Michele Ranchetti, Poesie scelte

Michele Ranchetti raccontava di essere stato un bambino solitario e sovrappeso, estraneo ai giochi dei coetanei e costretto – non del tutto controvoglia, forse – a coltivare precocemente il suo mondo interiore. Disegnava, componeva musica, scriveva poesie. Da sempre, anche se il suo esordio come autore in versi risale al 1988, a 63 anni compiuti (nato a Milano nel 1925, è morto a Firenze il 2 febbraio scorso). Al momento della pubblicazione de La mente musicale, dunque, il profilo di questo intellettuale versatile e irrequieto pareva già largamente delineato. Successore di Delio Cantimori alla cattedra fiorentina di Storia del cristianesimo, certo, ma anche imprevedibile animatore culturale (negli anni Sessanta aveva lasciato l’incarico di direttore delle Librerie Feltrinelli in dissenso con Giangiacomo) e infaticabile operatore editoriale, come testimonia la lunga serie di iniziative e traduzioni legate, fra gli altri, ai nomi di Ludwig Wittgenstein, Sigmund Freud, Rainer Maria Rilke e Paul Celan.

Davanti a quella prima, straordinaria raccolta, però, i lettori più attenti si resero conto che Ranchetti era anzitutto un poeta, sia pure di un genere assai raro in Italia. Un poeta non letterario, per così dire, attratto da forme antiretoriche e spezzate, che tuttavia finiscono per comporre quello che Marco Pacioni, nel saggio che accompagna questa essenziale antologia postuma, definisce «un lungo poema di cesure». In realtà l’ordinamento delle attuali Poesie scelte – edite dalla rivista «Anterem» in occasione del conferimento a Ranchetti del premio “Lorenzo Montano” – sembra corrispondere anzitutto al criterio interpretativo dello stesso Pacioni, che ha avuto modo di attingere anche a testi finora inediti. Ritroviamo in queste pagine composizioni apparse nel ricordato La mente musicale e nel successivo Verbale (ancora Garzanti, 2001), oltre ad altre che Ranchetti aveva riordinato in vista della pubblicazione, avvenuta dopo la sua morte, di Ultime e prime (Verbarium-Quodlibet), in cui figurano anche sequenze scandite in un latino aspro, di ascendenza liturgica e, di nuovo, niente affatto letteraria, pascoliana.

Per quanto in forma scorciata, nelle Poesie scelte c’è insomma tutto il Ranchetti poeta e, in definitiva, tutto Ranchetti, in un continuo dinamismo di pensiero e introspezione che, come osserva giustamente Pacioni, ha il suo radicamento in un cristianesimo intransigente e non di rado polemico. Anzi, secondo il curatore del volume il significato profondo della poesia di Ranchetti starebbe nel suo porsi come manifestazione di un’esperienza religiosa svincolata dall’istituzione ecclesiastica, se non addirittura ad essa contrapposta. Un tema presente in gran parte del lavoro di studio e di ricerca dell’autore e centrale, da ultimo, in un pamphlet irrisolto fin dal titolo, un ironico Non c’è più religione (2003) che stride con il resto della produzione di Ranchetti.

Ma proprio la complessità del dettato poetico testimoniato nell’antologia finisce per sottrarsi a ogni eventuale riduzionismo ideologico. La poesia, infatti, è sempre il luogo dell’incontro con l’alterità e il “tu” al quale Ranchetti spesso si rivolge è un impasto di umano e di divino che rende pressoché superfluo ogni sottinteso interpretativo. «Tra la parola e il silenzio / la distanza cresce / come fra ora e ora / se tu non sei / a trattenermi nel tempo», recita uno degli inediti proposti da Pacioni. C’è un’eco di Celan, non c’è dubbio. Ma la voce è ancora quella del bambino che, in solitudine, si addentrava nei misteri della musica e della mente.
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Michele Ranchetti

Poesie scelte

Anterem

Pagine 80. S.i.p.

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4 pensieri su “Michele Ranchetti, Poesie scelte

  1. Lessi diversi anni fa, su “Bailamme. Rivista di spiritualità e politica”, un saggio di Fabio Milana, risultante da una lunga intervista a Ranchetti. Mi colpì il riferimento alla “cesura”, che certo rimandava alla musicalità della versificazione, ma anche al modo con cui Ranchetti portava fino in fondo l’eclettismo dei propri interessi, in ambito letterario, filosofico, psicanaltico, storico, religioso… . Il ritmo della mente, forse, gli permetteva di tenere insieme, in maniera così eccelsa, una tale moltiplicità di discipline. E in questo c’era qualcosa di profondamente wittgensteiniano: lo stare alle regole di ciascuno di questi “giochi lingusitici”, attraversandone con rigore, lucidità ed onestà le differenti forme (di vita). Da poeta e da filosofo, da storico della chiesa e da esegeta di Freud, ma non solo.

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  2. Una voce potente, quella di Michele Ranchetti, che giunge da profondità insondabili col vomere di una parola ferma, autorevole come poche. Sono contento di essere stato presente sabato scorso alla sua premiazione al Premio Lorenzo Montano, a Verona, a mani del figlio, e della lettura ed esecuzione musicale di alcuni suoi testi, assieme all’ottimo intervento di Marco Pacioni, curatore del libro postumo per i tipi di Anterem, e del saggio.

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  3. Grazie, Giovanni. Mi colpisce questo:

    in infinita
    distanza dalla vita

    Eppure da quanto dentro ci parla – e ci porta.

    E davvero ottimo il saggio di Marco Pacioni.

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  4. Pingback: Fermo immagine / poesia (I) | La dimora del tempo sospeso

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