Riflessioni di Marco Grassano sul tema dell’ambiente e del paesaggio

Introduzione di Giovanni Agnoloni

Interviene oggi sul tema dell’ambiente Marco Grassano, già da me intervistato in passato per LPELS (v. https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/12/03/un-contributo-letterario-tra-alessandria-e-il-mediterraneo) e intervenuto sul tema del viaggio alla manifestazione LA PENNA DEL MAGNIFICO (allego video) .
Il tema, e lo spunto per la riflessione, è la Provenza, cara a quest’autore alessandrino e da lui già toccata in “Fin dove cresce l’ulivo. Itinerari mediterranei tra Andalusia, Provenza e Portogallo” (ed. Muzzio).
Come sempre nella sua scrittura, Grassano – che si ambiente si occupa anche per lavoro, nella Provincia di Alessandria – dimostra una grande sensibilità per il paesaggio, la sua energia e i suoi delicati equilibri, oltre che un’attenzione del tutto speciale per gli scrittori che delle descrizioni paesaggistiche hanno fatto il pilastro della loro arte.
Ne segue una riflessione sul potere “rivoluzionario” della sensibilità artistica, e sulla sua reale capacità di vedere – o forse di lasciarsi suggerire dalla natura – soluzioni, là dove il materialismo razionale si dimostra cieco.

LA PROVENZA IN VAL CURONE
(Riflessioni per una gestione “razionale” del territorio)

di Marco Grassano

Lo scorso agosto ho partecipato, in quel di Garbagna, alla presentazione del secondo dei tre volumi che l’amico prof. Mario Franchini ha dedicato alla Provenza, pubblicati dalle alessandrine Edizioni dell’Orso (il primo lo abbiamo presentato l’anno passato, e per il terzo – se avremo vita, salute e quant’altro – speriamo nell’anno prossimo). Le vie del centro paese sapientemente pavimentate, illuminate con gusto e fiancheggiate da eleganti vetrine, la piazza col grande platano, il bar e la chiesa, il dolce clima serale facevano davvero pensare a Lourmarin o a qualche altro villaggio del midi francese. “Ma non è questo il punto” (per concedermi un’autocitazione). Durante il dibattito, si è parlato non tanto della fin troppo celebre riviera, quanto piuttosto della Haute Provence, di quella parte di territorio, cioè, che sta fra la montagna del Luberon e il petrarchesco Monte Ventoso, fatta di borghi in pietra, di vigneti, di frutteti e di altopiani lavandieri. Si è riflettuto che quella zona, paesaggisticamente non troppo dissimile dalla Val Curone (chi ha visto il film “L’ussaro sul tetto”, tratto dall’omonimo romanzo di Jean Giono, o chi ha letto il libro, capisce cosa intendo), ha saputo utilizzare le proprie caratteristiche, diciamo, geomorfologiche e climatiche per attrarre un turismo di qualità – e sfruttare i vantaggi economici, anche in termini di indotto, che esso comporta – senza per questo snaturarsi.
Un collega di Fabbrica Curone, qualche anno fa, aveva buttato lì l’idea (che io trovo piuttosto interessante) di coltivare anche da noi, come fanno sulle alte colline e sulle montagne di Provenza, la lavanda: è pochissimo idroesigente, non teme il freddo (e neppure il caldo), può essere più che accettabilmente redditizia ed è… bella da vedere! Ma l’esempio provenzale andrebbe davvero studiato anche sotto altri aspetti, per trarne indicazioni operative che portino a valorizzare allo stesso modo il nostro territorio, facendone l’entroterra turistico ideale per una Liguria in estate troppo congestionata e lo sfogo di serenità e di verde per le caotiche, inquinate città di Piemonte e Lombardia: un rilancio della Valle basato su altri criteri – posso dirlo? più “universali” – che non la realizzazione di un “esclusivo” campo da golf.. Il mio vuol essere un appello-suggerimento lanciato a quanti sono stati chiamati a gestire direttamente il territorio, o hanno intenzione di provarci. A loro beneficio voglio pure tradurre questo brano, tratto dalla prefazione che il già citato Jean Giono ha scritto, nel 1967, per il libro di Raymond Collier “Monumenti e arte dell’Alta Provenza”.

