Reliquiario d’ombre – di Melquíades Fermín HERRERA

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(Ritratto di Melquíades Fermín Herrera, eseguito da Moebius in stato di trance.)

Ricevo dal Professor Lazzaro Visconti questi “frammenti“, attribuibili sicuramente a Melquíades Fermín Herrera. Si tratta, a suo dire, di testi preparatori antecedenti la stesura del poema sacro Sobre el margen del otro. Il noto studioso sta ultimando sull’argomento un saggio che sarà presto presentato alla comunità scientifica e letteraria internazionale. Noi speriamo che ciò possa avvenire in concomitanza con l’uscita dell’edizione italiana dell’opera di Herrera, già annunciata col titolo Sull’orlo d’altro.
Per ulteriori ragguagli sulla figura del misterioso vate macondiano si rimanda qui. E che i doni di Melquíades siano sempre con voi.

 

     Reliquiario d’ombre

               La memoria delle parole
               è legata alle ombre sulla carta.

               La luce è nell’assenza che leggi.

 

1.

Altrove.

Tra innumerevoli luoghi
di velato senso.

Un faro alla prua
in quelle acque
che sentono l’erranza.

L’andare
intentato dalla quiete.

 

2.

Età remote
appassite nei fondali.

Riemergono
come fossili albali
da maree d’inchiostro.

Verbi dissonanti
dell’oltre
nei cui chiarori
sfiorisce ogni alfabeto
conosciuto.

Archeologia di voci
inavvertite.

 

3.

La mano
tra le derive del foglio
è una vela crepitante
di febbre.

Deserti arborati
di lampi
s’incrociano
nella sua orbita
di luna migrante.

Aperta a regni
insensibili
alla parola

la pagina compiuta
dalle sabbie
del silenzio.

 

4.

Conservare nel palmo
frammenti d’uragano.

Corpi di pietra
e febbre
contratti sull’orlo
deserto
della riva.

Riscoprirsi ombra
dove il sole
insiste
incantato dal rovescio
di uno specchio.

Silenziose grida
di giorni naufragati
alle spalle.

Fuliggine di sguardi
su rotte immemori
di esilio.

 

5.

Un lampo si propaga
traversando spazi
ciechi
fino alla pietra
dove matura un sogno.

Fino all’ombra
solitaria
di una stella
cui trema nello sguardo
il respiro
che apre portali
senza voce.

Pupilla
di brezze istoriate
da cui la primavera
assorbe fiamma
e linfa.

 

6.

Davanti a fuochi
d’inchiostro
le mani si velano
di brina.

La voce recede
in assorti silenzi
d’incompiuto.

Appena un bruire
di luci
saline
nella cenere smossa
del ricordo.

 

7.

Alfabeti illividiti
assediati dal furore
della notte.

Erba che trabocca
dalle ferite della terra.

La polvere
conserva tracce
di grida sconosciute.

Forme
pietrificate
nello spazio finito
dello sguardo.

 

8.

La goccia
che vigila
sul ramo
è soglia
a cui si accede
a lume
di mistero.

Acqua
che rende
alle foglie
la cifra
del suo essere
linfa
e
destino.

 

9.

Nati dalle ceneri
di un volo
osserviamo transiti
di aurore
dalle grate vocali
di giardini murati.

Portiamo in bocca
le nostre candele
accese.

Nelle mani
ali recise
senza cielo.

 

10.

Desti a lumi d’oasi
scorre sabbia
dalle nostre voci.

L’alfabeto delle notti
non si misura
con gli anni.

Ha fissi accenti
di stella
che il vento disperde

rovistando
la dimessa
luce
alle sue spalle.

 

11.

Fontane d’alba.

Breviario di voci
per il giorno.

Labbra placate
nei cui recinti
pagine e
parole
vengono allevate.

Custodirà la notte
la preghiera
segreta
che ci invitò a venire.

A farci scie
di ghiaia
in terre di diluvio.

 

12.

Nei dipinti di Altamira
dormono tutti i sogni
degli umani.

