Viva la scuola. Il precariato non è un’emergenza, è un’idea di scuola e di società

Precarietà delle strutture, precarietà dei fondi, precarietà dei lavoratori… di precarietà si muore (qui e qui). La legge Finanziaria per il 2009 approvata alla Camera e al Senato conferma i tagli per la scuola. E taglia anche il Ministro. Mentre piovono denaro pubblico sulle scuole private e “sussidi” alle famiglie benestanti. Questa è la foto dell’emergenza, e questa

Precario e mazziato
di Francesco Accattoli

Sin dai tempi della specializzazione all’insegnamento non mi aveva mai spaventato l’idea che dovessi farmi quei quattro o cinque anni di gavetta, di apprendistato, di anticamera. In fondo, dai racconti dei miei genitori e dei loro amici, un po’ tutti gli insegnanti, da sempre, si erano trovati nella medesima condizione. Sino a qualche tempo fa all’interno del mondo della scuola non si parlava affatto di precariato, di contratti a tempo determinato – per quanto invece ce ne fossero regolarmente – o di assunzioni a rischio: l’attesa per una cattedra, specie per le discipline canoniche, era prassi consueta, formativa, disciplinante, finanche utile perché il futuro docente di ruolo avesse dalla sua un insieme di abilità pressoché consolidate.

Insegno da quattro anni nei licei, soprattutto allo scientifico, ho sgomitato a destra e a sinistra, nonostante il mio punteggio da sissino fosse già alto, per due anni consecutivi ho preso un aereo e me ne sono andato a Barcellona ad insegnare al liceo scientifico italiano. Una possibilità da non perdere secondo alcuni, un colpo di fortuna per molti altri. Eppure la realtà più amara di questo nostro nuovo precariato non risiede tanto nelle destinazioni: quanti, infatti, delle passate generazioni, si sono fatti le ossa nelle scuole del Nord Italia, nelle province di montagna, pur di accumulare punteggio?

Il problema per noi oggi non sta tanto nell’incapacità di totalizzare punti. Tra una supplenzina ed un’altra, tra un master on line ed un corso di specializzazione, entrambi a profumato pagamento, i punti si trovano e si ammucchiano certosinamente per la tanto sospirata entrata in ruolo. La condizione più umiliante per i supplenti nella scuola di oggi sta nella precarietà degli stipendi, nella loro saltuarietà, per quella beffa che s’aggiunge al danno dell’incertezza del lavoro.

Lo scorso dicembre Beppe Grillo pubblicò nel suo blog una mia lettera che, con toni pacati e fare riflessivo, cercava di mettere in luce una questione che va ben oltre alla disputa millenaria sulla legittimità o meno dello stipendio del docente: i soldi arrivano con tempi assai misteriosi, quasi da libro noir, e comunque, a mio avviso, sempre pochi.

Eppure diciamola chiaramente: l’insegnante precario è come un obiettore di coscienza. Tappa i buchi, ricuce gli strappi, verbalizza ogni cosa che si muova all’interno della scuola, si becca tutte le gite, anche quelle di classi che non sono sue. E poi deve programmare in maniera impeccabile, ne va del controllo qualità dell’istituto, ed in breve, brevissimo tempo, deve organizzare tutte le strategie possibili per improntare la giusta didattica. Quest’anno insegno geografia, il prossimo probabilmente mi toccherà un quinto da portare all’esame, fra pochi mesi, se dovesse rientrare la collega, dovrò cambiare classe, facce, argomenti, metodi di insegnamento. E questo, a detta di chi insegnante non è, né è figlio di insegnanti, assume la definizione del non fare un tubo.

Ogni giorno, mi siedo alla scrivania nel primo pomeriggio, e mi guardo quella bella pila di compiti in classe che correggo con zelo e che si rigenerano costantemente, organizzo le lezioni per il giorno dopo, penso alle prove di verifica, ed è già ora di cena. Lo faccio, quasi senza stipendio. Lo scorso anno dovetti attendere quattro mesi, giusto la vigilia di Natale, per vedermi accreditate la maggior parte delle mensilità rimaste arretrate dall’inizio dell’anno scolastico.

