Il soprabito attillato

Avevo un soprabito attillato che mi dava importanza, soprattutto quando andavo a leggere all’ambone, convocato da un padre di nome Jesùs. L’altro si chiamava Serafino, piccolo e calvo, dinamico, con una voce stridula dal forte accento spagnolo. Era la chiesa di riserva: quella grande e fredda, tutta bianca, si trovava in cima alla collina, alla fine di uno scalone immenso, per ricordare che il paradiso te lo devi guadagnare. L’edificio era dei tempi del fascismo, credo, come gran parte del quartiere. Mi sentivo imbarazzato di fronte a tanto sfoggio di potenza: forse fu lì che accentuai la mia tendenza al riserbo e alla misura. Più l’architettura mostrava i muscoli, più mi rifugiavo nel silenzio dei miei libri. Fui tra gli ultimi a imparare il catechismo in forma di domanda e risposta: Chi è Dio? Dio è l’Essere perfettissimo. Me l’immaginavo freddo come i marmi del Ventennio, imponente come le enormi statue bianche che mi squadravano dall’alto. Non ricordo di aver notato differenze fra l’opuscolo del catechismo e quello della scuola guida, una decina d’anni più tardi. In fondo si trattava di motori, uno dei quali era detto immobile. La corte celeste era il Ministero dei trasporti e la condanna all’inferno una sorta di ritiro di patente. La fede è un dono miracoloso se resiste alle insidie dell’Istituzione. E se fossero queste incongruenze a rivelarti un Dio che non è mai perfettissimo, ma ha la faccia del mendicante accucciato fuori della chiesa, un Dio che non è affatto immobile, ma ha le gambe velocissime dello zingarello che ti ruba il portafoglio? Forse, Dio, lo trovi solo se rinunci al soprabito attillato che ti dà importanza, quando la scala da salire resta l’unico titolo di cui fregiarti, la chiave per comprendere la vita, anche se padre Jesùs o fra’ Serafino, col suo forte accento spagnolo, non ti chiamano più, per leggere all’ambone.

(versione audio)

25 pensieri su “Il soprabito attillato

  1. centofanti, pensi davvero di trascorrere la tua intera esistenza incapsulato in questa roba?
    come essere umano avresti diritto a qualcos’altro.
    specie se dio non esiste e la fede è solo ubbidienza a una gerarchia di potenti coi calzini viola, affinché possano perpetuare il loro potere?
    ripigliati, su.

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  2. Caro Fabrizio,
    davvero impagabile. La grazia non si può guadagnare ma solo rubare, come fece l’emorroissa toccando Gesù da dietro. Ho capito bene, finalmente?
    Un abbraccio,
    Roberto

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  3. Caro Tash,
    quelli come “Centofanti” per fortuna loro e nostra sanno distinguere benissimo tra la loro fede e i tuoi “calzini viola”.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  4. Questo scritto di Fabrizio mi fa venire in mente una singolare figura di teologo ed architetto, quella di Edoardo Benvenuto, scomparso proprio dieci anni fa. Un intellettuale appartato, dall’intelligenza straordinaria, il cui punto di forza era forse proprio un “dilettantismo” che costeggiava diversi ambiti del sapere, senza farsi catturare da nessuno di essi. E’ uscito un volume su di lui da Marietti, il titolo dovrebbe essere “Imago mundi”.

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  5. La Fede è un qualcosa di profondo che ti nasce da dentro…dal profondo del cuore, qualsiasi ruolo svolgiamo nella nostra vita lo dovremmo fare con umiltà…l’istituzione è la nostra guida, ma sono i nostri propositi, la nostra umiltà che ci aiuta ad avvicinarci a Dio…

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  6. la fede comincia quando pensi di avere perso tutto, persino il cuore che credevi di avere.(“vi darò un cuore nuovo”, e non è mai quello che immaginiamo noi)

    grande, fabry, l’immagine del sopr-abito attillato.

    grazie.

