La scrittura come pellegrinaggio circolare

Conversazione con Tahar Lamri (Festival Azioni Inclementi, Schio, 2008)

A cura di Enrica Tabarroni

Ripropongo un’intervista a Lamri rilasciata in occasione di un Festival letterario-teatrale della scorsa estate. L’intervista è già uscita sul sito di Trickster, rivista online di Studi Interculturali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova, diretta da Enio Sartori (qui).

Enrica: Ne l’ “Avant-propos” a I sessanta nomi dell’amore affermi che per te «…la scrittura rappresenta un pellegrinaggio circolare». Quindi attualizzando il tempo della narrazione al presente stesso della scrittura, mostri attraverso tale apertura del testo il divenire delle molteplici identità plurime che i tuoi racconti mettono in scena, uscendo in questo modo da una loro rischiosa seppur a volte quasi inevitabile chiusura in stereotipi e luoghi comuni. In questo modo il cammino della tua scrittura resta aperto: infatti, ripiegandosi su se stessa, rendendosi cioè contemporanea al narrato, fuoriesce da sé aprendosi all’altro che infinitamente la attraversa. Non a caso affermi che la tua scrittura «rappresenta l’eterna perdita della mia propria identità». Vorrei chiederti se fosse possibile spendere qualche parola in più circa le potenzialità di questa scrittura che sembra pretendere la rottura con il continuum al quale tendenzialmente aderisce il testo scritto. Quindi in che senso la scrittura ricostruisce di volta in volta nuovi spazi abitativi proprio a partire da un fuori-luogo in cui consiste la condizione dello scrittore migrante.

