Intervista a Massimo Maggiari: itinerari del mondo e dell’anima

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Massimo Maggiari, ovvero un altro modo di rapportarsi al cosmo, all’anima delle cose e all’energia dei luoghi. Il suo percorso di poeta e studioso passa attraverso i sentieri del mondo, e costeggia e si immerge ancora una volta – come la settimana scorsa abbiamo visto con Davide Sapienza – nell’immenso seno del Nord.
Professore di lingua e letteratura italiana al College of Charleston, nel South Carolina, ha pubblicato la sua prima raccolta di versi nel 1999 (“Terre lontane” – “Lands Away”, ed. Campanotto, con introduzione di Giuliano Manacorda e postfazione di Giuseppe Conte), ottenendo il Premio Italo Alighiero Chiusano di Frascati dello stesso anno. In seguito ha pubblicato su riviste di italianistica italiane, tedesche, americane e sudafricane. Altre sue pubblicazioni, il saggio “Cosmo e archetipi nella poesia di Arturo Onofri” (già del 1998) e la rivista “Le acque di Ermes” in quattro volumi (1999-2006). Sempre in versi, il racconto della scoperta del passaggio a Nord-ovest, “Aurora Borealis” (2001).
Ha anche tradotto poeti egiziani e finlandesi per il progetto “Poesia nel mondo” (Guanda, 2001).
In Liguria ha dato vita, insieme ad Angelo Tonelli, a numerosi eventi letterario-musicali.
È proprio adesso in uscita una sua nuova cronaca di viaggi nelle regioni artiche, “Dalle terre del nord. Alla ricerca dell’anima artica” (CDA&Vivalda).

Nelle sue opere e attività presso il College of Charleston pone un notevole accento sulle valenze “energetiche” e liberatorie della poesia, che ricollega anche a un percorso di approfondimento spirituale che confina con la psicologia junghiana e tocca direttamente gli studi di James Hillman. Questi sono imperniati sul concetto di “fare anima”, ovvero recuperare, attraverso la rimozione degli archetipi (modelli) comportamentali indotti dalla società, la radice profonda dell’essere e della vocazione di ciascun essere umano, realizzando la quale, in fondo, egli porta a compimento la scintilla di divino – o, se si preferisce, di eterno – che c’è in lui.

Cito qui alcuni versi tratti dai suoi “Canti della quinta stagione”, dedicati all’ultimo periodo della vita del Duca degli Abruzzi (1873-1933), e ispirati all’opera “Il Duca degli Abruzzi. Principe delle Montagne”, a cura di Mirella Tenderini e Michael Shandrick (De Agostini, 1997).

Dai “Canti della quinta stagione”:

“Gli occhi, le mani, i piedi, la bocca, l´amaro della lingua
Mi sono lontani come una strisciolina di nebbia salpata d´inverno.
E io sono altrove. Capisci, altrove. Pieno di gioia, infervorato di primavera.
Le mie dita crescono come rami e irradiano luce nell´aria.
Respirano gemme i miei occhi nei tuoi occhi
Splendenti le nostre bocche agitano fiori in mille movenze
Di ramo in ramo abbandoniamo noi stessi
Agitando fronde, sbocciando verdi onde
Mai dispersi, i miei passi abbracciano orizzonti che muovono vicini.
Forse, non ci sarà un domani per me.
Forse, il mio corpo si scaglierà come una pietra al fondo oltre la battigia.
Ma tu bella, ridente, figlia di assoluta primavera
Baciami in fronte, insegnami la pace dei lunghi giorni estivi
Aiutami, aiutami alla fonda, dove preparo lo scafo per la lunga navigazione.
Insegnami vita, insegnami amore!
Affretta oro e argento nella messe della quinta stagione.”

Intervista a Massimo Maggiari:

Come ti definiresti, Massimo: un poeta, uno scrittore o un viaggiatore? Esiste una reale differenza di “ruoli”, oppure queste figure confluiscono in un unico e complesso “tipo umano”?

