Vicini

vicini

 

 

Ho 25 anni, è estate, vado da un uomo.

Stiamo in 4 vicini sul treno, si sfiorano

gambe, stampelle, rotelle, non ci stiamo

guardando negli occhi. Non sappiamo. Lei

è bella nella sua tuta blu e gli occhi grandi

nocciola, ride di inezie col fratello dalla sedia

parla del campeggio con gesti ampi di montagna.

Io so il mio corpo morbido e compreso

di lei indovino dov’è duro, non continuo.

 

Davanti a me c’è Mario, con le braccia grosse

e assorto, appoggiato alle grucce e ho premura

di parlare, per via degli occhiali che gli scendono

sul viso e il sudore e le sue gambe nude.

Chiacchiero casuale della calura, che fare

che faccio e varie domande sul niente.

Quando allungo il piede sul piano sotto il finestrino

lui guarda le mie cosce e chiede “Vuoi scopare?”

 

Fratello e sorella giocano ancora. Io fissa

al vetro non muoverò più muscolo o parole.

Ad Ancona “ciao, la coincidenza!” ed esco svelta.

Anche Mario scende. Da dietro la colonna

lo osservo affondare nelle gambe di metallo,

ognuno avvolto alla sua invisibile

vergogna. Ho 25 anni, è estate,

e non so nulla della voglia o del dolore.

 

 

 

Nella foto: il campione paraolimpico Gerry Hewson con la moglie Louise. Scattata da Belinda Mason-Lovering.

 

17 pensieri su “Vicini

  1. Complimenti Renata, una poesia che tocca qualcosa di dolente, di molto fragile con un tocco lievissimo, sapiente.

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  2. http://vocesottiledisilenzio.wordpress.com/2008/12/15/ giudicate-voi-2/ scrive che questa poesia è brutta, come la foto, perché scambia l’handicap per qualcosa di romantico e di comunicabile.
    peccato che non abbia commentato qui perché speravo in questo tipo di discussione, che riguarda come si stabiliscono gli oggetti e i modi della poesia, ma pure, naturalmente, i luoghi e i modi in cui si parla della disabilità.
    ora, il mio intento era tutto fuorché romanticizzante, anzi, mi interessava denunciare come il pietismo con cui si idealizza l’altro in quanto portatore di differenza possa rendere, come nel caso che qui si racconta, insensibili alla sua umanità più viscerale e più evidente al tempo stesso. che vuol dire, innanzi tutto, che uno è in primo luogo persona, coi suoi umanissimi desideri, difetti, scazzi, ecc., ecc.
    r

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  3. Sempre affilati il tuo sguardo e i tuoi versi, Renata, nel cogliere
    l’umanità e le sue umanissime disarmonie.

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  4. Ma de chi è il blogghe La voce sottile del silenzio? A me questa poesia non fa impazzire, l’autrice ha dato alla luce cose migliori. Riconosco però un coraggio e una ricerca utilissimi.

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  5. @As : è di un tizio (tizia?) che si lamenta perché sostiene che io mi sia imbronciata per una sua critica (??) – insomma, c’ha voglia di fare il duro e puro :)) continuo a sostenere però che non abbia letto *bene*, non perché voglio che tutti dicano “questa è una bella poesia” (anzi, non so neanche se è una poesia, tanto che l’ho taggata anche con “racconti”), ma perché parla semplicemente di *un’altra cosa*!

    vi dirò che la *poesia* mi dà un po’ la nausea ultimamente, mi pare un po’ troppo simile alla pubblicità, mi pare che cerchi sempre di fare “il botto” senza scavare mai da nessuna parte. questo è più o meno un esperimento, per capire se e come una poesia può parlare *quasi* fuor di metafora, *quasi* non poeticamente.