Tahar Lamri: innanzitutto è opportuno rilevare un primo livello: il momento in cui ho deciso di scrivere in italiano. Io rimango estraneo alla lingua italiana, perché scrivo in una lingua che a me è sconosciuta e rimane fondamentalmente sconosciuta. Devo rincorrere la scrittura, nel senso che mi devo vedere scrivere, indirizzando lo scritto ad un lettore italiano in un certo senso devo uscire da me stesso. Lo scrivere in sé è un atto di impudicizia totale poiché significa denudarsi, e questo non a tutti interessa. Inoltre aggiungo il motivo per cui ho scritto. Vi è quindi un secondo livello: il rapporto dell’oralità con la scrittura. Porto con me la cultura orale: io quando ero bambino andavo sempre nei suk (da noi c’è il suk e il bazar: nel bazar si vende la merce, nel suk si vendono anche le parole: vi sono dentisti che tolgono i denti per strada e il loro curriculum è il mucchio di denti che hanno tolto nella loro carriera, anche queste sono parole!). Nei suk raccontavano storie, con tutto il fascino di poterle ascoltare nel proprio dialetto.
Nel momento in cui scrivo c’è una selezione, una censura: l’altro non potrebbe capire tutto. Poi bisogna consegnare le parole a un libro. Il passaggio dall’oralità alla scrittura è stato traumatico nella storia. Platone diceva che il libro è una cosa molto antipatica, perché se gli fai una domanda non può neanche risponderti. Mentre il poeta è lì e ti risponde. Un altro greco diceva che mettere tutte le conoscenze del mondo in un libro è altrettanto pericoloso quanto dare una spada in mano a un bambino. Agostino nelle Confessioni scrive di essere entrato nella stanza di sant’Ambrogio, il quale teneva un libro in mano ma, cosa strana, non muoveva neanche le labbra. Un tempo si scriveva ma la lettura doveva essere pubblica, era inconcepibile leggere come leggiamo noi senza voce. La voce dà senso alle parole che sono morte dentro un libro. Questo è anche il rapporto fra testo e tessuto. Mia mamma non sa né leggere né scrivere, però tesseva, faceva tappeti, cestini di pane con la lana ricavata da una pianta del deserto, l’ago era un modo di raccontare anche se stessa perché nel frattempo raccontava delle storie. Lo ritrovo anche in italiano perché l’etimologia di testo e tessuto è sempre la stessa, perché si dice la trama, l’ordito. Mia mamma non sa né leggere né scrivere, per lei “posso scrivere tutto quello che voglio” nel senso ironico in cui Ennio Flaiano ha detto: «Quando ho visto il signore Agnelli gli ho detto: “ Faccia quante macchine vuole tanto io la patente non ce l’ho”». Per lei non esistono le parole, ma solo quello che le racconto.
Anche questa è una mia dimensione di estraneità e deve apparire nella scrittura: io vengo da un altrove. Scrivo con le parole di qui ma non posso dimenticarmi dell’altrove.
Ad un livello ulteriore del discorso, quello che riguarda il sociale, siccome pretendo di parlare anche a nome di tutti coloro che non hanno accesso alla letteratura, ho una responsabilità verso le tante persone che muoiono nel Mediterraneo che ormai è diventato un fosso comune. Questo perché pretendo di appartenere a degli immigrati che scrivono in italiano. Non posso fare altro che impedirmi di diventare italiano fino in fondo ma nello stesso momento questo mi crea un problema, perché io devo usare le parole italiane per scrivere i miei sentimenti che, in quanto straniero, magari sono algerini, francesi, italiani, indiani o quello che vogliamo.
E’ molto complessa la situazione di scrivere in un’altra lingua. Salman Rushdie parla dell’in-between: essere nell’interstizio; altri parlano di essere-tradotto. Questo non so cosa vuol dire, perché i miei gesti che parlano sono anche loro algerini o sono italiani. Quando parlo in pubblico se la gente guarda le mie mani che già hanno una morfologia diversa dalle mani di un italiano, perché sono mani diverse, sono mani lunghe, si tratta forse di una gestualità italiana o algerina? I miei gesti sono tradotti e di conseguenza anche la mia scrittura, oppure i miei gesti contraddicono quello che dico? I livelli della scrittura sono tantissimi, perché bisogna mettere sulla carta ciò che è un condensato di tutto questo, altrimenti non si fa altro che composizione, esercizi di stile.
Quando sono in ascolto degli anziani faccio qualcosa che salva me stesso, magari l’italiano non ha bisogno di tutto questo perché lo sa, pretende di saperlo. Io lo devo fare come operazione continua di osservazione, e poi selezionare e mettere sulla carta una cosa piuttosto che un’altra, e delle volte uno non sa neanche perché. Ne Il pellegrinaggio della voce si narra la storia dei denti. Si incontrano dei personaggi che hanno quattro, cinque, sei, sette denti. Non sapendo rispondere alla questione dei denti davo risposte intellettualistiche arrampicandomi sugli specchi. Un giorno una signora trova la risposta: “Io quando ero bambina mi ricordo di gente che veniva a raccontarci le storie e aveva pochi denti in bocca”. Riconosco che questa è la soluzione. Anche i cantastorie avevano pochi denti in bocca. Dal momento che ho scritto il testo non ne sono più padrone: non so perché l’ho scritto razionalmente, ma lo so perché è dentro di me. La signora invece presente a se stessa mi ha dato la risposta giusta.
Non so quanto ci si possa dire tradotti. L’operazione di Meneghello è proprio significativa: è sorprendente perché lui ha potuto scrivere dal di dentro, di Malo, della sua infanzia come se lui fosse fuori.
Nessuno degli scrittori di seconda generazione è riuscito a raccontare del passaggio casa- fuori: stranieri a casa, ma italiani fuori. Vi è un passaggio continuo, quotidiano dal fuori in cui si è in una condizione a un dentro in cui si è in un’altra. Tanti scrittori raccontano del ritorno a casa. Nessuno riesce a raccontare la condizione del passaggio continuo: nessuno riesce a raccontare la doppia assenza. Quindi si ricorre a questo in-between, tradotto, formula un po’ eurocentrica. Quando si parla di post-colonialismo io non mi ritengo “post” a nessuno, sono algerino, non sono post-coloniale, altrimenti i meridionali sono “post unità d’Italia”. Le etichette posso capirle per ragioni accademiche, per studi, ma se diventano una condizione che in realtà non esiste entriamo nella dimensione che è quella dell’invenzione dell’altro. Spesso mi leggo e mi ritrovo inventato. La cosa peggiore è quando io mi convinco che quello vero è quello inventato e io invece sono fasullo: questo perché c’è il passaggio nelle lingue, quindi uno non sa collocarsi bene da quale punto di vista parlare.
La mia scrittura automaticamente può diventare fasulla se io mi metto nella categoria dell’invenzione e non più dell’altro. Altro che è simile a te però è un altro, quello che si chiama l’ “altro da sé”. L’altro è sempre l’altro da sé: le mie parole dipendono da te e se non ci fossi tu qui ad ascoltarmi sarei un pazzo che parla da solo. Sono intelligibili per te perché l’altro è sempre un altro da sé. A Malo fuori da Villa Clementi ho sentito uno scambio di battute tra due maladensi che commentavano il programma del Festival AzionInclementi; uno di questi diceva: “Xe ‘na roba di cultura”. Dietro quella frase c’è un mondo. Questo mondo bisogna renderlo nella scrittura che è limitata.