Non mi sono mai definito un poeta. Specialmente nel mio contesto, ovvero quello accademico degli italianisti negli USA. Anche se scrivo e ho scritto poesie. Mi sento fondamentalmente un viaggiatore, un camminante che accompagna lo sguardo con la penna. Cerco sempre la consapevolezza del ritmo delle cose. Come una sera a Charleston, in Carolina del sud, quando, osservando l’andirivieni delle onde, mi immedesimai in quei frangenti con le modulazioni della mia voce. Ne scaturì un senso d’infinito e di ebbrezza che non avrebbe sorpreso il Leopardi degli Idilli. Un barlume di luce nel flusso serale in cui avrei potuto far brillare il pennino di una stilografica. Sono quelli i momenti che cerco nel mio vagabondare da scriba. E da sempre lo faccio senza una precisa ragione di mercato o di pubblicazione, senza un patentino: scrivo.

Davide Sapienza, anche lui come te amante del Grande Nord, nella sua intervista per “La poesia e lo spirito” ci ha permesso di capire come esplorare abbia ancor oggi, e forse soprattutto oggi, un significato. Chi è, secondo te, l’esploratore del XXI secolo, e che cosa deve “scovare”, nelle pieghe di questo mondo saturo?

Sono più di vent’anni anni che vivo negli Stati Uniti e che frequento questo mondo sparpagliato intorno al circolo polare artico. Ne ho navigato le storie e le genti da ogni direzione e con la più tenace delle passioni. Al punto da sentire il bisogno di ritornare in quei luoghi ogni estate per ammirare ancora una volta quell’immenso territorio di eterna, indomita selvatichezza. E per esplorarne l’anima. All’inizio, come tutte le cose importanti, è capitato quasi per gioco. Avvicinando quella regione di spazi infiniti grazie alla lettura delle imprese di Roald Engelbert Amundsen, il grande esploratore norvegese che con Umberto Nobile per primo sorvolò il Polo Nord a bordo di un dirigibile. E poi quelle dell’inglese Shackleton al Polo Sud, dove il suo veliero trovò una morte lenta tra i ghiacci; ma non i suoi uomini, che lui stesso salvò caparbiamente dopo mille peripezie, ritrovandoli vivi dopo ventidue mesi di abbandono sull’Isola dell’Elefante. Vere e proprie avventure di grandezza epocale quali la discesa del primo uomo sulla Luna. A queste grandi storie mi sono avvicinato a piccoli passi, gettando dei ponti verso luoghi e persone che appartengono in qualche maniera a quel mondo così diverso ma così affascinante: ancora audace e pristino. A piccoli passi, dicevo, sempre alla ricerca di un nuovo punto di riferimento… di un nuovo incontro… andando in continua progressione tra selva, ghiacci e civiltà. Come se aiutato da una mano invisibile che spazza via le più bianche tra le nebbie… svelando sul primo rilievo dell’orizzonte la forma ossuta e provvidenziale di un Inuksuit. Di un ometto di pietre lasciato da chissà quale fraterno predecessore. Le storie e gli aneddoti che compaiono nella mia raccolta “Dalle terre del nord” costituiscono idealmente gli Inuksuk trovati lungo questo mio percorso artico. Sono loro i veri guardiani della soglia. Ne sono sicuro. Sono proprio loro che ancora celano il passaggio segreto: parzialmente inesplorato… dell’estremo Nord. All’occhio della mente si apre un mondo di foreste, e poi di tundre, abitato da orsi e ghiacci dove ancora riconosciamo il palpito della Vita e della sua grande fede nel domani.


Viaggiare, come scrivere, leggere e conoscere in senso lato, significa relazionarsi con infinite variazioni dell’unica energia che permea il mondo. Ma nei tuoi itinerari geografici, soprattutto nell’estremo Nord, hai avuto modo di conoscere atmosfere e di recepire messaggi emotivi di un tenore particolare?

