Bocche

bocca

di Gaja Cenciarelli

Sì, lo amavo. Lo amavo con il corpo, con un corpo che si portava dietro la testa e mi faceva sentire tutta intera per la prima volta nella vita.
I miei sensi reagivano prima che la mente potesse capire cosa stesse succedendo e questo mi sconvolgeva. Lo stomaco si contraeva, la pelle si accapponava, avevo freddo alle mani e caldo addosso. Ero bellissima, il desiderio mi faceva scoprire parti del mio corpo e centimetri di pelle che non conoscevo.
Una caldissima sera di maggio, durante la cena di compleanno dei miei trent’anni, finimmo seduti vicini. Io avevo una gonna nera e lunga, a due veli, i tacchi alti, una maglia nera, trasparente, che mi lasciava scoperte le spalle. Avevo i capelli cortissimi, e una treccina che pendeva da un lato della testa, retaggio di una criniera lunga e folta, il collo lungo. Quella sera ero particolarmente euforica. Mi sembrava che il suo corpo si estendesse al di là dei confini della mera struttura fisica, avevo l’impressione che stesse straripando nel mio, come se la pelle non lo contenesse più. O forse ero solo io a esserne intensamente consapevole.
Lo sentivo sorridere.
Sentivo la sua bocca arcuarsi e sorridere.
Ricordo gli altri guardarmi, parlarmi, cercarmi con gli occhi. Quella sera ero una sorta di calamita, per gli uomini e per le donne. E fors’anche per me stessa: mi osservavo da fuori e vedevo un desiderio così devastante da farmi venir voglia di gridare. Il basso ventre pulsava. Nuotavo in un’acqua primigenia, stavo nascendo.
Quando arrivò la telefonata del mio fidanzato che da un anno lavorava in Germania, io rimasi pressoché insensibile.
Ti ho mandato il regalo a casa, mi diceva.
E io, tutti i miei pori, assorbivano il profumo dell’uomo che avevo accanto. Non c’era più spazio per la volontà. I pensieri erano schegge senza senso e senza forma ed erano felici di essere così, di non incastrarsi l’uno nell’altro, di non poter nominare, codificare, classificare. I pensieri erano animali e io ero la terra che si apriva di mille bocche.
Sono rosse, come piacciono a te, con un biglietto
Ridevo, ridevo senza motivo, ridevo e non c’entrava niente con quello che diceva lui. Sentivo che lui cercava di capire, che mi chiedeva ti stai divertendo molto?
Ma non è esatto, no, avrei voluto rispondere, divertirsi comporta un atteggiamento cosciente, consapevole, razionale. Io non sono nulla di tutto questo. Io non sono io, non so nemmeno più parlare. Avrei voluto dire.
Auguri.
Chiusi la conversazione, contenta che fosse finita: nemmeno avevo capito chi fosse e cosa mi avesse detto.
Chi era?, mi chiese A.
Era S. Per gli auguri, risposi. Senza guardarlo. Non potevo girarmi verso di lui. Non potevo. Non sarei riuscita a non toccarlo, non sarei riuscita a non tradirmi, a non spogliarlo davanti a tutti, a non amarlo e a non pretendere che lui facesse altrettanto. Ero perennemente voltata dall’altra parte.
Lo sentivo pensare. Lo sentivo desiderare. Lo sentivo allargarsi, entrare nel mio spazio, coprire il mio corpo. E sotto quella coperta io iniziavo a respirare, nuda.
Mi mordevo le labbra in continuazione. Non toccai quasi per niente cibo, la sera del mio trentesimo compleanno.
Avrei voluto mangiare lui, divorarlo, per nasconderlo dentro di me.
E, nel frattempo, ridevo. Scherzavo. Lo prendevo in giro guardando altrove. Gli facevo battute spiritose guardando altrove. Solo le mie spalle vedeva, di me. Eppure io ero sicura che con gli occhi riuscisse ad arrivare alle clavicole, allo sterno, al seno, all’ombelico, e poi.
Quando facevo le mie battute su di lui, tutti scoppiavano a ridere. Io sentivo tra me e lui una specie di colla densa e invisibile e avevo l’impressione che gli altri la vedessero. E forse era così.
A un certo punto me ne uscii con un Ma che ne sai tu, dell’amore? Tu che di donne ne cambi una a settimana…
E quando sentii la sua bocca mordermi la spalla fu come una colata di lava incandescente che mi incenerì la voce e il corpo. Rimasi senza parole, la frase a metà, non riuscii a deglutire, né a rispondere niente di sensato. Ero solo una creatura che desiderava. Sentivo, sapevo, che gli altri mi stavano fissando.
Quando mi girai verso di lui, lentamente, sapevo cosa mi stava aspettando.
I suoi occhi neri e beffardi. Le labbra perfette, carnose. La camicia bianca sbottonata e la sua carne abbronzata, i capelli nerissimi.
Ansimavo.
Ero un essere informe in un mondo amorfo.
Gli guardavo le mani che tenevano tra le dita un sigaro. E sentivo ogni singola vena pulsare.
Ma che… hai fatto? Mi hai morso? Balbettai a voce bassissima.
Lui inarcò un sopracciglio. Sorrise.
Quella sera, dopo cena, mi riaccompagnò a casa.
In macchina mi disse: Non è vero che mi piacciono tutte. Sono molto selettivo. Tu mi piaci, per esempio. Avevo bevuto troppo per i miei standard.
Quando arrivammo al portone, gli buttai le braccia al collo.
Lui non mi baciò.
Mi aiutò a portare a casa i regali, mi accarezzò la testa e se ne andò.
Dopo qualche mese lasciai il mio fidanzato, con il quale stavo da dieci anni.
Poi lo baciai, Adriano.
Lo baciai molte volte.
E lo toccai, anche.
Una sera mi disse La tua anima mi appartiene, amore. Ovunque e comunque. Sempre.
Un’altra sera invece Tu sei pericolosa.
Io non capivo più il senso delle parole.
Fin quando non sparì.
Sparì dalla mia vita, da un giorno all’altro. Nel millenovecentonovantanove. Seppi da amici comuni che si era sposato con Michaela.
Nel duemilauno mi arrivò un sms: ho sbagliato tutto con te. Perdonami. Eri tu e basta.
Non l’ho più rivisto.
Tutte le migliaia di bocche sulla mia pelle sono ancora aperte.

