Nel folto di silenzi senza occhi

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(Federico Federici, L’attimo del paesaggio, 2007)

         Da un’eternità passeggera (IV) – Nel folto di silenzi senza occhi

gravida di polvere
e stupori, monotona
corolla
verdemare,
divampa sul ciglio
levigato della sera –
segreto dispiegarsi
di calici ricolmi
di muschiose piogge
o intrico declinante
d’agavi protese
in bianchi spasmi: –

tale l’ombra,
indisturbata soglia,
cielo paziente delle felci,
che si tesse
in lampi di passato
e cumula gemme
dalla tenebra –
fino a sfiorire
nel folto di silenzi
senza occhi

 

*

 

impressioni di luce
nel dolore elementare delle foglie
appassite
in mausolei di rami,
nel pianto dei fiori
che si oscurano
al vapore silenzioso degli specchi
come farfalle anestetizzate
da più voraci spilli e
bocche d’aria
illuse da un recupero di neve: –

a noi la notte è madre
sconosciuta
che brilla inavvertite voci d’alba
dai roghi che trascina
sepolti dentro il palmo –
noi, il labbro che si spoglia
delle sue lune d’erba
e cresce parole senza seme,
aride di allucinata,
improvvisata vita

 

*

 

ricoperti di vento
e nuvole,
chiusi entro limiti
invalicabili
d’infinita notte,
ci guida il padre occhispenti
che si fa vela per naufragare
su scogli di ponente,
cantare prodigi in mute spoglie,
tenebrosi transiti
sopra acque di luce
e di uragano: –

altrove,
simulacri di finite sillabe
splendenti
s’inventano gli dei,
per malcelata invidia
della breve eternità di un verso

 

*

 

la sera confinata
in cattedrali d’alba innaturali,
dimora di luci sterili
dove riparano gli uccelli
in silenzi di marmo
e il grano
cresciuto ai bordi delle strade
ha il volto sitibondo
dei lampioni, gli occhi
feriti di oscurati specchi,
in monodia di voci
indifferenti,
senza suoni: –

questa l’astuzia quotidiana
della morte –
cancellare la memoria
del futuro, il canto
ostinato del pane,
il nudo orizzonte delle nevi,
le palme segrete del sogno,
il calore dove si cova
il desiderio del mattino –
sommersi
da primavere eterne,
dalla fiumana scintillante
di stelle di neon
che abbeverano di putrescenti
aurore gli infiniti deserti
del presente

 

*

 

oltre il bianco,
in un nulla senza ferite,
la falce dei giorni
è un farmaco,
confidente veleno,
mendicante del vento,
florescenza acerba
di giardini incendiati: –

solo la mano che ascolta
vede crescere cespugli
alla sua ombra,
carte di transito
per i valichi sbarrati
della differenza,
mappe
presenti allo sguardo
in cifre disperse
di notti – una qualunque
ebbrezza
che, tra sete e
smarrimento,
incessante semina mondi

 

*

 

nitore di spina
tra i resti bruciati
d’inchiostro
di alfabeti in recuperi di luce,
in processioni di foglie
lanciate a rovescio di fonte –
parole insensate
partecipi dello stesso vuoto
che aggiunge memoria
a memoria,
esercizio di lapidi e lampi
tra rovine esplorate
in circolo,
a lume di mano,
nel silenzio di dio
garantito da abissi di tregua,
troppo debole
nella precarietà di tre lettere
per rivelarsi
all’ordito delle notti
voce che incanta l’ombra
e la redime: –

per questo la terra
sanguina delle sue ferite,
e le stagioni fioriscono
e trascorrono
nel fuoco muto della domanda
che da sempre esplode
dagli astri – un grido
che ha nome
di crepuscolo
e aurora

 

*

 

sabbia divorata dalla sabbia
come una immagine
rovesciata agli orli,
in un poi di secrezioni,
di frammenti abitati da inutili
suoni senza forma di luce –

spazio di un altrove
che rassicura il passo e al vento
strappa nomi di passato,
oasi dall’oblio,
insidie d’acque
disgiunte dal profondo,
dall’ultimo rovo che saluta
e cresce
per ambigue piogge: –

sofferti specchi d’oracolo
franati in polvere di voci,
un canto per la luna
lievitata di ferite
e nuvole di amanti
nella paura sacra del meriggio

 

*

 

il volto è una voragine
che spezza la chiarità dell’aria,
spazio inesistente
dove approdano a stormi
frammenti imploranti,
relitti d’ala e occhi
di stelle spente,
foglie evase dai sogni
per frangere
contro l’autunno del respiro: –

vibrazioni sonore
del paesaggio, parole
restituite all’iride,
materia in grumi sul labbro
per la danza che avvia
la simbiosi dei momenti
in malcelati sguardi,
infermi
movimenti di maschera
sul filo che contiene
la misura, l’ansia,
tracce di perdute tenerezze –
un accaduto che profuma
di distanze, un volo
che ha scelto la clessidra
per arrestarsi
in un disegno muto,
in polvere d’angelo caduto
delirata dai pori dell’aria

