A “Impronte sull’acqua” il Premio Renato Giorgi 2008

Accolgo con gioia la notizia che il Premio Renato Giorgi 2008 è stato assegnato a Impronte sull’acqua di Francesco Marotta. Il premio consiste nella pubblicazione in volume della raccolta vincitrice, che da oggi, giornata della premiazione, è pertanto disponibile anche su carta, per le edizioni de Le voci della luna. Approfitto dell’occasione per proporre un testo critico di Luigi Metropoli tratto dall’antologia Leggere variazioni di rotta e riproporre una selezione dell’opera premiata.

La liquidità del verso: Francesco Marotta
di Luigi Metropoli

«Tutto quello che ho scritto a partire dalla metà degli anni Novanta, non è altro che un “tentativo” di dare corpo […] a un’ipotesi teorica scaturita […] da tutta una serie di letture, di riflessioni e di studi incentrati sulla possibilità di investigare, e dare voce, agli spazi che si aprono tra pensiero e canto» (da qui). Quanto Marotta si affretta a chiarire a più riprese sulla sua scrittura è appena una traccia del suo precorso lirico. Il poeta dice e non dice, indirizza e dirama, unisce e disperde. L’ipotesi teorica è una parzialità che non rende giustizia al complesso magma che si dispone sulla pagina del poeta campano.

Delle sue liriche è un continuo fluttuare, una sospensione ondivaga che non trova (e rifiuta) un centro (e di conseguenza un’interpretazione univoca). La concrezione del verso è materia liquida. E non può essere altrimenti: gli spazi che si aprono tra pensiero e canto sono investigabili solo da una poesia interstiziale, che sa, tenuemente, insinuarsi in zone d’ombra, in aree riflesse, in non-luoghi.

L’elemento equoreo è il tratto distintivo delle liriche: acqua, neve, ghiaccio. Il dettato di Impronte sull’acqua e Per soglie d’increato è sempre all’insegna di una leggerezza di tocco e di una naturale fluidità che disarma per la sua disposizione ad accogliere. Inoltrarsi in questi testi equivale ad intraprendere un viaggio in cui la vigilanza della ragione è compagna, ma mai unica guida: le abbaglianti visioni che distillano mirabili versi conducono il lettore lì dove da sola la coscienza non può avere gioco. La dicotomia visione-ragione (laddove per visione s’intende il generarsi del pensiero) trova riscontro anche nel polarizzarsi di sogno e veglia, gelo e arsura, canto e pensiero.

Negli opposti Marotta individua degli estremi all’interno dei quali muovere la sua materia poetica: più che la separazione, infatti, ciò che il poeta cerca è l’avvicinamento, il raccordo, dando agio tuttavia alle differenze di emergere nelle mille smerigliature della luce che si posa sulle parole. Il verso accarezza le cose e Marotta, da novello Adamo, nomina il creato per la prima volta. La nominazione diventa un’ibrida sensorialità che, acuendo la percezione scaturita dal vedere e dal toccare, si traduce in un nuovo senso, incline ad investire anche il campo del pensiero (Merleau-Ponty è uno dei tanti ottimi compagni di viaggio per attraversare l’opera).

Ciò che incoraggia a trattare le due sillogi come germinazioni interdipendenti all’interno di un unico corpo è il loro carattere rizomatico. Ogni raccolta dalla metà degli anni ’90 ad oggi è una radice indipendente eppure in qualche modo congiunta alle altre (con la sola eccezione, forse, di Hairesis) dando vita ad un corpus organico e complesso. Gli intrecci e i rimandi sono fittissimi (non solo per scelte lessicali: albe, maree, prodigi, cenere… ma soprattutto per l’impianto figurale e lo svolgersi di concetti in immagini) come una trama nettunica che contamina ogni brandello dell’architettura poematica, in perenne divenire, come un fiume amazzonico con i suoi rivoli, le sue diramazioni, il suo ampio delta. L’espansione, però, non è solo orizzontale, come un ipertesto che apre finestre separate, bensì verticale, poiché ogni frammento, ogni ruscello contiene, come in un sistema di vasi comunicanti, acqua in osmosi con gli altri rigagnoli: ognuno reca in sé un tratto dell’altro e lo sviluppa coerentemente alla propria quidditas. È un tessuto unitario, la cui unitarietà è variabile di volta in volta.

Per soglie d’increato accentua l’aspetto dicotomico della scrittura, riverberando l’identità (beninteso, ciò che è identico è latore di differenza) dell’uno-tutto nella necessità della parte-del-tutto: lo mostra fin dalla struttura del singolo componimento, spesso spezzato in due, imperniato su una sintassi razionale, pian piano sfociante in nuovi territori, oasi oniriche e visionarie che vagheggiano eden e nature incontaminate, in cui riflessione e cantabilità sono una lo specchio dell’altra. La natura è il rovescio del corpo umano dove si incidono i segni della scrittura, la trama che li unisce e separa: un testo cosmico che attiva ogni brandello di realtà (anche solo presagita). Al significante è affidato il compito di tenerne insieme le parti, grazie ad una pregevole tessitura eufonica che fa da trait d’union.

