SE LA MEMORIA DIVENTA ROUTINE

L’Israele DI AVRAHAM BURG – SE LA MEMORIA DIVENTA ROUTINE
Incontro con l’autore del libro «Sconfiggere Hitler», appena pubblicato da Neri Pozza. Ha aderito al «partito degli scrittori» che nascerà a il 6 dicembre. «Ho notato – dice – una somiglianza fra quanto sta accadendo in Israele e ciò che avvenne in Germania fra Bismark e la fine della Repubblica di Weimar: allora come oggi si oscilla fra trauma e speranza»

di Massimo Raffaeli

Non è così semplice definire il libro di Avraham Burg Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico, che esce da Neri Pozza (pp. 407, euro 19.00) nella puntuale traduzione di Elena Loewenthal. Due sequenze differenti vi si sommano o, meglio, vi entrano in intersezione: da un lato, un lungo memoriale autobiografico, dettato dall’ammirazione e dalla pietas rerum, su suo padre Yossef, ebreo tedesco e pioniere di Israele, notabile e ministro della generazione di David Ben Gurion, la cui parabola politica culmina tra la Guerra dei Sei Giorni e quella successiva del Kippur, dunque nel frangente che precede l’ascesa delle destre e il primo gabinetto di Menahem Begin; dall’altro, un’accanita riflessione sul presente di Israele, non solo e non tanto sulle scelte politiche dell’ultimo trentennio, quanto sulla ideologia che le avvalora e, anzi, le iscrive come fatti ineluttabili nel senso comune.

Burg accusa le classi dirigenti del suo paese, in particolare il sionismo di matrice religiosa e militare, di avere mistificato e poi cancellato lo spirito secolare dell’ebraismo; in altri termini, le accusa di aver dimenticato la lezione della Diaspora (quale apertura, contatto, scambio con le altre culture) e di recludersi in un eterno Yad Vashem, come se il presente e il futuro di Israele potessero esaurirsi nel cerchio mnemonico della Shoah, come se il paese altro non dovesse essere se non «il portavoce di sei milioni di morti».
Burg sospetta, già nella scelta di processare e giustiziare Eichmann a Gerusalemme, una silenziosa rifondazione del giovane stato, laddove allo spirito laico e cosmopolita del kibbutzim sarebbe via via subentrata la fisionomia introversa del sabra, il cittadino in armi esclusivamente dedito al culto dei propri morti e al loro riscatto simbolico. Non occorre sottoscrivere alla lettera una tanto suggestiva, cioè unilaterale, interpretazione storica per rilevare il fatto che Burg sa cogliere con nitidezza il nesso che lega la retorica paralizzante dell’identità alle attuali politiche di Israele. Portato a riconoscere nei suoi connazionali dei «sopravvissuti per procura», scrive: «Non ho dubbi che la memoria sia fondamentale per la salute spirituale di una nazione. La memoria della Shoah deve occupare un posto importante nel contesto della nostra. Ma, per come stanno andando le cose, quel monopolio assoluto che la Shoah detiene su ogni aspetto della nostra vita, sta trasformando la nostra preziosa memoria in una banale routine, il dolore bruciante in un manierismo dolciastro, colloso e quasi vuoto di senso»; e aggiunge, infatti: «La Shoah e la fondazione dello stato ebraico hanno generato un bisogno costante di forza e la difesa ossessiva di ogni ebreo, chiunque e ovunque sia». Raggelante all’interno e aggressiva all’esterno, la retorica identitaria comporta in via preventiva la discriminazione dell’altro-da-sé e dispone pertanto alla guerra che va oggi sotto il nome di Scontro di Civiltà.
Nella sua critica radicale, Burg non è affatto solo se, per altra via, giunge alle sue stesse conclusioni una giovane storica israeliana, Idith Zertal, che in Israele e la Shoah. La nazione e il culto della tragedia (Einaudi, 2007) parla addirittura di «banalizzazione» dell’Olocausto e di «sistematica nazificazione» del nemico, per cui l’Arabo, ad esempio, ha sembianza immediata di nazista: «Mediante Auschwitz – diventato nel corso degli anni il principale riferimento di Israele nelle sue relazioni con un mondo definito, ripetutamente, antisemita e irrimediabilmente ostile – Israele si è reso immune da qualsiasi critica ed è diventato indifferente al dialogo razionale col mondo circostante. Inoltre, pur insistendo, a ragione, sulla specificità assoluta della Shoah in un’epoca di genocidio e di ecatombi di esseri umani, Israele, a causa della sua utilizzazione sistematica e decontestualizzata della Shoah, è diventato un esempio lampante di svalutazione del significato e della enormità della Shoah». (Sia detto per inciso, il libro di Idith Zertal, davvero straordinario, è passato da noi in sordina e invece andrebbe letto insieme ad almeno due altri contributi: A precipizio. La crisi della società israeliana, Bollati Boringhieri 2004, di Michel Warschawski, un analista sociale che i lettori del manifesto conoscono bene; Zone di turbolenza. Intrecci, somiglianze, conflitti, Feltrinelli 2003, di Stefano Levi Della Torre, che proprio sulla metafisica identitaria ha scritto pagine essenziali. Chi infine volesse appurarne la compravendita e gli abusi mediatici non ha che da aprire il romanzo, esilarante e/o agghiacciante, dell’americana Tova Reich, Il mio Olocausto, Einaudi 2008).
Per parte sua Avraham Burg oppone al separatismo israeliano l’universalismo dell’ebreo errante, di fronte allo stato dei rabbini e dei generali non si vergogna di rimpiangere l’umanità composita di suo padre Yossef, l’ex-tedesco e neo-israeliano, o più semplicemente l’ebreo in cammino, perché Yossef era stato certo un sionista e un uomo perfettamente religioso ma per tutta la sua lunga vita aveva mantenuto fede al proprio essere ebreo tout court. Anche se talora smarginate dalla commozione e un poco prolisse, sono pagine in cui torna attuale una grande eredità umanistica ed antidogmatica, la stessa che vibrava nelle infinite controversie del Talmud, negli scritti antichi di Maimonide o nei moderni di Hannah Arendt.
Unica è la Shoah, l’evento più incommensurabile e sempre a rischio di relativizzazione, ma molti sono gli Olocausti nel secolo che si inaugura col genocidio degli Armeni: chi ha patito la Shoah, ovvero ne riceve intatta la memoria, sa che c’è un orgoglio nella vittima, così come nell’erede della vittima, e che esso può tradursi nell’accecamento: scrive Burg che, davanti al massacro del suo popolo, il vecchio e laconico Yossef avrebbe esclamato ogni giorno in cuor suo «Non accada mai più!», mentre i rabbini e i generali che detengono il potere in Israele vogliono che il coro gridi unanime «Non accada più a noi!».