 

*

 

declina in castità di fuochi
alle porte di un sentiero che geme
luce lenta, l’immagine
confusa in tardi segni,
la cicatrice svelata agli occhi
per intimo asilo di silenzi –
voce che si trascina
lampi museali saturi di nidi,
testimone pensosa
di un prossimo vivere
in deformi riflessi d’ala,
alla terra degli astri
consegnato l’estremo volo,
il primo: –

un canto impalpabile
come l’eco remota d’uragano
arenata nelle pupille d’ombra
di un ramo –
candelabro del cielo
riacceso alla memoria
di una parola ammutolita
sul labbro

 

*

 

sorgente
dove la clessidra si svuota
del suo carico di spine e
l’acqua aspetta la notte
per evadere da bocche di ferita –
un astro di offerta
nell’urto impreciso delle sabbie,
una vela piegata da venti d’oasi
e una lingua da parlare
in chiarità di esilio: –

acqua deserta – mentre il lume
che si agita sull’onda
schiuma un fiorire
dove si accampa il pianto,
il dolore segnato nel ritorno

 

*

 

l’arco che si proietta
a cancellare il cielo
dallo sguardo, il lume
che riflette
la sua mole di neve,
la notte franata sul selciato
in chiaro fango d’occhi
ammutoliti –

questo arco di parole
che penetrano la bruma
dove, svanite, riaffiorano
in lenti crittogrammi
di silenzio,
in trame di sillabe
sulla pietra di se stesse –

questo arco disteso
nel mutevole
incessante oltrarsi
che cerca dietro i margini
la forma differente,
transitoria, alchemica,
il suo orizzonte
increato
di indecifrabili alfabeti
da sfogliare

 

***

15 pensieri su “Nel folto di silenzi senza occhi

  1. Ma basta con questo poeticume finto, polveroso e ammuffitto!
    I silenzi non hanno gli occhi e nemmeno le bocche e altri orifizi. Le ciglia levigate della sera fanno sbaraccare dalle risate con tutto il resto dell’armamentario. Non se ne salva uno di questi versi da trombone sfiatato.

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  2. Vogliate rimettere, cortesemente, il “commento” dell’anonimo, quale mi è stato riferito. Merita comunque una risposta, prima della cancellazione del post: non vorrei che pensasse che ciò è avvenuto perché ha lasciato il suo vomito qui. E’ un “onore” che, purtroppo per lui, non gli è concesso.

    Grazie.

    fm

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  3. Francesco, mi ero affacciata su questo post per esprimerti tutta la mia gioia di una lettura cosi grande, ormai con te mi ripeto perchè conosci il mio pensiero riguardo la tua poesia e il tuo essere poeta fino in fondo.

    Mi sono un poco disorientata col primo commento, ma lo lascio a te.
    Da me, come sempre, un forte abbraccio di stima.
    jolanda

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  4. Gentilissimo anonimo (mica tanto anonimo, poi, cara la mia bella mascherina!),

    che questi testi non ti piacciano, che ti facciano letteralmente schifo, ci sta tutto, e anche qualcosa in più, se serve: intanto, non solo il tuo diritto di pensarlo, ma anche quello di poterlo scrivere qui, liberamente, ogni volta che vuoi, almeno per quel che mi riguarda.

    Quello che non ci sta *per niente*, invece, è quel “trombone sfiatato”, che avrai la premura di recapitare a tuo padre: che sarà pure un grande musicista, nevvèro, ma almeno in una occasione, proprio “quella”, deve aver “stonato” e steccato di brutto. Ed è un vero peccato, davvero: fosse andato tutto liscio, oggi ci sarebbe un vuoto a perdere in meno in circolazione per la rete: indovina un po’ chi.

    Mettici almeno la faccia, coglione, di cosa hai paura? Di perdere clienti per la tua friggitoria?

    fm

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  5. rimba…udo, lei è sardo? no, perché scrive ammuffitto*.

    fm, non te la prendere, che chi apprezza c’è, eccome!
    un abbraccio.
    lu

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  6. Quella mascherina pare di conoscerla anche a me, dallo stile così preciso e colto…

    Ma non facciamoci distogliere. Grazie, Francesco, tra tanti versi che mi hanno colpito annoto questi:

    questa l’astuzia quotidiana
    della morte –
    cancellare la memoria
    del futuro, il canto
    ostinato del pane,
    il nudo orizzonte delle nevi,
    le palme segrete del sogno,
    il calore dove si cova
    il desiderio del mattino

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  7. Vi ringrazio, ma ci tengo anche a ribadire il pensiero che cercavo di esprimere sopra.
    La critica è sacrosanta, *deve* esserci, o è la fine, della poesia e di tutto quanto la riguarda: sommersa e risucchiata in un vortice di melassa che sta trasformando i litblog in camere a gas di buonismo e di banalità spacciate per commenti.