Quest’ultimo aspetto è rimarchevole anche in Impronte sull’acqua, la cui fluidità fa da pendant alla lacerazione del verso, brachimetrico, franto eppure calmo, disarticolato su particelle minime del discorso che tendono alla biforcazione, ennesima metafora del generare. Vi è un incedere sinusoidale che getta il lettore su di un altro binario ad ogni epifora, una sorta di deragliamento che azzera il carattere denotativo per caricare di connotazione-evocazione la parola, consegnandola ad una ri-conoscibilità albale, incorrotta, farne incontro, apertura, ponte verso l’alterità, stupore.

«La poesia di Marotta non è una poesia di identità. Perché non vuole imporsi. Ma è una poesia di impronta. Un’impronta sul calco vitale di un’altra impronta […]. In questo senso la parola di Marotta non trattiene la realtà. La tocca, perché la realtà diventi un unico con la parola» (da qui).

* * *

da Impronte sull’acqua

ci sono versi scritti
con gli occhi, li
riconosci quando
tornano in superficie
spaiati in
sincronie di vuoto
e all’albero
toccano in sorte
che si fermò alla tua soglia
chiedendo ritagli di lacrime
un nome da respirare
crescendo
fino al prossimo cielo, domani
brucerà a una
fiamma di neve, e lo spazio
del suo ultimo grido sarà
l’orizzonte tra
palpebra e
palpebra
che si restringe nel
l’orbita di fiori di
sale

*

la luna si contorce al
la parete, si
sbreccia tra i vapori
azzurrini dell’acqua
che scivola a fatica sul
la pelle, la mia
casa è una soglia
da cui guardo il mare
farsi fiamma, e la risacca
disegnare il
dis
ordine di un’
eternità interrotta al
la parola
grido

*

riesce più il sale a
dire la verità del
la luce, quando il suo
nome è un’eco, un’
impronta su
un foglio di via, come
avviene tra il fuoco e
una vela
arenata in onde di brace
o allevando porfidi d’acqua
per la sete di
segni
illeggibili, cresciuti
in punta di dita, anche ieri
fa giorno da un
grumo di secoli, sottrae
domande ai ricordi e
si pensa, già in odore
di sabbie, risalire i tuoi
occhi fino all’aria
che brucia, ora
tace, l’inverno è
un pantano di fumo, tu
comincia a guardare il
rivo di pioggia
che ti esce sangue dai
pori

*

tacite rughe assediano
i ricordi, l’ago
spazza via l’assenza e
la pagina è pronta
per l’inchiostro che
vaga tra silenzio
e silenzio, un
ospite in anticipo
per la veglia dei morti, un
corpo che agli orli
ha steli di pane raffermo
cisti di sogni e
stagni dove si allunga
la radice
lunare al suo primo
apparire, mi dici
inizia a contare da qui
i nuovi giorni, i solchi
nutriti di semi
gli accenti, poi
recita tutto il riserbo, gli
abiti smessi, il
cobalto annerito tra
i pori, le stelle
lasciate a marcire dentro
scrigni di nebbia, il mare
sorpreso a fuggire
le parole dell’onda, ora
è tempo, l’esilio del lume
già varca il confine
tra vene e
memoria

*

sapersi in sintonia
con la luce
franata dove sei stata
un attimo o una vita
prima che il
colore dell’assenza

riempisse lo spazio
vuoto dei tuoi

gesti, qui ogni cosa
tiene la conta di quello
che hai lasciato, qui
sento il tempo premermi
sul capo con tutto il
peso che ti riduce a
ombra, eco di un
corpo che acquista
movimento a ogni ricordo
a ogni fitta che
ricolma il palmo
di schegge, di voci, di
abbandono, stimmate
di chi muore a
chi non sa morire

*

ha alfabeti di valli e
di aurore anche l’aria, nel
punto esatto
in cui il corpo
resuscita al richiamo del
la mano e la lingua
feroce
mente
annuncia un
nulla di salvezza, cede, si
disperde, libera il seno
animale al grido che
lo sfiora, al
l’acqua che al vibrare di
una foglia esplode in
desideri e
voluttà di sabbie,   s’incendia
e il lampo è regno
soglia, sentiero di
viandante

