La sede della Sapienza

da qui

LA SEDE DELLA SAPIENZA
(Marco Guzzi, Nella mia storia Dio)

la nostra bocca si aprì al sorriso”
(Salmo 125,2)

Ogni giorno mi liquidi la mente
Che un castrato
Verbo fece inviperire.

Scroscia la tua luce adolescente
E mi dissolvi anche l’antica calcolosi
Detta morte.
Poi resta il campo :
La tua ridente,
Dentro i miei vuoti pensieri.

E’ questa la mia sede :
Un corpo franco.
Questa è la fede: essere un uomo
E Dio
Unita-
Mente.

Riflessione di Paola Balestreri

Quando la mattina offro la mia realtà sconnessa e sconclusionata all’esperimento del silenzio interiore, inizio a ricordarmi che esiste la sapienza, uno “spirito che ama gli uomini”.
E’ la devozione del giardiniere alla cura del suo roseto.
E’ un lavoro quotidiano di liquidazione della mente, di sbucciatura degli strati di parole e pensieri maledetti, disperati e castranti che mi governano. Che mi danno l’amaro in bocca.
La sapienza è un sapore, un gusto, una sostanza dolce, che mi apre al sorriso.
La liberazione accade come un’irruzione dall’alto: scroscia la luce, adolescente, e la cappa che mi opprime si scioglie: anche la morte, l’ultima nemica, prima o poi sarà dissolta, come un calcolo renale.
Veramente la tua luce scroscia, adolescente, rinnovandomi e aprendomi all’infinito.
Nel vuoto della mente si apre uno spazio, appare il campo, un luogo di pace: è un’ombreggiatura cava, una schiarita, la tua Ridente.
L’anima che dimora in Dio sorride.
La mia anima immacolata sottratta al potere degli uomini e della parte più negativa di me stessa.
In questo stato di tranquillità e di immobilità vedo in trasparenza la perfezione di tutte le cose.
Da questa sede non vorrei mai muovermi, sento la mia integrità, il mio corpo franco, liberato.
Sento il divino in me, nella mia povera esistenza e questa è la fede che per oggi mi basta.

immagine
Alessandro Guzzi, The devout gardener, 2005, olio su tela di lino, cm 60×60.

2 pensieri su “La sede della Sapienza

  1. [et antera]”Sento il divino in me, nella mia povera esistenza e questa è la fede che per oggi mi basta.”

    dedico queste liriche a chi vive il tormento e l’estasi della vita come dubbio, la sapienza come scavo a mani nude nella roccia arida del tempo, la fede come domanda muta, come sfida continua al vuoto che rischia di inghiottire ogni speranza che ci sia un senso, come memoria di luce ma non luce, come tensione alla serenità ma non serenità, come desiderio di vita inappagato e mai colmato.

    I

    Vita che non osai chiedere e fu,
    mite, incredula d’essere sgorgata
    dal sasso impenetrabile del tempo,
    sorpresa, poi sicura della terra,
    tu vita ininterrotta nelle fibre
    vibranti, tese al vento della notte…

    Era, donde scendesse, un salto d’acque
    silenziose, frenetiche, affluenti
    da una febbrile trasparenza d’astri
    ove di giorno ero travolto in giorno,
    da me profondamente entro di me
    e l’angoscia d’esistere tra rocce
    perdevo e ritrovavo sempre intatta.

    Tempo di consentire sei venuto,
    giorno in cui mi maturo, ripetevo,
    e mormora la crescita del grano,
    ronza il miele futuro. Senza pausa
    una ventilazione oscura errava
    tra gli alberi, sfiorava nubi e lande;
    correva, ove tendesse, vento astrale,
    deserto tra le prime fredde foglie,
    portava una germinazione oscura
    negli alberi, turbava pietre e stelle.

