Viva la scuola. “Il futuro è di chi lo ricerca”

Una testimonianza di Renata Morresi, una lettera di ricercatori non strutturati di Firenze agli studenti che vogliono studiare, una dei ricercatori diversamente strutturati di Milano; inoltre segnalazioni, esempi di disinformazione, proposte

Ecco un punto della situazione. Nonostante chiose, rettifiche e smentite, nella mobilitazione della scuola di questo autunno l’informazione, e internet per veicolarla, sono stati fondamentali come mai prima. L’informazione ha innescato mobilitazione e la mobilitazione ha provocato curiosità e desiderio di informarsi. Il movimento degli studenti ha avuto una limpidezza che gli ha permesso di superare provocazioni come questa e come questa. L’ispiratore dei disordini è stato denunciato alla magistratura, eppure insiste; mentre lo stesso Presidente della Repubblica ha ritenuto di dover intervenire dichiarandosi vicino agli studenti. Difatti nella scuola il governo ha incontrato il primo serio intoppo e adesso frena e propone nuovi provvedimenti leggermente modificati. Il ministro non si fa più vedere in giro, continua però a far discutere. Studenti e docenti continuano le proteste e scenderanno ancora in piazza il 14 novembre per lo sciopero generale dell’Università e della Ricerca.

* * *

dal Registro del docente a contratto

di Renata Morresi

La maggior parte di questi studenti non hanno mai assistito a una mia lezione. Le loro facce mi sono però familiari oramai: alcuni danno quest’esame per la quarta, quinta volta. Ci sono nomi nell’elenco degli iscritti che mi sono diventati quasi intimi, come se affondassero la loro presenza nelle memorie della mia infanzia, coi Gentili, i Castagna, gli Ercoli che mi furono dolci compagni di banco.

Li vedo lì quei nomi, segnati ad ogni esame da un anno e passa. Ad ogni appello li pronuncio con finta indifferenza, tentando di associarli ai volti che veloci corrono in aula a prendere posto: Strappa, Cameli, Mangiaterra, Pulcini, Silenzi, Spreca, Evangelisti e tutti gli altri si affrettano nervosi, con le borse a tracolla stipate di fogli, spegnendo al volo il telefonino, lanciando uno sguardo alla fidanzata o agli amici rimasti per gli ultimi incitamenti. Chi sono, cosa vogliono, questa cosa qui non la so dire. Certi non si presentano mai. Si iscrivono sempre, forse solo a volermi ricordare che esistono, che sono là fuori nel mondo, troppo indaffarati per ricordarsi dell’esame, oppure scoraggiati dai fallimenti, o solo guidati dalla vaga immagine di provarci prima o poi, di passare, un giorno.

C’è sempre qualcuno con qualche richiesta che comincia per “io”: “Prof, io tra due ore devo andare dal dentista, non è che mi fa cominciare l’esame, poi vado, poi lo finisco quando torno?” – “Prof, io lavoro in Cina e mi manca solo quest’esame qui, può darmi una mano a superarlo?” – “Prof, io contemporaneamente ho l’esame di diritto, può aspettare che finisca quello prima di cominciare?” In genere il richiedente si muove a scatti, scandisce bene le parole, cerca di darsi un tono e stringe tra le mani una cartellina o le dispense rilegate a mo’ di talismano. Io faccio ammucchiare un po’ di istanze tenendo gli occhi sulla lista per l’appello e poi alzo la testa, molto più in alto di quanto basterebbe, e dico qualcosa tipo “I casi umani saranno valutati più tardi”. E comincio a chiamare.