Enrica: La memoria amputata della scrittrice camerunense Werewere Liking parla dell’interdizione implicata nell’atto dello scrivere. La parola testimonia un originario atto di violenza: nel momento in cui il rimosso viene riattualizzato nell’istante vissuto avviene una risemantizzazione sia di quel passato che del presente stesso in cui riaccade. In questa dinamica risiede probabilmente la tecnica della coralità, un continuo riprendersi del respiro.
Hai affermato che “scrivere in una lingua straniera è un atto pagano, perché se la lingua madre protegge, la lingua straniera dissacra e libera”. Questo sembra alludere al fatto che la lingua straniera offrirebbe quindi allo scrittore migrante la possibilità di una sorta di “svezzamento linguistico”. Tuttavia questo implica anche il rendersi passibile ad uno stato di continua sofferenza: se è vero che la scrittura si origina essenzialmente a partire da un amore profondo per la lingua questo significa forse che per te, in quanto scrittore migrante, corri il rischio di renderti aperto a reincarnare la tua parola e i tuoi gesti attraverso sempre nuove espressività. E d’altra parte questo comporta il dolore dovuto alla continua perdita del terreno materno presso il quale lo scrittore migrante in particolare sembra avvertire l’impossibilità e soprattutto la pericolosità della permanenza.
Volevo quindi chiederti se potevi mostrare questo rapporto della scrittura con la lingua madre. Da
Libera nos a malo hai commentato queste meravigliose parole di Meneghello: “C’è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua”. Forse l’espressione “incavicchiata” rimanda alla parola che si apprende nella relazione materna, cioè nella realtà attuale del rapporto con la madre in cui la parola si dà immediatamente come condizione spazio-temporale entro la quale il bambino acquisisce progressivamente il potere di muoversi autonomamente. Mi sembra che una tua osservazione possa far luce proprio su questo punto. Hai affermato infatti di non sapere se nel tuo caso si possa parlare di una rinascita l’aver appreso a scrivere in una nuova lingua, avverti infatti la costitutiva impossibilità in quanto straniero di cogliere le molteplici sfumature della lingua italiana…sintomaticamente rivendichi invece il tuo originario politeismo epidermico radicato nella lingua materna proprio nel titolo della tua raccolta I sessanta nomi dell’amore.

