Una camicia nuova di zecca – di Ivano MUGNAINI

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(Emilio Merlina, Truth, 2007)

Ivano Mugnaini – Una camicia nuova di zecca

     Quando, nel bel mezzo del bar affollato, l’uomo in camicia a scacchi gialli e viola sbraitò al suo amico con faccia truce: “Ho ammazzato cinque vacche la settimana passata!”, Giacomo Berilli, psicologo della Cattolica, rifletté sul fatto che il contadino ruspante si disinteressava totalmente della sensibilità altrui. Giannina Picchi, maestra elementare, corresse mentalmente la frase con una matita blu: osservò che avrebbe potuto usare “ucciso” al posto di “ammazzato”, “mucche” al posto di “vacche”, e, a voler essere pignoli, “la settimana scorsa” invece di “passata”. La bionda del bar, Giulia Patroni, si limitò a dirsi che se uno aveva le palle per pronunciare una frase del genere facendosi sentire da tutti, doveva possedere, appunto, gli attributi. Proporzionati. E si passò la lingua sulle labbra, mentre l’acquolina le scendeva lenta sul mento. Solo Federico Tantali rifletté su un particolare: le vacche a cui l’elegantone aveva fatto riferimento avrebbero potuto non essere quieti bovini.
     Tantali era un frequentatore assiduo del bar. Questo è tutto ciò che è dato di sapere di lui. Inutile provare a fare congetture sulla sua età, la professione, la condizione sociale. Inutile chiedere agli altri avventori. Non per mancanza di ipotesi al riguardo, piuttosto, al contrario, per sovrabbondanza. Per qualcuno era un perdigiorno sempre mezzo addormentato. Stordito di natura, senza neppure bisogno di aiutarsi con una serie prolungata di whisky. Per altri era una specie di “indiano metropolitano”, lo sciamano della Bovisa. Uno che capiva le cose prima e meglio, senza però poter fare nulla per evitare che accadessero. C’era infine chi era convinto che fosse un poco di buono. Un delinquente di mezza tacca che se ne stava lì, su quella sedia, fermo e zitto, per passare inosservato. Un camaleonte che si accontentava del poco sole filtrato a stento dalle finestre e sfuggiva ai predatori naturali camuffandosi con i manifesti pubblicitari appesi alle pareti. A metà strada tra un baffuto bevitore di birra e un assorto degustatore di baci al cioccolato.
     Rimasero a bocca aperta, i frequentatori del locale, quando, quella mattina, videro Tantali alzarsi di scatto e mettersi sulle tracce dell’uomo dalla camicia gialla e viola. Non ricordavano di averlo mai visto balzare in piedi così rapidamente. Per la verità i più non ricordavano di averlo mai visto in piedi. Eppure lo fece. Appena il presunto contadino-macellaio aprì la porta ed uscì, Tantali lo imitò. Si catapultò fuori senza guardare e senza salutare nessuno. Come se fosse stata la cosa più normale del mondo. Si accostarono tutti alla finestra, timorosi e divertiti. Più timorosi che divertiti, a dire il vero. Alcuni scommisero che avrebbe fatto il giro dell’isolato poi sarebbe tornato sulla sua sedia accanto ai poster. Altri dissero che no, non sembrava, non era così. Giurarono a loro stessi e agli altri che Federico Tantali, vai a capire come e perché, quella volta era partito, era andato.
     Lo raggiunse all’altezza di via Piave. Lo bloccò, stravolto, ansimante. L’uomo dalla camicia a scacchi si lasciò fermare, ma guardò Federico con un’espressione di impazienza così feroce che il poster vivente capì di avere a disposizione un paio di secondi, non uno di più, per fornire una spiegazione assolutamente plausibile. Meglio così, pensò. Ciò gli avrebbe dato il coraggio di venire subito al punto.
     “Non sono un poliziotto e non me ne frega niente di ciò che hai fatto – sparò in una sola emissione di fiato. Sono solo uno che ascolta la gente. Quando ti ho sentito parlare con il tuo amico poco fa, al bar, ho capito che sei un serial-killer. L’ho capita, e basta. Basta a me. Questo è l’importante. Non voglio nulla da te, se non una minuscola prova, un gesto di cortesia. Per te sarà una piccolezza, un caffè offerto a uno sconosciuto. Per me invece il liquido denso delle tue parole sarà prezioso. Mi darà forza, vita. Ti chiedo soltanto di farmi capire che ho colto nel segno, che ho saputo vedere al di là della superficie, scoprendo la faccia vera della realtà. So che sei un assassino. Dimmelo. Non avrai bisogno di discorsi lunghi e complicati. Mi basterà una sillaba, o un gesto del capo rapido come un colpo di pistola”.
