Cinque poesie inedite di Hernán Felisberto DONOSO


(Salvatore Garau, Rose tra i laghi, 2001)

                   Rendere visibile l’inespresso equivale ad acquisire
                   immancabilmente universi esposti alle sirene
                   dell’abissalità. Equivale a perdersi nelle forme che
                   intendono restituire le oscure articolazioni dell’essere.
                   Nella convinzione che solo il riferimento a ciò che
                   dev’essere manifestato dia al pensiero la capacità di
                   misurare le segrete (im)possibilità del linguaggio,
                   sino alla fondazione di altre architetture.

                   (Anterem, XIV, 39)

     Altre architetture

scrivendo di luci appassite in luoghi di visione
straniate nel sabba del risveglio
bivacco immaginario di mercanti di sabbia dal profilo in rovina
abbandonare filamenti d’estasi ai roseti

una cadenza sonora di membra devastate

dall’uno all’altro presente la cifra del dono in noi recisa
abita particole di cemento
l’altrove temuto di aggrovigliati petali di mondo
germinata pietra-trasparenza dove matura un grido

sillaba certa sul fondo fumoso delle mani

ora che speri aspra di fuoco
una rosa di voci dalle maree deserte delle tue labbra
il distendersi dell’onda assonanze svela di cammini
persa ormai la luna del poi
colmo di vele il ventre cavo gravido di segni

avvizziti per troppo sostare

 

*

 

sillabe aduse a infinità di voli
riaccese attraversando i bordi a schiere
universi capovolti solo a sfiorare il foglio col peso millenario dell’ala
nessun corpo come quelle
coronato di luci minerali
non terra d’uomo al limite del segno
ma varchi verso futuri differenti
profanazioni essenziali

nell’algido spessore della sete

dicono le parole sognano pure volumetrie ramate d’acque
tentano pietre dove non trovi nulla
non una forma che le salva dall’immobilità di voci smesse
non l’occhio naufrago in terre d’esilio
che pianta radici
dentro dimore svuotate dalla fuga delle nevi

resta del cammino appena un lume che inaugura silenzi
l’orma sonora di mani arrese intorno alla voragine

non ebbe paesaggi per nessuno
la voce che misurava archi arroventati di distanze
al compiersi era un suono il dio dell’ombra
irrivelata arte della passione
non più che vuoto rovesciato in vuoto

dove ora brilla la quiete di un incendio

 

*

 

nulla di un fiore
reso sottile dall’agguato della mano
ne ripete la rotta
l’ordine dei segni sulla mappa recisa dallo sguardo
ma agita casuali trascorsi di luna
al delta d’aria dove si arena la sua morte erudita

trame slabbrate sempre più profonde di una forma mobile
grappoli mutilati di destino
fino alle stelle curve della retina

la saggezza imparata dalle piogge è sete attorcigliata alle dita
distillata presenza che rovescia nel palmo
il lampo geometrico del suo giorno di cristallo

lo stelo semplifica in vaste declinazioni la singolarità della morte
fiumana che sciama polveri voltaiche
dal cratere spento di quel sanguefaro
lastricando di simulacri il suo sentiero

dispersa in ammuffite matasse la costellazione dei petali
basta toccarli sul viso
perché li opprima il ricordo di chiarori danzanti
materia cieca che ancora assorbe luce dalle pietre

 

*

 

radente il palmo
dall’incerta distesa carte sull’oltre
e subito come in un cristallo di fiotti una visione si accende
scivola sulle labbra verso la ferita
nel solco dove l’occhio si è accampato
scoprendo resurrezioni di polvere
negli alfabeti di un lampo

così da meridiane pietrificate di notti
la stessa appartenenza indefinita a specchiarsi
trascinando di sabbia in sabbia la storia del migrare
luce futura che avvampa strade consumate
e alla voce ritaglia soste di nulla
in un peso di invisibili rose

e forse è quell’aura passita che la lingua ci compie
suggellando in un diagramma di assenze
i punti cardinali dello sguardo
oscuri segmenti d’orizzonte forse corvi chini sulla sera
che intrecciano preparativi di danza
commiatano l’inverno
sciogliendo le nevi alla fiamma senza nome
del loro canto

 

*

 

sommerge l’ora in fuoco cancellando fregi dai portali
la filante che s’oscura e più si svuota
a sedimentare oasi deserte

la vedi risalire gole di rose assopite
e non una s’incarna d’inchiostri notturni
stella lenta e nostra
messa a punto di spine a rovescio
non una che aspira al risveglio
a riconoscersi ventre di possibili acque
sbrinando stagioni arenate nei cerchi di un sasso

ma immagina polveri dense
vaporate da impressioni d’umore muschioso
un fondale che restituisce navigli
assiemando relitti in forme inconsuete di voci
e poi tu che sprofondi in lingue infinite di ocelli sensori
traducendo isole al largo
per luoghi cui accedi privo di rotta
un faro seguendo che dice il sogno ricorrente dei morti
di farsi parola calce luminosa dei giorni
ala che vibrando ricomincia artefice sconosciuta
la scia avvicendata delle foglie

senza mai conoscere il vento

 

Nota

Hernán Felisberto Donoso è nato a Lomas de Zamora (nella provincia di Buenos Aires) nel 1974. Laureato in Letterature Moderne Comparate, è attualmente in Italia per completare un Dottorato di Ricerca. Questi testi, tradotti dallo spagnolo a quattro mani, sono in assoluto i suoi primi lavori poetici pubblicati.

7 pensieri su “Cinque poesie inedite di Hernán Felisberto DONOSO

  1. Caro Francesco, noto con piacere che il Sud dell’anima è dentro di te come elemento primordiale da cui scaturiscono non solo i tuoi versi ma anche la ricerca di nuovi autori con i quali ti identifichi come specchio!!
    E a noi giunge un bel rimando d’immagini,echi e voci e parole inarrestabili, un fiume che,nella sua corsa, trova sempre pietre nuove da levigare come parole scolpite nell’anima del futuro.

    Ti sia lieve il giorno e la notte, sempre.

    jolanda

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  2. Grazie per i commenti.

    Hernán dovrebbe rientrare in Italia ai primi di novembre. Ha lui i files sui quali abbiamo lavorato: ho cercato di contattarlo via mail, ma non mi ha ancora risposto. Io ho copiato i testi da alcune minute in mio possesso e credo che almeno un paio non siano qui in quella che avevamo stabilito come versione definitiva. Ma poi, che importa? A volte sono proprio le “varianti” quelle che “abbreviano i percorsi” che vogliamo fare. Nevvèro?

    Un caro saluto.

    fm

    Mi piace

  3. Grazie Fabrizio e grazie Janette.

    Il nostro vi risponderà personalmente nei prossimi giorni.

    fm

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