Linguaggio di M., di Andrea Sartori

 

«Conobbi quel tizio, di cui ricordo solo l’iniziale del nome di battesimo – M. – all’epoca del mio insegnamento a Venezia. Poteva chiamarsi banalmente Maurizio, o Mario, o fregiarsi d’un ben più nobile appellativo, come Manfredi, proprio non lo rammento, nonostante negli ultimi tempi abbia pensato a lui abbastanza frequentemente. Costui era solito attendermi all’uscita dell’aula, dopo la lezione del mercoledì. Non mi capitava mai di notarlo mentre esponevo il contenuto dei libri della Fisica di Aristotele, in fondo aveva un viso anonimo, simile a quello di tanti altri ventenni che frequentavano il corso – anche se, devo dire, la mia classe, a differenza di quella del collega di storia della filosofia contemporanea, era sempre piuttosto striminzita – ma invariabilmente mi imbattevo in lui quando, all’uscita, l’aula deserta, facevo per varcare, con i miei libri ed i miei fogli sottobraccio, le porte girevoli alla fine delle ripide scale che conducevano fuori dall’emiciclo delle lezioni. Impiegai un po’ di tempo ad accorgermi della regolarità dei suoi appostamenti. Tenevo infatti lezione anche il venerdì, nel secondo pomeriggio, ma lo incontravo sempre al mezzogiorno della metà esatta della settimana d’insegnamento (l’università era allora aperta anche il sabato mattina, come oggi, credo). Lì per lì non gli diedi molto peso, come è ovvio, fui solo lusingato dai suoi complimenti, lo ammetto. Ben presto, però, credetti che mi stesse progressivamente accerchiando per strapparmi l’interessamento ad un progetto di tesi. Affermava d’aver individuato delle somiglianze di carattere epistemologico tra la distinzione aristotelica di «primo per noi» e «primo in sé», e le nozioni hegeliane di «riflessione esterna» e «riflessione assoluta». Pensai così che il suo complesso cerimoniale di ringraziamenti e di riconoscimenti – mi diceva, scandendo le lettere delle parole, che era entusiasta del mio corso, che ammirava il mio eloquio perché veicolava una impareggiabile chiarezza concettuale, che la combinazione da me proposta di ricostruzione filologica del testo greco e di suo confronto con gli assunti principali della gnoseologia galileiana, lo aveva lasciato a bocca aperta – fosse nient’altro che la consueta piaggeria di cui molto studenti, anche inconsapevolmente, si rendono protagonisti quando, per la prima volta nella loro vita, si prefiggono di raggiungere da soli un qualche risultato significativo, da cui far dipendere fatalmente il proprio futuro. Non trovai pertanto, almeno fino ai primi due-tre mesi del corso, alcun motivo di preoccupazione da legare alla sua persona. Quando presumibilmente ritenne d’aver suscitato in me sufficiente attenzione per i suoi studi, passò a parlarmi di argomenti che non definirei già “personali”, ma sicuramente dotati d’un maggiore grado di intimità. Un giorno, dopo che mi ero permesso di smontare la tesi di Rorty sulla svolta linguistica della filosofia del ‘900 – sostenendo che non solo Platone nel Cratilo, ma anche Aristotele nel De interpretatione, e quest’ultimo addirittura nella Fisica, avevano ben chiaro che non si poteva parlare di concetti, o di principi della scienza, se non facendo riferimento al linguaggio che utilizziamo per approssimarci ad essi, ad esempio passando in rassegna gli usi linguistici che altri filosofi hanno fatto delle parole più indicate per designare l’archè – egli sbottò in modo bizzarro ed emise questa volta un groviglio sibilante di parole, al centro del quale intuii, più che comprendere, un abbozzo di senso, un incompleto costrutto semantico: “… io vivo da solo…”. Ecco quello che mi parve di afferrare, mentre oramai eravamo all’esterno del complesso universitario. Non sapendo come reagire verbalmente in modo adeguato, per prima cosa gli strinsi goffamente e precipitosamente la mano e, alzando il tono della voce, gli dissi in modo scoordinato che dovevo scappare in stazione perché avevo un treno in partenza. Confesso che non mi attardai troppo ad ascoltare le sue parole di congedo – ammesso che le avesse pronunciate – ma, quando mi voltai, e feci per imprimere al mio passo un’andatura tutta orientata ad assumere una crescente