Sotto altre spoglie
assediavamo felci
per farne dimore

cristalli
senza luce.

Fiori siamo stati.
Di granito.

Fango e poi aria
migrammo dal paese
delle fonti.

 

13.

Trascina il vento
cicatrici d’eco
per colmare di suoni
l’agonia di un fiore.

Tra steli arsi
dal fuoco delle origini
noi viviamo.

Appartiene alle madri
il sogno di un’iride
che imbianca
le rovine
col grido inudibile
del sole.

 

14.

Calici di fumo
che nella notte
divampano.

Residui
di cometa.

L’ombra
stilla resine
di luce
sulle piaghe
del giorno.

 

15.

Manciate di cielo
gonfiano la lingua.

L’orizzonte è un bianco
carico di stelle.

Quali parole
per dire la nostalgia
di quel confine.

Fossimo solo voci
saremmo in armonia
con ogni luogo.

Un solo essere.

Vivi e morti insieme.

 

16.

Sull’onda
accimata
dei grani
si leva
la fiamma
millenaria
della luna.

Resta
sepolta
dalle spighe
la musica
del paese
natale.

 

17.

Non sei tu a disegnare
con gli occhi
la mappa segreta
di un fiume.

A dire il silenzio
che orienta le stelle
su rotte di zodiaco.

Gli occhi e la bocca
sognano
l’immutabile.

A noi spetta solo acqua
immobile di stagno.
Specchio
dove naufragano
alfabeti illuni.

Un velo di sillabe
dipinte
per le sorgenti del cuore.

 

18.

Il paese dell’alba
ha la vastità
indicibile
di un cielo autunnale
dilatato dal migrare
delle rondini.

Novembre
è tempo
di ali nere a frotte
che accendono fuochi
di silenzio
nel fogliame muto.

E’ terra d’angeli
incatenati
che il desiderio del volo
scioglie da un labirinto
di pupille.

 

19.

Crepuscolo.

Migrazioni segnate
dalla luce
che incorona
gli alberi.

Una marea
di gemme future
che implora
al tempo muto
l’omaggio della brina.

Una breve eternità
di fiamma e neve.

L’autunno lo incontri
nel graffio di stupore
che indaga
tra metrica e silenzio
il bianco dell’ultima
pagina.

Segnavento
alle prime folate
della notte.

 

20.

L’infanzia
si effigia nella mano
i cristalli d’ombra
di ogni luce
franata.

Prismi
di stupiti azzurri
da quella cenere
ghiaccia
che schiude occhi
di lampo
alle sorgenti.

Epifania di rose
intangibili
nel ciclico evento
dell’alba
evasa
dalla sua stessa morte.

 

***

3 pensieri su “Reliquiario d’ombre – di Melquíades Fermín HERRERA

  1. A volte qualcosa, pensata intensamente, capita che accada.
    Proprio ieri sera rileggevo La terza riva chiedendomi quando avrei avuto l’opportunità li leggere ancora testi di Herrera. Ed eccoli, davanti ai miei occhi per ribadire un sogno di parole che si librano in alto per poi trovare rifugio nella profondità dell’anima.

    Caro Francesco, ma lo sa Herrera che il suo fluido di magica bellezza può ipnotizzare senza possibilità di recupero?

    Potrei citare qualche numero come il 6 o il 9, il 13, senza far torto agli altri, ma riporto questi che mi si sono conficcati nel cuore

    “Fossimo solo voci/saremmo in armonia/con ogni luogo./ Un solo essere. / Vivi e morti insieme.”

    un carissimo abbraccio
    jolanda

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  2. Finalmente è tornato! Sentivamo la mancanza di colui che in fondo non se ne era mai andato, dell’errante – presente ed ad un tempo assente.
    E’ incredibile (o no?) come il confine tra simulazione e verità sia minimo.
    Cavolo … ma stavolta il professore ha lavorato tantissimo! …Ha colto fior da fiore?

    "Mi piace"

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