Non è corretto affermare che molti di questi studenti non abbiano mai frequentato le mie lezioni, così sembra che lo scarso rendimento sia da imputare alla loro cattiva volontà. In realtà il tempo in cui ho insegnato qui mi pare oggi infinitesimale in confronto a quello speso in sessioni d’esame, otto, nove, dieci ore alla volta, per decine di volte. Sì, il tempo in cui ho insegnato mi sembra oggi così piccolo, lontano. Per questa facoltà e i suoi molteplici corsi di laurea, compresi i vari indirizzi di commercio aziendale, di impresa, multimediale e di massa, ho tenuto, più di un anno fa, un corso di trenta ore. Ogni lunedì pomeriggio dalle tre alle sei per dieci settimane mi hanno mandato a insegnare “l’inglese” in un’aula con un centinaio di persone.

Mi ricordo che quei lunedì è piovuto sempre e io arrivavo col mio portatile, i miei test e le fotocopie sempre mezza fradicia, e me ne andavo via un po’ contenta, un po’ disperata, perché gli studenti erano molto volenterosi ma il livello era molto basso. Non avevo particolari strumenti didattici, assistenti linguistici, laboratori, e neanche la possibilità di dare i compiti a casa, naturalmente. In compenso avevo un sacco di studenti simpatici, e un bel po’ di principianti che si presentavano dicendo “I call Francesco and I have 19 years”.

Ce ne sono tanti davvero formidabili, che ti raccontano che c’hanno la band, fanno gli istruttori di karate, vanno in parapendio, girano cortometraggi, studiano da attore, lavorano nei bar, nelle videoteche, come baby-sitter, sognano di fare il giornalista o il cinema. Altri, più confusamente, si immaginano public relations manager, o altre figure professionali dai fantasiosi nomi anglicizzanti. Sono belli però, giustamente pieni di desideri, giustamente ingenui.

Ho avuto molti dubbi sul mio ruolo: dovevo insegnare loro l’inglese come farebbe un insegnante, dando compiti, interrogando, creando gruppi di lavoro? O dovevo pretendere che, grazie all’esposizione alle mie illuminanti performance linguistiche, arrivassero al cosiddetto “livello di uscita”, il fantomatico B2? “Comprende le idee principali di testi complessi su argomenti sia concreti che astratti… È in grado di interagire con una certa scioltezza e spontaneità… Sa produrre un testo chiaro e dettagliato su un’ampia gamma di argomenti… Sa spiegare un punto di vista su un argomento fornendo i pro e i contro…”

Naturalmente non ho potuto fare né una cosa né l’altra: una lingua non si insegna in “una contro cento”, né emanando aura professorale. Ho il mio contrattino di lavoro a progetto, con un compenso lordo per ora di insegnamento frontale, da cui vanno detratte, ovviamente, le tasse, ovviamente la contribuzione INPS, un terzo a carico mio e due terzi, meno ovviamente, pure a carico mio. I contributi a carico del datore di lavoro qui li pago io, come fanno i colleghi messi come me, dottori di ricerca nel limbo e in cerca di meno insolito destino. Quando l’ho capito mi sono sentita molto mortificata (avevo fatto i conti con le cifre che vedevo sul contratto), ma la ragioniera, una signora paffuta e precisissima, è stata molto gentile e mi ha spiegato per bene come funzionava, che funzionava così.

Lunedì all’università in genere non è giorno di didattiche, così quando insegnavo non incontravo mai nessuno, salvo il portiere. D’altronde non conoscevo nessuno: i docenti a contratto non sono chiamati a partecipare ai consigli di alcun organo di facoltà. Andai a parlare con il Preside, per esporgli i problemi più gravi. Il Preside fu molto cordiale, mi raccontò tutto della sua passione per l’opera. Ma forse le mie richieste di corsi di lettorato e libri a lui sono suonate un po’ bislacche, come a me quella dello studente che doveva andare dal dentista. Questa solitudine è dolorosa, capisci di non essere parte di niente, di essere superfluo o, come si dice in inglese, “disposable”. È anche bello però, entrare in classe e fare i tuoi programmi, leggere i testi che ti piacciono, parlare di ciò che ti appassiona, senza interferenze o controlli. È giusto così? Non ne sono molto certa, ma così è, finisci per cercare solo la tua piccola salvezza.