accelerazione lungo la Fondamenta, mi accorsi, quasi di sfuggita, che una frase stava risuonando nell’aria da alcuni istanti. Sebbene il sistema delle mie certezze l’attribuisse al marinaio che da un’imbarcazione vicina aveva gettato la cima di una fune al palo d’ormeggio accanto, io rimasi fino all’altezza di Piazzale Roma con il dubbio di sfondo che quella frase l’avesse gorgogliata proprio M.: “Ti g’hà i demoni al cueo anca tì.” Senza che lo sapessi, un po’ di M. stava entrando anche dentro di me, assieme ad un vago sentore di abbandono, ad una punta di vuoto, entrambi però non ancora così evidenti, così netti, da diventare indecidibile eppure palpabile fragranza, larva d’un che di tangibile, e di classificabile in modo inequivocabile, come invece accadde in seguito. Non seppi spiegarmi come M., con l’approssimarsi della fine del mio corso, avesse preso a parlarmi delle sue sere solitarie in un monolocale al pianterreno dalle parti di Campo Santa Marina che in realtà era il minuscolo magazzino di un bar, ma mi ritrovai così, a mano a mano sommerso dalle sue confidenze, ed istintivamente prestai orecchio alle sue parole. Certo, non vedevo l’ora di staccarmi da lui, soprattutto quando si dilungava a dettagliarmi le sfumature dell’odore di muffa emanato dalle lenzuola che l’avvolgevano allorché si coricava nel letto davanti al monitor acceso della televisione, e tuttavia, proprio con l’infittirsi delle sue descrizioni, venivo via via colto da un sorta di sempre più intenso rapimento, sino a che, quando alla sera anche io rincasavo, i microscopici scenari da lui evocati mi tornavano in mente, soprattutto nell’oscurità della mia camera, dove le ultime note sui principi della physis, che poco prima avevo scritto nello studio, albergavano ancora un poco nell’aria, per poi lasciare spazio ad uno zampillare di figure difficilmente riconoscibili di cui faticai a reperire l’origine, che però indubitabilmente risaliva alle suggestioni trasmessemi da quel mio singolare studente. Le confidenze di M. erano ormai un susseguirsi di racconti, o meglio, di tranci di racconto, in cui le macchie di muffa che punteggiavano lo strato di compensato che rivestiva le umide pareti della sua stanza, si trasfiguravano in volti animali, a volte umani, ancora non del tutto decifrabili e come sfuggenti, ma ora a metà strada tra il meramente informe ed il fantastico, tra la macchia semplicemente presentita e, per così dire, la sua interpretazione rorschiana. Un mercoledì mi sorpresi a concludere in fretta il commento al secondo capitolo del terzo libro della Fisica perché, scoprii con sgomento, attendevo con ansia di conoscere le ulteriori trasmutazioni delle forme di M., e le mie aspettative in effetti non furono deluse. Quella volta venni accompagnato fin quasi al Ponte degli Scalzi, e non posso negare che ciò che provai, semplicemente ponendo ascolto al suo interloquire, aveva un carattere morboso, come se, inizialmente intenzionato a sorridere innanzi ai riverberi estetici d’una bizzarria comportamentale, fossi stato da essi anche io in qualche modo toccato. E dalle forme delle macchie, M. era passato a parlarmi dei volti che quelle stesse macchie gli ricordavano, quasi vi fosse un incerto eppur necessario filo sottile a collegare fantasiosi fiori abbruniti, arzigogolate figure geometriche, cirri marroni venati di schegge di legno, ai sorrisi, alle espressioni di sorpresa, ai moti di sdegno e rimprovero, di incoraggiamento e di approvazione, di repulsa o d’amore, che dipingevano i visi che egli incontrava nella calle venendo all’università, o che io, nella stessa università, mi trovavo giornalmente di fronte. Inutile dire che mi sentivo turbato. Iniziai a porre più attenzione non solo ai singoli che frequentavano le mie lezioni, laddove mi ero sempre limitato a percepire una massa indistinta di persone, una collettività d’orecchie riassumibile in un unico grande orecchio, un insieme confuso all’interno del quale, per sceverarne ciascun tratto, avrei dovuto avere una ragione ben precisa, uno specifico interesse, o anche solo una motivazione burocratica dettatami dalla professione; ma anche agli sconosciuti che percorrevano con me la