Salva con nome

turchia-agosto-2007-032

Partendo per una vacanza all’estero, tempo fa acquistai dal giornalaio dell’aeroporto un libretto con delle storielle di logica dei paradossi. Credo fossero due giovani professori universitari italiani in America, gli autori del libro. Uno di questi racconti aveva come protagonista una donna di mezza età di nome Norma, che con grande insistenza veniva disturbata telefonicamente per dei sondaggi di vario tipo: le sue preferenze politiche, o in fatto di automobili, detersivi e quant’altro. Un giorno si stufa e chiede al sondaggista perché proprio lei, e questi risponde che lei è l’unica a essere interpellata, dal momento che si sono resi conto che i suoi gusti incarnano alla perfezione quelli dell’americano medio. Per es: sapere da lei chi voterà fra Mc Cain e Obama significa conoscere subito chi vincerà le elezioni. Norma si arrabbia, protesta, dice che non è vero, che lei si sente unica e irripetibile, altro che ipostasi dell’americano medio, e il sondaggista replica: “appunto”, ossia proprio come avrebbe reagito l’uomo qualunque.

 Il nome di Norma non è scelto a caso, rappresenta la medietà, qualcosa di generale valido per tutti. All’opposto di Norma sta invece la rivendicazione di anonimato di Walter Siti in Troppi paradisi (“Mi chiamo Walter Siti, come tutti”), che si dichiara “campione di mediocrità” perché le sue “reazioni sono standard”, la sua “diversità è di massa”, come recita il celebre incipit che ricalca quello dell’autobiografia di Érik Satie ( “Je m’appelle Érik Satie, comme tout le monde”). In effetti è solo l’anonimo colui che può rappresentare le moltitudini, vedi il caso del Monumento al Milite Ignoto, o Ulisse che si fa chiamare Nessuno. Ciononostante, l’insana passione del nome, riassunta magistralmente nel chiasmo allitterativo dell’Ecclesiaste (7,1), che recita: ”tov shem misshemén tov”, vale a dire “buono è il nome più del più buon profumo, è dura a morire.

 I muri delle nostre città sono imbrattati da tagger che ripetono ossessivamente un nome fittizio, scelto in contrapposizione a quello che abbiamo ereditato. E le discussioni sul nome dei figli precedono il concepimento, nella ricerca di un’individualità che spesso e inconsapevolmente segue con fedeltà la moda onomastica imperante. Una coppia di miei amici si è sorpresa, portando la figlia Emma all’asilo nido, del fatto che quel nome è molto diffuso, evidentemente ignorando che lo spirito del tempo predilige proprio questo minimalismo nominalistico, i nomi brevi e semplici che sanno del buon tempo andato.

 Cosa c’è dietro tutto questo? Forse la superstizione del nomen omen, e quindi l’affannosa ricerca di salvare il nascituro dalla maledizione dell’anonimato attribuendogli un destino singolare sin dall’appellativo, o forse la volontà di fargli intercettare quella pienezza di vita che a noi fu preclusa sin dal primo giorno per uno sbaglio onomastico, come scrive Kafka nei suoi diari (“se la chiami col nome giusto, la vita viene”).

 In politica il nome è un campo di battaglia, il riconoscimento pubblico parte da lì. Emilio Fede storpia deliberatamente quello degli avversari (tipo i leader no global ribattezzati Agnolotto e Casereccio invece di Agnoletto e Casarin) per denigrarli, mentre Veltroni lo tace, e per tutta la campagna elettorale chiama Berlusconiil principale esponente dello schieramento a noi avverso”. In arte, ossia nel luogo d’elezione dell’ego tolemaico, la firma è il certificato di validazione dell’opera. Per le epoche in cui non si era soliti firmare un quadro o una scultura, diciamo fino al XVII sec., diventa necessario l’expertise di uno storico dell’arte che individui con ragionevole certezza la paternità dell’opera, e questo ne accrescerà il suo valore sul mercato. Esistono molte credenze dell’ebanista di Parabiago Giuseppe Maggiolini, ma la presenza della firma su una di queste fa sì che il suo prezzo salga anche di dieci volte rispetto a una che ne è priva. A tutto bisogna attribuire un nome, e agli anonimi uno ancora più lungo del normale (vedi per es. “Il Maestro dell’annuncio ai pastori”).