     Gli occhi e la bocca che Federico osservava con attenzione maniacale rimasero immobili, inespressivi, per interminabili secondi. Poi si spalancarono in un riso gracchiato, risucchiato, risucchiante.
     “Ah! Ho capito! Parli delle vacche! Eh no, caro mio, non ci siamo. Vorrei accontentarti ma non posso. Vengo dalla Val Taleggio e allevo bovini. Ho fatto sempre e solo quello. Ogni tanto le ammazzo, sì, le vacche, per vendere la carne. In quel senso lì sono un serial-killer, come dici te. Ammazzo le vacche per lavoro. Ma le mie sono vacche vere, bestia d’un bestia, con tanto di coda, muggiti e quintali di… beh, ci siamo capiti, quella roba che spargono sui prati e che non somiglia certo al profumo di lavanda. Mi dispiace. Io il caffè te lo vorrei offrire volentieri, ma non posso. Non è per cattiveria, credimi. Non è per cattiveria”.
     L’espressione di Federico si spense. Gli occhi si fecero scialbi come una birra lasciata esalare, la faccia si solcò di rughe grottesche: un bacio al cioccolato succhiato da un sole aspro. Riuscì a reagire, Federico, solo nell’attimo in cui, lentamente, allargando più volte le braccia, l’uomo accennò ad allontanarsi. Lo afferrò e lo implorò di seguirlo. Quando furono in un vicoletto deserto, gli parlò di nuovo, la voce prossima al pianto.
“Se sei in grado di ammazzare le vacche senza battere ciglio, puoi farlo anche con un uomo. Anzi, sarà più facile per te. Ti prometto che non aprirò bocca nell’istante in cui mi uccidi. Verrò con te su nella tua valle. Là potrai eliminare il mio cadavere con tutta calma e facilità. So che ci sono grotte profonde lassù, lontane da occhi indiscreti. Ti prego, dammi una mano. Per te sarà una faccenda di un momento. Per me sarà la salvezza. Mi hai dato la conferma definitiva: non valgo nulla. Ascolto la gente, è tutto quello che faccio, a giornate intere, da anni. Ma quanto a capire, sono a milioni di chilometri dal traguardo. Non so fare un solo passo in direzione del mistero. Aiutami, ti scongiuro. Il tuo non sarà un omicidio. Sarà un atto di pietà”.
     L’uomo con la camicia gialla e viola guardò Federico intensamente. Incerto, combattuto. Un angolo della bocca gli si contrasse fulmineo. Fece cenno di sì. Invitò Federico a seguirlo fino alla macchina.
     Mentre guidava verso la sua valle, l’uomo muoveva rapide le dita sui minuscoli pomelli dell’orologio elettronico dell’auto. Modificava i numeri, trasformando un diciotto in un diciannove. Se Federico fosse stato lucido avrebbe trovato strano quel gesto. Erano le undici del mattino. E quello più che un orologio sembrava un contatore. Le cifre dei minuti erano fisse sullo zero, quelle delle ore cambiavano, una per volta, solo quando il montanaro, con faccia compiaciuta, le aggiornava. Ma a Federico in quel momento dell’ora, del tempo, degli aggeggi elettronici, non fregava più nulla. Sperava solo di arrivare a destinazione prima possibile. Il guidatore però non aveva fretta. Si godeva il viaggio, curva dopo curva. Rifletteva, tra sé e sé, sulla bontà del suo metodo. In quasi tutti i bar cittadini c’è un uomo che ascolta le voci e si vanta di comprendere. Basta gettare l’amo di una mezza verità per catturare la sua menzogna. Mettendo a nudo un vuoto divorante. Spezzando l’orgoglio si spezzano le difese. E i pesci, boccheggiando, divorano l’esca.  Federico sarebbe stato il diciannovesimo. Gran bel numero. L’avrebbe ammazzato senza farlo soffrire, in modo professionale. Un lavoro ben fatto, nesuna sbavatura. Poi l’avrebbe gettato nel fosso più profondo della vecchia miniera, assieme agli altri. Un posto frequentato solo dai pipistrelli. Un lavoro a regola d’arte, si ripeteva l’uomo osservando la bellezza delle sue vallate. Gli venne da sorridere quando immaginò come lo avrebbe definito Federico, se avesse potuto parlargliene. Avrebbe detto che si trattava di un’attività di elevata utilità sociale: liberava le strade da uomini privi di valore e di sostanza. Era una specie di raccolta differenziata. Inoltre, particolare non certo secondario, erano gli stessi uomini vuoti che chiedevano di essere tolti di mezzo. Oltre che un operatore ecologico l’abitatore delle valli si vedeva anche nei panni di un assistente sociale.
     Avrebbe eliminato Federico quella sera dopo cena. Con efficienza, ed anche con una certa dose di simpatia. Il mattino dopo, a cuor leggero e con la coscienza candida, sarebbe andato a messa. Operando solo una piccola modifica. Avrebbe lasciato a casa la camicia gialla e viola, sostituendola con una nuova di zecca, lucente, profumata di lavanda.