pubblicato su il Manifesto il 30 novembre 2008

Un pensiero su “SE LA MEMORIA DIVENTA ROUTINE

  1. Molto bello, particolarmente cristallina la chiusura, quel: non accada più a noi.
    La storia però è come il deserto di sabbia, come diceva Auda in Lawrence d’Arabia; “il deserto ha asciugato così tanto sangue che non puoi neanche immaginarlo”.
    Resta però la questione identitaria, che per rispetto non voglio chiamare “Questione ebraica” anche perchè non riguarda, evidentemente, solo gli ebrei.
    L’identità è quell’aspetto della natura umana che ha ricevuto i maggiori attacchi con la modernità, la sua sclerotizzazione nella forma di identità nazionale è alla base dei massacri che hanno caratterizzato il ‘900, e la sua messa in discussione da parte delle avanguardie storiche (che definizione assurda), ha completato il lavoro e oggi siamo stretti tra un fascismo più o meno strisciante che agita come un manganello tricolore identità religiosa, nazionale ed etnica e una globalizzazione alienante che cancella ogni traccia di identità residua, quell’identità che rende l’uomo dignitosamente fedele alle proprie radici e al senso di dialogo con ciò che è differente, il dialogo è sempre tra due soggetti diversi e liberi.
    L’oggettivazione dell’altro e la chiusura di se entro limiti invalicabili ha prodotto la guerra moderna, quella che, non in nome dell’espansione o dell’interesse, ma in nome della civiltà si è accanita contro il civile inerme, che ha fatto della vita sociale il proprio obiettivo primario, e che come caratteristica ha anche quella di non essere mai vinta.
    Dopo la seconda guerra mondiale i conflitti imperialisti e il loro alterego, il terrorismo, hanno fallito sistematicamente la loro azione militare, sembra che non ci sia movente meno efficace, ai fini della vittoria, dei valori di libertà e di democrazia.

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