Grandi esploratori: intervista a Mirella Tenderini

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Mirella Tenderini è una scrittrice-viaggiatrice che viaggia attraverso i viaggi.
Sembra un gioco di parole, ma è solo un modo per rendere la ricchezza e la complessità dei suoi interessi e delle sue opere. È infatti autrice di numerose biografie sulla vita di famosi esploratori del passato, oltre che curatrice della collana di narrativa di viaggio “Le Tracce” della Casa Editrice CDA&Vivalda (ora diventata Vivalda) e traduttrice di numerose opere.
I suoi titoli: “Gary Hemming. Una storia degli anni Sessanta” (Cda&Vivalda Editori, 1992), “Il Duca degli Abruzzi. Principe delle montagne” (De Agostini, 1997) – di cui è coautrice insieme all’americano Michael Shandrick, e che è stato in seguito ripubblicato con il titolo “Vita di un esploratore gentiluomo” (Corbaccio, 2006); “Le nevi dell’Equatore. Kilimanjaro Kenya Ruwenzori” (Cda&Vivalda, 2000), e “La lunga notte di Shackleton” (Cda&Vivalda Editori, 2004), che racconta l’incredibile salvataggio al Polo Sud, nel 1916, dell’equipaggio della nave Endurance da parte dell’esploratore Ernest Henry Shackleton.
Menzione a parte merita un’opera che ha per oggetto la vita di un artista-viaggiatore, il pittore Paul Gauguin: si tratta di “Gauguin e Tahiti” (CDA&Vivalda, 2005).
Lei stessa ama esplorare itinerari lontani dalle rotte del turismo, ma nei suoi libri preferisce concentrarsi su vicende di altri viaggiatori. In quest’intervista cercheremo di scoprire perché.

Intervista a Mirella Tenderini:

Shackleton, Scott, Il Duca degli Abruzzi, Stanley e altri ancora. Quali sono le emozioni che hai maturato nell’esplorare le vite di grandi esploratori, se mi consenti il bisticcio verbale?

È una grande emozione avvicinarsi a un personaggio che si ammira; corteggiarlo perché si lasci carpire i suoi sentimenti, i suoi segreti. È un’emozione arrivare a poco a poco a conoscerlo, recuperare attraverso la sua testimonianza un mondo che è profondamente mutato, per capire meglio quello di oggi, quello che vedo io.

Nei tuoi libri non parli dei tuoi viaggi, ma di quelli di altri: da cosa nasce questa preferenza? Dalla passione per la biografia come genere letterario, da una curiosità di tipo storico o da un senso di immedesimazione con percorsi di uomini animati da una grande passione, che ti hanno trasmesso degli “input” particolari?

La passione. Non la mia: la loro. Non è stata una scelta, ma ripensando adesso ai libri che ho scritto mi rendo conto che i personaggi che ho raccontato hanno tutti in comune una passione che ha segnato la loro vita: il desiderio di conoscenza, il gusto forte della sfida, il bisogno di andare “al di là”, di toccare con mano la concretezza della loro visione. E anche il desiderio di elevarsi, di essere i primi o i migliori. Ho detto “i personaggi che ho scelto”, ma dovrei dire “che hanno scelto me perché li raccontassi”. Li ho incontrati durante viaggi in terre lontane o nei meandri di letture concatenate e incursioni sulle bancarelle o nei negozi di libri vecchi. Mi sono venuti incontro loro affascinandomi con un dettaglio della loro personalità o un episodio particolare della loro vita. Così ho scritto quasi esclusivamente biografie, non per una particolare propensione per quel genere letterario ma perché non mi sarebbe mai venuto in mente di romanzare delle storie così straordinarie, delle trame così perfette nella realtà da superare ogni invenzione. Poi c’è il piacere di tuffarsi nell’enorme quantità di ricerche e di approfondimenti necessari per redigere una biografia; è un lavoro appassionante, come quello di dare corpo ad altri personaggi oltre al protagonista, e di collocare tutti quanti nel loro contesto storico.

Qual è, secondo te, l’intuizione segreta che anima i percorsi degli esploratori – di quelli antichi come di quelli moderni, che s’immergono negli interstizi dei mondi solo apparentemente conosciuti? Si tratta di un istinto segreto, di un nesso energetico con la natura o di altro?

Io penso che gli esploratori siano stati innanzitutto dei visionari. Parlo al passato perché in un mondo completamente mappato come quello in cui viviamo mi sembra improprio parlare di esploratori. È vero che si possono ancora percorrere sentieri sconosciuti, ma non è la stessa cosa e non mi piace vedere confusi gli esploratori che prendevano misurazioni col sestante e la bussola, disegnavano le carte e raccoglievano esemplari di rocce e di erbe, con dei pur avventurosissimi viaggiatori o primatisti di qualche genere. Le esplorazioni ancora possibili per i visionari di oggi sono altre: al di fuori dalla Terra o alla ricerca di forme di conoscenza in questo momento impensabili. Ma tornando agli esploratori del passato penso che sì, si sentissero forti di un istinto di appartenenza alla natura che permetteva loro di percorrere terre o mari ignoti sentendosi a proprio agio. Bisogna ricordare però che fino ad epoca relativamente recente, la natura, più che madre e maestra, è stata considerata qualcosa da piegare e addomesticare. Negli esploratori del passato prevaleva il desiderio di conquista, ma non è un caso che i più bravi, i più innovatori, siano stati quelli cresciuti in un ambiente in cui la natura aveva esercitato una forte influenza sulla loro formazione. Sto pensando agli scandinavi come Nansen e Amundsen, nati con gli sci ai piedi, o come Rasmussen, con una madre inuit. Crescere a stretto contatto con la natura ha certamente favorito quell’istinto segreto che li ha indirizzati verso le loro scelte.