Quest’anno insegno in una scuola il cui dirigente è di Forza Italia: ogni tanto mi verrebbe la voglia di domandargli se lui, da aspirante manager liberale, lavorerebbe gratuitamente per due, tre, quattro mesi, se nel suo progetto di scuola ideale, gli insegnanti siano categoria privilegiata oppure matricole barrabis alla Fantozzi.

Qualcuno potrà dire che, se lavorassi per una struttura privata, le cose sarebbero assai diverse. Nulla di più banale, al limite dell’infantile: ho lavorato per istituti privati, ho amici che lavorano per istituti privati, e il soldo è assai inferiore a quello elargito dallo stato, il binomio padrone/sottoposto è ancora più marcato, la didattica è puro avanspettacolo.

La realtà della provincia è diversa da quella della grande città, dove privato può associarsi ad élite, a servizio per le classi più facoltose, che per i loro delfini potrebbero pretendere professori di gran pregio – sempre e comunque minacciabili contrattualmente a causa della natura stessa del servizio privato. Ma in provincia, le scuole paritarie sono sempre più dei diplomifici, dei parcheggi per i lucignoli di turno.

Ecco perché salvare il lavoro statale è sempre più un obiettivo irrinunciabile per la nostra società. Il ricatto già esiste, l’insicurezza dello stipendio associata già a quella del posto di lavoro, è una forma legalizzata di pressione; se poi a questo aggiungessimo anche la scarsa possibilità di impiegarsi nel pubblico, verrebbero meno quelle occasioni di crescita e di formazione che la scuola può dare a tutti, indistintamente.

La scuola è malata? È un ambiente malsano? I docenti spesso non sono all’altezza?
Sono quesiti legittimi ai quali, da insegnante di liceo, posso solo dare una mia settoriale risposta: l’istruzione liceale è ai minimi storici, ma non per colpa degli insegnanti. Maneggio quotidianamente libri di testo che andrebbero meglio alle scuole elementari, veri e propri sussidiari illustrati, di quelli che avevamo da piccoli; le bocciature non esistono più, i provvedimenti disciplinari sono soltanto armi per provocare le ire dei dirigenti scolastici e dei genitori. Se la scuola viene concepita come un’azienda, se il vecchio preside diventa dirigente ed il numero degli iscritti fa la sua differenza nell’assegnazione dei fondi per l’istituto, sarà logico e assennato mantenere un profilo basso, non far faticare troppo gli studenti, mutare, in sede di scrutinio, croniche insufficienze in ottimi voti.

Gli insegnanti sono emotivamente e pedagogicamente incapaci di assolvere il loro compito? È probabile, ne ho conosciuti molti di colleghi che sarebbero stati ottimi ricercatori nel chiuso di un laboratorio universitario – sempre che fossero riusciti a trovare un posto non occupato dai figli degli ordinari. Credo però che il tutto rientri nella casistica tollerabile di coloro che hanno sbagliato mestiere.

Il nodo sta semmai nella formazione e nel reclutamento dei docenti: un esame psicoattitudinale risolverebbe di gran lunga il rischio di assunzioni di persone poco idonee. Eppure non solo il discrimine tra il buon insegnante e quello incapace – checché se ne dica – si basa ancora sulla cultura libresca e nozionistica (l’esame d’ammissione alle SISS era un vero e proprio rompicapo), ma a tale richiesta di saperi si sono aggiunti studi analitici sulle metodologie, la docimologia, le teorie sui processi di insegnamento/apprendimento, mirabolanti pretese di rendere il lavoro del docente una scienza esatta, codificabile ma al tempo stesso intuitiva e dinamica. Salvo poi ridurre il tutto in diciture che si ricopiano nelle programmazioni di anno in anno, in frasi senza senso, che sanno di imparaticcio a memoria.