Siamo ad Anchorage, in Alaska. Guardate le montagne che sono in giro alla baia, il mare che gli muove di fronte, ecco proprio ora… lo stormo di uccelli che vola intorno, guardate, ri-guardate bene… GUARDATE CON OCCHIO INTENSO… tutto questo è fatto della stessa cosa. Davvero tutto… tutto è SPIRITO… vita, essenzialità maestosa… solo in apparenza distinta e casuale. Gli anziani del mondo artico sanno di queste cose e ne parlano per ricordare di quando gli esquimesi vivevano con anima e corpo in comunione con la natura madre. Ne parlano… eccome ne parlano di quel profondo legame arcaico: ancestrale. E le loro parole possiedono una forza diversa che germina radici e rami in chi le pronuncia. Emana dal volto, DAL LORO VOLTO con una presenza che ti guarda dritta negli occhi. Per questa ragione ho scelto di camminare con loro.

La tua esperienza di contatto con gli Inuit ti ha offerto un tipo alternativo di società, rispetto al modello della civilizzazione occidentale. Cosa ci puoi dire di loro, senza svelare troppo del tuo libro “Dalle terre del nord”, che sta uscendo in questi giorni?

E’ da tempo che i miei scritti viaggiano nelle terre vicine al Circolo Polare Artico. L’Alaska, l’Islanda, le celtiche Alpi mi vivono dentro come un respiro, sono il soffio vitalizzante di una ricorrente contemplazione. Al punto da calarmi-ricrearmi nel personaggio di Roald Engelbert Amundsen: l’intrepido norvegese, esploratore dei poli. Al punto di cantare le sue gesta, di mitizzare le sue tante voci artiche e la sua conoscenza della cultura Inuit. Celebrando Amundsen, non enuncio, ma canto in uno stato di profonda effusione e ritrovo i vasti pianori ghiacciati, le profonde gole dei fiordi. E in quel biancore, e in quell’azzurrità trovo le mie radici e il paesaggio della mia anima. Amundsen è il vero conquistatore dei poli, e in lui scorre la linfa della cultura Inuit. Una linfa dorata come le aurore boreali che trasformano un paesaggio di estrema desolazione in un luogo di bellezza, fedeltà alla terra e potere magico.


Trovi che nel mondo spesso cinico e puramente competitivo in cui viviamo esista ancora uno spazio per la poesia? Come si può arrivare a toccare le corde dell’anima di chi non vuole o non sa sentire, essendo completamente avviluppato negli archetipi comportamentali che spingono al guadagno, alla ricerca dell’apparenza e ad altri miti distorti?

La poesia esiste oggi e continuerà ad esistere nei secoli a venire. E non importa dove, e se il dio-denaro-mercato si degnerà o meno della sua presenza. Lei che è la più povera, la più ignorata, la più oltraggiata, ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di smuovere i sentimenti e creare nuovi sogni. Come si fa a non crederle, com’è possibile tenersi in disparte e non esserne affascinati? E’ sua la voce innocente delle nostre anime. E’ sua la chiamata al mondo di farsi città-giardino.
In un mio articolo dal titolo “Il respiro della rosa: quando la poesia genera sapienza”, ne ho sostenuta una “visione orfico-sciamanica. Tesa a spingersi dove la poesia incontra l’essere o gli esseri nel magma più profondo del vivere. Se il viaggio più arduo è quello che dalla mente va al cuore, la vera poesia può senz’altro favorire l’impresa. Propiziarla. E a tale scopo, si auspica un ritorno all’orfica oralità, quando il poeta recita potenziando la propria voce per diventare strumento dello spirito e mettersi in contatto con un’altra dimensione. Si auspica, in questo contesto, l’uso di suoni e di una gestualità che integrino sciamanicamente l’anima risvegliata con la natura, il cosmo e lo spirito dei luoghi.”

Quanto, secondo te, è importante “fare anima”, e come credi sia possibile riuscirci? Tu la tua strada l’hai trovata sui sentieri del mondo. Seguendo quale mappa interiore?

