Il grido di Cordelia

Il grido di Cordelia .
La luce. Solo la luce. Ecco a leggere Andrea Cortellessa in un recente articolo pubblicato ne ‘Lo Specchio’de La Stampa, che cosa è destinato a rimanere, tra qualche anno, dello sdegno sacrosanto che c’ha attraversato tutti, colpiti e sconvolti dalle rivelazioni su Gomorra e dintorni.
Ma di quello fra poco non rimarrà più nessuna traccia: niente resterà della vibrante indignazione che giustamente nutriamo contro i Casalesi; niente, o quasi, resterà della ‘naturale’ solidarietà che ci lega oggi a Roberto Saviano. Di tanto sdegno non resterà più niente, se non il trauma di quella luce tanto particolare che contorna una sequenza-madre del film ‘Gomorra’: i giovani in costume che sparano con i mitra ed urlano frasi sconnesse, in una specie di paludosa no man’s land. Solo la luce radente e malsana di quei pochi fotogrammi resterà perché in essa è presente, sempre secondo Cortellessa, “ la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente ora, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti. Ma insieme, soprattutto, esserci domani, cioè idealmente sempre: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno,ci lasceranno di per sé indifferenti”. Ma, se davvero così stanno le cose, c’è un corollario tragico che va dedotto da questa riflessione di Cortellessa. Questo corollario ci dice che la luminosità straniante di quella sequenza cinematografica è lì per inquadrare anche la scena di una sconfitta, le macerie di una battaglia forse neppure combattuta, ma comunque persa. È la scena della sconfitta della Cultura tout-court intesa come base della civiltà; è la scena che indica la nostra dolorosa inanità di fronte a quei ‘contenuti’e realtà che la Cultura,come in uno specchio, sa riflettere, ma che restano comunque immodificabili, indiscutibili, inattaccabili. La Cultura non cambia alcunché, non muta, né trasforma niente. Non riesce a far niente contro la scena di uno scandalo intollerabile ed eterno: un paese che vede suoi interi territori saldamente nelle mani di un sistema politico-affaristico-criminale e un uomo solo, costretto alla clandestinità di una vita blindata perché ha avuto il coraggio e la forza di denunciare questa sconvolgente stortura. L’opera d’arte non è in grado di cambiare alcunché, non riesce( o non sa,o non può o non vuole) arrestare la china inarrestabile di un processo di imbarbarimento collettivo che non conosce fondo. E tanto più sembreranno ‘immodificabili, indiscutibili, inattaccabili’, tanto più ci lasceranno indifferenti quei ‘contenuti’ fra trent’anni quando, della nostra etica e ‘naturale’ rivolta morale contro lo stato di cose esistenti, conserveremo solo un brillìo vago, confuso: la luce che resta, quella di una indimenticabile sequenza cinematografica.

George Steiner è uno di quegli scrittori che costringono il lettore ad alzare, spesso, lo sguardo dal libro, a bloccare la frenesia degli occhi che divorano parole. Le sue sequenze concettuali sono come le tappe di un corteggiamento che punta diritto al cervello del lettore; la spirale argomentativa delle sue frasi è potente quanto la logica incantatoria delle sua prosa. Le sue elucubrazioni poi hanno un dono che è diventato oggi merce rara, quello di essere sulla linea di una radicalità assoluta, che non consente titillamenti o frivolezze, ma che impone prese di posizione nette e chiare almeno quanto le domande che ci vengono poste. Nel suo ultimo saggio di chiaro sapore autobiografico‘ I libri che non ho letto’ Steiner, per esempio, ci spiega che cosa ha a che fare la nostra vita con il grido di Cordelia.