Tu hai provato qualcosa di simile, nei tuoi viaggi?

No, io purtroppo non ho alcun istinto segreto. Ho invece provato spesso commozione nel ritrovare tracce di chi mi aveva preceduto in epoche diverse, o nel guardare paesaggi sopravvissuti ai mutamenti apportati dalla colonizzazione, dalla modernizzazione e dal turismo di massa, e ricordare le descrizioni colme di stupore di chi li aveva contemplati per la prima volta.

La tua sensibilità di scrittrice è fortemente catalizzata da due mondi apparentemente opposti: la calda Africa (della quale, peraltro, hai raccontato le nevi) e i gelidi Poli. C’è, secondo te, un tratto comune tra questi mondi così lontani? Forse si tratta del senso di un confine mentale e spirituale, che solo condizioni estreme sanno suggerire?

Ho viaggiato molto e viaggio ancora in Africa. Non conosco invece le aree polari se non attraverso i miei personaggi. Anche se, avendo vissuto in passato molti lunghi inverni di isolamento in mezzo alla neve, in alta montagna, mi sembra di poter capire quello che vedevano e provavano i miei esploratori polari meglio che se andassi alle Svalbard o in Antartide su una nave affollata di turisti. I deserti di ghiaccio dei Poli e quelli di sabbia del Sahara presentano sì molti tratti in comune. Gli estremi opposti: il gelo e il calore rovente. Sono gli ambienti più ostili alla vita dell’intero pianeta, ma entrambi sono abitati ai margini da popolazioni che hanno sviluppato la capacità di vivere in armonia con quella natura rigida e avara, adattandosi alla sua severità. La nudità totale è l’essenza di tutti i deserti ed è il loro fascino, la loro bellezza da primo giorno della creazione. Da sempre il deserto è stato il luogo di ritiro privilegiato da mistici e profeti e ancora oggi ispira un forte senso di sacralità al visitatore non superficiale.

In un tuo libro ti sei anche dedicata alla figura di Paul Gauguin, un artista-viaggiatore che incarna in sé lo spirito di libertà come essenza sia del viaggiare, sia del creare. Dove credi che stia il nesso tra queste due dimensioni, che inevitabilmente finiscono per influenzarsi?

Di Paul Gauguin ho voluto raccontare non il suo percorso artistico ma quello umano che, come quello degli altri protagonisti dei miei libri, è guidato da una passione sconfinata. Come gli esploratori della sua epoca – fine Ottocento – anche Gauguin cercava un mondo nuovo, vergine, primordiale, ma a differenza di loro, non per stabilire primati ma per dare ispirazione alla sua arte. A Tahiti trovò insediamenti coloniali, palazzi governativi e missioni, ma non si arrese e continuò nella sua ricerca. Finì col trovarlo, quel mondo, dando corpo ai suoi sogni mischiati con la realtà, e lo descrisse nei suoi quadri diversi da qualsiasi altro dipinto di ogni tempo.
Creatività e libertà. Il viaggio non è creativo di per sé ma è una fonte inesauribile di ispirazione per scrittori e artisti. La libertà, come in tutti i campi, bisogna conquistarsela. Non c’è molta libertà se si viaggia in un pacchetto programmato. Ma viaggiare da soli o in pochi pochissimi (due al massimo) dà un grande senso di libertà. Purtroppo sempre più frustrato da visti e frontiere. Ma non è indispensabile andare in luoghi esotici e lontani per viaggiare. Qualsiasi spostamento che dia modo di guardare e riflettere è un viaggio. E poi ci sono i viaggi attraverso i libri, spesso più appaganti di quelli veri.

La CDA&Vivalda è una casa editrice che nasce come specializzata nell’alpinismo, ma poi si apre alla narrativa, e alla narrativa di viaggio. Ci puoi dire di più della vostra collana “Le Tracce”, di cui sei curatrice, e che ha già ospitato le opere di Davide Sapienza e Massimo Maggiari, le cui interviste abbiamo recentemente proposte qui su LPELS?

Cda&Vivalda (ora Vivalda) si dedica ancora prevalentemente all’alpinismo, con le riviste Alp e Rivista della Montagna e la collana “I Licheni”. La collana da me curata, “Le Tracce”, si è andata trasformando nel tempo da collana di libri di montagna a collana di libri di viaggio, per allargare i suoi orizzonti e anche quelli del suo pubblico. È una collana che sta ringiovanendo di anno in anno, perché sempre più spesso accoglie autori giovani, qualche volta alla loro prima esperienza letteraria. Anche loro sono personaggi appassionati, come i miei esploratori, e tra di loro ci sono anche visionari e poeti. E accompagnarli nel loro percorso letterario è un viaggio che intraprendo sempre con grande piacere.

4 pensieri su “Grandi esploratori: intervista a Mirella Tenderini

  1. Grazie infinite, Paolo. Sì, è vero, la Vivalda pubblica delle opere che sono degli interessanti percorsi nel mondo e nelle atmosfere dei luoghi, anche dell’anima.

    Un caro saluto,
    Giovanni A.

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