[Questo racconto è uscito sul blog di Francesca Mazzucato – che ringrazio ancora – il 2 dicembre 2008]

33 pensieri su “Bocche

  1. aiutooooo! soffoco! 6 3menda.
    gli è che a leggerti si vive un’esperienza dei sensi altrettanto bulimica, ti si vuole finire, inghiottire, divorare.

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  2. Non ho capito bene. Cosa bisogna fare per farsi buttare le braccia al collo da trentenni in gonna nera e tacchi alti?

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  3. Lulù: grazie. Non pensavo fino a questo punto.

    Roberto: scusami, non ho capito il senso del tuo intervento (ma di sicuro è la stanchezza dopo 4 giorni di Fiera del Libro).

    Andrea: è un’esclamazione che sottintende un commento positivo? 😉

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  4. l’immagine dei capelli cortissimi con la treccina che pende da un lato non la trovo per nulla sensuale.
    Non sarà che ti avrà lasciata proprio per quella treccina?

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  5. ” tutte le migliaia di bocche sulla mia pelle sono ancora aperte ”

    E meno male, Gaja!
    Hai scritto questo racconto dall’interno dei tuoi sensi. I feromoni vagano ancora tra le parole e le migliaia di bocche ancora aperte.
    Altre donne,dopo un tale epilogo, le avrebbero serrate.
    E gli uomini, si sa, forse non tutti, sono quello che sono, necessitano sempre di nuove conferme alla loro virilità.

    ti abbraccio carissima
    jolanda

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  6. Jolanda: un abbraccio a te. Grazie per avermi letto, mia cara.

    Sofia (o come ti chiami): se il tuo intento è provocarmi, con me stai perdendo il tuo tempo. Fidati.

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  7. I fidanzati che lavorano da un anno in Germania, o tornano dal militare, o che abitano in una città lontana sono destinati quasi sempre a perdere la donna amata. Che deve essera amata da vicino, non da lontano.
    Bel racconto straripante di sensi, Gaja.