    Con lo sgomento d’una porta
    che s’apra sotto un peso ignoto, entrava
    nel cuore una vertigine d’eventi,
    moveva il delirio e la pietà.
    Le immagini possibili di me,
    passi uditi nel sogno ed inseguiti,
    svanivano, con che tremenda forza
    ti fu dato di cogliere, dicevo,
    tra le vane la forma destinata!
    Quest’ora ti edifica e ti schianta.
    L’uno ancora implacato, l’altro urgeva –
    con insulto di linfa chiusa i giorni
    vorticosi nascevano da me,
    rapidi, colmi fino al segno, ansiosi,
    senza riparo n’ero trascinato.
    Fosti, quanto puoi chiedere, reale,
    la contesa col nulla era finita,
    spirava un tempo lucido e furente,
    senza fine perivi e rinascevi,
    ne sentivi la forza e la paura.
    Una disperazione antica usciva
    dagli alberi, passava sulle tempie.
    Vita, ne misuravi la pienezza,

    (Mario Luzi)

    Questa felicità

    Questa felicità promessa o data
    m’è dolore, dolore senza causa
    o la causa se esiste è questo brivido
    che sommuove il molteplice nell’unico
    come il liquido scosso nella sfera
    di vetro che interpreta il fachiro.
    Eppure dico: salva anche per oggi.
    Torno torno le fanno guerra cose
    e immagini su cui cala o si leva
    o la notte o la neve
    uniforme del ricordo.

    (Mario Luzi)

    ***
    Dall’imagine tesa
    vigilo l’istante
    con imminenza di attesa –
    e non aspetto nessuno:
    nell’ombra accesa
    spio il campanello
    che impercettibile spande
    un polline di suono –
    e non aspetto nessuno:
    fra quattro mura
    stupefatte di spazio
    più che un deserto
    non aspetto nessuno:
    ma deve venire,
    verrà, se resisto
    a sbocciare non visto,
    verrà d’improvviso,
    quando meno l’avverto:
    verrà quasi perdono
    di quanto fa morire,
    verrà a farmi certo
    del suo e mio tesoro,
    verrà come ristoro
    delle mie e sue pene,
    verrà, forse già viene
    il suo bisbiglio.

    **
    O carro vuoto sul binano morto,
    ecco per te la merce rude d’urti
    e tonfi. Gravido ora pesi
    sui telai tesi;
    ma nei ràntoli gonfi
    si crolla fumida e viene
    annusando con fascino orribile
    la macchina ad aggiogarti.
    Via del suo spazio assorto
    all’aspro rullare d’acciaio
    al trabalzante stridere dei freni,
    incatenato nel gregge
    per l’immutabile legge
    del continuo-aperto cammino:
    e trascinato tramandi
    e irrigidito rattieni
    le chiuse forze inespresse
    su ruote vicine e rotaie
    incongiungibili e oppresse,
    sotto il ciel che balzano
    nei labirinto dei giorni
    nel bivio delle stagioni
    contro la noia sguinzaglia l’eterno,
    verso l’amore pertugia l’esteso,
    e non muore e vorrebbe, e non vive e vorrebbe,
    mentre la terra gli chiede il suo verbo
    e appassionata nel volere acerbo
    paga col sangue, sola, la sua fede.

    ***
    L’egual vita diversa urge intorno;
    cerco e non trovo e m’avvio
    nell’incessante suo moto:
    a secondarlo par uso o ventura,
    ma dentro fa paura.
    Perde, chi scruta,
    l’irrevocabil presente;
    né i melliflui abbandoni
    né l’oblioso incanto
    dell’ora il ferreo battito concede.
    E quando per cingerti lo balzo
    -‘ sirena del tempo –
    un morso appéna e una ciocca ho di te:
    o non ghermita fuggì, e senza grido
    nei pensiero ti uccido
    è nell’atto mi annego.
    Se a me fusto è l’eterno,
    fronda la storia e patria il fiore,
    pur vorrei maturar da radice
    la mia linfa nel vivido tutto’
    e con alterno vigore felice
    suggere il sole e prodigar il frutto;
    vorrei palesasse il mio cuore
    nei suo ritmo l’umano destino,
    e che voi diveniste – veggente
    passione del mondo,
    bella gagliarda bontà –
    l’aria di chi respira
    mentre rinchiuso in sua fatica va.
    Qui nasce, qui muore i! mio canto:
    e parrà forse vano
    accordo solitario;
    ma tu che ascolti, recalo
    al tuo bene e al tuo male;
    e non ti sarà oscuro.

    (Clemente Rebora)

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