere un’azione – almeno potenzialmente – terapeutica . Perciò, la letteratura comparata, affrontata in chiave estetico-emotiva, può dare un contributo molto importante. Infatti, confrontare passi di autori di diverse epoche e culture, sottolineandone gli aspetti di affinità (oltre che di diversità), può portarci a scoprire diversi sapori dello stesso comportamento umano, diverse sfumature di significato, e così a creare una sorta di “mappa dell’animo umano” in cui le varie terre sono i vari sentimenti e gli oceani rappresentano l’eterno flusso della storia. Confrontare tra loro autori che hanno espresso stati emotivi simili in contesti anche completamente differenti vuol dire scendere più in profondità nella natura umana, trovandone gli “archetipi” e forse suggerendo un modo per dare conforto a chiunque provi un sentimento affine a quello dei passi citati, o altrimenti desideri provarlo.
Tolkien, come dicevo prima, offre un importante termine di confronto in questo tipo di operazione, poiché la sua creazione, presa nel suo insieme, sembra svilupparsi da un oscuro – solo nel senso di: potenzialmente luminoso – punto della sua anima (la “caverna” della sua “luce interiore”, direi) per espandersi poi in un intero universo di terre, personaggi e sentimenti. Questi appaiono come il naturale germoglio di tale luce interiore, o come la proiezione della sua mente in un viaggio di cui, il giorno che scrisse la frase “in a hole in the round there lived a hobbit”, ancora non aveva un’idea precisa. Il risultato finale di questa meravigliosa esperienza creativa fu un mondo perfettamente coerente, con la sua geografia e la sua storia cosmica, ma soprattutto con la capacità di catturare l’attenzione dei lettori a tal punto da attirarli dentro quella dimensione parallela, facendoli sentire parte di essa e quindi lasciandoli tornare nel mondo reale, rinnovati spiritualmente e pronti a riscoprire la realtà. La vera ragione di tutto questo è precisamente il fatto che ogni parte della Terra di Mezzo è, oserei dire, la solidificazione di uno stato mentale umano. Questo non significa che si tratti di un’allegoria, perché Tolkien era nemico dell’allegoria, ma forse si tratta di un’allegoria naturale, cioè di un modo di evidenziare come ogni parte della natura possa trasmettere sentimenti ed emozioni che penetrano in profondità nell’animo umano, dove possono toccare e far ritornare in vita aspetti trascurati, risorse di energia, paesaggi a lungo dimenticati, il cui contributo alla nostra felicità può essere molto importante. Sono simboli, in questo senso, ma simboli che agiscono principalmente sul terreno delle percezioni naturali, e solo secondariamente al livello di una riflessione intellettuale. Sì, perché uno dei fondamentali messaggi che escono spontaneamente dalla lettura dell’opera di Tolkien è che l’uomo non si esaurisce nella sua dimensione intellettuale, ma è un intero consistente in mente, corpo ed energia. La miglior dimostrazione di questo è la Terra di Mezzo, considerata per un momento come un alone creativo, una complessa creazione con una sua coerenza interna, in cui tutte le parti costitutive svolgono un ruolo che si dimostra importante, se non fondamentale, per il risultato finale. Altrimenti, perché la Guerra dell’Anello sarebbe stata vinta, infine, grazie ad una creatura piccola ed apparentemente inoffensiva come un Hobbit?

La Terra di Mezzo, così, si rivela come una sorta di dimensione nascosta del nostro mondo, con il quale ha dei sottili ma fortissimi legami, consistenti in fili di energia, ciascuno dei quali è collegato ad uno specifico aspetto della natura umana. Vorrei concludere la mia riflessione citando un paio di passi di scrittori contemporanei, che sono stati in grado di produrre nei lettori effetti estetico-percettivi che sono in verità simili a quelli derivanti dalla lettura di Tolkien. Penso ad esempio all’autore tedesco Hermann Hesse, o al colombiano – anche lui Premio Nobel – Gabriel García Márquez. Hesse, nel suo noto romanzo Narciso e Boccadoro, scrive qualcosa di profondamente consonante con lo scopo della “letteratura feerica”, secondo Tolkien. Dice infatti:

“In questo mondo di sogni Boccadoro viveva più che nella realtà. Il mondo reale (…) non era che una superficie, una sottile membrana tremante sopra il mondo trascendente delle immagini e dei sogni. Un nulla bastava a forare questa membrana sottile: qualcosa di misterioso nel suono di una parola greca in mezzo ad un’arida lezione, un’ondata di profumo dalla bisaccia in cui padre Anselmo raccoglieva erbe per i suoi studi botanici, la vista d’un tralcio di pietra che spuntava dal capitello della colonna d’un arco di finestra… bastavano questi piccoli stimoli per forare la membrana della realtà e per scatenare, dietro la placida aridità di questa, il tumulto d’abissi, di fiumane e di vie lattee, che s’agitava in quel mondo immaginario dell’anima.”