Tahar Lamri: Forse può esserci una continua sofferenza dovuta alla recisione del cordone ombelicale; però lingua madre non si dice in tutte le lingue, magari nelle lingue neoromanze. La lingua araba è legata alla religione, è una lingua sacra perché legata al Corano: in questo senso faccio un atto di tradimento quando scrivo in una lingua straniera. E’ un problema di tutti i magrebini, Tahar ben Jelloun è stato contestato, ha detto che scriverebbe pessimi romanzi in arabo, mentre scrive meglio in francese. Un intellettuale algerino degli anni ’70, Kate Birsin ha affermato: “Il francese per me è un bottino di guerra e del bottino di guerra per me faccio quello che voglio”. L’Algeria ha avuto la guerra di indipendenza quindi il francese è un bottino di guerra. Quindi una lingua che non mi riguarda, che posso usare. Per me invece l’italiano è una lingua che uso, ma ogni giorno mi convinco che non è solo usare, ma uno sciogliersi in bocca. Questo mi aiuta a superare il dolore che è insito nel tradire le proprie origini e scrivere e parlare in un’altra lingua.
Spesso parlando di letteratura della migrazione si dimentica di una cosa semplicissima, elementare: quando dico “io” in italiano non ha niente a che fare con “io” arabo, non suonano nello stesso modo. Quando scrivi questo “io” non hai più la coscienza che stai parlando in una lingua straniera: si presume che tu abbia interiorizzato la lingua nella quale scrivi e quindi fa parte di te, vivi con una sorta di illusione che è quella di aver parlato sempre questa lingua. Sono anni che sogno in italiano, nei sogni faccio parlare tutta la mia famiglia o io bambino in italiano. Quando scrivo faccio violenza ma la violenza è molto meno forte, perché altrimenti non scriverei in italiano, mentre io voglio scrivere in italiano. Non so quali sono le domande che si è fatto Conrad quando ha scritto in inglese, scriveva ma non sappiamo quale tragedia viveva, e forse non c’è nessuna tragedia. Mia madre diceva: “Il massimo di maternità che posso raggiungere è quando i miei figli si distaccano da me, vanno via e io non so neanche dove sono”. Lei mi aveva già liberato. Fra me è lei c’è questo patto. Quando sono tornato nel ’90 e ho preso il caffè amaro mi ha detto: “Mio figlio è morto”. Ho dovuto convincerla che non era vero. Per lei era inconcepibile che bevessi il caffè amaro. E’ comunque una prospettiva individuale.

Enrica: Potresti rintracciare gli autori italiani e stranieri che ti sembra abbiano maggiormente influito nella elaborazione di questa estrema sensibilità rispetto l’erotica implicata nell’atto della scrittura? Inoltre mi piacerebbe specificare i termini di quest’erotismo, in cui l’aspetto sofferente sembra mostrarne il vissuto reale, a questo proposito penso ai tormenti narrati nelle Metamorfosi ovidiane. Si è detto poco prima che dai racconti dei giovani scrittori migranti solitamente non emerge il passaggio dal dentro al fuori, dalla situazione di partenza a quella di arrivo in un luogo pubblico esterno all’ambiente familiare, entro le cui mura si mantiene la propria differenza rispetto un’italianità discriminante, ma più in generale all’ambiente socio-politico italiano. L’impossibilità di definire i termini di tale doppia assenza è sintomatica probabilmente della continua perdita del reale che di volta in volta viene ad attualizzarsi in situazioni particolari non categorizzabili sotto l’astrattezza di universali: straniero, clandestino. Mi sembra che la condizione dello scrittore migrante in continua perdita di sé costituisca in nuce la reale condizione dell’essere-uomo. Un essere che abita nel linguaggio, che si fa attraversare da esso e che pertanto si trova impossibilitato a gravitare in modo permanente entro i confini angusti dei luoghi comuni. Non si tratta infatti di svelarne la verità o falsità, ma di mostrare il luogo in cui gli stereotipi divengono tali, ripercorrendo cioè le problematiche che li attraversano e dalle quali noi stessi, lettori italiani, proprio perché messi in scacco nel nostro stesso linguaggio avremmo la responsabilità di lasciarci attraversare.

