Donne, da Nasser ai fondamentalisti la stessa repressione

 

di Guido Caldiron

«La religione è un’ideologia politica. Qualcuno ritiene che la religione riguardi la moralità: no, se si studiano i testi sacri non c’è moralità. Nei libri sacri c’è una doppia moralità: una moralità per gli uomini e una moralità per le donne; la poligamia per gli uomini, la monogamia per le donne; persino nel cristianesimo, nell’ebraismo, c’è la poligamia per gli uomini. Ogni qualvolta si ha un doppio principio non c’è moralità, perché la moralità significa uguaglianza. Quindi non c’è nessuna moralità nella religione: c’è la politica, c’è il capitalismo, c’è il feudalesimo, c’è la schiavitù, c’è l’inferiorità delle donne, c’è l’uccisione degli infedeli, c’è il concetto di verginità, c’è il delitto d’onore».
Nawal El Saadawi è una delle più famose scrittrici egiziane e una delle intellettuali progressiste più note del mondo arabo. Femminista, fondatrice di numerose associazioni di difesa delle donne fin dagli anni Cinquanta, psichiatra, si è laureata in Medicina al Cairo nel 1955, si è battuta per anni contro le mutilazioni genitali subite dalle ragazze, contro la violenza sulle donne in ambito familiare e ha lavorato sul tema della malattia mentale. Schierata con l’opposizione di sinistra a tutti i regimi che si sono succeduti al Cairo nell’ultimo mezzo secolo, da Nasser a Sadat fino a Mubarak, El Saadawi è diventata negli ultimi anni anche obiettivo degli attacchi del fondamentalismo islamico che la accusa di apostasia. «Il pericolo – ha scritto a proposito della sua biografia – ha fatto parte della mia vita fin da quando ho impugnato una penna e ho scritto. Niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente». Da qui la decisione di vivere in esilio negli Stati Uniti dove insegna lingue e letterature asiatiche e africane alla Duke University.
Autrice di decine tra saggi e romanzi, di cui nel nostro paese sono stati pubblicati
Firdaus. Storia di una donna egiziana (Giunti) e l’autobiografia Una figlia di Iside (Nutrimenti), Nawal El Saadawi ha presentato in questi giorni in Italia Dissidenza e scrittura il libro intervista proposto ora da Spirali (pp. 140, euro 20,00).

La condizione delle donne nel mondo musulmano non potrebbe essere peggiore, lei crede che l’Islam coltivi una propria specifica dimensione misogena?
Le donne sono oppresse in tutti i paesi, in tutte le culture e da tutte le religioni. Lo sono state sempre nel corso della storia, in tutti i sistemi politici: dal feudalesimo al capitalismo e anche durante lo pseudo socialismo guidato dall’Unione Sovietica. Quindi l’oppressione delle donne può essere considerata come un fenomeno universale, al pari della schiavitù da cui, del resto, trae origine. Dopo la fine del mondo bipolare l’Islam è diventato “il nemico”, ma in realtà non credo che questa religione sia più oppressiva delle altre nei confronti delle donne. Il cuore del problema sta a monte, viene prima delle fedi e dei sistemi politici: l’oppressione delle donne si fonda sulla divisione della società in classi e sul patriarcato, affonda le sue radici nella schiavitù che è nata oltre tremila anni fa. L’Antico Testamento, il Nuovo Testamento e il Corano dovrebbero essere conservati nei musei, come parte della storia, non dovrebbero essere utilizzati in politica o in economia o nella morale o nella sessualità, se vogliamo una vera eguaglianza, in qualsiasi paese.

Eppure proprio una donna egiziana, la cantante Oum Kalthoum a cui è dedicata in questo momento una grande mostra a Parigi, divenne negli anni Sessanta il simbolo del riscatto del paese dopo la fine della dominazione coloniale inglese. Nemmeno in quell’epoca le cose erano diverse?
Certo a Oum Kalthoum hanno dedicato una mostra e un museo, ma non a me (ride). Io amavo molto le sue canzoni, ma lei era una cantante, una grandissima cantante, che eseguiva brani i cui testi e la cui musica erano scritti da uomini. Quindi non so se si può davvero considerare come il simbolo dell’Egitto di quel periodo, certo era un’icona della politica di quella stagione, ma non può certo essere presa a modello della condizione delle donne. Io amavo molto la musica e la danza, da ragazza volevo fare la ballerina ma per mio padre era un vero tabù. Me lo ha vietato e mi ha detto di mettermi a studiare. E’ così che sono diventata medico, ho scelto la scienza rispetto all’arte, anche se poi mi sono messa a scrivere romanzi, a occuparmi di fiction. Ho pubblicato oltre qurantacinque libri in lingua araba, molti dei quali sono stati tradotti in giro per il mondo, Italia compresa, eppure nel mio paese i miei libri e le mie idee sono spesso sottoposti a censura. Dico questo perché credo che la situazione delle donne in Egitto sia molto ma molto più difficile di quanto il mito e la vicenda personale di Oum Kalthoum possano indicarci.