(Hermann Hesse, “Narciso e Boccadoro”, ed. Oscar Mondadori, 1989, pag.56)

Qui vediamo molto bene come ogni parte del mondo reale possa innescare l’intuizione dei segreti naturali che sono nascosti appena dietro la cortina dell’apparenza: proprio quella che la buona letteratura fantasy – e la buona letteratura in genere – aiuta a penetrare con l’acutezza dello sguardo e la finezza delle percezioni. L’oltre che si trova immediatamente dopo quel velo è in qualche modo reso presente, qui ed ora, dal potere evocativo delle parole dell’autore. Così, non possiamo più dire se ci troviamo nella dimensione della realtà o in una immaginaria, perché la sola cosa che conta è l’estremo grado di credibilità – o, dovrei dire, di verità – delle nostre percezioni. Questa è, né più né meno, creazione secondaria (o subcreazione), indipendentemente dal fatto che avvenga nel mondo reale o in uno immaginario, ma profondamente realistico, come la Terra di Mezzo. Hesse, nel passo appena letto, sembra aver scattato una foto di un frammento di “Terra di Mezzo del nostro mondo”, così idealmente rispondendo ad uno dei più importanti insegnamenti di Tolkien, che, nel saggio “Sulla fiaba”, scrisse:

“Dovremmo guardare di nuovo il verde, e rimanere nuovamente stupiti (ma non accecati) dal blu e dal giallo e dal rosso. Dovremmo incontrare il centauro e il drago, e poi forse, improvvisamente, metterci ad osservare, come gli antichi pastori, pecore, cani e lupi.”

(da J.R.R. Tolkien, “Albero e Foglia”, cit., trad. G.A.)

Lo scopo della letteratura fantasy (o meglio, del buon fantasy, cioè della fiaba nel senso più nobile del termine), è proprio questo. In effetti, oggi sembra essere condiviso anche da quella parte della letteratura realistica in cui si può sentire con maggior evidenza in senso di un’immersione nella dimensione naturale dell’energia come strumento che permetta di cogliere le essenze vitali più delicate e rasserenanti per l’animo umano, come si è visto dal passo di Hesse. Dopo tutto, anche secondo Tolkien lo scopo finale dell’esperienza subcreativa doveva essere quello di ritornare al mondo reale, rinfrancati e rinnovati, e con la ritrovata capacità di cogliere la bellezza delle cose che ci circondano. C’è sempre spazio per un miracolo naturale, finché i nostri occhi non sono offuscati dalla noia o dalla fiacchezza spirituale.
Questo è anche il senso dell’apparentemente assurda scoperta di un galeone spagnolo nel cuore della giungla equatoriale, nel capolavoro di Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine”.

“La terra diventò molle e umida, come cenere vulcanica, e la vegetazione fu sempre più insidiosa e si fecero sempre più lontani i trilli degli uccelli e lo schiamazzo delle scimmie, e il mondo diventò triste per sempre. Gli uomini della spedizione si sentirono oppressi dal silenzio, anteriore al peccato originale, dove gli stivali affondavano in pozze di oli fumanti e i machetes facevano a pezzi gigli sanguinosi e salamandre dorate. Per una settimana, quasi senza parlare, avanzarono come sonnambuli in un universo di afflizione, appena illuminati dal tenue riverbero di insetti luminosi e coi polmoni oppressi da un soffocante odore di sangue. Non potevano ritornare, perché il sentiero che andavano aprendo al loro passaggio tornava a chiudersi in poco tempo, con una vegetazione nuova che vedevano crescere quasi sotto i loro occhi. «Non importa» diceva José Arcadio Buendía. «L’essenziale è non perdere l’orientamento». Affidandosi sempre alla bussola, continuò a guidare i suoi uomini verso il nord invisibile, finché pervennero a uscire dalla regione incantata. Era una notte fonda, senza stelle, ma l’oscurità era impregnata di un’aria nuova e pulita. Sfiniti per la lunga traversata, appesero le amache e dormirono profondamente per la prima volta dopo due settimane. Quando si svegliarono, già col sole alto, rimasero stupefatti. Davanti a loro, circondato da felci e palme, bianco e polveroso nella silenziosa luce del mattino, c’era un enorme galeone spagnolo. Leggermente piegato a tribordo, dalla sua alberatura intatta pendevano i brandelli squallidi della velatura, tra sartie adorne di orchidee. Lo scafo, coperto da una nitida corazza di remora pietrificata, e di musco tenero, era fermamente inchiavardato in un pavimento di pietre. Tutta la struttura sembrava occupare un ambito proprio, uno spazio di solitudine e di dimenticanza, vietato ai vizi del tempo e alle abitudini degli uccelli. Nell’interno, che la spedizione esplorò con un prudente fervore, non c’era altro che un fitto bosco di fiori.”

(Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine”, ed. Mondadori, 1982, pagg.12-13)

Questo è il senso ultimo di una tanto lunga peregrinazione lungo i più fitti meandri della natura: trovare qualcosa di completamente inatteso, e che in apparenza ha così poco senso, come un galeone nel cuore della terraferma, pieno di fiori, ma soprattutto che occupa “un ambito proprio, uno spazio di solitudine e di dimenticanza”. È una sorta di parentesi naturale, che non può essere toccata dal tempo o dagli agenti esterni, dall’uomo o dalla natura, perché ha la sua consistenza e la sua dignità, e insieme una profonda coerenza nonostante la sua diversità dal contesto di cui è parte. Ma non si può dire la stessa cosa anche del segreto naturale che è incastonato nella Terra di Mezzo inventata da Tolkien? Non è forse la sua creazione come un galeone spagnolo nella giungla della modernità, un punto di riferimento almeno potenziale per tutte le anime sensibili che sono quotidianamente ferite dalla violenza, dalla volgarità e dalla sovversione dei valori che il mondo contemporaneo sembra quasi volerci imporre? E non è anche una pietra miliare per coloro che non accettano l’omologazione mentale in cui il mercato di massa e il lato negativo della globalizzazione troppo spesso si traducono? Perciò, leggere i suoi libri, e confrontarli a quelle voci consonanti che sono protagoniste della letteratura contemporanea – oltre che con quelle del passato – può diventare un modo per riscoprire le essenze naturali che sono alle radici dei valori che abbiamo bisogno di riscoprire. Infatti, non ci può essere alcun recupero della parte più profonda del mondo in cui viviamo, e della nostra capacità di essere mentalmente indipendenti, se prima non riscopriamo la bellezza del contatto superficiale con la natura. Questo è il senso di un intenso personaggio di Tolkien, Barbalbero, che sa meditare sui misteri della vita e del tempo, ma anche godere del potere rigenerante della superficie della vita, come nel punto in cui leggiamo

“Sembrava vi fosse dietro le pupille un enorme pozzo, pieno di secoli di ricordi e di lunghe, lente e costanti meditazioni, ma in superficie sfavillava il presente, come sole scintillante sulle foglie esterne di un immenso albero, o sulle creste delle onde di un immenso lago.”

(J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli, op. cit., pag. 567)

Ciò che è stato appena detto è anche vero dei passi citati di Hermann Hesse e Gabriel García Márquez, perché essi hanno proposto itinerari immaginativi lungo i sentieri del mondo reale, finalizzati a riscoprire semplici ma profondi segreti, che si trovano appena al di là del velo – molte volte così spesso – dell’apparenza. E questo è, in ultima analisi, il senso di tutta la produzione letteraria di Tolkien, che un approccio comparativo alla letteratura fondato su basi nuove può aiutarci a cogliere come parte del più ampio orizzonte della “buona letteratura”, ma soprattutto della nostra vita.

BIBLIOGRAFIA:

– J.R.R. Tolkien: Il signore degli anelli, ed. Rusconi
– J.R.R. Tolkien: Lo Hobbit, ed. Adelphi
– J.R.R. Tolkien, The Silmarillion, HarperCollins
– J.R.R. Tolkien: Albero e Foglia, Rusconi
– J.R.R. Tolkien: La realtà in trasparenza. Lettere,
– J.R.R. Tolkien: The Monsters and the Critics and Other Essays, Paperback ed.
– Omero: Iliade
– Virgilio: Bucoliche
– Joseph O’Connor, La fine della strada, ed. Guanda
– G. G. Márquez: Cent’anni di solitudine, ed. Mondadori (One Hundred Years of Solitude)
– I. Biondi: Grasce et Latine, ed. Spazio Tre
– G. Agnoloni: Letteratura del fantastico, ed. Spazio Tre
– G. Colli: La nascita della filosofia, Adelphi.
– D. Del Corno: Antologia della Letteratura Greca, Principato.
– D. Del Corno: Letteratura Greca, Principato.
– G. Rosati: Scrittori di Grecia (antologia commentata), Sansoni per la Scuola.
– G.B.Conte, E.Pianezzola: Storia e testi della letteratura latina (antologia commentata), Le Monnier.
– M. Pazzaglia: Letteratura Italiana, Zanichelli.
– M. Scheffer: Il grande libro dei fiori di Bach, ed, Corbaccio.
– R. Orozco, Fiori di Bach – Analisi comparata delle essenze – Ed. Centro di Benessere Psicofisico

4 pensieri su “Tolkien nella letteratura comparata

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