strada fino a Santa Lucia, e poi su, fino alla Lista di Spagna, a Campo Paolo Sarpi, ai Santi Apostoli. Ben presto presi a chiedermi, di ogni persona che incrociavo e che abitualmente era stata null’altro che una comparsa sul mio tragitto, il perché la incontrassi in quel tratto, perché quella, perché . Avevo dimenticato che i miei incontri con M. erano stati inizialmente incorniciati dalla prospettiva d’una richiesta di tesi. Quest’ultima, sebbene lungamente annunciata, pareva vivere della sua mancata concretizzazione, della sua idealità, quasi che un programma di ricerca fosse lì, sotto gli occhi d’entrambi come un’evidente colpo inferto ai nostri occhi, eppure inafferrabile, inarticolabile in capitoli e paragrafi, capoversi e note. Non m’ero accorto che l’insistito linguaggio di M., i suoi sussurri, le mezze parole sulla sua solitaria prigionia domestica, avevano agito su di me alle stregua di quel colpo nell’occhio, o nell’orecchio, come un tutto confuso che s’era fatto progressivamente arbitraria eppure innegabile presenza al mio sguardo e al mio udito, riempimento delle mie pause, dei miei spostamenti, del mio affrettarmi a casa o su di un mezzo pubblico. C’erano, ora lo riconosco, nei mie gesti, ma forse anche nei miei pensieri, nel mio dirigere l’attenzione su qualcuno o su qualche cosa, degli intervalli, dei vuoti momentanei, ed M. s’era insinuato tra di essi, alla ricerca, credo, d’uno spazio per sé, d’una radura che io potessi offrirgli. Offrirgli? Non so se questa sia la parola più idonea a descrivere ciò che è accaduto. Ecco vede, da quando mi trovo qui, ora che è chiaro che neppure ottenere il trasferimento a Milano è servito a liberarmi da lui, ma soprattutto da loro, credo d’avere trovato, grazie ad M., la prova empirica – sì, finalmente! La prova empirica! – che dà ragione ad Aristotele e alla teoria secondo la quale le parole sono affezioni delle cose, impronte lasciate dal mondo dentro di noi, che abbiamo la facoltà del linguaggio. Non mi ero mai interrogato seriamente su questo fatto che ci accomuna tutti, come genere umano, mi ci ero semplicemente trovato in mezzo, discettavo su di esso, ma vede, ecco, non mi ero mai posto io stesso ai margini delle mie parole, o di quelle d’altri. Ebbene, ritengo che ciò mi sia accaduto quando ho incontrato M. Sì, lui è stato capace non tanto di parlarmi in modo chiaro e distinto – tutt’altro! – ma di farmi vedere – no, non vedere, sentire piuttosto – l’attaccatura delle cose alle parole, il punto esatto in cui qualcosa di fisico, di nervoso, di fisiologico, si salda ai tentativi di fonazione, al punto in cui si cerca di tirar fuori un significato da ciò che ci spaventa, perché ci è ignoto, sebbene ci appartenga. Vede, mi sono sempre chiesto – ma non ho mai avuto il coraggio di scriverlo, o di dirlo a lezione o davanti ad una qualche commissione di concorso – che se con Aristotele definiamo l’uomo come l’animale capace di linguaggio, e se quindi predichiamo il linguaggio di qualcosa che è un animale, ebbene, che ne è di quell’innesto della parola sull’animale, dell’atto stesso che, congiungendo zoon e logos, crea l’uomo? Perché, vede, se vivere e parlare significa unire soggetti e predicati, come possiamo pensare in termini di linguaggio questo stesso “unire”? Non è forse proprio questo fatto, o atto, o gesto, che ci lascia smarriti ed inquieti allorché vogliamo dire ma non diciamo, esitiamo su qualche soglia ma non entriamo, indugiamo perplessi su di un’impressione, una macchia, e non riusciamo, non possiamo, descriverla? Quanta impotenza c’è al fondo della capacità, della forza, di significazione? A volte penso che M. non s’aspettasse altro da me che io diventassi, o ritornassi, un animale, ma non stravolgendo il mio essere e votandolo ad un che d’assurdo e d’imprevisto, voglio dire, non attraverso una negazione che mi togliesse di mezzo come ero allora, bensì portandomi a svelare in ogni parte del mio corpo, in ogni tratto dei miei movimenti, dell’articolazione delle mie parole, un punto cieco in grado di convivere con il più urbano e codificato dei comportanti, forse anche con il mio lavoro all’università, come se non fossi null’altro che un andirivieni tra