«È un paesaggio nel quale si è felici perché la gamma dei colori è accordata in modo tenero e affettuoso, perché le linee organizzano un’architettura armoniosa che è piacevole abitare. È il più ammirevole dei pittoreschi. Può estendersi su tutta la superficie di un territorio. Non è più relegato in un luogo preciso, al di là dei cui confini la banalità imperversa, ma ricopre vaste distese, organizzandosi così bene nella diversità da far sì che tutti gli orizzonti propongano variazioni infinite della gioia di vivere. Le pianure si mescolano alle colline, le colline alle montagne, le vallate ai valloni, i fiumi ai mari, i prati alle foreste, i coltivi alle paludi, le lande e i maggesi ai deserti. È, con ogni evidenza, il pittoresco più efficace (sul piano dei soldi, beninteso, visto che è quello che tocca maggiormente le persone, quello su cui si giudicherà se siamo “moderni” o se non siamo che vecchi “rimbambiti” retrogradi; e soprattutto perché è solo se parliamo di soldi che ci ascolteranno e che avremo forse una possibilità di salvare ciò che deve essere salvato). Il più efficace sul piano dei soldi, perché è un intero territorio, grazie alla sua qualità, che attira e trattiene. Non ha che da lasciarsi vivere. Se è abbastanza intelligente da mantenere intatto il proprio patrimonio di bellezza. Poiché questa bellezza è appesa a un filo. Nulla di più facile da distruggere di un’armonia: basta una sola nota falsa. Mi è toccato, qualche anno fa, discutere per mesi con un sindaco più stupido degli altri per cercare di fargli capire che una prateria (che si vedeva dalle porte della sua cittadina), nella quale bramava di impiantare non so che silos o cooperativa, aveva un colore verde ben più importante, sul piano locale, del silos o cooperativa. Era l’evidenza stessa: gli orizzonti alpini, le colline coperte di roveri bianche, lo srotolarsi di un altopiano coperto di mandorli che circondavano quel piccolo borgo amato dai turisti di passaggio assumevano il proprio valore e la loro qualità solo in rapporto all’ammirevole chiazza verde della prateria. Qualsiasi cosa si facesse a quel verde, abolirlo o semplicemente ridurlo, voleva dire distruggere tutto. Il sindaco summenzionato mi diede del poeta, cosa che in certi imbecilli è segno del più amichevole e condiscendente disprezzo. “Impiantò” il suo silos o la sua cooperativa con gli applausi di tutti quanti. Un anno dopo, avevano cambiato tutti atteggiamento, ed in particolare gli albergatori della zona. “La gente non si ferma più” dicevano, “passa, getta un’occhiata e se ne va”. Il problema è che uno non ci tiene ad avere un silos o una cooperativa sotto gli occhi. Il problema è che queste costruzioni, del resto moderne, non contribuiscono alla gioia di vivere. Succedeva cinque anni fa. Oggi non c’è più un solo albergo nella cittadina di cui parlo. Ma, beninteso, non uno di quei poveracci vorrà credere ai pregi del semplice verde della prateria.»

Non mi meraviglia il sarcasmo – affabilmente ottuso – con cui questo sindaco presunto “modernista” ha trattato lo scrittore provenzale. Simili persone vogliono ribaltare la propria insensibilità contrapponendo la pretesa inconcretezza di chi ama la natura (o la poesia, o l’arte, o la musica…) al pragmatismo che, nelle intenzioni, caratterizzerebbe invece loro. Ma, a dire il vero, nella famosa “torre d’avorio” ci sta rinchiuso chi vuol misurare tutta la realtà col solo metro della produzione e del profitto, mentre i veri pragmatici sono quelli che danno importanza anche alle piccole cose, alle piccole emozioni, e che contemplano, sostanzialmente, un mondo assai più variegato. Un esempio. Mentre la costa e l’immediato entroterra della Liguria imperiese venivano scempiati dalla speculazione edilizia, Francesco Biamonti e Nico Orengo mettevano in guardia contro i rischi di una cementificazione sfrenata, aggiungendo, inoltre, che era pericoloso togliere gli ulivi, dotati di solide radici, per costruire le serre e piantare le rose. Ma venivano considerati dei poveri utopisti fuori dalla realtà: “il poeta” e “il verde”, li chiamavano, col sarcasmo cui si è fatto cenno. Solo che… nell’ottobre 2000, in quel tratto di Liguria, ci fu un’alluvione che spaccò tutte le cementificazioni fuori luogo (ci andai qualche mese dopo, e mi parve un paesaggio devastato dalla guerra!), mentre i pendii da cui gli ulivi erano stati stupidamente eliminati scivolarono verso valle e rischiarono seriamente di far franare i paesi soprastanti. Fu allora piuttosto chiaro che i due presunti “utopisti” avevano intuito il pericolo che si correva perché avevano un senso della realtà assai forte, mentre i “pratici” e “concreti” cementificatori e speculatori la realtà l’avevano completamente ignorata, persi nel sogno della propria cupidigia. Proviamo a pensarci un po’…