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  8. Grazie, caro Plessus, sei gentilissimo.

    (i fidanzati che se ne vanno in Germania potrebbero anche NON essere traditi SE prima di partire si fossero comportati da fidanzati… ;)))

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  9. Gaja, il tuo racconto è uno spettacolo. Ma lasciami dire che quel seduttore, per quanto “centravanti di razza”, era anche un grande bischero. E chi l’avrebbe mollata, una così, per mettersi con una Michaela qualunque (non me ne vogliano le Michaele non qualunque)?

    Un salutone,
    Giovanni A.

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  10. Mi fa piacere, Gaja! Ti ho sentita per telefono, hai una bella voce squillante, e la tua risata dev’essere contagiosa! -;) Stamani mi darà un po’ di carica, dai -;)

    Un caro saluto,
    Giovanni

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  11. …ah…naturalmente il rosso! 😉

    e michaela (non michela) è un po’ come jeniffer, deborah, samantha, jessica? non me ne vogliano le suddette, che ce n’ho piene le classi.

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  12. Cara Gaja, sì, è un commento positivo! “Accidenti!” vuol dire che sono stato travolto dalla tua scrittura. Sbalordito e sopraffatto. Trascinato. Se è vero che la scrittura scaturisce anche dal desiderio, ebbene, nel tuo scritto questo nesso diventa sensibile, evidente, tangibile, e traslittera anche il lettore fuori da se stesso, rendendo il suo leggere un contatto epidermico, una frizione sulla pelle. Complimenti e buona giornata!
    Andrea.

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  13. No, Lulù: michaela è il nome straniero di una donna straniera. ;-))

    Giovanni: Grazie. ti abbraccio! ;))*

    Andrea: ora accidenti lo dico io! Per questo tuo bellissimo commento! GRAZIE! un bacione e buona giornata a te!

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  14. peccato, speravo in una piccola ironica vendetta femminile nei confronti del bellone misterioso, macho e un po’ gallinaceo. no perché, oltre la prima travocoinvolgente lettura non dimentichiamo il senso secondo: che c’è sempre dietro o dentro un maschio allettante, un’anima di fedifrago.

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  15. Ma A. non è così. Non è fedigrafo, né gallinaceo ;)) (e mi scuso se non sono riuscita a farlo capire): è la protagonista a essere pericolosa.

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  16. Sì, scusami, la mia voleva essere un’osservazione ellittica sulla elusiva personalità maschile del racconto. «Sì, lo amavo». Perché lo amava? Quali caratteristiche, qualità, fanno amare qualcuno? Capisco tuttavia che una domanda così esuli dalle molte ragioni di apprezzare il tuo racconto.

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  17. Roberto, ti ringrazio per la spiegazione. Ora capisco bene il senso del tuo commento. In effetti, la figura maschile è subordinata a quella femminile, qui.
    Dopodiché, come molte altre cose nella vita, certi amori sono quanto di più inspiegabile esista.

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  18. e Saffo arriva dal passato e io ti porto una sua poesia:

    “Simile in tutto agli dèi
    mi appare l’uomo che ti siede dinanzi
    e ti ascolta così da vicino, mentre
    parli con lieve sussurro e ridi amabile:
    questa visione mi sconvolge il cuore in petto.
    Basta che ti getti uno sguardo e mi si spezza la voce,
    la lingua s’inceppa, subito un fuoco sottile corre sotto la pelle,
    gli occhi non vedono più, le orecchie rombano,
    un freddo sudore mi scorre, un tremore tutta mi afferra,
    sono più verde dell’erba,
    e poco manca che muoia…”

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  19. Io dedico questa canzone
    ad ogni donna pensata come amore
    in un attimo di libertà
    a quella conosciuta appena
    non c’era tempo e valeva la pena
    di perderci un secolo in più.

    A quella quasi da immaginare
    tanto di fretta l’hai vista passare
    dal balcone a un segreto più in là
    e ti piace ricordarne il sorriso
    che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
    in un vuoto di felicità.

    Alla compagna di viaggio
    i suoi occhi il più bel paesaggio
    fan sembrare più corto il cammino
    e magari sei l’unico a capirla
    e la fai scendere senza seguirla
    senza averle sfiorato la mano.