Oggi sto qui dietro la cattedra, sulla cattedra stanno una decina di verbali d’esame, tra vecchi e nuovi ordinamenti, svariati indirizzi e annualità, davanti a me un centinaio di ragazzi chini sulla loro prova. È un’aula lunga e scura, con tanti finestroni su un lato, ma davanti i palazzi ben più alti schermano la luce. Qui non insegno più, ma continuo a esaminare, devo esaurire il numero di appelli che mi competono, come da contratto. Un paio d’anni dopo quei lunedì in cui ho insegnato, forse, mi pagheranno.

Il portiere si affaccia dalla porta e fa: “Io devo chiude, professore’, quanto tempo ce vole ancora per fini’?” – “Non si preoccupi, è quasi finita” – “Non me può occupa’ l’aula fino a quest’ora, professore’, alle otto devo chiude: è la direttiva” – “Ho detto che ci manca pochissimo. Stiamo finendo.”

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Lettera aperta agli studenti che vogliono studiare

Care studentesse e cari studenti,

chi vi scrive è un gruppo di persone che qualche anno fa era sui banchi dell’Università, come voi adesso. Avevamo tantissima voglia di studiare e grande passione per le materie che studiavamo. Tanto che poi ci siamo laureati col massimo dei voti, e pochi giorni dopo la laurea – è successo a ciascuno di noi – il nostro relatore è venuto a dirci che valeva la pena che concorressimo per un dottorato o cercassimo comunque di restare in contatto con l’Università, perché forse avevamo la stoffa per diventare i professori di domani.

Ovviamente nessuno ha cercato di illuderci: tutti ci hanno detto fin dall’inizio che sarebbe stata dura e che non c’erano garanzie. L’unica via era quella di costruirci un curriculum solidissimo per poter affrontare un concorso (che, speravamo, forse negli anni sarebbe diventato un po’ più trasparente!) e magari vincerlo, guadagnando così il diritto di fare al meglio il lavoro che amiamo.

Così abbiamo iniziato a studiare, a fare ricerca, a partecipare ai convegni in Italia e all’estero, a pubblicare libri e articoli su riviste scientifiche, a fare esami agli studenti e tenere corsi. Il tutto, ovviamente, senza un contratto stabile, ma passando tra borse di studio temporanee di vario tipo, periodi di nessuna retribuzione, e altri lavori. In altre parole diventando quelli che vengono chiamati in vari modi: “ricercatori precari”, “accademici non strutturati”, eccetera. Lo siamo ancora adesso.

E sappiamo che voi ci conoscete, anche se – siccome siamo vestiti come i professori di ruolo – quasi certamente non vi siete mai accorti che siamo diversi. Tuttavia ci conoscete: dei professori che vi fanno lezione (e vi fanno gli esami!), siamo – spesso – circa uno su tre. Molti di voi vengono a parlare con noi durante l’orario di ricevimento; molti si fanno seguire da noi durante la tesi (anche se il relatore è un altro!); chi di voi va in biblioteca a sfogliare qualche rivista scientifica, spesso trova il nostro lavoro e il nostro nome. Quindi pensiamo che se voi amate studiare, forse amate anche un po’ il prodotto del nostro lavoro.

Ebbene, vogliamo dirvi che questa Università, che amate, tra pochi mesi potrebbe non esistere più.

Le varie misure del governo (tagli di bilancio, blocco del ricambio generazionale dei docenti, progetti di riforma ancora non svelati ma già anticipati dalla stampa) sembrano andare tutte nella stessa direzione: tagliare a caso tutto quanto possibile, ma soprattutto impedire ai giovani di entrare a pieno titolo nell’Università. Così si blocca il necessario ricambio generazionale; si blocca il progresso della ricerca; si sprecano risorse umane formate con grandi sforzi.

