La natura e il viaggio: intervista a Davide Sapienza

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Davide Sapienza (www.davidesapienza.net) è uno scrittore che esplora, ed esplora l’anima della natura, nel Grande Nord e nei luoghi più remoti. Dove l’uomo è solo con se stesso, con la sua anima e con quella del mondo.
Dopo una carriera quindicennale come giornalista, saggista, consulente e traduttore nel campo della musica rock (suo il primo libro sugli U2 pubblicato nel mondo, risalente al 1985), con collaborazioni con numerose riviste e con la RAI, ha deciso di andare a vivere in montagna e di iniziare un percorso intimo di viaggio e di scoperta della natura, attraverso l’esplorazione e lo sport. Insomma, ha dato una svolta alla sua vita.
Ma non è venuto meno alla sua vocazione di scrittore, vero leit motiv della sua esistenza.
Autore, tra le altre cose, de I diari di Rubha Hunish (2004, BaldiniCastoldiDalai Editore) e La valle di Ognidove (2007, CDA&Vivalda), collaboratore di diverse importanti riviste e autore di reportage di viaggio e documentari (in particolare, nel 2008, coautore, insieme a Enrico Verra, di Scemi di guerra, mandato in onda da History Channel), ha recentemente effettuato un tour di spettacoli letterario-musicali ispirati al suo ultimo libro, e intitolato La stagione di Ognidove (trovate qui allegato un breve estratto filmato).
Nelle sue esplorazioni avventurose ha toccato, tra gli altri paesi, Norvegia, Islanda, Scozia, Canada e Perù. Come traduttore, si è ampiamente occupato delle opere di Jack London.
Continua peraltro ad essere attivo anche in campo musicale, con il progetto http://www.1968odisseanelrock.com, in cui è direttamente coinvolto, oltre che con i ricordati spettacoli de La stagione di Ognidove. E la musica – che, come lui dice, resta pur sempre “il viaggio per eccellenza” – entra nel suo quotidiano anche attraverso sua moglie, la nota cantautrice Cristina Donà.

Intervista a Davide Sapienza:

Qual è il tuo approccio personale al “viaggiare”? Come hai iniziato, e quando hai capito di non poterne fare più a meno?

In realtà non ho mai pensato di avere un approccio, sino a quando da adulto ho sentito le disquisizioni sul viaggiare. Considerando che a sei anni il mio primo libro è stato Il milione di Marco Polo e il secondo Moby Dick e quindi Il richiamo della foresta e Zanna Bianca di London, per passare al Barone di Munchausen, Marcovaldo e cose del genere, beh, chiaramente l’Avventura (c’era quel leggendario programma sulla RAI, A come Avventura, con la mia canzone preferita come sigla, A Salty Dog dei Procol Harum) ai miei occhi di bambino meravigliato dal mondo era per forza parte della vita. Ricordo grandi “spedizioni” nei prati (allora) al confine tra Monza e Lissone. Mi sentivo un grande esploratore, perché non sapevo dov’ero e nessuno, tolti i miei amici, sapeva dove eravamo. E poi c’era il pianoforte: studiarlo, da bambino, mi ha dato la voglia di orizzonti intangibili che solo la musica sa offrire con le sue vibrazioni.

Qual è, nell’essenza, il significato del tuo ultimo libro, La valle di Ognidove? E che sensazioni hai tratte e trasmesse al pubblico, nel corso dei tuoi spettacoli di presentazione del libro, in cui hai riproposto l’esperienza letteraria in chiave musicale?

