Emily Dickinson, poem 254 – traduzione di Massimo Sannelli

 

«Speranza» è cosa alata –
Che ripara nell’anima –
E canta il canto senza le parole –
E non si ferma – mai –
E più che dolce – nel Vento – si sente –
E la bufera deve essere frusta –
Per impaurire Questa
Che riscaldò la gente –
Io l’ho sentita nella terra guasta –
Sul Mare che non c’è –
Neanche nell’Angustia
Chiese un grammo – di Me.

Questa poesia, tradotta il 12 marzo 2007, *tra buio e luce* (come tutto), non appare nel volume Emily Dickinson, *Su un Io Colonna*, La Camera Verde, Roma 2007.

21 pensieri su “Emily Dickinson, poem 254 – traduzione di Massimo Sannelli

  1. Caro Fabry, grazie di aver riportato questa poesia di una grande poetessa come la Dickinson, uno dei poeti che amo di più… Un mondo , quello di Emily, della “signorina di bianco vestita” (colore della verginità e delle nozze, abito che è conservato nel museo a lei dedicato) , che rimarrà essenzialmente lirico , fatto di musica , coi toni sommessi del pianoforte , o i toni alti e cristallini dei violini , o i bassi profondi .Un mondo di boschi, cieli, prati, di voli d’api o uccelli, dove d’avverte il fatale, minaccioso andar dei giorni incontro alla notte, alla fine.Ma anche un mondo in cui , di tanto in tanto, s’affaccia la speranza.
    Nel 1852 , questa zitella vestita di bianco ribelle, testarda, originale, isterica, pazza , l’unica donna che si occupasse a tempo pieno di lettere , l’unica donna che scrivesse non come piacevole sfogo artistico , o bisogno di esprimersi nei ritagli di tempo , ma come unico vero interesse , passione che non lascia spazio a nessun’altra cosa, conosce Susan Gilbert, che è attratta da lei e che diverrà sua cognata . Con Susan Emily stringe un forte legame, forse con un versante di latente lesbismo , come testimoniano importanti lettere. Mentre lei si occupava esclusivamente delle faccende dello spirito , alla sorella Lavinia toccò la sorte di “ Marta”, dedita a tutte le faccende domestiche, comprese quelle di provvedere al suo cibo, peraltro spesso rifiutato ( Emily era anoressica) .
    Nel 1857 conosce il grande scrittore e filosofo trascendalista Ralph W. Emerson, ospite di Austin e Susan, sposi da pochi mesi. Emerson, il primo filosofo dello spirito americano , uno dei protagonisti del rinascimento americano , diede alla cultura del suo paese quell’indipendenza che già da parecchi anni era nell’aria , ma era rimasta inespressa. E lo fece senza moti di ribellioni , ma esprimendo con chiarezza ed energia – soprattutto con ispirazione autentica – i suoi ideali di libertà intellettuale e di fede nella capacità dell’uomo, sia nei suoi libri, sia nel contatto con gli altri , in cui si rivelò particolarment efficace la sua indole ardente e mistica. E tutto questo fu recepito dalla giovane Emily e formò materiale della sua poesia , specchio che riflette sia l’isolamento fisico e morale dell’autrice che il dramma intellettuale e morale dell’America del suo tempo , il contrasto tra la sua generazione , quella di Emerson , e quella di Hawthorne della “Lettera Scarlatta”, fra la tradizione puritana del New England e un moderno esistenzialismo individuale , espresso dalla Dickinson in forme di cristalline, straziante limpidità.
    Nello stesso anno avvia una corrispondenza con il colonnello-scrittore Thomas
    W. Higginson, a cui si affida per un giudizio letterario: egli rimarrà impressionato dall’eccezionalità dello spirito,dell’intelligenza e del genio della poetessa, spaventato dalla sua foga, dalla sua forza , che egli scambiò per esaltazione e ritenne “impubblicabili” le sue opere. Chi è lei , Miss Dickinson, che talora scrive come un fiume in piena e tal altra come una lieve farfalla che si posa su un fiore?
    “””Sono piccola come un scricciolo, e ho i capelli ribelli come un riccio di
    castagna, e i miei occhi sono come lo sherry che un ospite ha lasciato in fondo
    al bicchiere”””.
    Di essere pubblicata ad Emily non importa nulla. Anzi, è gelosa dei suoi versi , e non intende , né mai lo farà dare alle stampe i propri scritti (Sarà a sua insaputa , e senza il suo nome , che verranno pubblicate sette sue poesie su riviste e giornali americani). Ma nelle sue poesie c’era di tutto, Foscolo e Leopardi, che forse non aveva mai avuto occasione di leggere. Ma era dentro di lei:
    E questa d’ogni mia speranza /è la silenziosa fine.Sorse tra i bei colori il mio mattino;/ precoce ed arida la fine.Mai fiore su uno stelo/si schiuse più gioioso,né verme più accanito/ una radice tanto coraggiosa hai mai consunto
    E poi c’era lo spirito americano dell’epoca e i suoi amati Shakespare, Coleridge, Shelley, Keats. Ma c’erano anche poeti che devono venire , e le stagioni, i fiori, gli alberi , gli uccelli e gli insetti , il giardino che dalla finestra della sua stanza osservava mutare e trasformarsi , c’erano i temi di sempre , l’amore , il mistero e la morte, il desiderio e la speranza di non aver vissuto invano:
    “””Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi / non avrò vissuto invano
    Se allevierò il dolore di una vita o guarirò una pena /o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido /non avrò vissuto invano”””.

