8 pensieri su “Come si diventa poeta?

  1. E fu a quell’età….Venne la poesia
    a cercarmi: non so, non so da dove uscì,
    da quale inverno o fiume.
    Non so come né quando,
    no, non erano voci, non erano
    parole, né silenzio,
    ma da una strada mi chiamava, dai rami della notte,
    all’improvviso tra gli altri,
    tra fuochi violenti
    o mentre rincasavo solo
    era lì senza volto
    e mi toccava.

    Io non sapevo che cosa dire, la mia bocca
    non sapeva
    chiamare per nome
    i miei occhi erano ciechi,
    e qualcosa pulsava nella mia anima,
    febbre o ali perdute,
    e mi formai da solo,
    decifrando
    quella bruciatura,
    e scrissi il primo verso vago,
    vago, senza corpo, pura
    sciocchezza,
    pura saggezza
    di colui che nulla sa,
    e vidi all’improvviso
    il cielo
    sgranato
    e aperto,
    pianeti,
    piantagioni palpitanti,
    l’ombra trafitta,
    crivellata
    da frecce, fuoco e fiori,
    la notte travolgente, l’universo.

    E io, minimo essere,
    ebbro del grande vuoto
    costellato,
    a somiglianza, a immagine
    del mistero,
    mi sentii parte pura
    dell’abisso,
    ruotai insieme alle stelle,
    e il mio cuore si distese nel vento.

    La poesia di una voce che dà corpo e cuore e anima a chi ha dato corpo e cuore e anima al mistero che sta fra le righe, gli spazi, gli abissi che aprono spiragli e barbagli di luce sul mistero.

    grazie, fabry

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  2. già… come si diventa ciò che si è poeta? non credo basti una lacrima sulla punta del dito mentre si indica un bambino che gioca e nemmeno con una parola che esplode mai detta mentre dormiamo davanti alla morte di uomo come fosse un catodo fatto di rose. ecco nemmeno il non senso ci diventa poeti. è forse come abbiam perdonato anche l’ultimo crudele vampiro che ha tratto via la vita dal sogno e abbiamo usato una parola soltanto? forse è questa la risposta: si diventa poeti dopo aver dimenticato di morire ogni giorno.
    forse.

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  3. “ A cosa servono i versi se non a quella notte/ in cui un pugnale amaro ci esplora/ a quel giorno / a quel crepuscolo, a quel cantuccio offeso/ dove il cuore stremato dell’uomo si prepara a morire?”
    Questi sono versi di Neruda scritti subito dopo l’assassinio del suo grande amico Federico Garcia Lorca , sono versi di uno che aveva la forza di un Goya , di un umile figlio di macchinista delle ferrovie cilene che si nutrì dei grandi spazi , grandi piogge e terremoti , grandi silenzi e solitudini oceaniche , uno che nacque poeta, grande poeta e fu poi tante altre cose, cantore dell’amore disperato , diplomatico giramondo , politico impegnato , simbolo di una nazione e di un popolo. E le parole quando le dice un vero poeta acquistano una forza nuova, un significato diverso , profondo, lancinante, come una spada, o un vomere che entra nelle viscere della terra. Ma per conoscerlo a fondo è necessario conoscere la sua lingua , lo spagnolo, che ha una gamma straordinaria di registri, toni e musicalità. Quindi è necessario leggerlo e ascoltarlo nella sua lingua originaria.
    Poi, come ha scritto qualcuno meno tenero , bisogna anche “attraversare pianure desolate di versi talora compiaciuti e retorici , chilometri di reboanti deserti costellati da imbarazzanti apologie staliniane , savane sentenziose e ideologizzanti, per accedere alla grotta prodigiosa dei cembali sonori , alle limpide e sfolgoranti vette immacolate , solcate da ruscelli impetuosi , musiche bachiane o beethoviane , dai timbri alti e solenni, immagini dotate di una potenza magnetica straordinaria e primordiale, com’è la natura nella sua rappresentazione più imponente. E’ il poeta che trasforma ogni oggetto, anche il più vieto e banale , in un miracolo appena realizzato , il poeta dei negozi di ferramenta , dove si trovano tutte le meraviglie possibili , dalla vitarella al trattore , dall’ode alla cipolla all’erotismo più spinto e allo stesso tempo metafisico. Neruda è l’ occhio insaziabile che guarda il futuro e retrocede al caos originario, è la lingua che lecca le pietre una a una per conoscere la loro struttura e il loro sapore , è l’orecchio dove iniziano ad entrare gli uccelli, è l’olfatto ubriaco di sabbia , di salnitro, di fumo di fabbriche e tecnologia , è l’uomo-dio che ci offre l’impressione che prima di lui non esistesse nulla . Ma è anche colui che lotta per il proprio riscatto nell’elogio delle piccole cose della quotidianità ( gli animali, i pesci, gli insetti, i fiori, i capelli rossi di Matilda , le verdure, il mercato, i negozi, insomma la spesa della casalinga) .
    La sua poesia è insieme estatica e visionaria , fatta di materialismo e misticismo .

    Neruda è un poeta totale che riesce a recuperare il lontano fraterno legame che esiste tra la poesia e il lettore; la poesia è spoglia , è nuda, cammina nell’oscurità per incontrarsi con il cuore dell’uomo. E’ questo il suo scopo. Ed è per questo che Neruda rimane uno dei poeti più letti e amati al mondo , “perché la sua è una poesia magica e sensuale , che si può mangiare, bere, si può toccare , accarezzare, prendere a schiaffi, respingere , odiare e amare come fosse persona in carne e ossa”

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  4. Come si suol dire, Fabrizio, questo post per me è un invito a nozze. Neruda, il mio grande amore poetico da sempre.

    Ma tu chiedi come si diventa poeti, difficile rispondere se non con i due primi versi del testo: E fu a quell’età…Venne la poesia/a cercarmi…….

    Forse poeti si nasce, un dono che prende corpo man mano che si accumulano esperienze di vita, che si affinano sensibilità, che si prende il mondo sulle spalle assieme alla propria vita per tradurlo in versi universalmente riconoscibili, cantabili, fruibili, semplici nella loro profonda complessità. E chissà quante altre cose ancora…..

    Certo l’essere poeti non mi sembra un atto volontario.

    un abbraccio
    jolanda

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