Il governo taglia 1,5 miliardi di euro dicendo che ci sono problemi di bilancio (tuttavia si sono trovati 3 miliardi per l’Alitalia, e 2 miliardi per tagliare l’Ici ai cittadini più ricchi). Il governo parla di “meritocrazia” (siamo noi a volerla! abbiamo ormai dei curricula lunghi chilometri!), ma ha bloccato tutti i progetti di riforma dei concorsi e di valutazione delle Università.

La conseguenza di tutto questo è semplice: se il nostro futuro improvvisamente svanisce, i sacrifici che affrontiamo tutti i giorni non hanno più senso. È per questo che, entro pochi mesi, è molto probabile che la maggior parte di noi abbandonerà l’Università. Verso altri paesi, o verso altri mestieri, non importa. Insomma, l’Università che conoscete non esisterà più. Vi ritroverete davanti docenti un po’ più anziani e meno motivati (o forse neolaureati privi di qualunque esperienza, o ancora improbabili “professionisti esterni”, reclutati al volo per tappare buchi). Trovare il professore a ricevimento sarà un po’ più difficile, e richiederà code interminabili (così come per gli esami). Lo stesso per ottenere una tesi, in cui poi inevitabilmente sarete seguiti con maggiori difficoltà. E il tutto, quasi certamente, con tasse universitarie molto più alte di adesso.

Insomma, vorremmo dirvi che, se veramente amate l’università e la vostra mente è libera (e non guidata da altri), è giunto anche per voi il momento di alzarsi in piedi per difenderla. Non è un invito di una parte politica: tra noi c’è gente di tutte le opinioni. Non è un invito alla protesta illegale: scegliete voi cosa fare, perché faccia rumore ma rispetti tutti. È però un invito a diventare protagonisti, a non subire l’aggressione di chi vi sta togliendo quello che amate. Informatevi; informate le vostre famiglie; scacciate le bugie che si stanno spandendo in quantità su chi protesta per l’Università; attivatevi e fate sentire la vostra voce. Forse non condividete i mezzi di chi sta già protestando, ma questo non è un motivo sufficiente per non condividerne i fini. Unitevi (e uniamoci), superando le diffidenze e le antipatie; trovate insieme nuove forme di protesta per tutti; insomma fate un po’ quello che volete.

Ma fatelo adesso, perché tra poco potrebbe già essere troppo tardi.

I ricercatori non strutturati del Polo delle Scienze Sociali di Firenze

* * *

30 anni, appassionati e dal futuro incerto

Il coordinamento dei diversamentestrutturati si è costituito a Milano per raccogliere e comunicare le istanze dei precari e delle precarie della ricerca, dottorandi e dottorande, assegnisti e assegniste, docenti a contratto degli atenei milanesi. Un universo sinora silente e poco conosciuto dalla società civile, ma che di fatto è al cuore del funzionamento dell’istituzione universitaria, anima vitale della ricerca e sostegno cruciale alla didattica.

Fanno ricerca, lezioni, ricevimenti e commissioni di esame, prendendo al massimo 1000 euro al mese e soltanto a tempo drammaticamente limitato. Hanno più o meno trent’anni, il loro quotidiano è appassionato ma instabile e il futuro una parola decisamente grossa. Quasi impronunciabile, almeno sino a qualche settimana fa. Da giorni, infatti, è emersa finalmente la forza di trovarsi, di conoscersi e unirsi tutti nello stesso malessere e nella stessa voglia di cercare il cambiamento, di costituirne parte attiva.

I recenti provvedimenti dei Ministri Tremonti e Gelmini hanno colpito pesantemente la sensibilità di questi giovani studiosi, che si vedono minacciati nella loro stessa sopravvivenza dai drastici tagli dei fondi di finanziamento ordinario alle università, dal blocco del turn-over e dalla prospettiva di una trasformazione delle istituzioni universitarie in fondazioni private. Questi sono, infatti, i tre principali aspetti della legge 133 riguardanti l’Università, macroscopici nella loro gravità e introdotti per silenziosa decretazione estiva.