Ti do un esempio. In Alaska, c’erano gli orsi intorno a noi. Ne sentivo la presenza, ma erano come esseri invisibili. Incrociando altri escursionisti chiedemmo se per caso ne avessero visti in giro. Alla domanda, ci porsero solo uno sguardo schivo accompagnato da una breve frase: “Chi può saperlo dove sono… compaiono e scompaiono come le ombre… il nostro cane li fiuta e noi non li vediamo… meglio così”. Sono due bei cani husky quelli che ci troviamo davanti. Sono cani con il ghiaccio negli occhi, e loro, forse, rappresentano la vera protezione. Certo, meglio delle armi da fuoco. Loro, con quel magico fiuto, donano sensibilità. Entro in sintonia con la modalità d’essere dell’husky, e questo aiuta. Mi aiuta a controllare gli spettri della paura. Mi inizia al rispetto delle forze della natura, alla prudenza, al sangue freddo. Mi invita all’ascolto, vero e profondo, della montagna che ci circonda. Scendendo da Crow Pass, tra cascatelle d’acqua e roccioni, vengo permeato da una nuova sensazione. Mi sento gradualmente a mio agio. Accettando pienamente questa mia nuova condizione di virtuale precarietà. Aguzzo i sensi. Sento la presenza dell’invisibile che mi accompagna ad ogni passo. Nella nebbia fitta. Garante, solo un mio segreto salvacondotto. Con esso, c’è la firma delle mie buone intenzioni. Il rispetto di quelle terre. Ascolto compassato lo spirito del luogo nelle acque che fluiscono, negli alberi che abbracciano la madre terra, negli scoiattoli che festosmente annunciano bellezza. E mi sento Vivo, VIvo, VIVO….

5 pensieri su “Intervista a Massimo Maggiari: itinerari del mondo e dell’anima

  1. “La poesia esiste oggi e continuerà ad esistere nei secoli a venire… Lei che è la più povera, la più ignorata, la più oltraggiata, ha il potere di cambiare il mondo.” e grazie a questo sito noi la stiamo aiutando. Ottima intervista, Giovanni!
    P.

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  2. Grazie mille, Paolo, l’incontro con Massimo Maggiari è stato molto bello e denso di riflessioni profonde.

    Un caro saluto, a presto!
    Giovanni A.

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  3. Molto bella e persuasiva l’intervista a Massimo Maggiari che ho il piacere di conoscere e ho ascoltato suonare uno strumento a percussione decisamente “magico”. Concordo col suo pensiero panico, con la ricerca dello spirito dei luoghi e delle persone che vibrano all’unisono con la natura.Noi tutti facciamo parte di questa energia quando non è soffocata, tradita,come purtroppo accade negli spazi ristretti( e non solo in senso fisico-geografico).Lo spirito della poesia si nasconde lì, forza connettiva dell’universo che passa nei suoi abitanti, quelli che sanno mettersi in ascolto e vigilano, conservando bellezza e sapienza “naturali”. Nella prossima incarnazione- si dice sempre così, per consolarsi un po’- spero di diventare una vera viaggiatrice di paesaggi reali e non solo immaginari.Per ora, mi accontento di viaggiare più internamente che esternamente, litigando con le parole quando non corrispondono al respiro e al ritmo della poesia.Lucetta Frisa

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  4. “Lo spirito della poesia si nasconde lì, forza connettiva dell’universo che passa nei suoi abitanti”.
    Bellissima espressione, Lucetta, come è anche vero quello che dici sulla profondità e la sensibilità di Massimo Maggiari.

    Grazie per la tua attenzione, e a presto,
    Giovanni A.

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  5. Grazie a voi per gli interventi. Militanti e affettuosi.
    Che la poesia sia come un vento rigeneratore. Risvegli… apra gli occhi. Sia occasione di amicizia. Veritiera.
    Che ora e in ogni scandito momento, essa gridi al mondo GRAZIE per il dono della sua bellezza.

    Fight for beauty
    Massimo

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