Quando la scienza si allontana da se stessa, di Giorgio Israel

 

«Vediam bene che “la Scienza per la Scienza” è formula vuota di contenuto sociale. E d’altra parte che il sapere può porgere alla volontà soltanto i mezzi dell’operare non i fini; che è assurdo cercare nella Scienza le norme della vita. Ma riteniamo che la volontà scientifica, all’infuori dello scopo utilitario, ponga essa stessa una norma significativa, quando riconosce, ed afferma il vero come indipendente dal timore o dal desiderio e promuove così lo sviluppo pieno della persona umana, la coscienza, oltreché la potenza, di un volere capace di riguardare al di là dei fini transitorii del presente, verso un più alto progresso futuro».

Così scriveva un secolo fa il matematico italiano Federigo Enriques nel suo più celebre libro “I problemi della scienza”, declinando nel suo linguaggio di scienziato alcuni dei temi al centro del discorso di Benedetto XVI che ha suscitato polemiche in questi giorni. Dire che «è assurdo cercare nella scienza le norme della vita» è solo un modo più forte di dire che «la scienza non è in grado di elaborare principi etici». Non è nella scienza che possiamo trovare il senso del mondo e dell’esistenza. Ma c’è un punto in cui la scienza tocca la sfera normativa ed è quando, ponendosi «all’infuori dello scopo utilitario» si da come obbiettivo primario la conquista della verità, e in tal modo promuove lo sviluppo della coscienza e un progresso che trascende i «fini transitorii del presente». È una dichiarazione forte contro il relativismo. Non contro quel che taluno chiama “relativismo”, ovvero l’inevitabile provvisorietà delle acquisizioni nel processo della conoscenza, che non possono ovviamente mai attingere una verità definitiva; bensì il relativismo assoluto che predica radicalmente l’inesistenza della verità – e quindi anche di un termine verso cui la scienza si proponga di tendere – e la perfetta equivalenza di tutti gli asserti, nella loro assenza di senso e nella loro totale caducità.

Certo, le cose sono cambiate da quando la scienza come attività conoscitiva ha progressivamente perduto il suo primato nei confronti degli «scopi utilitari», quando le sue “applicazioni” hanno iniziato a rendersi quasi autonome, e la tecnologia (la tecnica moderna che si basa sulla scienza e ne condivide il metodo) ha lasciato il posto a quell’ibrido detto “tecnoscienza”, in cui la conoscenza è talora persino di ostacolo allo sviluppo delle attività pratiche e delle realizzazioni industriali. Da quando si è profilato questo stato di cose sono iniziate le riflessioni e le polemiche sul difficile rapporto tra conoscenza e potenza pratica, sui rischi dell’asservimento della ricerca speculativa ai «fini transitorii del presente». È ben noto il travaglio del mondo scientifico attorno al problema del rapporto con la sfera militare, che non riguardava soltanto la dimensione etica (il dibattito sulla bomba atomica) ma anche le implicazioni dell’uso militare della scienza sulle decisioni politiche e sulla vita democratica di un paese. Del resto, l’osservazione più distratta mostra come gran parte degli oggetti tecnologici che ci circondano siano derivati della tecnoscienza militare. D’altra parte, la straordinaria quantità di beni di cui sono invase le nostre società è frutto di uno sviluppo incredibilmente veloce della produzione industriale di cui la scienza e la tecnologia sono il fattore fondamentale. Un simile sviluppo porta con sé ricchezza e l’inevitabile tentazione del guadagno e dell’interesse materiale. È ridicolo che si sia polemizzato contro il richiamo del Papa interpretandolo come un’offesa ai ricercatori universitari che guadagnano poco. Non di questo ovviamente si tratta. Sono tante le voci nel mondo scientifico (e non) che si sono levate per denunziare gli enormi interessi che gravitano attorno all’ingegneria genetica e al traffico dei brevetti: si tratta di somme vertiginose che hanno fatto della biologia la nuova “big science” al posto della fisica e che possono corrompere la «volontà scientifica» che pone al di sopra di tutto il fine della conoscenza disinteressata e accantonare la questione del valore morale della scelta dei fini verso cui indirizzare la ricerca. È di pochi mesi fa un’aspra polemica scoppiata negli ambienti scientifici statunitensi a proposito di venti anni di sperperi (al ritmo di 500 milioni di dollari annui) nella ricerca di un vaccino contro l’Aids priva di seri fondamenti teorici. Vanno ricordate le polemiche – sempre sviluppatesi in ambito scientifico – circa gli autentici moventi delle ricerche sugli Ogm (Organismi geneticamente modificati) che costituirebbero, secondo alcuni, un enorme affare economico che non porta vantaggi alle popolazioni affamate del Terzo mondo.