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  7. Tashtego, non pensavo che ti spingessi fino a questi lidi. sono contento di averti incuriosito.
    attento, però: si comincia così, ricordati come è finito Zaccheo.
    grazie, Roberto: sì, pressappoco è quello. noi ci mettiamo la nostra parte, ma è minima rispetto al resto. grazie anche per i calzini viola.
    grazie, Andrea: mi hai incuriosito, cercherò di conoscerlo.
    Francesca, credo anch’io che l’umiltà sia il segreto, difficile da trovare.
    grazie, Fides: la mia strada è quella che hai indicato.

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  8. c’è sicuramente una dimensione personale della fede, che può faticare a convivere con i limiti umani dell’Istituzione

    ma c’è anche una dimensione relazionale in cui si vive la fede, che può gettarle sopra quintali di sabbia, ed è quella del cercare dalla comunanza e condivisione coi “simili nella fede” quel porto sicuro, quella consolatoria recinzione degli affetti, quell’appagante ed esclusivo senso di appartenenza comunitaria, quel sentirsi paghi del ruolo piccolo o grande che, nell’agenda setting del piano pastorale ti viene affidato ad edificazione della grande vigna…

    mi vien da pensare che la prova del nove di una fede, il certificato di autenticità che ognuno legittimamente desidera per le proprie convinzioni, siano esse laiche o religiose, possa arrivare dal reale sentirsi disposti ad immaginare una conversione “eroica” da parte di fra’ Serafino o padre Jesùs, o Mosignor Calzinvioletto, dal concedere anche a loro questa straordinaria opportunità

    mi è capitato di recente di trovarmi a pensare che, pur “avendo tante persone nel cuore”, come si dice, non ho mai pregato per l’anima di qualche defunto dalla assai dubbia carriera nella gerarchia ecclesiastica…

    Mario

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  9. Paolo è vero: se non altro si spende in qualche parola in più.
    no, non mi ripiglio:-)
    Mario, penso anch’io che il desiderio decisivo sia quello di salvarci tutti, con la segreta e disperata speranza del grande von Balthasar.

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  10. credo che la fede, la voglia di credere, la necessità di crederci inizi quando hai smontato tutto, ma proprio tutto, quando non ti rimane altro che scegliere la paura o scegliere la dignità.
    scegliere la paura significa entrare nel disincanto cinico alternato da sprazzi di disincanto triste e disincanto ironico ecc. ecc.
    scegliere la dignità significa avere smontato tutto non per ricostruire, non per rinascere, non per pontificare, non per educare, non per convertire, ma solo per Testimoniare.
    noi non siamo altro che la nostra testimonianza.
    e la Testimonianza non può essere sorretta che dalla Fede perchè scegliere di Vivere è un atto di Fede.

    sono molto felice di leggere il pensiero del signor tash, mio amico, per altro :), di leggerlo qui, in questo suggestivo non luogo.
    così ti voglio dedicare questo pensierino di cioran ( una fra le persone più oneste che io abbia mai conosciuto ) “sono un pusillanime, voglio dire che non riesco a “scomodarmi” per nessuna verità. sono passivo, posso solo soffrire – per qualsiasi cosa, enorme o irrisoria che sia”

    e questo della emily,
    una che ha avuto Fede
    il mare disse ” Vieni” al ruscello.
    disse il ruscello : “lasciami crescere!”
    e il mare :”allora tu saresti un mare
    ed io voglio un ruscello. Vieni ora!”
    ruscelli!
    ammmmè! 🙂
    cari baci
    la funambola

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  11. la tendenza al riserbo e alla misura cela sempre un animo sensibile e accorto, le insidie sono proprio nello sfoggio di una fede.
    è un bel pezzo d’anima questo…

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  12. Ma guarda un po’! Il coccodrillo della palude Tashtego ha fame di nuovi bocconi? Forse scarseggiano nelle paludi di Nazione Indiana?

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  13. Tashtego è un esempio classico: l’ateo non sopravvive da solo, ha bisogno dei credenti per potersi sentire più furbo. Dopo migliaia di anni di progresso, c’è sempre bisogno di credere in Dio o di negarlo per poter credere in se stessi.