L’università attuale non è però ciò che noi difendiamo. Siamo consapevoli della sue storture, che producono conformismo nella ricerca e strozzatura delle oppurtunità, in primo luogo proprio per noi. Nonostante la nostra contrarietà ad ogni ipotesi di riforma dell’università in senso aziendalistico (il sapere non è una merce, e smette di essere libero nel momento stesso in cui diventa tale), noi siamo per una riforma radicale del sistema dei concorsi, per una reale autonomia della nostra fascia da dipendenze personali e clientele, da perseguire attraverso la possibilità di richiedere finanziamenti per la ricerca senza il supporto di docenti strutturati, e per una nostra reale e piena partecipazione agli organismi di governo delle università.

I diversamentestrutturati si riuniscono e partecipano attivamente alla protesta studentesca di queste settimane, proponendo iniziative aperte alla cittadinanza, per far conoscere il mondo dell’università all’esterno delle sue mura spesso troppo anguste e per chiedere il sostegno della società civile ad un movimento che tocca le corde più profonde di un Paese democratico: l’istruzione pubblica, la ricerca libera e qualificata, il ricambio generazionale e quindi il futuro di giovani che chiedono di uscire dalla prospettiva totalizzante e avvilente del precariato. Dalle lezioni in piazza, nuova modalità di protesta eletta dai manifestanti a simbolo di un abbraccio con la società e la città, gli sforzi elaborativi e creativi del coordinamento si concentreranno in queste prossime giornate in altre iniziative importanti, in attesa della grande manifestazione del 14 a Roma.

I ricercatori diversamentestrutturati di Milano

* * *

Dati sull’università.

Editoriale di Nature sull’università e la ricerca in Italia.

Esempi di disinformazione qui.

Intervista a due ricercatori.

Ricercatori: retribuzioni in Italia e in Europa.

Ma è proprio vero che negli Usa la ricerca è essenzialmente finanziata da privati? Vedi qui.

Dall’università: stipendi a rischio nel 2010.

Dalla rete: di ricercatori si parla anche qui e qui.

Elaborazione di proposte per una riforma dell’università qui.

Sugli studenti qui e qui.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Le leggi contestate: dl 137, dl 133, mozione Cota.

Un appuntamento da seguire qui.

7 pensieri su “Viva la scuola. “Il futuro è di chi lo ricerca”

  1. Una bella testimonianza, che fa pensare, Renata.
    Un saluto a Giorgio i cui post sulla scuola fanno capire qualcosa anche a chi ormai da tanto ne è lontano.

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  2. Pingback: Contro il decreto della Gelmini e i tagli alle università « RETROGUARDIA 2.0- Il testo letterario

  3. Grazie a Francesco, Sandro e Nadia.

    Mi dispiace che si parli di scuola soprattutto parlando di numeri, tagli e stipendi, ma mi pare richiesto in questo momento da necessità di informasione.

    I numeri che mi piacerebbe leggere sarebbero altri: classi con piccoli gruppi che consentissero un lavoro sereno e l’attenzione di tutti per tutti uno per uno, investimenti nella scuola e nella ricerca secondo le necessità, tagli ai privilegi…

    Scioperi e proteste comunque hanno l’effetto di porre l’attenzione sulla scuola, nonché di accelerare riflessioni di insegnanti e studenti. Anche l’esperienza delle lezioni in piazza è un’occasione di ripensamento sull’istituzione, il suo rapporto con la città, il sapere: cosa insegnare e come.

    Spero che presto si possa parlare anche di questo, nella prospettiva di una scuola che si rinnovi soprattutto da se stessa, nel vivo della pratica di tutti i giorni.