Difficile chiedere a me, che sono l’autore: forse potrei risponderti che sta tutto nella poesie che apre l’ultima delle sette sezioni del libro, intitolata proprio La valle di Ognidove

CHE SILENZIO QUI FUORI

Generalmente si prende una strada
Perché si cerca una direzione

La direzione ci circonda e noi proseguiamo
ignorando le deviazioni

Le deviazioni sono la strada di qualcuno
che non siamo noi

La strada che pare non avere direzione:
quella, siamo noi

L’essenza di questo lavoro è stata la mia piccola dichiarazione di indipendenza dalla dittatura editoriale del romanzo a tutti i costi; delle tematiche forzate a tutti i costi; della libertà espressiva; è un percorso solitario, e sono fortunato ad aver trovato compagni di viaggio (odio la parola “pubblico”, sono individui, non pere cotte) che mi danno stimoli e coi quali, grazie agli spettacoli, agli incontri e alle conferenze, ho un bello scambio di suggestioni – imparo molto, dalle persone che incontro e questo era anche il senso del sito http://www.lavallediognidove.it. Non voglio giocare all’incompreso nevrotico: io esprimo la mia corporeità e spiritualità nel territorio. Non chiuso in una stanza a fare castelli teorici sul ruolo dello scrittore. Contemplare va bene, poi però serve agire. L’ho imparato anch’io.

Il confronto con il Grande Nord è un’esperienza in grado di toccare nel profondo le corde del cuore, circondato dalla solitudine di paesaggi estremi. Quali sono le sensazioni che hai provate, nei momenti topici dei tuoi viaggi polari?

Il grande nord, per me, è “il grande dentro”: cioè, son stupidate quelle di chi dice che non c’é più nulla da esplorare. Abbiamo una preoccupante tendenza a comportarci come le pecore: le vedo in montagna, hanno un grande versante bellissimo a disposizione, e invece si ammassano tutte vicine, con un grande mondo da “brucare” che invece non considerano troppo, perché poche si sono concentrate su un solo punto. Gli spazi del grande nord sono per me come gli spazi delle montagne dove vivo, le Orobie. Lì ascolto e sorrido.

C’è un rapporto intimo con la natura, alla base del tuo scrivere: credi che questa dimensione sia fondamentale per dare uno slancio creativo e denso di energia non solo alla letteratura, ma anche alla vita?

Io SONO la natura, come te, e tutti noi. Noi siamo PARTE della natura. Dunque per me la Natura deve avere il suo spazio nell’esprimersi – io faccio il traduttore della madre più eterna che abbiamo, e di cui siamo parte sempre. Siamo noi che scegliamo se recidere il cordone ombelicale e uscire da lei, dalla natura. Una scelta pericolosa, azzardata, e criminale, come è facile vedere ogni giorno.

In che rapporto ti poni rispetto a grandi autori e grandi viaggiatori, come Mario Rigoni Stern e Jack London (che hai anche tradotto)? Trovi che il loro spirito segni una traccia segreta, che solca la produzione letteraria moderna e indica una via diversa rispetto a quella, spesso concettuale e ricca di simbolismi intellettuali o proiettata verso l’impegno politico-sociale, di tanti autori novecenteschi?

Il mio rapporto con questi grandi autori è quello di un meravigliato lettore prima e discepolo poi. Stern l’ho amato tantissimo, in particolare perché aveva saputo trovare la dimensione spirituale e religiosa della natura, per la sua anima distrutta dalla guerra. La sua capacità di vedere le cose della natura come un ciclo (e il suo ultimo libro si chiama Stagioni, infatti) è straordinaria. E ho avuto l’onore di ricevere due lettere da lui, quando gli inviai I Diari di Rubha Hunish, un libro come in Italia prima non ne erano stati scritti, come mi disse il grande editor e letterato, Piero Gelli, il giorno che mi chiamò in BaldiniCastoldi per parlare del mio manoscritto. Stern riconobbe la stessa qualità al libro, e ne trassi molto coraggio. E tutto questo grazie a una persona speciale – che è ora il mio agente – Gianluigi Zecchin, che ha sempre creduto in me e negli anni selvaggi, quando non pubblicavo più mi diceva, “mi raccomando, quando finisci il libro, fammelo leggere”.

Stern e London sono mooolto diversi. London era un “rinascimentale” – ha fatto e scritto mille cose, molto spesso di altissimo livello, spesso capolavori: è inarrivabile, per me è un “grande nord” dell’immaginario, un territorio immenso nel quale sorridere e ritrovarmi.

Viaggiare e scrivere sul viaggiare: c’è una differenza sostanziale tra l’esperienza concreta e quella riflessivo-rievocativa dello scrivere?