    Aveva scritto Emily: “Se leggo un libro e mi sento gelare in tutto il corpo così che nessun fuoco mi può scaldare , allora so che quella è poesia . Se provo la sensazione che mi scoperchino la testa , allora so che quella è poesia”. Tutto in lei era poesia. Anche la sua voce, così sottile e inquietante , piena di fili d’erba e di stelle , di boschi e di fiumi e di galassie, di infinito e di mistero.

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  2. ahhhhhhhhhhhhh che bellezza divina!

    “…le brevi frasi cui ho dato un inizio e mai una fine
    le minuscole fonti che ho scavato con le mie mani e mai riempito.

    …avessi l’arte di stordirmi, con fulmini di melodia”

    ti rinnovo gli auguri di buon natale e vi bacio con profonda ri conoscenza
    la fu

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  3. appunti da internet point, tornando – l’asino del corpo è a pezzi, la mente – a contatto con le “altre menti”, che possono soffrire molto – fa male. a Roma ho presentato la Murata di Patrizia Bianchi. è grande, lo sarà. è scrittura bene scritta, e – se Dio vorrà – andrà avanti. e poi la forza ha un limite. e poi la grazia manca e lo “spaccami il cuore” – è vergogna mettere insieme Mia ed Emily? *per me non è vergogna* – si aspetta dalla grazia che verrà. speranza è cosa alata – Emily è grande. e i passi continuano, di pensiero in pensiero e di sollievo in sollievo (catena di citazioni). perché la mente pensa comunque a chi ti ha detto cretino e uomo di merda, “non meriti la mia amicizia”. cerchi la grazia, la spari sul palco – che non è uno solo, non è monolingue, ed è barbarico e preciso: *amo Emily* – e amen. a Genova, città barbara, sta ricominciando un gigantesco puttan-tour – sedici euro al ristorante sono 800 rupie, se ci penso non mangio più [e tutto si accumula, la mente non ha pace: qui si tratta di noi]

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  4. Non preoccuparti delle parolacce scortesi Massimo,
    Emily diceva, “Esistere è potere..” e molto altro, che tu riporti qui, ci diceva, ai lettori del futuro come divinò benissimo.
    Grazie, da

    Maria Pia Q.

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  5. grazie… e complimenti ad Emily, che ha *potuto*, prima di tutti, cinque generazioni *prima*. Andrea Semerano, l’editore di Su un Io Colonna, mi ha detto una cosa bellissima: questo libro non è stato comprato da recensori, ma da persone normali: che leggono per amore di un libro, che lo vivono come un cibo; che ne parlano *con* gli amici, e con se stessi, e non *per* i colleghi. e non c’è niente di meglio, perché è ciò che io stesso chiedo ai poeti. Dante, nel libro IV del Convivio, dice: l’adolescente si perde nella “selva erronea” della vita, e avrebbe bisogno di “maggiori” che lo guidino. adulto, Dante si perde nella “!selva oscura”, e ritrova un maggiore in Virgilio. – *è proprio così*, quando rischi il silenzio e la perdita: che vengano i maggiori, sia Padri sia Madri – ed Emily arriva.

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  6. 254

    “Hope” is the thing with feathers—
    That perches in the soul—
    And sings the tune without the words—
    And never stops—at all—

    And sweetest—in the Gale—is heard—
    And sore must be the storm—
    That could abash the little Bird
    That kept so many warm—

    I’ve heard it in the chillest land—
    And on the strangest Sea—
    Yet, never, in Extremity,
    It asked a crumb—of Me.