Tahar Lamri: Per chiunque scriva vi è un rapporto erotico con la scrittura, di tensione, di desiderio. Questo c’è sempre che tu sia straniero o meno: l’importante è che non diventi autoerotismo, un puro esercizio autoreferenziale. Il rapporto con l’italiano è una storia d’amore che non potrà mai essere consumata fino in fondo, perché mi sfuggirà sempre una sfumatura. Non posso possedere la lingua italiana come qualsiasi italiano che non sappia né leggere né scrivere; questi infatti possiede tutte le sfumature della lingua e proprio in questa ricchezza risiede il rapporto con la madre. Mi manca sempre qualcosa, e sarebbe un bene se riuscissi ad approfittarne perché costituirebbe uno “stimolo” a migliorarmi nella scrittura, prendendo le distanze da me, cioè uscendo da una pericolosa autoreferenzialità. Tuttavia devo ancora definirmi attraverso romanzi sui quali sto lavorando.
Per quanto riguarda gli autori con i quali mi sono confrontato non saprei perché vengo da un sacco di letture: Calvino e Buzzati gli ho letti prima in francese poi in italiano, così come la letteratura classica prima sempre in francese. Non c’è un modello. Mentre per te le canzoni scandiscono la tua vita, ci sono le canzoni dell’adolescenza, invece per me le canzoni le imparo tutte in una volta. Io ascolto tutto da un certo punto in poi, per la letteratura succede esattamente la stessa cosa, non c’è una scansione precisa che ti fa creare dei modelli. Questo può essere un limite ma anche una liberazione.
Il primo libro che ho letto in italiano era La coscienza di Zeno: in italiano era la scelta sbagliata; nella traduzione francese era il libro giusto.

Enrica: Per consuetudine si è soliti indicare sotto la categorizzazione “scrittura migrante” l’impegno di coloro che provenienti da altri paesi hanno deciso di divenire scrittori utilizzando, o meglio vivendo la lingua italiana. Amedeo Gnisci definisce la “scrittura migrante” come una particolare zona della letteratura contemporanea. Quali potenzialità occulta tale espressione, al di là del rischio entro il quale molti scrittori cadono volendone intendere meramente il lato ghettizzante?

Tahar Lamri: Condivido la dicitura “scrittura migrante”: per me migrante è chiunque voglia uscire dagli schemi, dal canone letterario imposto dalle scuole. Migrante è Magris. Gli scrittori della frontiera sono tantissimi, poeti dialettali e regionali: Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo è scritto in siculo: un linguaggio mediterraneo che contamina. Ma vi sono molti altri giovani scrittori: alcuni hanno scritto a Tripoli e a Tunisi ma non sono mai stati considerati scrittori italiani proprio per la questione del canone letterario.
L’appellativo “letteratura della migrazione” a me non dispiace, non lo trovo incongruo. Qualche tempo fa sono stato invitato a presentare il libro di uno scrittore italiano. Normalmente la situazione è opposta, poiché sono io che vengo esposto al pubblico italiano come intruso attraverso un padrino autoctono. Quindi in questa circostanza la situazione si è rovesciata: penso che ci troviamo in un “terreno della migrazione” in un senso veramente lato.

Enrica: E per quanto riguarda la categoria di “seconda generazione”?

Tahar Lamri: All’incontro svoltosi a Genova organizzato dall’Internazionale mi sono confrontato con il gruppo g2. Non sono d’accordo sull’uso dell’espressione “seconde generazioni”, innanzitutto perché è stata coniata da nazisti per indicare quanto sangue misto rimaneva nella seconda, nella terza, nella quarta generazione secondo le leggi di Mendel nel matrimonio fra ariani ed ebrei. E’ stata ripresa dai francesi, dove è stata applicata ai “dannati della terra”, algerini soprattutto, tunisini, marocchini, quelli del Mali, del Senegal..ecc. come fattore di esclusione. L’immigrazione non si eredita. Un ragazzo che segue i propri genitori non ha scelto l’immigrazione, la subisce. Spesso se nessuno glielo dice non sa neppure di essere straniero. Tanti bambini di differenti etnie si vergognano di riconoscere la nazionalità di appartenenza, non vogliono che venga posto l’accento sulla loro diversità. Un po’ per omologazione, perché non si vuole essere diversi; poi lo straniero non vuole rendere pubblica la sua estraneità rispetto il contesto in cui vive. L’appartenenza ad una diversa origine è vissuta nell’intimità della casa, l’immigrato non desidera parlarne al di fuori delle mura domestiche. L’espressione “seconda generazione” non ti dà la cittadinanza.
Ho scoperto infatti che loro si chiamano g2 perché vogliono chiedere la nazionalità italiana. Ma che razza di richiesta è questa qui? I diritti si chiedono a tutto campo o non si chiedono. Bisognerebbe partire dal presupposto che non sono immigrati, in quanto l’immigrazione non l’hanno scelta.
Quando diventiamo cittadini e non siamo più eredi delle condizioni dei nostri padri? Quelli che non vogliono dare la casa popolare fanno lo stesso discorso però rovesciato: no le case agli italiani perché troppi stranieri, quindi ci si mette in una situazione di ghetto. Sembra che i g2 vogliano fare solo musica rap con questa etichetta….