Ho studiato alla SSIS di Macerata, sto facendo un master in progettazione didattica: parole, parole fumose, inutili, le competenze, le capacità, le strategie. Per studiare le declinazioni del latino occorrono due semplici operazioni: aprire il libro e imparare a memoria. Per favorire la stima di sé nello studente occorrono due semplici operazioni: metterlo alla prova e fargli capire i suoi errori. Ma se la prova non c’è, perché così si vuole dall’alto, possiamo continuare a dirci che la scuola non funziona, che i docenti sorseggiano caffè, che il pomeriggio non fanno nulla, o al limite si dedicano ad un secondo lavoro, che la didattica è stantia.

I ragazzi che ho avuto come studenti – sia in Spagna che in Italia – non sono poi diversi da come eravamo noi, sono cambiati i codici di comunicazione, ma le esigenze interiori sono le stesse: attenzione, spazio, comunicazione diretta.

Sarebbe interessante aggiungere come indicatore retribuito in busta paga l’ascolto o il dialogo. Che, in fondo, è quello che facciamo ogni giorno e che insegniamo a fare ai nostri studenti, per quando saranno grandi. È un passaggio obbligato, un compito cui l’insegnante non può sottrarsi – pena l’essere un cattivo insegnante – anche oltre il senso di malumore e di insicurezza generato dall’instabilità economica.

Una piccola boutade per concludere: a quanti pensano ad alta voce che gli statali siano dei codardi perché si sono scelti un lavoro sicuro e regolarmente retribuito, rispondo che oggi lavorare come docente – precario e mazziato – offre molta più adrenalina di una Parigi-Dakar.

* * *

Lo stato di precarietà

Un nodo interessante da approfondire è la connessione tra la frustrazione del docente precario di lunga durata e la qualità della sua prestazione. Lo stato di attesa indefinita comporta una ferita dell’esistenza, una fonte di ansia immeritata, una diminuzione dei diritti di cittadinanza che in alcuni casi comporta una modificazione qualitativa della propria prestazione professionale. Il precario di lunga durata spesso non possiede lo stesso senso di appartenenza e di fedeltà all’Istituzione Scolastica di chi vi lavora da anni e non può sentirsi pienamente responsabile per un lavoro costretto di anno in anno ad interrompere per ricominciare in un’altra sede, il senso derivante è quello dell’estraniazione, della non appartenenza, dell’impotenza. Il sistematico ricorso al precariato impedisce la costruzione di una vera squadra di docenti e la realizzazione di organici percorsi multidisciplinari. La precarietà nega la continuità didattica e l’attuazione di percorsi formativi di lungo respiro. Priva i giovani di punti fermi culturali, metodologici e affettivi, essenziali nei processi di crescita. È questa incertezza a minare la qualità, proprio dove ce n’è più bisogno ( nelle scuole di frontiera, per esempio, dove la percentuale di precari è prevalente ), costringendo chi è già povero culturalmente e socialmente ad accontentarsi di vedere la propria precarietà esistenziale saldarsi con la precarietà lavorativa dei loro insegnanti, privando i primi dei necessari punti di riferimento e i secondi della possibilità di calibrare interventi didattici più mirati.

La precarietà deve lasciare il posto alla qualità dell’offerta formativa, perché si sostengano anche quanti sono socialmente e culturalmente più svantaggiati, così da riaccreditare il ruolo delle istituzioni come patrimonio comune ampliando le proposte di formazione. Le istituzioni rappresentano le uniche prospettive di riscatto delle aree depresse dove più numerosi sono gli Istituti con una utenza difficile. Il precariato scolastico è ormai una metastasi dell’istruzione italiana. Procura danni educativi ed affettivi agli alunni, professionali ed esistenziali ai docenti. Espropria il diritto degli studenti alla continuità didattica e agli insegnanti quello della serenità e stabilità lavorativa, depauperando il loro ruolo educativo e sociale. Questi docenti sono altresì necessari al normale funzionamento della scuola occorre quindi stabilizzarli per permettere loro di riappropriarsi del senso del proprio lavoro e di migliorarne quindi l’efficienza.
(da Manifesto per una scuola di tutti)

* * *

Analisi sul fenomeno del precariato docente
di Roberto Farci

Il cosiddetto ‘precariato’ non è più (ammesso che lo sia mai stato) un problema dei precari. E’ un problema della scuola e della società. E lo è per la ragione fondamentale che esso legittima una concezione della trasmissione culturale e della formazione-educazione che si ritiene possa
prescindere dall’apporto e dal rapporto umano.