    A quelle che sono già prese
    e che vivendo delle ore deluse
    con un uomo ormai troppo cambiato
    ti hanno lasciato, inutile pazzia,
    vedere il fondo della malinconia
    di un avvenire disperato.

    Immagini care per qualche istante
    sarete presto una folla distante
    scavalcate da un ricordo più vicino
    per poco che la felicità ritorni
    è molto raro che ci si ricordi
    degli episodi del cammino.

    Ma se la vita smette di aiutarti
    è più difficile dimenticarti
    di quelle felicità intraviste
    dei baci che non si è osato dare
    delle occasioni lasciate ad aspettare
    degli occhi mai più rivisti.

    Allora nei momenti di solitudine
    quando il rimpianto diventa abitudine,
    una maniera di viversi insieme,
    si piangono le labbra assenti
    di tutte le belle passanti
    che non siamo riusciti a trattenere.

    [ Faber ]

    e in quel messaggio [ *ho sbagliato tutto con te. Perdonami. Eri tu e basta.* ] tutto il rimpianto e la consapevolezza di CHI avrebbe VOLUTO/POTUTO/DOVUTO perderci [ e perdersi ] un secolo in più. Il tuo scritto gronda duende scarlatto, Gaja e rende: giustizia alle anime che sanno trascendere i limiti della carne [ Io non sono io ] – nel sentire e provare il *supersensuale*… e grazie!

    Chiara

    P.s. in calce – per lo stolto che ti ha persa, per il fortunato che ti ama, per il beato che ami, una frase di Busi: ” Per fare bene l’amore ci vuole una testa fatta meglio. Perché una scopata la puoi improvvisare, una testa – no”

    Abbraccio te tu

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  20. AlfaZita e Chiaretta: questi due ultimi commenti sono stati un crescendo di emozioni per me.

    AlfaZita: grazie. Non so come ringraziarti di questo regalo. Un groppo in gola, ho avuto l’immagine davanti agli occhi. Come e quanto è attuale l’amore, come e quanto è nostra, profondamente umana, la gelosia. Ti abbraccio, forte, pur non conoscendoti. Ma sentendoti vicina.

    Chiaretta mia: la commozione che mi ha travolto quando ho letto le tue parole è qualcosa di visceralmente mio e di irrazionale. Hai toccato la carne scoperta dei miei sentimenti e dei miei pensieri. La frase di Busi è mia, la sento mia, come anche sento mia te, Chiara, limpida amica preziosa. Che mi leggi dentro così bene, sempre. E non ci siamo mai viste. Ma è davvero importante, per condividere vita e cammino interiore?

    Vi abbraccio entrambe.
    Vi bacio, appagata, sazia.

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  21. A te, Gaja

    [ tu sai – non sono prodiga di complimenti ] ma ogni tuo sentire/scrivere è bocca: ferita aperta che sgorga sangue, bacio materno in fronte, preghiera delle viscere, furor e tensione di grazia e gangli… le tue labbra sanno dire perché sai/puoi/vuoi darti – senza ma.

    E ancora: nel filo rosso di un’anima affine che sempre ti segue

    Scarlatto te scarlatta tu!

    Chiara

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  22. Bello massiccio. Piace, è come una scorazzàta di Sebbìno Nela sulla fascia, e relativi cross per la capocciata vuoi di Ciccio Graziani vuoi di altri meno dotati (sott’ogni profilo, ivi inclusi quelli cui si fa cenno nel racconto).
    Brava pòpo, sì.

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  23. “Ero solo una creatura che desiderava. Sentivo, sapevo, che gli altri mi stavano fissando.”

    Nel sogno perenne d’amore, cara Gaja, vorremmo tutti abbandonarci a quelle bocche.
    Si resta davvero avvinti nel vortice di sensualità di questo tuo racconto. Nella parte finale, il sogno si rompe, come sempre accade, ahinoi!:)
    Un abbraccio
    Giovanni

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  24. Eh sì, Giovanni, è giustissimo quel che dici. Certi amori, poi, sono destinati a finire prima ancora di cominciare.
    Grazie per l’apprezzamento, per aver “sentito” così questo racconto.
    Un abbraccio forte a te.

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