Io scrivo anche quando scatto una foto – a meno che non sia intenzionalmente fatta pensando a uno dei reportage che devo scrivere. L’esperienza concreta è quando vado a raccogliere il messaggio, che lavora nel profondo canale dell’inconscio e quando scrivo – spesso sul posto, sui miei taccuini. Ti confesso che questa è la più grande distanza, l’abisso incolmabile, che sento quando metto piede in situazioni “intellettuali”. Sento l’aria ferma. E questo mi spaventa un po’, non sentire l’alito del grande cielo, dell’acqua che scende dal cielo come un bene e non come un “che palle piove”… ecco, diciamo che noi alla periferia dell’impero siamo in realtà una risorsa, perché traduciamo il messaggio della vita naturale, primaria, con un certo anticipo – non é un merito, è solo una chiamata alla quale ho deciso di rispondere lasciando la città. Non perché lo fece London, o altri. Non lo sapevo neppure, allora. Solo perché volevo restare vivo e sentire il sangue scorrere.

Dal rock e dal lavoro di professionista nel campo musicale alla scelta di vivere in montagna e iniziare a vivere di scrittura e di viaggi di esplorazione immersi nella natura: è una decisione che è frutto di una crisi, di un’illuminazione improvvisa o di una maturazione graduale?

Direi di una maturazione spontanea. Ho sempre amato la musica fatta di spazio e di visione, direi, grandangolare – quindi poche cose italiane (PFM, e soprattutto Battisti) da ragazzo. Ero rock e sono rock dentro. Nel senso londoniano: “mi piace, lo faccio”. Perché London fu il primo “rocker” tra gli scrittori, e lo trasuda da ogni scelta e azione dettata dall’entusiasmo per l’attimo da cogliere. Io non vedo separazioni tra le cose, la musica è con me anche e soprattutto nei grandi silenzi. La musica mi ispira, la utilizzo che uno stimolante, come un calmante, come una medicina …e poi, l’ho “sposata” visto che da quindici anni sto con Cristina Donà – da quando era solo Cristina, senza Donà … un talento immenso, che cercai di aiutare e che mi dona emozioni grandissime. Anche oggi la musica fa parte del mio percorso sia perché sono socio di una piccola etichetta (www.faierentertainment.com), sia perché ogni tanto articoli legati al mondo musicale li scrivo ancora. Frank Zappa diceva, “music is the best”. E credo anch’io che lo sia: niente è diretto, potente, profondo come la musica.

A quali progetti stai lavorando, attualmente?

Ho tre testi ai quali sto lavorando, ma soprattutto voglio concentrarmi per rivedere in libreria I Diari di Rubha Hunish dopo essermi sganciato dall’editore. Quattro anni fa era un libro “avanti”, ora potrebbe essere il suo momento, perché intanto io ho fatto oltre ottanta incontri grazie alle cose espresse da quel libro, che pure ebbe ottime recensioni, articoli e reazioni di pubblico (qualche migliaio di copie vendute, come sai, non si buttano via così anche se non ti fan diventare ricco come editore). Ho fatto la mia esperienza di come molti editori non credono affatto allo “sviluppo”. Soprattutto se su tematiche poco battute, ma necessarie: la relazione con l’ambiente deciderà il nostro presente, neppure il futuro. L’oggi si sta decidendo nella nostra ottusità persistente come nazione, come intellettuali dominanti e teorici, rispetto alla madre terra che ancora ci sopporta.

4 pensieri su “La natura e il viaggio: intervista a Davide Sapienza

  1. Le sensazioni che Davide Sapienza trasmette al pubblico, con gli spettacoli di presentazione dei suoi lavori, sono complesse e sicuramente non facili da descrivere, ma si possono senz’altro sintetizzare con queste espressioni: incontro con una natura umana straordinaria ed esperienza di profonda Condivisione, con la C maiuscola….

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  2. in questa epoca post moderna e pre razzista (de gregori) davide è una delle ancore che dovremmo utilizzare per fermare la nave nel porto dello spirito.
    buona navigazione…

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