Lettera a una studentessa

pubblico, perché mi sembra molto bella, e anche urgente, questa lettera a una studentessa che Nichi Vendola ha pubblicato in prima pagina su Liberazione di ieri 30 ottobre. [a.s.]

Non hai un solo nome, sei un soggetto plurimo, sei una moltitudine, sei maschile e femminile. Eppure voglio scriverti pensandoti come un singolo, anzi come una singola. Si, come una studentessa: e non certo per pelosa galanteria, ma perché la “cosa” che incarni è così poco militarizzata e gerarchizzata che mi offre una declinazione al “femminile” dei pensieri che mi ispiri. E dunque, cara studentessa anti-Gelmini: ti spio, ti annuso, provo a decifrare il tuo lessico, cerco di indovinare i tuoi gusti e le tue passioni. Hai la faccia anche della mia piccola Ida, che è andata al suo battesimo con la piazza con la serietà con cui ci si presenta ad un esame scolastico. Il suo primo corteo. Mi sono imposto, per una questione di igiene politica, di non fare paragoni (il 68, il 77, l’85, la pantera): quei paragoni che dicono molto della nostra vecchiezza e poco della giovinezza di chi compone le forme nuove della ribellione al potere. Ho cercato di non sovrapporre la mia epopea, la mia biografia, la mia ideologia, al corpo sociale che tu rappresenti, al processo culturale che tu costruisci, alla radicale contraddizione che tu fai esplodere con la fantasia e il sarcasmo dei tuoi codici comunicativi e della tua contro-informazione.

Tu sei, seppure ancora appesa a più fili di adolescenza, una domanda matura e irriducibile di democrazia: e hai capito che per non essere ridotta alla volgarità del tele-voto e della pubblicità, la democrazia non può che vivere e rigenerarsi nel rapporto con le culture, nella socializzazione dei saperi critici, nella ri-tessitura quotidiana delle reti di incivilimento e dei nodi di convivialità. La scuola è il fondamento di ogni democrazia. Lo è quando insegna ai bimbi delle elementari l’elementare rispetto per ogni essere umano: precetto che forse evaporerebbe in qualche istituto scolastico di rito padano. Lo è quando riannoda i fazzoletti della memoria storica e tramanda narrazioni, saperi e valori. Lo è anche quando la scuola fuoriesce da sé, straripa nel conflitto politico-sociale, invade la piazza, trasferisce la cattedra sul marciapiede, proietta le proprie attitudini pedagogiche sui territori, rompe la separatezza dei suoi microcosmi e investe con domande di senso l’intera società. Dimmi che scuola hai e ti dirò che società sei. C’è chi immagina, anzi c’è chi vuole apparati della formazione che preparino alla precarietà esistenziale e produttiva: e dunque servono scuole e università dequalificate. Le classi dirigenti (forse è più appropriato dire “classi dominanti”) si riproducono invece per partenogenesi, ben protette in quei laboratori della clonazione sociale che sono scuole e università private.

Cara studentessa, queste cose tu le hai scoperte con semplicità, le hai spiegate alla tua famiglia, le hai narrate con compostezza nelle assemblee, hai rivendicato la tua centralità (la centralità della pubblica istruzione) contro chi “cogliendo l’attimo” dell’egemonia berlusconiana voleva e vuole di colpo annullare un secolo di battaglia delle idee, di esperienze gigantesche di riorganizzazione sociale e scolastica: hai ben compreso che la Gelmini non è folclore, ma è il punto più insidioso dell’offensiva della destra, è una sorta di don Lorenzo Milani rovesciato, è l’apologia di un “piccolo mondo antico” abitato da voti in condotta e grembiulini monocromatici dietro la cui scenografia ottocentesca si muove la modernità barbarica del mercato: che non ha bisogna di individui colti, e liberi perché padroni delle conoscenze, ma ha bisogno di piccole libertà in forma di merce per individui ammaestrati alla competizione e diseducati alla cooperazione.

Carissima studentessa, la lezione più importante che ho appreso studiando le vicende del secolo in cui sono nato è che l’obbedienza non è una virtù assoluta. Se è ossequio ad un potere cieco, ad un codice violento, ad un paradigma di morte, allora bisogna ribellarsi, allora bisogna scegliere le virtù civiche della disobbedienza. Non si può obbedire alla politica del cinismo affaristico e classista.
Al contrario, dobbiamo cercare la politica che ci aiuta ad essere la forza ostetrica che fa nascere il futuro. Volevo ringraziarti perché, spiandoti e annusandoti, non ho pensato: questa qui è dalla mia parte. Ho pensato che la mia parte (stavo per dire il mio partito) è nello spazio riempito dai tuoi gesti, dalle tue parole, dalla forza inaudita di tutte le tue libertà.