Noi che meniamo tanto vanto delle parole lette e scritte, siamo davvero sicuri che la frequentazione assidua della letteratura ci renda davvero migliori, più umani, più degni di vivere? Non è che essa, proprio perché schiacciata dalla più necessaria delle sue funzioni, che è quella del rappresentare, del simbolizzare, allegorizzare, emblematizzare la Realtà, ci allontana e ci svia da quelli che dovrebbero essere i nostri doveri più autentici e necessari: “insegnaci ad aver cura e a non curare” per dirla con l’Eliot del ‘Mercoledì delle ceneri’, lasciare più pulita ed ospitale la casa in cui siamo stati gettati ed accolti e che prima o poi abbandoneremo. Così la pensa anche Steiner che, anche in questo suo ultimo libro, ritorna alla Madre di tutte le sue ossessioni, già a lungo sviscerata ed analizzata in altre sue opere: la barbarie del xx secolo esplose, per l’appunto, proprio nel cuore dell’Europa, laddove essa aveva dato prova di supremazia estetica e filosofica. Gli uomini che misero in atto quella barbarie,che collaborarono attivamente, con entusiasmo e diligente solerzia, ai dispositivi del massacro, erano amanti della musica e delle belle arti, lettori voraci e raffinatissimi, poliglotti e connaisseurs non banali. Pianisti provetti e commossi di Notturni chopinian di sera e integerrimi carnefici della Shoa la mattina.
Quando torniamo a casa, dopo aver visto Re Lear a teatro, siamo ancora sconvolti dalla follia sofferente di quel vecchio pazzo in odore d’incesto, dal nobile lamento di Gloucester, dal dolore immedicabile di Cordelia, dal suo grido impastato di rivolta, strazio, sofferenza. Ma, per strada, quel grido non lo avvertiamo più. Anzi se ci capita non vi prestiamo ascolto: “ lungi dall’umanizzare le nostre reazioni la grandi opere letterarie i capolavori dell’arte, le melodie sublimi bloccano la nostra responsabilità nei confronti delle necessità umane immediate,della sofferenza e dell’ingiustizia”.

3 pensieri su “Il grido di Cordelia

  1. Occhio, che Tremonti ti va a citare Steiner, e ti taglia le spese, ‘improduttive’, per la cultura. Tanto la letteratura, la filosofia, l’arte, quando va bene, non servono a niente.

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  2. L’opera più si allontana dal tempo e dal luogo in cui vide la luce più diventa loquace. Forse perché si è liberata dai suoi vincoli originari, forse perché a furia d’interrogarla si riesce a farle dire ciò che sta a cuore nel proprio luogo e tempo.
    Di tante vicende collettive e individuali ormai irrecuperabili rimane una testa di cane che emerge un istante prima di affondare, in una delle “pitture nere” di Goya diventata un universale forse persin troppo docile ad assecondare i bisogni espressivi del momento.
    Essere una testimonianza così riuscita da diventare in un certo senso una testimonianza mancata, non testimoniando più un fatto specifico, ma un’intera classe di fatti: questa è la forza e la debolezza dell’opera.
    Del resto è verissimo: la letteratura, la filosofia, l’arte, non servono a niente (altro). Quando va bene.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  3. ho talmente tanta stima per il lavoro di George Steiner, che stento a credere come possa giungere ad una simile conclusione perentoria, di portata *universale*, un uomo abituato a concepire tanto l’opera d’arte, quanto le teorie su di essa, quali processi in atto, mutevoli, inarrestabili

    del resto mi sono sempre chiesto, e con una certa veemenza interiore da trauma scolastico subìto, a che cosa servissero i viaggi sulla Luna o la trigonometria – e se avessi continuato sulla via della veemenza avrei senz’altro risposto “niente”, noncurante di quei milioni di strali che ti piovono addosso quando affermi che la matematica è un’opinione (scagliati da tutti tranne che dai matematici….

    per me la questione è sempre *quale* letteratura, filosofia, arte, musica

    gli stessi gerarchi nazisti che impazzivano per le opere di Richard Strauss e Richard Wagner, però vietavano ad Anton Webern di scrivere la *sua* musica – – arte degenere! dodecafonia, puah!

    infatti George Steiner indica “le grandi opere letterarie, i capolavori dell’arte, le melodie sublimi”, non tutte le opere letterarie incluse quelle che ci urtano e scatenano i peggiori istinti censorii, non tutte le opere visive incluse le prostitute di Egon Schiele, non tutte le melodie incluse quelle realizzate tirando i dadi, o scrivendo un bel “tacet” sulla pagina e nient’altro se non la durata del brano ( 4′ 33” – è un autore, John Cage, che Steiner cita e commenta con grande acume in “Vere presenze”

    abbasso i capolavori, le letterature immortali e sublimi! (Artaud)

    non ho ancora letto, e mi riprometto di farlo, questa ultima fatica di Steiner, ma sono convinto che stia parlando di UNA condizione di ascolto, non DELL’UNICA condizione di ascolto possibile di quel che un autore cerca di esprimere e condividere attraverso un’opera

    altrimenti perferirei che da questo momento chiunque pensasse di far proprio il pessimismo radicale che deriverebbe da tale interpretazione tacesse per sempre – è già fin troppo pieno il mondo di cose inutili, se non addirittura dannose, come il foot-ball, le bibite gassate, gli antibiotici, … perché riempirlo delle poesie di chi è convinto che non servano a nulla?

    Mario Bertasa

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