    @viola: ah, le tue antennine! sì, in fondo non siamo lontani dal politicamente scorretto…

    r

    ps: signore della “voce sottile del silenzio” [detto con infinito garbo, mi creda], non vengo a commentare da lei perché non è che io tenga così tanto a questa roba per andare a inseguire per la rete tutti i miei delatori…se non le piace, pazienza, che je fa? se aveva voglia di discutere doveva venire lei a commentare qui, non crede?

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  6. E’ difficile giudicare questo testo ‘di per sé’. La nudità naturalistica, la crudezza, feriscono, aggrediscono il lettore. E forse la bravura di chi li ha scritti sta proprio in questo: colpire giù duro, con versi polimetri e molto prosastici,dire di una condizione, delle sue manifestazioni, che per molti, per me almeno, equivalgono ancora a un terreo, terrifico tabù. Grazie per questo schiaffone.

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  7. *questo è più o meno un esperimento, per capire se e come una poesia può parlare *quasi* fuor di metafora, *quasi* non poeticamente.* Certo che può, Renata, sta a chi le scrive poi farlo…come avrai capito, ti quoto…!!V.

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  8. @Manuel: grazie per il commento generoso e sincero. Mi interessa molto la questione cui accenni, il testo “di per sé”: esiste, in effetti? non sono tutti i testi in un qualche grado, più o meno scoperto, di relazione con l’extratestuale (il mondo)? anche quelli più lirici e soggettivi? io dico di sì, resta il fatto che scrivere una poesia civile (che riguarda apertamente la “civitas”, la comunità in cui si sta) è ancora un’operazione ben complicata…

    @Viola: ho un’amica americana che ama gli “ugly poems” 🙂 in sostanza poesie completamente spoglie di “poetese”…la cosa mi interessa, ma mi domando se, a portare fino in fondo questa affermazione, a guardia delle parole poetiche non rimangano che i bambini o gli innamorati…

    non ho detto ancora della fotografia: è tratta da una mostra su Sessualità e Disabilità che si è tenuta al Museo del Sesso di (e dove sennò?) New York, l’anno scorso.

    @Manuel (sì, ancora): sto scantonando la questione, che è proprio la questione che qui preme o turba o infastidisce, ecc., cioé: come si fa una poesia su una cosa così lontana dalla poesia come la disabilità? e poi: una poesia può offrirmi un modo, delle parole, qualcosa con cui riconoscere (sbloccare?) “un terreo, terrifico tabù”? [potesse!]

    un saluto caro a tutti,
    r

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  9. Come scrivi nella tua risposta al post di Viola Amarelli, gli americani (U.S.A.) adottano gli ugly poems. Da noi, per la nostra cultura (e per il peso della tradizione) letteraria, la cosa è quasi inconcepibile, o relegata a una categoria che con molta sommarietà, abusando di una formula fortiniana, stigmatizziamo come ‘sottobosco’, o nella migliore delle ipotesi confiniamo in un alveo di naiveté letteraria. La nostra cultura ‘nasina’ (sei marchigiana come me, e sai a cosa mi riferisco) storce subito il naso (o se lo tura) di fronte a certe espressioni…e questo è un fatto. Il problema vero è proprio come dire tutto, come affrontare ogni argomento (anche civile,e non solo), e se ancora, dopo Dante e i suoi sconfinamenti linguistici e verso ogni sapere, trovare le parole e gli strumenti per dire tutto il dicibile. La questione, anch’io mi chiedo, è sempre nella congruità? Disponiamo di una lingua adeguata a dire tutto? o inadeguati ancora una volta siamo noi? con troppi freni e zeppe culturali? Ritorna la questione del poetese, mannaggia Pietro Bembo che ha congelato la lingua italiana! ancora l’imperativo è quello di uscire dal giardino di Armida, e vivere le questioni sociali e linguistiche come non separate, e indissolubili. Nelle Marche, molti esempi di poesia civile ci potrebbero soccorrere (da Volponi a Di Ruscio, da De Signoribus a D’Elia)in verità, è sempre da Leopardi, dalla chiarezza della sua formulazione linguistica, che potremmo ripartire. O da certe scritture corporali e meticce (perché di un meticciato linguistico si dovrà pur rendere conto, piuttosto che di una difesa oltranzistica di una qualche solo presunta purezza) di certe grandi donne: Insana, Bettarini, in primis, che parlano con il corpo, e danno voce ai dissesti corporei. Così, mi viene da scriverti, di getto…Resta la questione del tabù: la remora, l’orrore di dire anche l’orrore, il fastidioso, il politicamente-poeticamente scorretto…un abbraccio.