4 pensieri su “Lettera a una studentessa

  1. “…c’è chi vuole apparati della formazione che preparino alla precarietà esistenziale e produttiva: e dunque servono scuole e università dequalificate. Le classi dirigenti (forse è più appropriato dire “classi dominanti”) si riproducono invece per partenogenesi, ben protette in quei laboratori della clonazione sociale che sono scuole e università private.”

    “…dobbiamo cercare la politica che ci aiuta ad essere la forza ostetrica che fa nascere il futuro.”

    Questi passaggi, in particolare, condivido appieno.

    Grazie, Antonio.

    Giovanni

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  2. Grazie, Antonio, di aver proposto questa bella lettera. E’ davvero una bella lezione questa che ci viene dagli studenti. Mai come adesso è chiaro che chi tocca la scuola tocca il Paese.

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  3. Dunque, il discorso sulla scuola è, credo, il più difficile di tutti.
    Ho due percezioni diverse, che mi impediscono di accettare il discorso di Nichi Vendola, pur approvandolo;
    la prima è che questa lettere nasconda un sotterfugio politico che recita la filastrocca: “la destra cerca di affossare la scuola pubblica”, quando è del tutto evidente che dal ’68, cioè da quando si è posto drammaticamente il problema di riformare la scuola, i danni si sono succeduti e distribuiti equamente tra governi di centro, di destra e di sinistra, e non sto facendo un proclama qualunquista.
    Le riprese che ci mostrano i ricercatori italiani negli scantinati fotografano una realtà che hanno condiviso tutti gli schieramenti che hanno governato questo paese disgraziato e a cui nessuno ha posto il drastico rimedio necessario a riportare questa risorsa tra le risorse e continuando a tenerla in cantina.
    La seconda percezione è che il lavoro, esito e fine della scuola, o almeno così percepisco da quello che si dice, è ormai relegato a queste due polarità anguste e alienanti: posto fisso – precariato.
    Io credo che se anche la realtà è più sfumata la percezione è questa, l’orizzonte in cui si muovono i sogni di questa generazione sono questi due muri di una cella ormai insopportabile spacciata per futuro.
    D’altronde la tentazione è troppo forte per governi che quanto più fanno per allontanarsi formalmente dall’ideologia di origine tanto più si consolidano in strutture di potere giustificandosi con microideologie di facciata, allora la scuola non è il luogo dove nasce la cultura di un paese, ma il luogo dove con ogni mezzo, se necessario con la destrutturazione e la cancellazione di ogni qualità, si cerca di veicolare idee preconfezionate, liberiste o progressiste poco importa, che erodano il senso critico e l’autonomia di giudizio dei giovani, il luogo in cui si interiorizzano il bastone e la carota della precarietà e del posto fisso, condizioni del contratto sociale che determinano surrettiziamente scelte e sogni di futuro.
    Ho anche serissimi dubbi sul fatto che la scuola debba essere il luogo in cui nasce la cultura di un paese.

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  4. no non il luogo in cui nasce la cultura, ma il terreno che la diffonde e la fa prosperare, o fa in modo che prosperi l’amore per la cultura…coltivando. mai attacco è stato così massiccio, comunque, e così poco preoccupato di urtare gli attori fondamentali della scuola: alunni e insegnanti d’ogni ordine e grado. nessuno ha mai usato toni così…selvaggi nel riferirsi minacciosamente ad azioni e ritorsioni nei confronti dei dissenzienti. il problema del lavoro dopo la scuola non si risolve in questo modo e, per quanto mi riguarda, credo che inseguire un mestiere in un mondo che cambia vertiginosamente sia un pio desiderio, visto dalla prospettiva scolastica che ha necessità di fare le cose con calma. il problema piuttosto è che, checché si creda, il fantasma di giovanni gentile aleggia nella sua veste peggiore su questa riforma: che è ridicolmente classista, quasi dioclezianea nel suo irrigidire l’oggettiva possibilità di accesso ad altro che non al destino dei propri genitori. altro che meritocrazia! altro che lotta al baronato! la vera riforma complessiva della società (ma è un’utopia, anzi è, su questo tema, il senso di UTOPIA di t. more) è svincolare finalmente il grado di istruzione formazione cultura raggiungibile negli anni di studio da ciò che si sceglierà come professione. la libertà di essere contro la pseudolibertà di una professione già inscatolata. la libertà di conoscere contro la schiavitù di un posto di lavoro perfettamente ritagliato su quanto s’è studiato. è ovvio che se farai il medico avrai studiato da medico. ma perché non studiare da medico e fare altro? ma non come rinuncia, bensì come possibilità.

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