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  4. Quando ebbi un contratto da para-sub ordinato ( e greco e latino nei prefissi mi lasciò perplessa) per 100 ore di didattica integrativa, con regolare concorso vinto da dottoranda di ricerca, mi mandarono a fare uno sfratto, come diciamo a napoli, ovvero a ripulire una stanza piena di oggetti, libri, faldoni, testi, test, roba comprata eppoi sprecata…ripulii tutto, passai alla biblioteca, la bellissima sala degli specchi dell’Orientale di Napoli, piena dei libri su cui avevo studiato per ore, per anni. Ripulii anche quella, con guanto e pezze, col mio contratto da para-sub ordinato alla didattica integrativa.
    Avrei voluto parlare di scultura antica, etrusca, di semantica della visione e dei suoi limiti, della plastica e dei problemi di produzione delle classi di materiale, dell’estetica di Benedetto Croce che confluiva negli scritti del Bandinelli, più di quanto Ranuccio Bianchi Bandinelli sapesse…100 ore che volevo passare ad insegnare la visione dell’antico, prima dell’antico stesso, i tempi della percezione dell’arte antica e dell’archeologia in un mondo che corre e non può capire come si legge un fregio, poniamo del tempio di Hera Argiva alle foci del Sele, venendoci innanzi a piedi. Degli artifici messi in atto per la visione degli scalpellini, dei loro stilemi visivi ed iconografici, del loro mondo… avevo studiato per questo, averi dovuto studiare ancora una vita per questo. Curo oggi il blog dell’ANA ( ass. nazionale archeologi, http://www.direzione-anablog.spaces.live.com ) dopo essere stata sfruttata sui cantieri in nero…sono stata in questi giorni nella biblioteca, con la chiave che era mia di diritto perchè da dottoranda avrei potuto entrare anche dopo l’orario canonico. Ho passato sere, con Salvatore che faceva le pulizie e mi diceva: dottorè, siete l’unica umana qua dentro. E intanto cercavo di risolvere perchè l’antropomorfismo era un problema formale sentito in una determinata regione, in una determinata forma d’arte, in un determinato momento storico.
    A cosa serve Salvatore quello che io facevo in quelle sere? Dove andrà la soluzione di quesiti che insegnano l’amore e il rispetto per le cose antiche, per la memoria, per la propria terra, per i giovani che non sanno vedere e per quelli che vogliono vedere?
    Così, all’ultima riunione di dottorato ho detto che la farsa era finita, sotto le finestre gli scioperi imperavano, ma non non erano quelli a farla finita, ma un sistema al collasso. I vecchi professori tutti ultrasessantenni tranne un unico ricercatore, se ne infischiavano.
    I loro stipendi, io li ho pagati col mio futuro.
    Un impoverimento generale, baratro e il caos.
    Pane e giochi ci attendono.
    E la storia che ho tanto amato mi ha insegnato a vedere.No, non mi sono sentita umiliata nel ripulire quella stanza e la biblioteca; il patrimonio di diapositive che ho salvato, la pulizia che ho fatto serviranno a qualcuno.
    rdp ,dottore di ricerca, laureata 110 e lode,etruscologa.
    CATA-PARA-SUB-ORDINATA (e subordinato nun è).

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  5. Rdp, la tua passione, pur nella particolarità della tua esperienza, è in sintonia con quella di quasi tutti i ricercatori, anche di quelli i cui documenti sono stati presentati in questo post.

    Quanto via via viene pubblicato dai giornali conferma questo quadro:

    http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/politica/paese-sbloccare/finti-concorsi/finti-concorsi.html

    mentre abbiamo esempi a iosa su cosa voglia dire in Italia appaltare servizi a privati:

    http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/mense-rischi/mense-rischi/mense-rischi.html

    (a proposito della trasformazione delle scuole in fondazioni progettata dal governo).

    Mi pare che mai come in questi giorni la situazione della ricerca in Italia sia stata messa in primo piano, e non da facinorosi ma da chi l’ha maggiormente a cuore. C’è da augurarsi che la mobilitazione prosegua oltre il contentino del governo, il rimando di un anno di alcuni tagli. E che sappia esprimere, come già da più parti si sta facendo, anche pratiche, strutture nuove e proposte da cui ripartire – o forse sarebbe meglio dire “partire”.

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