    Fabry, io però non disprezzerei la definizione filosofica di Dio. La compassione va bene, ma è una conseguenza. Non può sostituire una realtà trascendente (credo io).

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  14. Non è vero caro Riccardo: io sono atea, ma non mi sogno di rompere le palle né desidero sentirmi più furba, e quel po’ che credo in me stessa mi viene dal frullato vita/natura.

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  15. grazie, amici.
    Riccardo, non nego le definizioni filosofiche, ma comunico quello che è più vivo (anni di esperienza mi hanno insegnato che è la cosa migliore, per me e per gli altri).
    un abbraccio
    dal fabry

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  16. Tashtego direbbe la stessa cosa anche a Dio in persona, qualora dovesse incontrarlo. Gli parlerebbe dell’ippopotamo venuto male e della faccenda dei sette giorni, un tempo enorme per qualsiasi gara d’appalto: che sarà mai creare l’Universo e tutto il contenuto, c’è gente che te lo fa in metà tempo, senza ippopotami e senza buchi neri.

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  17. La memoria non mi assiste, ma dell’ippopotamo (oppure era ornitorinco) ha già parlato qualcuno, forse Troisi o Woody Allen. Mi sono decisa per l’ippopotamo perché non ho idea delle fattezze dell’ornitorinco.
    Ciao

    pamela

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  18. Bei poeti che siete :-))

    T.S. Eliot (1888–1965). Poems. 1920.
    8. The Hippopotamus

    Similiter et omnes revereantur Diaconos, ut mandatum Jesu Christi; et Episcopum, ut Jesum Christum, existentem filium Patris; Presbyteros autem, ut concilium Dei et conjunctionem Apostolorum. Sine his Ecclesia non vocatur; de quibus suadeo vos sic habeo.
    S. Ignatii Ad Trallianos.
    And when this epistle is read among you, cause that it be read also in the church of the Laodiceans.

    THE BROAD-BACKED hippopotamus
    Rests on his belly in the mud;
    Although he seems so firm to us
    He is merely flesh and blood.

    Flesh and blood is weak and frail,
    Susceptible to nervous shock;
    While the True Church can never fail
    For it is based upon a rock.

    The hippo’s feeble steps may err
    In compassing material ends,
    While the True Church need never stir
    To gather in its dividends.

    The ’potamus can never reach
    The mango on the mango-tree;
    But fruits of pomegranate and peach
    Refresh the Church from over sea.

    At mating time the hippo’s voice
    Betrays inflexions hoarse and odd,
    But every week we hear rejoice
    The Church, at being one with God.

    The hippopotamus’s day
    Is passed in sleep; at night he hunts;
    God works in a mysterious way—
    The Church can sleep and feed at once.

    I saw the ’potamus take wing
    Ascending from the damp savannas,
    And quiring angels round him sing
    The praise of God, in loud hosannas.

    Blood of the Lamb shall wash him clean
    And him shall heavenly arms enfold,
    Among the saints he shall be seen
    Performing on a harp of gold.

    He shall be washed as white as snow,
    By all the martyr’d virgins kist,
    While the True Church remains below
    Wrapt in the old miasmal mist.

    Ciao a tutti,
    Roberto

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  19. (per ricambiare, ringraziando, la bella proposta di Roberto…)
    Mario

    Luciano Erba, L’ippopotamo

    forse la galleria che si apre
    l’ippopotamo nel folto della giungla
    per arrivare al fiume, ai curvi pascoli
    di foglie nate a forma di cuore

    forse il varco tra alberi e liane
    gli ostacoli divelti, le improvvise
    irruzioni d’azzurro nelle tenebre
    su un umido scempio di orchidee

    forse questo e qualsiasi tracciato
    come a Parigi la Neuilly-Vincennes
    o l’umile «infiorata» di Genzano

    o un canale di Marte, altro non sono
    che eventi privi d’ombra e di riflesso
    soltanto un segno che segna se stesso

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