Enrica: In Italia non esiste una politica condivisa nei confronti delle quote crescenti di cittadini che vengono da altri paesi. Vedi elementi di speranza per i prossimi anni?

Tahar Lamri: Questa questione riguarda tutti, non solo l’Italia. L’Italia è diventata un paese in cui l’Europa può trovare la propria coscienza tranquilla. Quando Sarkozy era ministro dell’Interno, Ségolène Royal ha osservato: “Ti ha fatto piacere quando è stato arrestato quel nonno che, andato a prendere il nipote a scuola, è stato arrestato e mandato via perché non aveva i documenti?!” E lui: “Ma cosa ti ha intenerito il bambino, il nonno o la mancanza di regole?”. Il fatto che ci sia Berlusconi rende l’Europa a posto, perché si può parlare male dell’Italia, quindi stanno succedendo chissà quali cose straordinarie in Italia! In realtà è tutta l’Europa che non vuole stranieri. Gli spagnoli possono dire quello che vogliono, ma loro comunque non hanno tanti marocchini in quel fosso lì di 13 kilometri: Ceuta e Melilla sono delle fortezze.
I politici italiani sono ignoranti quindi sono molto criticabili, ma non fanno cose diverse da quelle che fa l’Europa. Da questo punto di vista l’Europa vuole che tutto sia in libera circolazione meno che le persone. Infatti, un paese comunitario come la Romania a un certo punto si è detto “ah, ci sono i rom!”. Sui rom pesa un pregiudizio storico incredibile: a proposito dei rom non si è mai parlato di diaspora. Non è stato mai dato loro questo statuto di diaspora, perché nessuno sa come chiamarli: si chiamano gipsy, gitani, zinganoi (nome greco: intoccabili), nessuno li vede come minoranza europea, forse i veri europei, la musica europea è lì, tante sinfonie sono ispirate alle loro musiche. Si tratta di una minoranza interna all’Europa, è ormai da migliaia di anni che sono venuti dall’India.
Tuttavia il flusso di immigrati continuerà sempre, basta leggere Bauman a proposito delle cosiddette “società liquide”. Questo processo storico andrà avanti così, forzerà i governi nazionali. Lo stato nazionale nasce come invenzione di sé ed esclusione dell’altro. Ora sotto i colpi degli immigrati e delle multinazionali il diritto nazionale è messo fortemente in crisi. Quando vengono le multinazionali le si apre la strada, quando vengono i dannati della terra bisogna chiudere le frontiere. Non so se sia possibile avere delle speranze.

Enrica: E’ possibile una società vivibile per i nostri figli?

Tahar Lamri: Si inserisce il problema del diritto e della democrazia: se sia possibile regolare qualcosa, se caotico può rompere veramente tutti gli equilibri; se lo si possa regolare rimanendo sempre democratico. Come si dice l’Italia ha sconfitto il terrorismo rimanendo sempre democratica, mentre gli americani per il terrorismo islamico hanno fatto il Patriot Act e hanno calpestato la democrazia. C’è da preoccuparsi per i figli che hanno tutti questi input che sono veramente negativi per loro. Mancando una opposizione non si sa chi controbatterà.

Enrica: Forse il fatto che ci sia un’egemonia così forte di un discorso di un certo tipo permette di creare uno sbilanciamento tra quelli che sono i problemi reali e quello del discorso che viene costruito: non vi è giornale o telegiornale che in ogni notizia non metta in qualche modo il termine immigrazione. I problemi reali sono altri: non tiene conto che gli sbarchi dei clandestini sono un 10% rispetto l’entrata che avviene attraverso altre vie. E’ la costruzione di un discorso sproporzionato che non corrisponde alla realtà.