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  10. Si può dir tutto in p o e s i a, e trovare la lingua è il *mestiere* di chi scrive; se pesa il *poetese*, il freno e la zeppa, è un problema di costruzione culturale, di mio rachitismo identitario, di mia *inadeguatezza*; le parole, i ritmi, i suoni ci sono. E’ il modularli che manca, a me, ovviamente, e per me. Non ci sono parole poetiche, ci sono stili, retoriche, figurazioni, sintagmi, metriche e prosopopee, e, aggiungerebbe Wittgenstein, forme di vita, quelle che forse più latitano. Un abbraccio, V.

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  11. @Manuel, Viola, pensieri sparsi a voi (perdonate l’asistematicità, la impongono l’ora e il mezzo):

    una volta, parlando con uno scrittore americano molto bravo, Scott Momaday, lui disse: “sì, certo, la lingua ha dei limiti…ma chi li conosce?!” – così è sicuro che c’è sempre il modo di dirla “la cosa”, persa o presente, di trasportarla nelle parole (“scrivere è un lavoro di traduzione”, vedi Valery), ma io tendo a pensare che non sia là fuori in attesa che io (io poi! figuriamoci) la scovi e pronunci, ma che essa venga *fatta* (e non da soli, non da soli)

    Creare “forme di vita”: geniale! perché sposta la questione dal riconoscere che non ci sono temi / modi pregiudizialmente non adatti a diventare poesia (e chi oserebbe dirlo dopo Majakowskij, i canti d’amore del Salento, Ashbery, Giulia Niccolai, ecc. ecc.), all’intrigo violento che la poesia ha\è con la vita – che forme di vita stiamo concependo, testimoniando, immaginando? (e conta qualcosa chiederselo?)

    una danzatrice di cui non ricordo il nome diceva “i corpi non mentono, sennò ci si fa male”, e questa m’è parsa sempre una chiave interessante per scrivere le poesie…rispondere con intima onestà a se stessi, cosa che i poeti che cita Manuel, mi pare, sanno fare, al di là delle loro personali idiosincrasie – io quando scrivo mi chiedo continuamente questa cosa, se mi sto dicento con intima onestà, se sto comprendendo un po’ il guazzabuglio in cui sono/siamo – e non è forse questo in fondo quello che chiamano “lingua poetica di tal de tali”, un modo di scrivere che corrisponde a una certa persona come un’impronta digitale?

    “mestiere” dice Viola: ma oltre al “saper fare”, c’è di mezzo anche un “saper essere”? (nulla a che vedere con “qualità della vita”, capirete)

    perdonate la massa di interrogativi, il pc segna le 0 e 11 e la mente va un po’ di suo, lambiccandosi su questioni che non pianteranno un singolo chiodo al mondo (per fortuna:)

    un saluto caro a tutti,
    r

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  12. Non so perchè ma leggendo quel che scrivi Renata mi è venuta in mente Frida Kahlo, la sua “genialità” che tanto ha saputo mostrare. I suoi quadri a lungo mi hanno “disturbato”, ma poi è stato come liberare dei nodi.
    A volte è un corpo a corpo con i testi… immagini ecc.
    Ben venga.

    Un saluto

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  13. Ay que bonito es volar
    A las dos de la mañana
    A las dos de la mañana
    Y ay que bonito es volar, ay mama

    Volar y dejarse caer
    En los brazos de tu hermana
    En los brazos de tu hermana

    (“un corpo a corpo” come Frida…una cosa assai potente 🙂

    r

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