me e fuori di me, tra l’uomo e l’animale, il linguaggio ed il silenzio, e ciascuna di queste coppie – di concetti? Di parole? Di corpi? – non fosse separabile l’una dall’altra, in quanto da sempre avviluppata in un incessante movimento di estasi quotidiana tra ognuno dei suoi termini. Ci credo, adesso, che M. si sentisse solo, e che quelle mie critiche alla tesi di Rorty lo avessero scombussolato. Ricordo, infatti, che proprio la settimana prima del termine delle lezioni, mi disse d’avere cercato inutilmente rifugio nello studio dei classici dai crampi mentali generategli dal linguaggio. Penso che cercasse salvezza da Wittgenstein volgendosi ad Aristotele, ma quando gli fu chiaro che la relazione tra ciò che troviamo come dato nella nostra cultura e nelle sue strutture simboliche, non è altro che la verità in sé, solo ad un grado inferiore di intelligibilità, la rivelazione di questa inaggirabile, inevitabile, circolarità, deve averlo sconvolto, sino a che, probabilmente, ha mancato – per presunzione filosofica? Per bisogno di fede e d’assoluto? – la saldatura tra i nomi e i loro oggetti, venendo risucchiato nel vortice d’una spirale di pensiero i cui estremi separati rinviavano indefinitamente l’attimo del reciproco aggancio. Forse, però, era proprio questo il risultato che egli coscientemente perseguiva e io, lo ammetto, mio malgrado ne sono stato contagiato. Quell’uomo fa dilagare intorno a sé la sua malattia, bisogna fermarlo! Io ero in buona fede, pensavo d’aiutarlo! Non immaginavo che sarei stato infettato anch’io da quel maledetto veleno, da quel veleno che M. si porta in giro semplicemente camminando per le strade come se nulla fosse! Non possiamo permettere che altri uomini sappiano. Ha idea di quanto vi sia di osceno in un uomo che, quando parla, travasa nell’esplicito di ciò che dice la totalità del suo interno? La coincidenza di esterno ed interno è totalmente pornografica, almeno secondo i canoni della mia morale. Quando le mie lezioni erano finite da qualche settimana, ed M. non si faceva più vedere, venni colto da una insolita, sconosciuta, preoccupante morbosità verso i contenuti nascosti della città. Mi chiede che cosa intenda con ciò? Che cosa sono i contenuti nascosti della città? Ebbene, che cosa v’è di più nascosto in una città di ciò che è destinato a scomparire, ad essere triturato, spazzato via, da una macchina votata alla liquidazione dell’impresentabile? I contenitori della spazzatura sono i contenitori dell’impresentabile. Ed erano proprio questi, ciò che io indagavo con occhio di giorno in giorno più acuto. Era come se la discesa negli anfratti di M., e quindi nelle pieghe più nascoste del mio stesso “io”, portasse con sé un’insana curiosità verso l’escrementizio, il rifiuto, il negato. Il mio occhio cadeva nei cestini della spazzatura. Cercavo un segreto. Avevo creato, quasi automaticamente, un’equivalenza tra ciò che rimuovevo, o ciò che presumevo la società rimuovesse, e ciò che i miei concittadini scartavano depositandolo nei luoghi della pubblica rimozione. Guardavo dentro i cestini, ma non per estrarvi qualcosa di commestibile, bensì per trarne una traccia di conoscenza, un indizio sulla vita che mi circondava. Per questo motivo, inoltre, le merde dei cani nelle calli esercitavano su di me un’insolita attrazione. Quando ne vedevo una, mi piegavo sulle gambe, e cercavo di scorgerne la prospettiva rasoterra, come a pormi su quello stesso livello di vita esclusa, io stesso ultimo anello della catena alimentare, pronto ad essere ripescato, in estrema posizione da reietto, ad una vita migliore. Ecco perché fui trovato imbrattato di feci davanti al “Botegòn già di Schiavi”. Inseguivo un’apocalisse individuale, nella quale vi fosse un giudizio di salvezza altrettanto individuale, ero letteralmente a terra, sa com’è, anche lei ci si sarà trovato qualche volta. Era, quella, la mia voce, o forse la voce del genere umano, la mia capacità iniziale, precedente ogni tentativo d’articolazione d’una frase, d’una parola. La merda! La merda sulla quale tutti galleggiamo! Mi capisce adesso? Il gesto ancestrale ed inalterato della scarica gravitazionale! La promessa eternamente mancata di libertà!»