Tahar Lamri: La responsabilità dei giornalisti è pesante rispetto questa cosa qui. Non la vedo solo per gli stranieri, gli irregolari. Spero di sbagliarmi, ma la vedo come una specie di costruzione del conflitto orizzontale: se riesci a rendere il conflitto orizzontale il tuo vicino ti soffoca. Come fai a costruire il conflitto orizzontale e la cultura verticale? Si danno soldi solo alla lirica, questa cultura altissima, la cultura popolare sta morendo dappertutto. La cultura popolare vera fa la convivialità e risolve i problemi di conflitto orizzontale. Prima il conflitto era verticale, te la prendevi con il padrone di casa, ora te la prendi con il vicino dimenticando i problemi reali. Sono le paure percepite: se uno colorato viene da lontano se sono una donna stringo la borsa, non si sa mai! La criminalità vera sta diventando una multinazionale, il telegiornale parla solo di fatti di cronaca nera.

Enrica: Se parli di responsabilità mi viene in mente la vecchia polemica sull’engagement, lo scrittore engagé. Da venti, trent’anni in Italia non esiste più un canone letterario. La letteratura fa parte dell’immagine che un paese, una comunità ha di sé. Non ci sono più critici letterari. Il fatto che il panorama delle lettere italiane oggi sia un panorama un po’ di confusione, mi fa pensare alle difficoltà che tu hai avuto quando hai cominciato a scrivere l’italiano (quali modelli posso adottare, con quali autori posso confrontarmi..). Credo che pochi oggi siano capaci di dire che cos’è la letteratura italiana. Come hai affrontato questo problema?

Tahar Lamri: Rimane una specie di canone letterario. In Italia la storia della letteratura italiana è quasi un genere a sé e il sogno di qualsiasi accademico è fare l’ennesima storia della letteratura italiana, desanctisiana ecc. Siccome l’Italia è un paese un po’ immaginario linguisticamente, si è voluto creare una specie di storia della letteratura italiana il cui telos va dai primi scritti siciliani di Federico II a Federico Moccia come se fosse una cosa continua. La confusione attuale: i problemi sociali sono stati riconsegnati al giallo, al noir. Che spesso sono delle schifezze: è linguaggio televisivo scritto.

Enrica: C’è chi teorizza che il giallo sia la nuova forma di scrittura epica italiana.

Tahar Lamri: Forse è vero per qualche autore, ma non come letteratura.

Enrica: Il tentativo reiterato di costruire un canone storico in Italia si è sempre scontrato con una geografia della letteratura molto differenziata. Questo è così per tutti i canoni nazionali che sono nati in epoca tardo romantica. Non so se questo scoppiare del canone in Italia sia leggibile solo in termini negativi.

Tahar Lamri: E’ una confusione. Vi sono comunque cose meravigliose, scrittori come Tiziano Scarpa.

Enrica: Restando in Veneto, Parise è morto, Meneghello è morto, Rigoni Stern è morto. Questi erano i padri della letteratura veneta. Manca la generazione successiva. Ci sono gli scrittori giovani, Tiziano Scarpa di Venezia, Trevisan di Vicenza. Questi sono così fortemente legati al territorio, eppure i loro modelli sono esterni. Trevisan ha cominciato sul modello di Thomas Bernard e Beckett. E’ interessante la mediazione di diverse fonti letterarie. Nella letteratura c’è stato un blocco parallelo ad altri blocchi economici, sociali, la rottura di un certo modello. Come se fosse avvenuto qualcosa, una trasformazione di cui non si capisce bene l’esito finale.