    Emily Dickinson

    bellissima

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  7. si procede di peso in contrappeso: piume gentili contro martelli e coltelli. accade una cosa furiosa, che fa urlare – non è un’astrazione, è STORIA di 30 minuti fa – e 15 minuti fa una signora sconosciuta mi fa un regalo enorme: una cosa preziosa che apparteneva al marito, morto da 4 anni. non è la poesia, certo; ma è lo stato d’animo che porta – per eccesso, di furia o di amore – alla poesia. e gloria al nido barbaro; e a chi dona ai poveri, che avremo sempre *con noi* (e i poveri si sforzano di essere eleganti, perché – vedi il Vangelo – quando digiuni, guai a te se hai la faccia triste! e profùmati il capo!). (un saluto speciale a Fabrizio, di corsa: che sa e conosce questa “guida pratica”)

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  8. alcuni dicono: tutto è volgare, e noi ne siamo i rappresentanti, dunque tutto è nostro.
    altri dicono: voi siete volgari, tutto sta diventando vostro, e noi soffriamo (ne soffriamo fino a deformare la nostra sintassi; siamo rivoluzionari, e il mondo non lo vede).
    i primi rispondono: ecco lo spirito del tempo, e siamo noi ad incarnarlo, non voi.
    i secondi rispondono con un silenzio doloroso, o nevrotico, o aggressivo. gli umanisti si induriscono. oppure si rifugiano in meditazioni, anche belle: le ultime pagine di Nannipieri – il seno di Valeria è un simbolo – sono molto valide (non così il libro su Luzi, non così le poesie; ma questo nuovo libro sì).

    i poveri non ne sanno molto, in realtà: né di rivoluzioni sintattiche né di ipotetiche “nuove Italie”. i morti, come Emily, sono una presenza enorme, e forse giudicante; di sicuro, ispirante. mi è stato detto che ci vuole *CORAGGIO* a tradurre Emily *così*. *coraggio*? per le lineette e le maiuscole e i ritmi e la barbarie? se questo è coraggio, farsi uccidere o passare le notti al gelo *che cos’è*? un traduttore non è un partigiano Johnny. se si oppone a qualcosa, è solo ad una volgarità che è parzialmente politica, ma non solo. c’è chi crede di governare – è solo l’agente di una dissoluzione. gli istituti ne vengono aggrediti. intanto la gente invecchia.

    intanto i giovani (i giovani poeti) scrivono in modo doloroso. e chiedono indirettamente una fratellenza stilistica che non capisco più. (e come sempre: innominabile Pasolini, innominabile Testori, innominabili le donne, innominabili le grandezze; nominabile, al limite, la bravura; ma la grandezza – *che non coincide sempre e del tutto con la bravura* – è un’altra cosa: quella fa paura, i suoi trattini appaiono bestiali o abominevoli; e se dico “grande Isabella Santacroce”, un altro scandalo, altre teste scosse, altri dubbi).

    (non vorrei che il cuore battesse, ma forte? batte le mille volte, ma in modi che non pensavo: per esempio, per amore di un FUTURO – non troppo lontano – che – Dio sa come – è consolante. e se arrivassero FIGLI, anche? dico figli, oltre ai libri? dico: se arrivassero? e perché chi *non* è nato qui dovrebbe essere *diverso*? “io non sono quello che apparo” – Amelia Rosselli – e la catena stringe cose troppo diverse: in un vortice che si chiama *improvvisazione*, e così sempre. devo scrivere, devo ritornare a lavorare di notte: comincio stasera, in una facoltà decentemente *occupata*) (e lo Spirito soffia dove vuole – *si sa*)

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  9. perché la fratellanza c’è, è possibile, ma che cosa importano i dati stilistici, per costruirla? se amo leggere Pound, Pound è *mio fratello*? no. e la poesia di Franco Buffoni è mia *sorella*? no. ma Franco può essere un compagno di strada. ed Emily? oso dire che è una sorella? per un lavoro che è *suo*, e non *mio*? la fratellanza si costruisce su basi che possono essere – devono essere – non artistiche. altrimenti non ci sarebbero, al mondo, più fratelli. senza contare una cosa triste e vera: che al mondo si cambia, e testi creduti fratelli appaiono solo testi, senza fratellanza ; oppure vedi fratelli gentilissimi – migliori di te – ma non vedi più la loro poesia. e non importa, questo, se ciò che ti serve è la luce, la luce e BASTA. (intanto è arrivato il nuovo libro di Francesco Marotta: con una grazia e un silenzio che sono tutto: perché non chiedono niente; e lì è grandezza: anche nell’uomo)

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  10. e alle due e venticinque della notte, dopo il vino il rum e altre cose, che non si dicono – e molto reggae, suonato male, ballato peggio, non importa, non chiedi, non sei morto, non sei morto, non sei morto, tu sei vivo, sei vivo, sei vivo, ti inventi ali *piumate*, che credi vere – chi ti credi di essere? sempre outis, sempre nessuno. ma vedi: qui nessuno ti giudica, qui cane o uomo, pazzo o savio – non importa. ecco il bello. ed ecco il problema. in questa facoltà [occupata] mi sono laureato, una vita fa, il 12 ottobre 1992 ho frequentato la prima lezione, *qui* – e poi, e ora, vedo il caos. muore l’istituto [anche i muri, anche lo spazio], vive il popolo futuro – già meticcio – che vedo e che rimane. le più belle, qui, sono due, tre – e nessuna ha la pelle bianca. e così gli uomini. e questo non ha niente a che vedere con Emily. speranza è cosa alata! il biglietto da visita può anche non essere un giglio – è la fedeltà a ciò che *non* si vede o che si vede poco e male.

