Lisez Cases. Vite.

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Il più bel libro di critica letteraria è uscito quest’anno a maggio ed è apparso come fascicolo speciale de ‘L’Indice dei libri del mese’. Una silloge di 56 recensioni a firma di Cesare Cases che l’illustre germanista, morto nel 2005 a 85 anni, aveva pubblicato per circa un ventennio sulla rivista torinese, di cui fu prima collaboratore e poi anche direttore nel periodo 1990-1994. Ma perché una miscellanea di articoli che si occupano di libri vecchi ed inattuali va considerata come il più bel libro di critica letteraria uscito quest’anno?

Per almeno cinque motivi che adesso tenterò di spiegare.

Prima di tutto, impressiona la vastità ed eterogeneità degli interessi del critico; una curiosità mai doma che, invece di placarsi, cresceva con il crescere degli anni e con l’accumularsi delle pagine scritte e lette. Per cui, in questo mannello di scritti, ci si imbatte in recensioni che, in qualche misura, paiono ‘obbligatorie’ e prevedibili: quelle sui tedeschi prediletti( Brecht, Anders, H.Mann, Benjamin,…) ma anche sugli italiani, più o meno in odore di ‘santità’-letteraria, s’intende-: Magris, P. Levi, Einaudi, la Morante, Pavese, Citati,… Ciò non esclude l’attenzione, tutt’altro che superciliosa od affettata, del critico as a old man anche verso scrittori meno noti, che eccitavano comunque la vigile curiosità di Cases; outsider semisconosciuti, per genesi e mood, ma degni della stessa profonda attenzione ( e acuminato sarcasmo, quando necessario) che il Nostro riservava all’esclusivo club dei Letterati Famosi. Due esempi: Cases che ‘scopre’ l’allora giovanissimo ed esordiente Culicchia, auctor, al tempo, unius libri, cioè di quel “Tutti giù per terra”, esordio di bellezza folgorante quanto irripetibile, fino al Guido Viale di “Un mondo usa e getta” del 1994, che già 15 anni fa ci spiegava in un testo profetico ed apocalittico le connessioni fra la nostra realtà e quella, materiale e simbolica, dei rifiuti. Ma Cases legge e riflette e scrive anche su autori inglesi, francesi, americani, testi di storia e romanzi più o meno à la page, ponderose opere filologiche e colti saggi politici, memorialistica e carteggi, psicanalisi e antropologia. Del resto, la relazione tenuta nel 2003 all’università di Bari quando gli venne conferita una meritatissima laurea honoris causa ( a quel tempo, per arcaica, disdicevole abitudine, si usava ancora omaggiare con quel riconoscimento gli intellettuali veri, non comici-canzonettari-motociclisti) era intitolata “ Grandezza e decadenza del romanzo giallo”.Tutto lo interessava, su tutto ( o quasi) nutriva un’opinione spesso eretica e dissonante, che coltivava gelosamente e dialetticamente non per lo sprezzante elitarismo di chi gode nel sedersi, sempre e comunque, dalla parte del torto, ma semmai per habitus mentale, per vocazione congenita. Le sue opinioni erano esposte con una chiarezza tanto netta e radicale da non consentire ambiguità di sorta;o si era ‘contro’ o si era ‘per’: Aut Cesare aut nihil, davvero ( anche se poi, Cases sentiva fortemente la fascinazione del nihil). Una lingua asciutta e diretta, di chiarezza e fermezza classica, vivacizzata da una vis polemica che non rinunciava mai all’humour anche acido. E qui spiego la seconda ragione per cui, come in quel vecchio muro parigino, varrebbe la pena scrivere “Leggete Cases. Subito”.( nell’originale c’era scritto “Lisez Cèline. Vite.”). Lo stile di Cases, all’apparenza tanto semplice, ma nella pratica inimitabile: quella altissima densità espressiva per cui “ogni parola, una punta di spillo”. Così Anna Chiarloni, l’ottima curatrice del fascicolo in questione, che con questa metafora coglie il pointe cruciale di una scrittura in cui le frecciate e le stilettate, pungenti e velenose, venivano offerte non con il becerume maldestro che spesso affligge tante pseudo-stroncature, ma con un sorriso diabolico e pieno di sarcasmo( “Deluso e caustico Mefistofele” l’aveva apostrofato l’odiosoamato Fortini). Si ride di gusto a leggere certi giudizi ustori di Cases: e certo questo non capita spesso con la critica letteraria). Anzi: non capita mai. Terzo: leggendo Cases, si scorge nitidamente l’indicazione di un metodo e di un modello di scrittura che può tornare assai utile ancora oggi. Mi riferisco non solo a quell’essenziale vademecum intitolato “Ai recensori”( sempre nel numero de “L’Indice” in oggetto), 6 appassionate raccomandazioni che, unite al “Un Polonio per letterati” di Edmund Wilson (questo lo si può trovare in Rete in http://www.bartolomeodimonaco.it), possono essere considerati l’ Alfa ed Omega che ogni aspirante collaboratore delle pagine culturali dovrebbe leggere e meditare con attenzione non lasca. Cases invita ad esser chiari nella scrittura( “sembra ovvio, ma non lo è affatto”), ad evitare ogni concettualità falsa e retoricheggiante, a puntare sull’esposizione del contenuto del libro come dato centrale ed ineliminabile ( “in principio fu il riassunto”), ad evitare, quando possibile, la stroncatura perché il silenzio è già di per sé un eloquente giudizio critico. Quarto: la fede, nonostante tutto, nell’utopia, quel “ lumicino in fondo al tunnel” che un ateo materialista come lui, un “illuminista sgomento e militante” ( Raffaeli) non riusciva ad intravedere, ma che -come spiegava in un’intervista a Gnoli- andava comunque immaginato. Certo: l’idea di comunismo( sia ortodosso che eretico) nella quale Cases, luckasiano non pentito, aveva a lungo creduto era stata spazzata via dai frenetici cambiamenti storici che una vita lunga gli aveva permesso di osservare e che, nell’ultima parte della sua esistenza, avevano assunto le dimensioni di uno tsunami di portata universale e di potenza catastrofica. Ma i problemi che la dottrina marxista aveva identificato erano (e sono) ancora tutti ben vivi e presenti: “Niente basta in un’economia fondata sul denaro, tutto basta in un’economia fondata sui reali bisogni dell’uomo” scriveva in “Confessioni di un ottuagenario” la splendida caustica autobiografia, un’operetta morale, pubblicata da Donzelli nel 2000.

Quinto: last but not least, Cases va letto e meditato perché il modello di critica letteraria che emerge dalla sua attività recensoria individua nell’universo vasto dei libri non il luogo della separatezza e dell’(auto)esclusione dal mondo, ma semmai il contrario: un luogo da cui partire per mutare il mondo realizzando ciò che lo stesso Thomas Mann aveva considerato come un sogno, un’utopia necessaria: pensare Marx che legge Holderlin, ovvero la conciliazione tra prosa del mondo e poesia del cuore.

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