Non si tratta più di relazionare il giovane con l’adulto (la soluzione di continuità fra mondo adulto e mondo giovanile e la conseguente fine della trasmissione culturale nel senso tradizionale del termine vengono assunti come dati, e non come problemi), ma di relazionarlo con i prodotti del mondo adulto, cioè con le cose. Siano esse costruite dentro o fuori la scuola.

In questa nuova ‘relazione’ il docente assume la funzione di catalizzatore-filtro di processi voluti e preordinati ad un livello ‘altro e difficilmente identificabile’, e diviene dunque sostanzialmente irrilevante. Poco conta che sostenga la crescita con la sua presenza costante, poca conta che trasmetta il valore dell’umanità che racchiude. Può andare e venire: il carosello infinito non indebolisce, ma rafforza, la ‘relazione’ con le cose

La scelta del precariato strutturale non è solo una scelta dettata da motivi economici, ma è una scelta ‘culturale’ e politica. Che non intacca semplicemente la qualità della scuola, ma la sua stessa natura, la sua possibilità di essere.
(continua qui)

* * *

Quanti sono i docenti precari? Il numero esatto non lo conosce nemmeno il Ministero della Pubblica Istruzione, poiché nella categoria rientrano diverse tipologie di precari:
– docenti precari con nomina annuale fino al 31/08
– docenti precari con nomina annuale fino al 30/06
– docenti precari con nomina del capo d’istituto

Considerando gli aspiranti all’insegnamento e quindi chi viene assunto per un periodo limitato, al gennaio 2008: 288.000.

Considerando chi lavora con con contratto a tempo determinato o fino al termine delle attività didattiche, questa è l’evoluzione del precariato nella scuola in 10 anni:

Dieci anni di precariato nella scuola statale Elaborazione Tuttoscuola su dati Miur 2008

Settori scolastici

1998/99

2007/08

differenza

Infanzia

5,2%

12,7%

+ 7,5

Primaria

5,9%

12,9%

+ 7,0

I grado

7,0%

21,0%

+ 14,0

II grado

12,4%

19,1%

+ 6,7

personale educativo

13,5%

12,7%

– 0,8

Totale

8,2%

16,8%

+ 8,6

Aree geografiche

1998/99

2007/08

differenza

nord ovest

10,7%

19,7%

+ 9,0

nord est

9,5%

20,3%

+ 10,8

Centro

6,9%

17,6%

+ 10,7

Sud

6,2%

12,7%

+ 6,5

Isole

9,0%

15,5%

+ 6,5

Totale

8,2%

16,8%

+ 8,6

Ogni sei docenti impegnati nella scuola di tutti uno è precario. Su 845.630 insegnanti sono infatti 142.065 (16,8%) quelli con contratto a tempo determinato annuale (22.172) o fino al termine delle attività didattiche (119.893).

10 proposte concrete
per risolvere il problema del precariato nella scuola qui.

Precari in rete qui, qui, qui, qui

Precarie arrabbiate qui, qui e qui.

Un ottimo documento sui ricercatori precari qui.

Ricercatori precari qui, qui, qui

Spazi in rete sulla scuola qui.

Bilancio ed emergenza qui.

Una scheda del sindacato sull’edilizia scolastica qui.

Una scheda di Legambiente sulla situazione edilizia delle scuole dell’obbligo a Milano qui.

* * *

Cosa fanno gli insegnanti: vedi qui e qui.

Inoltre ricordo che circola in rete un appello contro il maestro unico e un altro a sostegno della scuola pubblica.

E un appello anche per l’università qui.

Le leggi contestate: dl 137, dl 133, mozione Cota.