Proprio l’Egitto di Nasser, centro propulsivo del nazionalismo panarabo, rappresentò un simbolo della liberazione dei popoli africani. All’interno del paese le cose andavano diversamente?
L’Egitto di Nasser, che non si può considerare in ogni caso come un vero socialista visto che era una sorta di dittatore, era comunque molto meglio di quello di Sadat: il suo sguardo sulle cose era più ampio di quello dei suoi successori, il sogno che incarnava era ben diverso da quanto è venuto dopo di lui. Credo che sia un po’ quello che accade oggi con Barak Obama che, per quanto sia senza dubbio meglio di McCain, è decisamente molto lontano da Kennedy a cui viene talvolta paragonato. Durante il regime di Nasser non c’era una vera libertà, anche se io apprezzavo molte delle sue scelte. In quegli anni sono stata arrestata perché ero socialista. E le cose in seguito non sono certo migliorate, anzi, per alcuni aspetti non hanno fatto che peggiorare. Questo sia con Sadat, è in quel periodo che sono finita più volte in prigione, che con Mubarak che ha messo al bando l’associazione di difesa delle donne di cui sono stata una delle fondatrici. Con Mubarak ho scelto di abbandonare l’Egitto, di vivere in esilio. Mi sono anche candidata contro di lui alle elezioni del 2005 ma la polizia politica ha reso la vita difficile in tutti i modi sia a me che alle mie compagne.

Quanto è cambiato in Egitto e nel resto del mondo arabo in questi decenni contrassegnati dalla fine del nazionalismo pararabo, che aveva una vaga ispirazione “socialista”, e dall’avvento del fondamentalismo islamico?
Malgrado ciò che ho detto fin qui gli anni Cinquanta e Sessanta hanno rappresentato una fase di innovazione e di progresso per la società egiziana. Poi siamo tornati indietro su molti punti. Anche se l’Egitto non poteva certo essere definita come una democrazia, negli anni Sessanta al Cairo c’era un forte movimento politico e culturale che si batteva contro Nasser da posizioni di sinistra, oggi le cose sono molto più complicate. La religione ha fatto una drammatica irruzione nella vita pubblica, ha finito per condizionare completamente la società: all’oppressione del potere si è così aggiunta anche quella della fede. Non è stato però un caso: sotto il regime di Sadat si è incoraggiato lo sviluppo dei gruppi dell’integralismo islamico, indirizzando l’opposizione che cresceva nella società verso l’Islam politico radicale che evidentemente dava meno fastidio delle forze progressiste. Un po’ come è accaduto negli Stati Uniti dove nello stesso periodo Ronald Reagan ha sostenuto in tutti i modi l’ascesa del fondamentalismo evangelico. In entrambi i casi il potere si è servito della religione per opprimere le persone.

E oggi quale situazione si vive al Cairo?
Posso rispondere facendo un esempio personale, quello di mia figlia. Lei è scrittrice, poeta, femminista e fa parte di un gruppo di donne che combattono il regime ma anche i fondamentalisti che cercano di imporre le loro regole alla società e soprattutto alle donne. Queste donne si battono per la difesa della laicità, per la separazione tra la sfera pubblica delle istituzioni e delle leggi, da un lato, e quella della fede, dall’altro. Lei vive al Cairo e gira tranquillamente senza portare il velo. Oltre la metà della popolazione egiziana la pensa come lei, è contraria al fatto che l’Islam detti le regole della vita quotidiana. Il problema è che l’altra metà degli egiziani condivide invece le idee e il punto di vista dei fondamentalisti.

Il caso dell’Egitto può essere preso ad esempio della condizione che si vive in molti paesi arabo-musulmani: quale ruolo possono esercitare gli intellettuali in società dove la censura delle idee è all’ordine del giorno?
E’ ovviamente molto difficile vivere in un paese dove i media sono controllati dal potere politico: per questo io posso essere intervistata dalla televisione italiana ma non da quella egiziana che è controllata da Mubarak. Al Cairo i miei interventi sono pubblicati da un piccolo quotidiano dell’opposizione, ma anche lì non sono libera di scrivere ciò che voglio, nel senso che se le mie critiche al regime superano un certo limite, ecco che interviene la censura. Perciò giornalisti e intellettuali sono tra le prime vittime della repressione. Del resto credo che sia una condizione che conoscete molto bene anche voi qui in Italia: quante televisioni controlla Berlusconi?

Pubblicato su Liberazione 24/10/2008

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