Il dottore trae un breve sospiro, disgiunge la mani sino ad ora congiunte in posa d’attenta preghiera, e dice: «Questa settimana, professore, passeremo a 15 gocce di Haldol, d’accordo?».

11 pensieri su “Linguaggio di M., di Andrea Sartori

  1. m. puntato produce immediatamente una mobilitazione psichica in attesa di rivelazioni coprolalifagiche chissà perché. infatti. sarà venezia a suscitare questa attenzione con le sue sparse merde di cani? solo chi ne ha una larga e destra esprerienza nello scansarle sa quanti pensieri esse possono suscitare. m. (!) bachtin insegna, quando si è più grandi, che la cacca è ciò che resta della vita e che cadendo nella terra a questa ci riporta. al luogo nel quale torneremo. e questa è la più sacra e la più nobile delle verità.
    altra cosa sono sono i linguaggi di m…a.

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  2. “L’Haldol non l’ho mai provato, potrebbe essere lui la soluzione: anche perché pare possa dare problemi di cuore, con morte improvvisa.
    Già che non ho neppure il cuore proprio in ordine, come appunto la testa.”
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  3. Lucy e Roberto, grazie della paziente lettura, e dei commenti. Un caro saluto anche a Fabrizio.

    Andrea Sartori.

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  4. qui bisogna andare a rileggersi “Le città invisibili” di Calvino….
    si parte da un centro, (m.?)
    e si va via via ad arrampicarsi, come il ragno sulla tela che lui stesso, animale, genera…
    la verità può avere molte facce, e tutte saranno sempre legate tra loro da un nesso – filo invisibile –
    Libertà sarebbe non tornare più al centro…

    Buon pomeriggio
    C.

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  5. Eh, Venezia è così decadente, un organismo in putrefazione. Trovi la cacca in tutti i canali. Bravo Andrea.

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  6. eh….

    il finale mi ha piacevolmente riportato indietro nel tempo: ’91… ’92… nel laboratorio teatrale della Cattolica (sic!), dove un caro amico di Filosofia, Carlo Andrea Ripamonti (che oggi bazzica nell’editoria di fumetti d’autore), piombava sconvolto in mezzo ad una festa in casa di studenti e attaccava uno spettacolare monologo sulla terribile presa di coscienza di una separazione definitiva da una parte di sé avvenuta mentre era in ritirata… il tutto, in un mirabile e irripetibile crescendo verso la speranza in un apocalittico ricongiungimento universale

    grazie ad Andrea Sartori!
    Mario Bertasa

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  7. Ciao Mario,

    mi fa piacere che questo pezzo abbia suscitato anche reazioni divertite. Un po’ lo speravo, ma non me lo aspettavo.

    andrea.

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  8. Un’interpretazione possibile di questo bel racconto, è quella secondo cui M. starebbe per (stat pro) merda (non solo ma anche) e quindi “linguaggio di M.” sarebbe linguaggio di merda. In ciò contenendo una sorta di rivolta e di sfida contro il linguaggio e la sua onnipervasività.

    Quel linguaggio che ci distanzia/separa/allontana dalla cosa, dalla cosa stessa, e che sembra essersi definitivamente diviso da essa, in un divorzio definitivo.

    Ma è in origine che il linguaggio ci separa dalla cosa, fin dalla nascita e dalla suo nascita (e noi nasciamo in qualche modo insieme al linguaggio), in senso fenomenologico ed hegeliano.

    E “cosa stessa” non è cosa ma parola.

    Di questa separazione originaria e non consensuale ci parla il racconto.
    Ma poi esistono davvero le cose e gli stati di cose o non sono fors’altro che semplici effetti linguistici?

    La cosa è del linguaggio, “la parola e la cosa”, dice la parola, da sempre esiliata, da sempre allontanata, da sempre condannata a significare il qualcosa che c’è, l’essere.

    La condanna del linguaggio è il suo essere e fare segno, il suo voler nominare la cosa, che in realtà gli sfugge di continuo.

    Il linguaggio è il mondo, e non c’è mondo fuori dal testo e fuori dal linguaggio. Si tratta “solo” (e soli) di orientarsi in questa foresta o giungla simbolica e semiotica e qualche cacchetta che trovo per la strada può ben svolgere la funzione che per pollicino avevano le briciole di pane…

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