Lévi-Strauss, non è un culto però è grande

di Tonino Bucci

Il 28 novembre Claude Lévi-Strauss compie cento anni. La patina del tempo si è posata sui suoi libri, diventati via via veri e propri classici. Tristi tropici, Le strutture elementari della parentela , Il pensiero selvaggio , solo per ricordare qualche titolo, hanno fatto epoca. Lévi-Strauss ha annunciato un nuovo modo di fare antropologia, l’ha resa a pieno titolo una scienza, l’ha adeguata al proprio antisoggettivismo. Soprattutto ha aperto la strada al metodo dello strutturalismo – ripreso dalla linguistica saussuriana – diventando l’iniziatore di una tendenza che avrebbe sedotto tutta la cultura francese. Grande scienziato, narratore suggestivo, certo. L’hanno celebrato, osannato, citato in tutte le salse. Nessuno potrà mai contestarne la grandezza intellettuale. Però è lecito anche chiedersi dove corra la sottile linea di confine tra i meriti teorici di Lévi-Strauss, il soffio favorevole delle mode di cui ha goduto e la capacità di cogliere un momento culturalmente propizio. Giriamo la domanda a uno dei più noti antropologi italiani, Luigi Maria Lombardi Satriani, docente di Etnologia all’università La Sapienza di Roma. Il suo prossimo libro sui classici dell’antropologia uscirà a breve col titolo Per una storia degli sguardi da vicino e da lontano .

Se Lévi-Strauss ha avuto fortuna per le sue opere ed è diventato ormai un classico, la stessa cosa non può dirsi per il suo metodo. Lo strutturalismo oggi è dato per morto e sepolto. O no?
L’applicazione dello strutturalismo all’antropologia è da riferirsi senz’altro a Lévi-Strauss. Ma non si può definirlo il suo metodo perché lo strutturalismo lo riprende dal Corso di linguistica generale di De Saussure. E’ un metodo che nasce in ambito semiologico e linguistico. Il merito di Lévi-Strauss è di averlo adattato alla riflessione antropologica, all’analisi dei miti e delle strutture elementari della parentela.

Però è grazie a questa operazione che l’antropologia è diventata scienza, no?
Sì. Ma tra le doti di Lévi-Strauss c’è soprattutto quella di una scrittura suggestiva e accattivante. Tristi tropici è un’opera di grande narrativa. Alcune pagine di Mitologica sono costruite secondo una consapevole partitura musicale. Nelle sue parole c’è una grande carica evocativa, ad esempio quando parla della precarietà dell’uomo e della sua esistenza rispetto alla vita del pianeta. Usa in maniera persuasiva la dimensione evocativa della letteratura. E’ stato un grande antropologo anche perché fu, per l’appunto, un grande narratore.

Ebbe anche un forte impatto politico, non dimentichiamolo. Fu uno dei primi a mettere in dubbio la presunta naturalità dei rapporti familiari così come li conosciamo nella nostra società. Vero?
Certo. Un grande impatto. Ma suscitò anche diffidenze. Per esempio quando l’Unesco gli diede incarico di tenere un discorso ufficiale sulla razza, suscitò grosse perplessità. Secondo me non era un discorso razzista. Ma questo dimostra come il potere politico guardi con estremo sospetto alle analisi scientifiche quando non sembrano coincidere con i propri convincimenti o ciò che in quel momento appare politicamente da sostenere.

Lévi-Strauss ha problematizzato la presunta neutralità dell’antropologo. Quando parliamo degli altri e del loro modo di vivere siamo sempre situati, cioè siamo coinvolti in prima persona in quel che diciamo. Perciò se l’antropologia vuol essere scienza deve sottrarre all’arbitrio il ruolo di chi parla in luogo dell’altro. E’ così?
E’ la lezione più attuale. Come mi sembrano attuali tutte quelle pagine in cui Lévi-Strauss si riferisce alla condizione dell’etnologo come simbolo di espiazione dell’occidente. Non a caso questo motivo venne fortemente ripreso in Italia da Ernesto De Martino in Terra del rimorso . Nelle prime pagine richiama esplicitamente le suggestioni Lévistraussiane di Tristi tropici e rielabora la concezione dell’etnografia come assunzione dello scandalo permanente del culturalmente alieno. In Italia è stata una svolta fondamentale per gli studi demoantropologici.