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  11. e non parlo di lotta millenaria, di cose mondiali – ma: “vado con la pioggia”, dice il ragazzo nero al webpoint del pakistano. dice ed esce. allora andiamo con la pioggia, di sollievo in sollievo – e poi la pioggia farà neve, e l’inverno “apporterà una gran gioia”. volendo vedere, questo tempo è una crisi e un’occasione – anche se in casa ci sono 15 gradi e questo farebbe orrore ad ogni piccoloborghese: “e che, me dovevo lava’ coll’acqua fredda?”. non ho ancora pace per queste cose, per questa volgarità senza grazia.

    fa freddo, ma non importa, non importa. le mani corrono ugualmente, la madre è bellissima – la città (non si tratta di quella barbara) no, non lo è.- ma non importa. chi viene, chi deve venire, è *già* venuto – e la cosa bella è proprio questa. vivete felici! – come diceva un frate asino, e lo pensa sempre. [ma la città barbara è proprio un’altra cosa]

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  12. ciao Alessandro, ti penso nell’*ultimo banco* – grazie. c’è anche chi non ha la casa, e i 15 gradi sono 5 o 7, o meno. va bene così. va molto peggio per chi dice: “me dovevo lava’”, ecc., oppure “sono abituato alle comodità”, oppure altri orrori, e nel frattempo non ha imparato a mettere la punteggiatura, ma dice “anch’io scrivo!” – e questo “rimare stoltamente” fa vittime illustri, anche ora.

    in quei 15 gradi ho eseguito Prometeo, *per una sola persona* – niente di meglio al mondo, niente e più niente al mondo! dipende da chi *è* quella persona. pubblico singolare è un ossimoro – ma non è un fallimento. dipende da chi è la *sola* persona del pubblico.

    sono di corsa, volevo salutare Fabrizio; e i cuori, di corsa.

    e poi pensavo, come Minerva Jones nella Spoon River Anth.: c’è qualcuno che voglia andare al giornale e raccogliere le mie poesie?… volevo dire: c’è qualcuno che voglia REGALARE UN VESTITO ad Emily? cioè: mettere in MUSICA questa poesia? endecasillabi e settenari. non è detto che debba essere con delicatezza (stile Gabotto-Guidetti o Blugiglio). forse è una dolcezza che chiede intervalli aspri. allora vi prego vi prego vi prego

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  13. io posso fare un tentativo se vuoi. ho un brano e cercavo un testo da metterci sopra, possibilmente non mio. ora che dici così mi stai facendo venire voglia. non so come verrà ma non si fa del male a nessuno.

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  14. grazie Alessandro… grazie di dire “se vuoi”, come se io fossi il padrone di questo testo. sei molto gentile. la poesia appartiene a chi la scrisse, a chi la rende possibile prima e dopo – e a te grazie, davvero
    massimo

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  15. e *la gente è matta* – non lo dico io – si sa, si è sempre saputo, qui si tratta di noi – ma soprattutto è cantato *qui* (chi canta prega due volte):

    e poi – si spacca il mondo. eppure: ancora i poeti i poeti i poeti, contro altri poeti, sulle piccole riviste sui piccoli blog su tutti gli spazi. alcuni non riescono a sembrare simpatici, altri non riescono a sembrare bravi. chi sarà giusto sarà anche spietato?

    non è che il silenzio sia più nobile dell’intervento, *in questo caso*. a 35 o 40 anni c’è davvero altro da pensare. mi è entrata in cuore per sempre la frase di un diciottenne: “voi trentenni avete rovinato la poesia”. me ne ricorderò, al momento giusto: perché non aveva del tutto torto, e – non dividere il No dal Sì – non aveva del tutto ragione).

    “la gente è sola”, chi consola la gente? la soluzione è… come dirlo? [come dire? c’è una sensualità che non si lascia mettere in note autobio-; e prego per Prometeo; e per altri malati; diranno – altri – che ho perso la pietà; no, non credo; poi baci e baci e baci].

    e poi (dopo molto silenzio) gloria al molto rosso, che copre gli occhi (molto cose ci sono; molte cose SONO; molte cose sono perfettamente ROSSE; e non è detto che sia solo sempre sangue; Genova barbara è costellata di foto di un Miglior Fabbro, con la sigaretta). e sia così.

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