Tahar Lamri: Può anche essere che non sia così negativa la situazione: in questo modo si rompono gli schemi e nasce qualcosa di nuovo, magari fatto da immigrati e italiani insieme perché non riconosciuti né l’uno né l’altro all’interno del canone. Il mio amico Erri di Luca è napoletano, oppure Daniele del Giudice che sta a Venezia. Ha scritto Wimbledon. Quando siamo insieme non appare che io sia straniero, io faccio le mie cose. Altri meno conosciuti, un’amica di Mantova, Elena Malagò, scrittrice meravigliosa, ha scritto un libro edito da una piccola casa editrice. Non vi è alcuna differenza se io sono immigrato e lei italiana quando si tratta dello scrivere. Ho incontrato a Genova una giovane scrittrice, Lisa Ginsburg. Sono contro la mistificazione dei nuovi scrittori. Nella situazione attuale non ci sono più maestri.
Al convegno un immigrato ha detto che la letteratura italiana è morta, fa schifo, noi siamo arrivati e diamo un nuovo impulso. Questo non è vero. Nella situazione attuale non ci sono più maestri, perché dovrebbero esserci maestri? Se uno si rinnova per se stesso è già una conquista incredibile.

Enrica: Cosa ne pensi del romanzo di Lakhous? (Lakhous, A., Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, e/o, Roma, 2006. N.d.R.)

Tahar Lamri: Mi piace per la coralità che rispecchia la nostra cultura arabo-islamica. Noi tessiamo dei tappeti. Noi amiamo le storie corali perché non siamo capaci di introspezione, per farla dobbiamo impararla. Dall’altro lato lo trovo un’operazione un poco commerciale. Va bene che non si scrivano solo autobiografie o testimonianze. A Genova diceva due cose sulle quali non sono d’accordo: la prima che lui con la sua scrittura attraversa e cancella i confini. Non ha molto senso per la letteratura, perché la letteratura va al di là dello stato nazionale. La letteratura se non attraversa i confini non è letteratura. Il Decamerone ha attraversato i secoli. Altra cosa per la quale in quanto arabo non sarei d’accordo è la sua affermazione: “quando scrivo in italiano per me è un ritorno, perché l’Italia in Sicilia è stata araba, quindi scrivere in italiano non è un arrivo”. La Sicilia è stata araba perché l’ha voluta Federico II, Ruggero e non gli arabi, gli svevi hanno dato l’impronta araba alla Sicilia. Se no cosa direbbero gli ebrei che hanno attraversato tutti i confini, hanno scritto in tutte le lingue…dovrebbero ritornare dappertutto nel mondo? Ogni letteratura è un ritorno. Se io mi metto a scrivere in arabo, nella mia storia c’è anche l’italiano, sono determinato dalla storia, quindi non c’è più scampo. Appena scrivo il nome di un protagonista straniero ho già attraversato un confine.
Se pensi alla letteratura, al Chisciotte, pensi che i confini non esistono nemmeno, non possono esserci. La letteratura comparata non esiste da sempre, esiste da un certo punto in poi per motivi colonialisti. Se non attraverso i confini non scrivo. Se non attraversi i confini perché devi scrivere? Meneghello attraversa i confini scrivendo di Malo, un piccolo paesino.

Enrica: pensi che alle origini l’atto letterario sia generato da un trauma? Primo Levi era un ingegnere chimico, eppure solo con la letteratura, col rimemorare gli insegnamenti liceali, sfugge all’annientamento del Lager.

Tahar Lamri: Un amico scriveva in tupí-guaraní. Imprigionato perché comunista. Sotto terra per mesi, non vedeva la mano di chi lo sfamava, per non impazzire recitava una pièce teatrale. A un certo punto si è accorto di uscire dal copione: una strategia di sopravvivenza che ti porta proprio dove volevi evitare di andare. Uno scrittore egiziano ha scritto un romanzo intero sulla carta delle sigarette, perché è l’unica carta che poteva entrare in carcere. La scrittura per i dittatori è un problema. Da Sherezade si impara che la letteratura che ti salva la vita.

Un pensiero su “La scrittura come pellegrinaggio circolare

  1. oh beh… “Ogni letteratura è un ritorno. Se io mi metto a scrivere in arabo, nella mia storia c’è anche l’italiano, sono determinato dalla storia, quindi non c’è più scampo”, la cosa strana di internet è che anche le bombe atomiche diventano atomizzate

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