Si potrebbe continuare con gli esempi. Si tratta di questioni note e di cui è lecito dibattere senza preconcetti, partendo dall’assunto che il problema esiste e che il rischio di una corruzione del carattere disinteressatamente speculativo della ricerca è concreto. Pare tuttavia che sia lecito parlarne soltanto da parte di chi ha una militanza scientifica ateistica e antireligiosa. Chi appartiene a questi ambienti può permettersi di accusare ridicolmente uno dei più grandi protagonisti della scienza applicata del nostro tempo, John von Neumann, del reato di “prostituzione della scienza”. Se un religioso si limita a sottolineare il rischio di un prevalere degli interessi materiali su quelli della conoscenza disinteressata si tratta di un nemico della scienza.

Siamo così di fronte alla più evidente conferma che è in atto da parte di taluni uno sforzo accanito per erigere un muro tra scienza e religione, nell’intento di negare a quest’ultima qualsiasi funzione nelle scelte umane e sociali. Alla scienza soltanto viene riservato il diritto di giudicare e giudicarsi e di dettare norme peraltro di carattere assolutamente relativo. Rileggendo il brano di Enriques con cui abbiamo iniziato questo articolo è facile misurare quanto “questa” scienza si sia allontanata da sé stessa.

 

(L’Osservatore Romano, 19 ottobre 2008)

6 pensieri su “Quando la scienza si allontana da se stessa, di Giorgio Israel

  1. pultroppo il progresso porta inevitabilmente ad una prostituzione della scienza e delle tecnologie, è una corsa sfrenata ai primati, e non si va tanto per il sottile in quest’ottica che vorrebbe avere tutto in pugno.
    è proprio la morale che dovrebbe unire il buon senso alla scoperta, la religione alla scienza.
    come al solito, la verità è nel mezzo, ma la bilancia oscilla…

    Buona domenica.
    C.

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  2. Carne al fuoco ce n’è tanta, provo a sintetizzare. Da una parte sta l’etica, dall’altra la conoscenza: su questo, almeno da un punto di vista ideale dovremmo essere d’accordo. Dire però che “alla scienza soltanto viene riservato il diritto di giudicare e giudicarsi e di dettare norme peraltro di carattere assolutamente relativo” non è un fatto ma un’opinione, facilmente confutabile. L’affermazione sarebbe verosimile sotto un regime di totale anarchia, non può esserlo in uno Stato di diritto. Nello Stato di diritto c’è la Costituzione e ci sono delle norme ad hoc per regolare tali questioni. Un esempio che dovrebbe arrivare: è consentito uccidere degli esseri umani in nome della scienza? La Germania nazista lo consentiva, per quella di oggi è reato. È consentito utilizzare gli embrioni in nome del progresso scientifico? Le norme italiane non lo permettono, in altri paesi occidentali è consentito. In ambedue i casi è chiara e inequivocabile la posizione della chiesa. Non così monolitica appare invece la posizione della comunità scientifica: sono tanti gli scienziati favorevoli all’utilizzo delle cellule staminali embrionali, altrettanto cospicua è la schiera dei contrari; non mi risulta che vi siano scienziati favorevoli all’utilizzo dell’assassinio per scopi scientifici. In ogni caso, tutte queste posizioni debbono fare i conti con i limiti e i vincoli posti dallo Stato di diritto. Nella realtà però lo Stato è fatto di uomini, e come tale non è immune da condizionamenti e pressioni. In Italia conosciamo il peso del Vaticano sulle questioni che riguardano gli embrioni e la genomica. Negli Stati Uniti è noto il potere delle multinazionali nell’indirizzare le risorse sulla ricerca di base e applicata… Per quanto attiene alla dichiarazione del pontefice sul relativismo, dire: “È una dichiarazione forte contro il relativismo. Non contro quel che taluno chiama “relativismo”, ovvero l’inevitabile provvisorietà delle acquisizioni nel processo della conoscenza, che non possono ovviamente mai attingere una verità definitiva; bensì il relativismo assoluto che predica radicalmente l’inesistenza della verità – e quindi anche di un termine verso cui la scienza si proponga di tendere – e la perfetta equivalenza di tutti gli asserti, nella loro assenza di senso e nella loro totale caducità”… beh, riguardo al cosiddetto relativismo della scienza, mi tocca obiettare che le acquisizioni compiute nel processo della conoscenza non sono provvisorie ma “parziali”: la meccanica quantistica non ha mandato in pensione quella newtoniana ma ne ha circoscritto il dominio di validità; idem per la relatività generale rispetto alla gravitazione universale di Newton; idem per la meccanica quantistica rispetto alla relatività generale. Per quanto attiene alla seconda parte – quella del relativismo assoluto che predica l’inesistenza della verità – non mi risulta che la comunità scientifica si occupi di tali speculazioni. Magari sono intriganti per i filosofi.