Come mai in Italia ha avuto tanta fortuna? C’era forse una predisposizione nella nostra cultura?
Alcuni studiosi italiani sono stati anche diffidenti nei confronti di Lévi-Strauss. Lo stesso De Martino nutriva forti riserve verso lo strutturalismo come metodo. C’è da dire che Lévi-Strauss, senza nulla togliere alla sua grandezza intellettuale, vive in un momento fortunato, al crocevia di un certo pensiero filosofico, di un certo pensiero antropologico, di certi studi semiologici. Questa miscela culturale ha risposto ai bisogni di un’intera generazione. Ha avuto successo in Francia e a livello internazionale. Per quel che riguarda l’Italia molte volte tutto ciò che arriva dalla Francia ha un’eco notevole anche per quella sorta di provincialismo da cui siamo affetti. Appare più intelligente, più à la page essere d’accordo con l’ultimo autore francese tradotto. C’è una moda francofila. In Italia abbiamo anche grandi autori che vengono conosciuti poco e male o tardivamente. Facciamo un minimo di tara alle mode culturali.

C’è ancora un Lévi-Strauss poco conosciuto accanto alle opere più note?
Non direi. Le sue opere continuano a essere tradotte e pubblicate. Non sono solo Mitologica o Le strutture elementari della parentela a essere conosciute. Si studiano anche le sue riflessioni sulle maschere. Essendo io impegnato ancora nell’insegnamento universitario posso assicurare che Lévi-Strauss esercita ancora suggestione sui giovani.

Ma si adatta ancora questo autore antisoggettivista per definizione allo spirito del nostro tempo? Suscita ancora qualche consenso l’idea che il linguaggio e la cultura siano un complesso di strutture sulle quali noi individui, esseri umani e parlanti, non abbiamo alcun potere d’intervenire?
E’ vero, l’antisoggettivismo è caduto in disuso. E’ vero anche che, di volta in volta, nel dibattito antropologico – come in altre discipline – si succedono fasi alternanti: una volta c’è la tendenza a cercare le leggi e le costanti oggettive; un’altra volta, prevale la rivendicazione del soggettivismo e il tentativo di decostruire la realtà. Poi torna di nuovo un’istanza oggettivistica e così via di seguito. Basta guadagnare uno sguardo prospettico e fare un passo indietro. Guardiamo il panorama piuttosto che i dibattiti anno per anno. Allora ci accorgiamo che tutto si va a comporre, l’una e l’altra istanza assieme. E’ errato pensare sempre in termini di aut-aut. E’ molto più feconda la prospettiva dell’et-et. Non in nome di un eclettismo acritico ma perché ognuno di noi si costruisce la propria antropologia mutuando dei tratti dall’uno e dall’altro studioso.

Questa tensione tra la ricerca dell’oggettività e la rivendicazione del soggettivismo di chi parla è tutt’altro che risolta nell’antropologia odierna. Non è così?
E’ totalmente irrisolta. Però come non avevano ragione i pensatori dall’impostazione ottocentesca che cercavano di costruire il sistema, le leggi costanti, le leggi dello sviluppo umano e della cultura, così non sono pienamente condivisibili le affermazioni di autori come Clifford Geerz, che a furia di destrutturare e decostruire si ritrovano col niente. Certo che qualsiasi discorso suppone un soggetto, ma bisogna guadagnare almeno provvisoriamente una qualche forma di oggettività e di ancoraggio al reale. Quando dico equilibrio critico penso a una sintesi tra tensione oggettivante e desiderio di soggettività. Non si può dire solo “io”. Andrebbe decostruito pure questo “geerzismo” imperante in Italia. Molte volte esasperiamo la tendenza a considerare alcuni studi tanto più oggettivi quanto più distanti sono da noi e riteniamo lo sguardo da vicino troppo miope. Altre volte pensiamo si possa parlare solo di ciò che è prossimo a noi. In realtà è necessario sia l’uno che l’altro, lo sguardo verso di noi e lo sguardo verso gli altri. Solo dalla intersecazione degli sguardi che può venire una conoscenza critica.

Questo vale anche nei riguardi della stessa opera di Lévi-Strauss?
Dobbiamo essere riconoscenti alla sua lezione perché sarebbe patetico e ridicolo liquidarlo. Ma neppure dobbiamo assumerlo come oggetto di culto. Uno studioso si onora studiandolo non tributandogli una sorta di generica commemorazione o esaltazione.

Anche perché le celebrazioni scompaiono il giorno dopo senza lasciare tracce…
E’ quel che è accaduto in Francia con Barthes e Foucault. Prima idoli e poi gettati nella polvere. Questo ha poco a che fare con l’atteggiamento critico, l’unico a mio parere doveroso se si vuol rendere omaggio agli studiosi che ci hanno preceduti.

Pubblicato su Liberazione 21/11/2008

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