*

sa di inverno la
bava di luce
che finge l’alba ai
tuoi vetri, un
prima di latrati che
gravano l’aria
col peso di un occhio
risanato,   che
oggi anche l’anima
invecchia, dilaga nel
folto, comincia il suo
giorno tra labbra e
lenzuola e agli occhi
regala un singhiozzo, al
la mano
che corre in aiuto una
colata di calce

*

la forma che
brancola nel buio del
la mente
sente la pupilla
divaricarsi al passo e
nel respiro
superare il furore di ogni
distanza,   ho eletto
a mia dimora la
materia in
differente
di un’
ombra
che resta
ombra anche in pieno
giorno

*
gli specchi hanno memoria
residui di certezza
assorbiti in estasi di vetro
sono scrigni dove il pensiero
fruga e, cieco, s’inventa
il profilo dei frammenti
che stringe tra le dita, ne
indovina lo sguardo, cerca di
ricomporre un suono, l’
ipotesi di un volto, di
una voce, con quella forza
vana che lo assomiglia
al passo dell’ubriaco, al
la bocca di chi vede trascorrere
il passato in forme liquide
e nel moto scomposto
crede ogni cosa possa
ricomporsi in essere, dal fango
dal fumo che respira, da
un coro sommerso di
stagioni,   mi guardo e
dico sono nel giusto, io che
mi nego a ogni pozza d’acqua
e, sordo al richiamo del
le fonti, i sogni spingo
al fondo delle arterie
consumati ad arte dal
la risacca del sangue, dal
l’abitudine molesta di
sentirmi cosa viva, un
bambino che stringe in mano
una pagina colma di
storie, ma senza segni
priva di parole

* * *

Francesco Marotta è nato a Nocera Inferiore (SA) l’11 marzo 1954. Ha compiuto studi classici, si è laureato in Filosofia e in Lettere Moderne e oggi vive in provincia di Milano, dove insegna Filosofia e Storia nei Licei. Ha tradotto Bachmann, Bonnefoy, Char, Celan, Jabès, Sachs. Suoi testi sono apparsi sulle riviste: Il Segnale, Dismisura, Anterem, Convergenze. Tra le sue pubblicazioni in versi, Le Guide del Tramonto (Firenze, 1986);  Memoria delle Meridiane (Brindisi, 1988); Alfabeti di Esilio (Torino, 1990); Il Verbo dei Silenzi (Venezia, 1991); Postludium (Verona, 2003, Vincitore del Premio “L. Montano”, sezione inediti); Per soglie d’increato (Bologna, 2006); Hairesis (E-dizioni Cepollaro, 2007). In antologie ha pubblicato diverse sillogi. Gestisce lo spazio web www.rebstein.wordpress.com.

19 pensieri su “A “Impronte sull’acqua” il Premio Renato Giorgi 2008

  1. A Francesco, il Poeta, complimenti vivissimi.

    A te, Giorgio, grazie per questo splendido post.

    un abbraccio di stima a entrambi
    jolanda

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  2. è bellissimo pensare che un grande poeta come Marotta sia nato a nocera inferiore
    il mistero della vita che prende altrestrade altreurope altreparole
    poesia gridata liquida
    materia del giorno
    grandissimo Francesco
    c.

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  3. Nocera Inferiore vanta antichissime origini, essendo città osco-sannita prima, etrusca poi, romana, infine longobarda. Se oggi è in pieno sfascio, vuol dire che ci sono persone a rappresentarla in altre parti dell’Italia, la qual cosa ci fa felici.

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  4. Se le cose vanno avanti così, Luigi, tra poco tutta l’Italia sarà un grande sud da cui emigrare…

    Ma per adesso gioiamo per la poesia, con un grande grazie a Francesco.

    E grazie a te per il tuo lavoro critico e per averci concesso di proporre qui il tuo testo.

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  5. A me piace pensare che certe “cose di terre” rimangano sia che si resti o si vada via, che sia da un sud o da un qualsiasi altro punto cardinale.
    Comunque con un vistosissimo orgoglio da vicina di terra faccio i miei complimenti a Francesco per questo meritatissimo premio.
    lisa

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  6. Un grazie di cuore a tutti, a cominciare dall’impagabile Giorgio.

    Un “grazie” che è, prima di tutto, un “grazie alla vita”: che ci permette di scambiarci la pelle, anche attraverso lo schermo di un computer.