***

14 pensieri su “Una camicia nuova di zecca – di Ivano MUGNAINI

  1. Bello ma inverosimile; dunque, vero?
    Anche se spiace dirlo, quella che ci è andata più vicino è stata la Patroni Giulia, professione bionda del bar, altro che Cassandra.
    Adesso vado a fare il bucato, ciao,
    Roberto

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  2. manca solo la musica di Sergio Leone…
    solo i duri chiamano per nome le cose.
    questa però me la studio:
    Basta gettare l’amo di una mezza verità per catturare la sua menzogna.

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  3. In un realismo quasi assurdo, si muovono personaggi dai tratti particolari. L’acutezza delle annotazioni psicologiche ci avvicina ad un mondo forse passato, ma che si colloca in un contesto che diviene ancora credibile. Il significato simbolico coinvolge e ci fa capire che “basta gettare l’amo…”.
    Prosa agile, “folgorante”, godibilissima, ben adeguata ai personaggi, che fissa perfettamente, come ben caratterizza la trama
    Gian Gabriele Benedetti

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  4. Ciao, Ivano. Vedo che hai avuto il commento del bravissimo Gian Gabriele Benedetti. Commento che condivido. Invito i lettori di LPELS che ti apprezzano a seguirti anche sulla Rivista d’arte Parliamone (www.rivistaparliamone.it) Qui a destra trovate il link.

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  5. Bravo come sempre Ivano. Pochi sanno scrivere racconti così interessanti e densi. Complimenti
    lucetta frisa

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  6. Raccondo denso fino a dipingere un muro di materia verbale liscio di sensazioni, impatti, sguardi vuoti bucati da altri penetranti, feroci ma non crudeli. Condivido l’annotazione di Benedetti quando parla una prosa folgorante, che a mio avviso trova nella sua brevità essenziale la misura adatta della pallottola che bucherà la nuca di Federico (così come si fa con le vacche appunto). Bravo Ivano.
    un caro saluto
    Luca Benassi

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  7. Bello, Ivano!
    L’asse Celati_Delfini, ma molti altri si possono pensare, sta per caso nel tuo cuore?
    Domande così, senza altro
    scopo che dialogare..