7 pensieri su “Riflessioni di Marco Grassano sul tema dell’ambiente e del paesaggio

  1. fa sempre piacere trovare compagni di cordata che lavorano sparsi sulla grande landa che abitiamo. E’ evidente che in Italia siamo in guerra da tempo con la Bellezza. Solo in Lombardia negli ultimi dieci anni si é cementificata la stessa cubatura dei 50 anni precedenti …non dobbiamo arrenderci. Dobbiamo continuare a servire la Bellezza, l’Armonia, l’Orizzonte. Grazie per questo intervento a Marco.

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  2. Testimoniare, sempre, Davide. La parola è un’arma difficile da sconfiggere, per lo meno quanto i palazzinari selvaggi. Per questo terremo duro.
    Grazie per il tuo intervento, e un grosso grazie anche a Marco Grassano per le sue sagge parole.

    Giovanni A.

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  3. i “pratici” e “concreti” cementificatori e speculatori, caro Giovanni, non ci sarebbero se non ci fossero masse di catatonici che non vedono più in là del loro naso. Viene da chiedersi, a volte, provocatoriamente, il senso del suffragio universale: esame abilitativo come per la guida, per non fare danni, prima di mettere una scheda elettorale in mano:)

    Grazie, Giovanni, e un saluto a Davide

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  4. Viene davvero da chiedersi un sacco di cose, Giovanni. Personalmente sono un convinto democratico, ma per esempio Platone non era d’accordo che questo fosse il sistema di governo più giusto e produttivo, soprattutto perché (indipendentemente dalle parti politiche – la mia è una considerazione universale) spesso chi governa fa delle solenni corbellerie (anche – e in questo caso, trattandosi di ambiente e paesaggio, soprattutto – a livello locale).
    Ma il compito di chi scrive è segnalare l’urgenza delle tematiche, e lavorare così su quell’aspetto della sensibilità individuale che i mezzi di comunicazione di massa e la propaganda pubblicitaria tendono ad annichilire, appiattendoci su una mentalità omologata, acritica e indifferente. Speriamo di riuscire a toccare qualcuno.

    A presto!
    Giovanni A.

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  5. Tra il rosso e il verde tutto tace

    C’è il semaforo ch’è rosso e stoppa il tempo a tante vite
    e le nuvole che piangono sulle cavalcature…
    La mattina per le strade, c’è una guerra da scoprire:

    Le autoscatole meccaniche sbuffano anidride,
    le avanguardie come stormi con i caschi omologati,
    planano sui giorni per andare più veloci.

    …e le selle sono scomode… catafratti da battaglia…
    Do tregua alla mia bestia e mi sistemo il fondo schiena…
    fretta a folle e folle in fretta mi sorpassano a catena.

    POOO! Stai attento!
    …un bel carro tira redini e poi accosta
    c’è un bambino in quell’oblò fermo in seconda
    che dipinge la condensa…

    preme la mano sul vetro appannato,
    fa il gesto d’un saluto… insonorizzato.

    Il semaforo ch’è verde apre la diga,
    nel cemento si riversano flussi di ferraglie
    con mammiferi serrati dentro all’erta,
    mani piedi in gran travaglio,
    carne peli occhi guance…
    c’è un trambusto tutto intorno,
    eppure dentro tutto tace…

    Riccardo Raimondo

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  6. Grazie dell’intervento. Bello, nitido come un’alba. Ma non facciamoci illusioni la strada e’ lunga. Ed e’ bene trovare nuovi compagni lungo il cammino, per non perdersi nel buio delle solitudini. Grazie, Giovanni e Marco per esservi accostati. Speriamo di diventare tanti un giorno vicino, ma non troppi, e soprattutto speriamo di non perdere la capacita’ di ascoltare, con l’intelligenza del cuore le pieghe nascoste del mondo. E’ un dono che nutre la Vita. Con riconoscenza…

    avanti ferventi
    Massimo

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  7. Un grazie a te, Massimo. Riconoscersi e sostenersi è una parte essenziale del cammino dell’uomo. Senza escludere nessuno, ma cementificando le idee buone in nuclei vivi di persone che le condividono e che le vogliono portare avanti.

    Un caro saluto,
    Giovanni A.

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