 Fra i pochi artisti che rifiutarono deliberatamente di firmare un’opera perché non se ne ritenevano degni spicca il caso di Ercole De Maria, soprannonimato il Bartleby del 600, il Celestino V della pittura. La sua fama postuma è il frutto di un anonimato artistico accanitamente perseguito come scelta di discrezione e professione di umiltà. Allievo di Guido Reni e copista nella sua bottega bolognese, fu incaricato dal maestro di accompagnare una sua tela a Roma presso il pontefice Barberini. L’apprezzamento per le sue opere derivative fu tale da ispirare una piena fiducia in ambito papale, e gli venne così commissionato un quadro nuovo di zecca, una gigantesca pala d’altare addirittura per San Pietro. Ercole declinò l’offerta dichiarando di non considerarsi “un inventore”.

 Questo anonimato intenzionale per Borges esprime una sorta di panteismo estetico, secondo il quale l’arte è una vasta creazione anonima, e l’autore è soltanto l’incarnazione fortuita di uno Spirito atemporale e impersonale, capace di ispirare il più bello dei quadri al più mediocre dei pittori e viceversa. Gerard Genette chiosa questo brano famoso avvertendo che “questa visione della letteratura come uno spazio omogeneo e reversibile in cui le caratteristiche individuali non hanno corso può apparire agli spiriti positivi come una semplice fantasia”, tuttavia ci invita a “vedervi un mito, nel senso forte della parola, un voto profondo del pensiero. Borges stesso suggerisce due possibili livelli di interpretazione: la versione estrema, o panteista, per la quale un solo spirito abita l’apparente pluralità delle opere; e l’altra lezione è l’idea classica che regnò incontrastata fino agli inizi del secolo XIX, secondo la quale la pluralità degli autori, semplicemente, non merita alcuna considerazione: perché se Omero era cieco, la sua opera non ne reca traccia”.

 L’anonimato è uno spazio di libertà, il massimo lusso che ci possiamo concedere, così afferma lo stilista Romeo Gigli, che ha “venduto il suo nome” a un’altra griffe della moda che ora produce abiti col marchio “Romeo Gigli”, a lui definitivamente precluso. Patrizia Calefato, autrice del bel saggio sul tema dell’identità intitolato Che nome sei?, evidenzia una curiosa similitudine tra gli abiti e i nomi propri, asserendo che entrambi ci individuano entro la moltitudine e allo stesso tempo ci aderiscono come una seconda pelle; che è più o meno quanto asseriva Schopenhauer negli ultimi giorni della sua vita, quando confidò all’amico Eduard Grisebach: “Se a volte mi sono creduto sventurato, ciò è dovuto a un fraintendimento, a un errore. Mi sono scambiato per un altro, ad esempio per il supplente che non riesce ad essere titolare, o per l’accusato per diffamazione, o per l’innamorato che una fanciulla disdegna, o per il malato che non può uscire di casa, o per altre persone che soffrono simili miserie. Io non sono stato quelle persone; ciò, al più, è stata la stoffa degli abiti che ho indossato e smesso. Chi sono io realmente?“.

 Forse, la differenza sostanziale risiede nel fatto che i nomi di persona sono degli abiti che non ci scegliamo, che ci vengono imposti dai genitori e con i quali dobbiamo convivere forzatamente, anche quando quel nome è il segno di una discendenza che ipoteca dolorosamente il nostro futuro.

 E’ il caso di Romeo Montecchi nella tragedia scespiriana, quando Giulietta si ribella a quell’imposizione che ostacola la sua felicità (“Che cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso odore soave, così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome“). In questo senso, l’enorme diffusione dei nickname nelle conversazioni telematiche serve da un lato a proteggere la privacy e da un altro risponde all’esigenza di costruirsi un’identità più confacente alla propria natura o alla propria idea di se stessi, rifiutando l’impostazione familiare.

 Ma questa aspirazione rinvia ad un rapporto irrisolto fra il nome e il divino, come sostiene l’autrice? In caso affermativo da qui potrebbe originare il desiderio di conoscere il proprio nome segreto, come nel capitolo terzo dell’Esodo, quando Mosè chiede a Dio il suo nome, ed egli risponde “Io sono colui che sono“. La risposta tautologica in realtà non elude la domanda, ma allude al fatto che il vero nome di ciascuno di noi, vale a dire il senso stesso del nostro essere al mondo, è inconoscibile.
Nel racconto di Arthur J. Clarke, I nove miliardi di nomi di Dio, si immagina infatti una comunità di monaci tibetani che credono che lo scopo del Padreterno sia quello di essere nominato dagli esseri umani con tutti i suoi veri nomi. Grazie all’aiuto del calcolatore elettronico quel compito verrà portato a termine, e tuttavia l’apocalittica fine della narrazione riaffermerà l’antico tabù che vieta di nominarlo invano. In fondo la chiesa ha sempre contrastato il culto del nome, tant’è che nell’Ecclesiaste viene rivolto l’invito a compiacersi di essere ignorato (“ama nesciri“). Ecco allora che la condizione di anonimato ci rende simili al divino, perché essere impersonali significa mostrare quell’imperturbabilità che spoglia il soggetto dell’interesse privato, innalzando l’individuo a una posizione in cui non è più parte di un conflitto di interessi.

