PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 88

“Erre fu molto odiato e perseguitato. Se ne dispiacque più che altro perché non riuscì a spendere la propria diversità in maniera efficace.

Smise di andare ai cortei, rigorosamente in prima fila e a volto scoperto, che non aveva ancora vent’anni. Nelle assemblee si pretendevano dichiarazioni preventive a favore di Tizio e a sfavore di Caio, e lui non ci stava; a chi approfondiva esplosivi ed arti marziali contrapponeva lo studio dei comportamenti giuridicamente indifferenti, della pragmatica della comunicazione e dei sistemi complessi. Per questo lo chiamavano in vari modi, non tutti gentili.
Così per ponderata decisione tornò al primo amore, a lungo respinto e negato. Scrisse e scrisse, traendo dal proprio ombelico la cifrata mappa del territorio osservato come da un lontano pianeta, e lasciò il cifrario in bella vista. Qualcuno lo raccolse, e la cosa (forse) finì lì. Se non altro si tenne occupato, poté lavorare intorno a qualcosa dalla a alla zeta, lieto di quell’impegno, sempre più distanziandosi dal pensiero dei frutti. Fece insomma uso dell’opera, o se ne illuse, quasi quanto l’opera fece abuso di lui. Sua guida, sempre, un Sorriso di Donna; cui non rinunciò mai, anche se a mano a mano andò scoprendo ciò che poteva celare.”

P.S. Fate pure di questo “santino” di Erre ciò che ne sta facendo lui stesso in questo momento: soffiatevici pure il naso. Lo farete contento: servirà finalmente a qualcuno, a qualcosa.

19 pensieri su “PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 88

  1. ““Erre fu molto odiato e perseguitato. Se ne dispiacque più che altro perché non riuscì a spendere la propria diversità in maniera efficace.”

    Questo è capitato (e capita) a tanti e interrogarsi senza vittimismo (anche erre è fuori dal compiangersi), senza fermarsi davanti alle domande difficili su noi stessi e il fuori di noi è qualcosa che poi ci cambia. Anche capire che la diversità può essere una trappola, se diventa orgoglio, è un passo avanti. Usarla bene può voler dire cominciare a vedersi con un pò d’ironia e distanza (come mi pare sia in questi apologhi).

    “poté lavorare intorno a qualcosa dalla a alla zeta, lieto di quell’impegno, sempre più distanziandosi dal pensiero dei frutti.”

    E questo riuscire a farlo è grandioso.

    Un saluto

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  2. Cara Nadia,
    ultimamente programmo i post con molto anticipo. Questo a volte crea strani cortocircuiti, ma altre volte mi genera il dubbio che i miei temi e toni siano troppo autoreferenziali rispetto al caos che c’è “là fuori”.
    Ovvio che alla mia età l’autoreferenzialità farebbe sorridere me per primo, se non avessi almeno una tenue speranza di indicare un percorso (non delle soluzioni!) d’interesse non solo personale.
    Ti ringrazio infine dei complimenti, se non un po’ ironici persino eccessivi; sulla pagina cerco di raccogliermi, di ordinare, di capire e far capire; nella vita mi arrangio come tutti, putroppo non sempre col necessario amore, spero almeno con decenza.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  3. ciò che poteva celare quel sorriso di donna ce lo racconti la prossima volta?

    Erre aveva paura, per questo si copriva il viso…

    Buondì Roberto:-)

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  4. @ Roberto

    Dicendo che è grandioso lavorare a qualcosa distanziandosi dal pensiero dei frutti, non ero tanto ironica. Lo penso davvero, perchè si cerca di fare così e spesso non si riesce, ma riuscire a farlo è importante. E’ l’impegno con qualcosa che mi interessa.

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  5. “tornò al primo amore”. Non può che essere la MAMMA, che si cela dietro ogni sorriso di donna (quando vero sorriso è, non stirare di labbra).
    Ciao Roberto, i tuoi apologhi sono meglio del caffè di mattina.

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  6. Cara Carla,
    girerò la richiesta a Erre, non posso impegnarmi per lui.
    Erre ha le sue paure come e più di tutti noialtri; ma andava e va a viso “scoperto”. Se hai letto “coperto”, il problema non è suo…

    Un caro saluto,
    Roberto

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  7. “E’ l’impegno con qualcosa che mi interessa.”
    Cara Nadia,
    “impegno” e “interesse” sono parole chiave. Insieme, ovviamente, a “dono” e “kairòs”.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  8. Caro Roberto,
    che si tratti della MAMMA (così, tutto maiuscolo, gridato) ad Erre lo dicono tutti, io compreso. Lui s’infuria e nega, pensando alla sua mamma in carne e ossa. Avendola vista un paio di volte, non posso fare a meno di capire le sue ragioni (di lui, di lei; come anche di entrambi, e insomma di tutti quanti).
    Per me al mattino niente caffè, mi rende troppo più nervoso di quanto già non sia.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  9. Guarda che non bisogna vergognarsi di avere paura, anzi…
    hai scritto:

    Smise di andare ai cortei, rigorosamente in prima fila e a volto scoperto,

    ciò vuol dire che il viso ha cominciato a coprirselo da quando ha smesso di stare in prima fila.

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  10. Cara Carla #9,
    osservazione sottile ma non desunta direttamente dal testo. Dovrò cercare di capire con l’interessato se del suo defilarsi la paura sia il primo movente, dal momento che certo non è l’unico.
    Quando sarò arrivato a qualche conclusione magari (ti) farò sapere.
    Grazie da parte di Erre di non aver pensato alla MAMMA/mamma.
    Tengo compagnia ai caffeofili con un buon te.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  11. aspirazioni dantesche e paradisiache e desiderio d’infinito di erre, che ha per guida un (enigmatico) sorriso di donna?
    ” Fece insomma uso dell’opera, o se ne illuse, quasi quanto l’opera fece abuso di lui”. mi chiedo: è un giochino verbale, è una chiave, un po’ borgesiana, per parlare di un universo di lettere e parole, infinite, in cui non è l’autore a dominare l’opera, ma ne è dominato?
    io vedo qui il senso di un percorso. non nel volto scoperto (o coperto). la cifra (odio questa parola) della diversità (ma anche rrt usa “cifrata” e “cifrario”). l’umiltà del dono che si fa dono lasciato in bella vista perché qualcuno lo noti e lo riceva. se no, che dono è?
    roberto: nelle tue pifda si rischia di stra-leggere, ma che provocazioni sarebbero se non provocassero lo stra-bordare di senso?

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  12. Cara Lucy,
    il tuo commento mi ha fatto venire in mente un vecchio verso:
    “Ponete mente almen come son bella!”.
    Certo, senza i tuoi riferimenti canonici non avrei osato citarlo
    😉
    Un caro saluto,
    Roberto

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  13. Caro Fabrizio,
    mi sa che ci sei andato più vicino di tutti.
    Le strane avventure, anche poco consone alle persone per bene che sembriamo, vissute da Erre e da me, forse non sono altro che manifestazioni spostate di crisi religiose.
    D’altra parte il momento in cui entrambi maggiormante rimpiangiamo il dono delle lacrime è proprio quando leggiamo Prov. 5,18-20.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  14. il “primo amore”, il verbo, l’alfa e l’omega. scrivere un testo è recare testimonianza, è essere martire, testimone, narratore, disposto a soffrire.

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  15. Caro Fabrizio,
    sì, è un bel dono, e siamo qui ad aspettarlo.
    Oltretutto, ci farebbe risparmiare un sacco di pastigliette colorate.
    Grazie e un abbraccio,
    Roberto

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