    Maria Pia Q.

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  8. Intanto grazie a tutti quanti (lettori e autori validi, tra l’altro)hanno letto e commentato finora questo mio racconto un po’ sui generis, crudo nella sostanza e in parte nella forma. L’intento era quello di mettere in evidenza alcuni corti circuiti del senso e del destino, del falso e del vero. In quest’ottica ho trovato consono il riferimento di Roberto che osserva quanto apparentemente inverosimile sia la vicenda, per poi chiedersi se proprio questa sua natura non la rende reale, o almeno possibile. Sempre in quest’ottica è calzante anche il riferimento di Maria Pia: un’influenza, seppure indiretta, con gli autori che nomina, a livello di atmosfera se non di contenuto, può esserci; e, in tal caso, ne sarei lieto. A tutti gli altri amici, Carla, Gian Gabriele, Bartolomeo, Lucetta e Luca,non posso che dire grazie per il loro graditissimo apprezzamento. Ciao a tutti, in bocca al lupo per tutto, e a presto rileggerci, Ivano

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  9. Caro Ivano, ho letto con interesse il tuo bel racconto. Condivido pienamente quanto è stato scritto dai precedenti lettori, in particolare da Gian Gabriele Benedetti. Ho comunque trovato molto interessante la resa formale del racconto: godibile, scattante e di alta leggibilità, vuoi anche in virtù della abile costruzione dei periodi basati non di rado sulla cordinazione di frasi svelte, spezzettate che danno bene il senso della velocità, della tensione verso l’acme della storia. Molto efficace e interessante anche l’uso del discorso diretto. Altrettanto il finale. Per esempio, ho molto apprezzato la chiusa del racconto quando fai riferimento alla camicia “nuova di zecca, lucente, profumata di lavanda” di Federico, dove appunto “lavanda” richiama ironicamente e straniantemente la precedente “roba che spargono sui prati” le vacche.
    Complimenti e un caro saluto. Daniele S.

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  10. Caro Ivano, concordo anch’io con i commenti precedenti. Il racconto nella sua brevità funziona perfettamente e ciò è cosa rara. Mi ha fatto riflettere sull’ambiguità del reale e sull’incompiutezza della nostra identità, sospesa tra noi stessi e gli altri…
    Un caro saluto

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  11. “…Era una specie di raccolta differenziata.”
    Un’ironia irrefrenabile,uno scatto filosofico sul vuoto surreale dell’oggi fanno di questo racconto un paradigma attuale dell’umano.E’ nel pozzo surreale dei 19 cadaveri suicidati da Federico che Ivano pesca una verità profondissima:si è nessuno se non si è riconosciuti, se non si riesce a staccarsi “dal poster”.
    Magistrale,Ivano,chapeau.
    Annamaria Ferramosca

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  12. Grazie per i commenti e l’apprezzamento.
    Ivano Mugnaini sa coltivare come pochi la difficile arte del racconto breve: l’unica che, a mio modo di vedere, dia con immediatezza la misura esatta delle “capacità” espressive e dello stile di un narratore.

    fm

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  13. Caro Ivano, hai inciso la storia di “Una camicia nuova di zecca”, con la punta di un coltello sul foglio, parola dopo parola, in un gioco ambiguo di sguardi e storie, gente comune e peculiare. La folla del bar si contrappone all’unicità del serial Killer, con la freddezza lucida e agghiacciante di chi usa la penna magistralmente, tracciando lo spessore dei caratteri, diffondendo la traccia degli odori e perimetrando la struttura narrativa di un racconto breve, quale questo, ottimamente riuscito. Un’avventura ai confini della coscienza. Bravo, Ivano. Rossella Luongo

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