Solo all’arte è demandato il compito di nominare le persone che ci sono state care. Lo ribadisce pure Borges nella dedica della raccolta di poesie La cifra, quando dice: “Come tutti gli accadimenti dell’universo, la dedica di un libro è un gesto magico. La si potrebbe anche definire il modo più gradevole e sensibile di pronunciare un nome. Io pronuncio ora il suo nome: Maria KodamaQuante mattine, quanti mari, quanti giardini dell’Oriente e dell’Occidente, quanto Virgilio“. Quella della letteratura è una missione soteriologica, il cui fine è salvare dall’oblio, come quando si scrive al computer e per inserire un testo in memoria ci viene detto “salva con nome”. Ridare vita insomma a quell’attimo di luce fra due eternità di tenebra che è il destino di ognuno, e quanto più effimero e caduco è questo destino, tanto più è necessario nominarlo, come per la Mayfly (che significa “può volar via”) del racconto E’ tutto verde di David Foster Wallace, il cui finale struggente è quasi una supplica rivolta ai lettori: “Dite il suo nome”.

7 pensieri su “Salva con nome

  1. «Come Adamo agli inizi del mondo ha provato il bisogno di chiamare tutti gli animali per nome (…), anch’io (…) provo il bisogno di dire ad ogni fitta che mi trapassa il cuore: tu ti chiami così e tu così», poiché «a nessuno piace restare anonimo; e probabilmente nessuno vuole neanche morire di qualcosa di anonimo», F. Zorn, Marte. Il cavaliere, la morte e il diavolo, Gabriele Capelli Editore, Mendrisio 2006, p. 184.

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  2. Bell’excursus. Io ricordo, anzi m’è rimasto ben impresso, un bel racconto breve di Paavese, mi pare intitolato proprio “Il nome”, basato sul senso di sortilegio legato al nome proprio.

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  3. very intriguing, come sempre, Sergio. Mi sarei aspettato che nominassi Fernando Pessoa che coi nomi suoi aveva certo un rapporto singolare.
    Segnalo anche che sulla famosa risposta di Dio a Mosè (Esodo,3,14) ho letto un saggio molto bello di George Steiner, intitolato “The great tautology” contenuto nel volume No passion spent, tradotto nella Garzanti libri nel 2001.

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  4. nel film “Pigreco il teorema del delirio” si dice che il nome di Dio è proprio pigreco, un numero infinito, quindi impronunciabile (per gli esseri umani).
    Joan Mirò in una delle sue ultime interviste diceva che lui come artista cercava di tendere all’anonimato.
    Newton nelle sue lettere si rifiutava di scrivere il nome dell’odiato Leibniz e al suo posto lasciava uno spazio vuoto!!

    A proposito di genitori e nomi: noi avevamo chiamato il nostro gatto “gatto”.

    Io ho rischiato di non essere assunta a scuola perché nel computer del Ministero risultavo registrata senza il “mio” secondo nome, mentre nel concorso c’era, e allora non mi volevano riconoscere.
    E degli omonimi che cosa dici?? C’è il famoso pezzo comico di Paolo Rossi, non so se ce l’hai presente!

    bella questa escursione fra nomi e anonimi, che ho ovviamente “salvato con nome” 🙂 (però l’ho letta in fretta, uf, ha bisogno di più meditata lettura…)

    fem

    “perirò in pelago” era l’anagramma di un famoso scrittore o poeta, che infatti morì annegato (non mi ricordo chi era, forse mi sbaglio, bho?).
    Uno dei tuoi è “si furoreggia” 😉

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  6. grazie mille ad andrea, giorgio, antonio, francesca e all’anonimo melvilliano per l’attenzione i suggerimenti preziosi. il tema è inesauribile e meriterebbe uno studio più serio e approfondito, io l’ho approcciato solo di sguincio.

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