    Ma, e qui sta il punto: perché non argomentare? perché offendere le persone? perché nascondere la propria miseria umana e culturale dietro il comodo paravento dell’anonimato?

    Cosa c’è di male a scrivere: “Marotta, i tuoi versi non mi piacciono, sono ammuffiti, fanno ridere, e cerco anche di spiegarti perché”? Io, per quel che mi riguarda, non potrei che ringraziare chi, in ogni caso, ha speso del tempo a leggermi.

    E’ solo un esempio, ma credo riguardi tutti. Chi scrive e chi legge. Tranne, forse, quelli che lanciano sassate credendo di fare critica letteraria, e poi partono dal presupposto che “ciglia” sia il plurale di “ciglio”.

    Buona serata a tutti.

    fm

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  8. “un canto impalpabile
    come l’eco remota d’uragano
    arenata nelle pupille d’ombra
    di un ramo –
    candelabro del cielo
    riacceso alla memoria
    di una parola ammutolita
    sul labbro”

    Versi capaci come pochi, Francesco, con immagini delicatissime e altamente evocative, di condurci in un mondo speciale, per originalità e stacco (naturale, voluto e auspicato) dal reale. E’ lo spazio della poesia, e il tuo, in particolare, nel non-luogo e nel tempo sospeso che a una parte profonda di noi sa ricondurci.

    Grazie

    Giovanni

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  9. a volte qui si pubblicano dei versi a cui risponderei volentieri con dei versacci, ma non trovo giusto commentare, neanche motivando, la mia disapprovazione. in primo luogo perché CHI sono io, o CHI sono altri, per demolire il lavoro di chi ha scritto qualcosa credendoci, in secondo luogo non si fa: punto. se non ti piace, o non capisci, passa oltre, lascia la mano a chi apprezza o ha i ferri del mestiere. se mi piace un racconto o dei versi e ho tempo o so quello che dico, lascio il mio microscopico contributo che diventa a sua volta oggetto di riflessione, apprezzamento, dissenso, indifferenza. da lpels si imparano tante cose che se qualcosa non riesce gradito si può lasciar correre.
    a volte un bel silenzio, al contrario, è la risposta più consona a dei versi che ti lasciano “una parola ammutolita
    sul labbro”. come questi.
    sono intervenuta perché la violenza in tutte le sue forme è l’unica cosa che mi rende furibonda. e per mostrare di essere violenti non è necessario picchiare e uccidere.

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  10. Sono d’accordo col senso “profondo” del tuo discorso, Lucy; e, ferma restando la mia richiesta di una “critica” che sia veramente “tale”, debbo anch’io delle scuse, visto che, sia pure provocato (ma non è una scusante), sono finito nella trappola della “violenza” di cui tu parli e che, giustamente, deplori.

    fm

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  11. Se mi è concesso un appunto; credo che tu debba migliorare ancora prima di poterti ritenere un poeta compiuto. Dovresti a mio modestissimo parere abbandonare l’abuso di certe immagini che sono, sia dal punto di vista semantico che espressivo, dei cliché. La tua è una poesia molto chiusa e in cui occorrono dei termini con troppa generosità, ciò che tal volta rende la lettura piatta e faticosa, qualcosa del già detto del già visto. Mi riferisco, giusto per dovere di cronaca ai vari “luce”, “luci”. Poi ci sono dei picchi di ricerca lessicale ma che li si terminano, sembra che tu voglia ancora decidere dove andare. Prova a ripensare l’aspetto narratologico dei tuoi lavori. Ti dico queste cose senza edulcorarle perché sono problemi che anche io vivo nel mio comporre, e non vorrei che qualcuno me li tacesse.
    Il mio è un commento bruciante ma non lo faccio con fine distruttivo. Chiedendo anticipatamente scusa per l’asprezza del mio messaggio, che è lo ripeto a fin di bene. Un saluto, Francesco.

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  12. @ 13

    Terzago, solo per mia curiosità, sempre che tu lo voglia, potresti farmi qualche esempio di poeta contemporaneo che abbia tutte le carte in regola.

    grazie
    jolanda

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  13. Per quanto mi riguarda, Francesco, i tuoi versi sono bellissimi e profondi. Il resto sono chiacchiere accademiche. Non fare troppa autocritica.

    Giovanni A.

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