    Un abbraccio.

    fm

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  7. per quanto diffidente (per motivi miei, prima ancora che culturali in genere) verso i premi letterari, Francesco, mi fai ricredere: talora ci azzeccano

    mondanità a parte, colgo l’occasione per ripetere quanto già ti dicevo in una di quelle *chiacchierate* che non ti fanno sentire la durezza luminescente del monitor: studio con passione ed attenzione la tua poesia perché contiene il segreto cui ogni AUTORE dovrebbe attingere, la capacità di far crescere nel tempo (*auctor*, colui che fa *augere*, che fa accrescere, aumentare) la profondità del testo che compone

    ne profitto anche per farti un’altra confessione, e condividerla con chi legge: un anno fa feci un progetto, con la biblioteca di Brugherio e l’associazione “Marta Nurizzo” che raccoglie fondi per promuovere la ricerca sulle neolpasie pomonari, il cuore del quale era la composizione da parte dei lettori della biblioteca di una sorta di antologia di prosa e poesia di tutte le epoche e culture, che sarebbe stata oggetto di una mia performance di lettura-fiume – ebbene, in tale occasione ben due anonimi lettori (su circa 70 partecipanti) chiesero di leggere, a mia scelta, pagine da “Per soglie d’increato” – cadevo dal pero: Marotta? chi è costui? – mi costrinsero involontariamente a prendermi cura dei tuoi versi

    , ma mi misero in un bel guazzabuglio! per mia fortuna, nessuno dei due si presentò alla serata e, siccome il progetto prevedeva che avrei letto solo testi scelti da persone che sarebbero state in sala (furono due ore da mozzafiato!) (ognuno metteva in un’urna, da cui avrei estratto uno dopo l’altro, il bigliettino col testo che aveva indicato in biblioteca) il Marotta rimase senza voce

    dico per mia fortuna perché non avrei davvero saputo come trattare in lettura la densità di quelle pagine senza costringerla a diminuire, ad eclissarsi – ci sono cose, in poesia, che reggono una sorta di *teatrabilità*, mentre altre no… ricordo le lezioni memorabili di Sisto Dalla Palma sulla non recitabilità della poesia leopardiana… ecco, con Leopardi ce l’ho fatta una volta a performarlo senza insquallidirlo, Marotta invece resiste (eccezion fatta per “Hairesis”, che invece ha tutt’altro impasto) (ma prima o poi… …!)

    è, credo, un merito singolare, che può spingere a fondo certe considerazioni sui limiti del materiale poetico che un autore può ogni volta mettere alla prova, ridefinire, spostare in là

    e che mi fa riflettere sulla questione del *canto* non come cantabilità in senso librettistico (e certi libretti d’opera, tanto scipiti sulla carta, quanto liberano la potenzialità creativa del musicista!) (penso sempre anche ai Kindertotenlieder di Friedrich Ruckert, che a suo tempo tanto mi colpirono per la loro ingenua banalità formale, quanto per l’abnegazione implicita con cui si adattarono al rivestimento da parte di Gustav Mahler con una musica visionaria, struggente, sinfonica, abissale), ma come cantabilità in senso assoluto, in cui la poesia non tanto diverge dal sistema-canzone reclamando una propria autonomia espressiva, quanto soppianta e rende aliena da sé l’idea stessa di canzone come necessaria alchimia di due distinte essenze, la frase verbale e quella melodica

    ancora un carissimo saluto, Francesco, e un grazie per tuoi “doni”
    Mario

    "Mi piace"

  8. Grazie, Mario. Ti leggo sempre con estrema attenzione, perché hai la capacità innata di seminare pensiero e riflessione in ogni intervento. Non è da tutti. E, mi si creda o no, lo scrivo indipendentemente dal fatto che oggetto della tua attenzione, qui e ora, siano i miei testi.

    Quando accenni al rapporto “autore-testo”, ad esempio, a questo tema mai come oggi attuale, ineludibile, visto che investe il complesso delle ragioni stesse del “fare poesia”, in un contesto, come quello attuale, dove o non si sa “che” farsene, oppure si ricerca la luce effimera di ancor più effimere ribalte, stai circoscrivendo il problema dei problemi, quello su cui dovrebbero convergere le riflessioni e la pratica di chi scrive, in uno con la ricerca di approcci critici nuovi che solo in pochi tentano, almeno stando a quello che mi è dato conoscere.

    Lo stesso dicasi per la dialettica “pensiero-canto”, col relativo corollario di riferimenti immediati e pregressi (l’auspicio di una ripresa di studi leopardiani in grade stile è un mio chiodo fisso da sempre) alla “fruibilità” del testo, alla sua diffusione e partecipazione. E, non ultimo, la necessità di una esigenza che andrebbe indagata e soddisfatta, per aprirsi ad altri ambiti e ad altre forme di elaborazione: la salutare eclissi dell’autore rispetto alle ragioni d’essere del corpo testuale e delle sue molteplici, risonanti ramificazioni.

    Un carissimo saluto di stima e gratitudine.

    fm

    "Mi piace"

  9. Pingback: IMPRONTE SULL’ACQUA di Francesco Marotta. Note di lettura di Ivan Fedeli e Luigi Metropoli « La poesia e lo spirito

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