8 pensieri su “Viva la scuola. Il precariato non è un’emergenza, è un’idea di scuola e di società

  1. rmorresi

    quella che andrebbe riformata sul serio in italia è la politica, fatta da una masnada di barbari – bell’articolo, francesco: quanto condivido la nausea per tutte quelle formule didattiche del piffero! da anni stanno spacciando scatole vuote e lo chiamano sistema di qualità.
    grazie per i tanti link, giorgio, complimenti come sempre per il gran lavoro.
    un saluto,
    renata

    "Mi piace"

  2. Pingback: Contro il decreto della Gelmini e i tagli alle università « RETROGUARDIA 2.0- Il testo letterario

  3. lucy

    che fine ha fatto la proposta di tagliare il numero dei parlamentari? quelli beccati a fare la pennichella tra i banchi, dopo essersi abboffati alla buvette, alla faccia nostra, a carico nostro, vengono cacciati?
    i docenti, precari e non, non dormono il pomeriggio: fra un po’ non avranno di che mangiare, un ottimo modo per combattere la sonnolenza postprandiale.
    ah: io quando mi fermo a scuola mi pago il pranzo e se porto i ragazzi in viaggio d’istruzione è previsto solo un pasto al giorno. ma non credo che si sappia.
    quando iniziai la mia carriera e non avevo figli, il giorno in cui ricevevo il cedolino dello stipendio mi immaginavo, chissà perché, delle scenette tipo che arrivavo a casa e una frotta di scugnizzi col moccio al naso, parlando rigorosamente napoletano mi venivano incontro e mi dicevano(+/-):
    “mammà, ci avete portato quacchecosa ‘a mangiare, avite e sorde pe pavare ‘o gasse?” e ridacchiavo, sull’autobus, della mia povertà. càspita! oggi è ben peggio. e quello che sarà la pensione! ma, d’altra parte, troppo comodo non fare un tubo e pretendere di essere pagati!
    grazie, francesco.

    "Mi piace"

  4. Giorgio

    Grazie anche da parte mia a Francesco A. per il bell’articolo, e a Francesco S. per la segnalazione.

    Grazie a Renata e a Lucy. Sottoscrivo ciò che dite, chiare come sempre, e confermo: tre pasti al giorno stanno diventando sempre più problematici per chi lavora nella scuola.

    "Mi piace"

  5. Giovanni Nuscis

    “280 milioni di euro in sette anni e altri 45 milioni già messi in bilancio per il 2009. Beneficiari esclusivi di questa pioggia di denaro pubblico sono le scuole private, ma anche le famiglie lombarde benestanti: in 3.000 dichiarano al fisco un reddito tra 100 e 200mila euro e ricevono lo stesso un sussidio regionale. E mentre molte scuole pubbliche cadono a pezzi, la Regione storna 4,5 milioni di euro dai fondi per l’edilizia scolastica per finanziare la costruzione di una nuova scuola privata.”

    Vergogna, vergogna e ancora vergogna.

    “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.” Questo dice la Costituzione (art. 33), ma, evidentemente, la parola “oneri” voleva dire altro.

    *

    “Ecco perché salvare il lavoro statale è sempre più un obiettivo irrinunciabile per la nostra società. Il ricatto già esiste, l’insicurezza dello stipendio associata già a quella del posto di lavoro, è una forma legalizzata di pressione; se poi a questo aggiungessimo anche la scarsa possibilità di impiegarsi nel pubblico, verrebbero meno quelle occasioni di crescita e di formazione che la scuola può dare a tutti, indistintamente.”

    Il precariato non è solo “un problema della scuola e della società”. Ogni precario è suo malgrado un portatore e veicolatore di instabilità economica. Le menti cementizie che ci governano avrebbero dovuto capire quale risorsa sia il lavoratore stabile, specie se retribuito adeguatamente. Quel consumatore, spesso compulsivo, che ha fatto guadagnare e a volte arricchire aziende e negozi ora chiusi o in crisi. In malora, come sempre, le piccole e medie attività commerciali, mica le grosse, e le banche e gli amici e gli amici degli amici.

    Grazie a Francesco Accattoli e a Giorgio per l’eccellente lavoro.

    Giovanni

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.