    Cordialmente,
    Pasquale Giannino

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  3. Non solo alla scienza non si può chiedere di determinare il valore, ma nemmeno la verità, ma soltanto l’approssimazione attualmente più corretta alla spiegazione di campi fenomenici circoscritti. Il problema si può ricondurre alla distinzione tra scienza e scientismo. L’equivoco di una scienza le cui teorie identifichino verità assolute(anzichè coniugate esplicative attualmente verificabili sperimentalmente, con un residuo empirico che resta sempre incognito) risale a Galileo, che ha contrabbandato il suo ideale scientifico (meccanicistico) in termini tali da ostacolare anzichè favorire la ricerca posteriore, che del modello meccanicistico si è faticosamente liberata tre secoli dopo. Quello che resta di assolutamente inalienabile del patrimonio scientifico, al di là di ogni confutazione e revisione teorica, è il metodo della ricerca intelligente, spregiudicata, quando esso venga effettivamente praticato. Bernard Lonergan (Insight, Città Nuova 2007) ha mostrato che non dai modelli esplicativi via via adottati ma proprio dal metodo scientifico si può trarre una metafisica del soggetto intelligente, che a sua volta porta a una fondazione dell’etica.

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  4. Binaghi, cose condivisibili ne hai dette stavolta, ma affermare che Galileo “ha contrabbandato il suo ideale scientifico (meccanicistico) in termini tali da ostacolare anzichè favorire la ricerca posteriore” è una bufala grossa quanto una casa. Tutta la scienza moderna è figlia di Galileo, senza Galileo non avremmo avuto Newton, Maxwell, Fermi… non avremmo avuto le conquiste della meccanica quantistica e i successivi risultati – di ricerca pura a applicata – raggiunti nel campo dell’atomo e delle particelle subatomiche. Forse non lo sai: anche Einstein è figlio di Galileo. Senza il metodo induttivo galileiano – basato sull’utilizzo di modelli matematici – tutto questo non lo avremmo avuto. Il metodo è fondamentale non solo per la rappresentazione rigorosa dei fenomeni osservati ma per la predizione (confutabile, dunque perfezionabile) di fenomeni analoghi. Senza Galileo saremmo rimasti al medioevo.

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  5. Vedi carissimo? E’ di metodo che parli, e se rileggi il mio commento vedrai che dico la stessa cosa. Diversa è l’interpretazione filosofica che Galileo ha dato delle sue scoperte, identificando un modello momentaneo di spiegazione con una realtà metafisica (vedi distinzione tra qualità primarie e secondarie, con eliminazione della realtà delle seconde).

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  6. Dici che sul discorso del metodo siamo d’accordo? Non posso che prenderne atto, citazioni di Locke a parte… Ti dirò di più, siamo d’accordo anche su un’altra questione: altro è la scienza altro è la riflessione fatta sulla scienza. Ci sarebbe tanto da aggiungere su quante cavolate sono state dette dai filosofi e quante ne dicono ancora ogniqualvolta discettano di scienza.

    Buona serata

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