Come cristallo, di Lucia Saetta

( Lessi queste prose nelle Edizioni Feaci, mi parvero calme, con quella luce che fa l’acqua dei torrenti, luce di cielo. Alcune erano proprio prose siderali, raccontavano di stelle e di spazi, di polvere cosmica. Grazie dunque all’autrice, Lucia Saetta, e a Giovanni Monasteri, editore di Feaci.
Marino Magliani. )

Da Come cristallo, di Lucia Saetta

(Scritto) nel nome

È stato facile: ho detto che volevo prendere una boccata d’aria fresca, ne ho diritto anch’io, e me la sono svignata.

Non che stessi male, solo mi ero stancato di essere sbatacchiato da un vetrino all’altro, e poi non mi piaceva stare sotto osservazione, sono un tipo riservato.

A dirla tutta ero anche preoccupato. Sentivo i più giovani, imprudenti, bisbigliare: volevano fermare il tempo cellulare. Ho capito subito che stavano pensando a me, per via del nome che porto, Cronobio, non sono mica scemo.
L’ho vista, quasi trasparente, ciliata, in controluce; si muoveva in doppia elica avvitandosi leggera, come non avesse peso e direzione, non sapeva dove andare.

Me la sono portata via, prima che il giorno terminasse ammazzandomela di dolore.

Un gesto avventato, ve lo dico subito, non ho attenuanti.

Mi dispiace per voi.

Scleròmaca, amore mio patogeno, la testa tra le nuvole, fatti vedere ancora un po’ mentre sorridi e vibri; lascia che appoggi lo sguardo al tuo, che mi sostiene, come certa musica.

Ti hanno fatta per non perdere i ricordi, di queste cose non capisco quasi niente, ma l’idea non mi pareva tanto buona. Te lo ripeto ogni mattina, ma ascolti poco: troppe cose in quella testa, non importa.

Mi piace entrare nel tuo sonno mescolato, quello che di notte cancella ogni dolore (ma non a te).

E se ti stacchi, e ti volti piano per non svegliarmi, ti vengo ad abbracciare da dietro.

Cosa sarà del mondo, più tardi, quando ci uniremo?

Come cristallo

La mia posizione è invidiabile. Immagina una vita rivolta all’interno di questa casa, ma anche verso il mondo esterno: un confine siliceo, alla finestra. Una fortuna vivere nell’incertezza: non so quale delle due realtà sia quella inconsistente.

In giornate come questa, quando la pioggia mi trasforma in quadro liquido, la mia trasparenza lascia filtrare sogni tra queste mura.

Mentre il tempo passa, mi basta strappare col pensiero i rami più alti agli alberi di fronte per tornare indietro nella memoria.

Uno sguardo azzurro e giovane mi supera e va oltre le piante, ancora arbusti, fantasticando di fucili, archi di nocciolo e altro ancora, ma non ne fa parola con nessuno.

Mi dispero per quello che succede dentro queste mura, vorrei portarlo fuori a giocare, e mi dispero per il mondo-fuori, che vorrei portare al riparo qui dentro.

Come cristallo cado in frantumi, ora che lo osservo cresciuto, gioca solo tra gli alberi.

Shah Màt

In questo luogo non si procede per prove ed errori: ogni atto è inciso nel tempo, senza appello al rewind. Non ci si guarda negli occhi, impegnati nella scacchiera.

Le forme, perfette all’apertura, ora si sbriciolano sotto i colpi di ogni falso movimento.

Il gioco, inizialmente agile, spoglio di tutto, si appesantisce. Nella diffidenza si apprendono le debolezze, ogni avanzamento si fa più complesso di disattenzioni, cautele: il tempo diventa un sovraccarico, togliendo ciò che dovrebbe dare.

La Regina, di legno intagliato, ma anche le Torri e gli Alfieri, sembrano ardere.

Mi perdo in questo incendio, mentre i Cavalli mi corrono incontro, travolgendomi.

Mi rialzo, ma l’arrocco mi butta di nuovo a terra; non dovevo sorprendermi, il Re non si era mai mosso. Il mio Cavallo sprofonda nel campo di gioco; non posso aiutarlo, non riesco più a muovermi, come nei sogni peggiori. Quando gli Alfieri si riversano disorientati dal Campochiaro al Camposcuro, cedo terreno, la fine sia rapida come una decapitazione.
Il mio corpo, di tristezza leggera, si alza dal tavolo. Perdo così l’abbraccio della mia armatura, rimasta sul campo di battaglia. Con meraviglia riconosco gli spostamenti sghembi e i balzi brillanti della partita di domani.

Simposio

M: Se sono le cicatrici che porta un condottiero a dare la misura del suo valore, posso dirti che la fierezza con cui oggi porti le tue, vecchie e nuove, sta urlando al mondo il tuo coraggio. Ma, dimmi, come stanno le tue ferite, le più recenti?

S: È stata una battaglia difficile, e tanto sangue per nulla. Non sono le ferite a farmi male, ma è la rabbia ad opprimermi: ho riconosciuto troppo tardi la malignità nello sguardo del mio nemico. Se le mie preoccupazioni si fossero dirette dal primo istante semplicemente ai suoi tratti invece che all’arte della guerra…

E i tuoi occhi, piuttosto, stanno bene?

M: Sì, ora distinguo meglio il contorno delle cose. Non lo sapevo, di essere in battaglia, questa volta.

Non ci sono stati vincitori. Quando i nostri eserciti si sono incontrati i suoi ornamenti scintillavano con tanta violenza che mi accecavano dolorosamente. Avresti dovuto vederli, i nostri eserciti di mani, braccia, gambe e lance: un confronto tra carne, singhiozzi e grida. Da lontano potevi intuirne la lenta grandezza, da vicino distinguevi il colore carminio del sangue e quasi potevi assaggiare il sapore delle lacrime.

La tensione accumulata si è sciolta all’improvviso; eravamo l’uno di fronte all’altro, e i nostri occhi si sono incontrati.

Ci siamo riconosciuti, non come nemici: in ognuno le stesse paure, ci siamo specchiati nelle nostre ferite in silenzio. Le risposte già dentro di noi, mute anche quelle.

Vedo invece che le tue scure premonizioni non sono state smentite dall’esito della battaglia.

S: No, ma la mia guerra si è finalmente conclusa, o così credo: difficile combattere contro gli Dèi. Si divertono con le parole che si trasformano in frecce al loro arco, quasi impossibile difendersi. Ci conoscono così bene…

Per loro è un gioco, ti isolano da tutto e da tutti, ti ritrovi in solitudine, che pensi una roccaforte, quasi un abbraccio, ed è solo un antro scuro. Anche loro sono succubi, di una parte di pensiero che non gli appartiene: ci invidiano vivacità e freschezza. E anche gli Dèi sono soli, ma quella è una solitudine diversa, perché porta altre vesti, che ha i colori dell’amarezza. Per questo vorrebbero tenere anche noi in quello stesso arido abbandono.

Ma non hanno colpa, sono fatti così.

M: Non sono Dèi, sono uomini, e dopotutto sono anche le loro debolezze a confonderci ancora di più. Ma siamo ancora qui, a confrontare le cicatrici, come quella volta a Rodi, ricordi? Eravamo alle terme e tu scrivevi. Era bello guardarti: ogni pensiero che volevi trasformare in parola illuminava il tuo sguardo e sorridevi, senza accorgertene. Bevevi e scrivevi, e parlavamo, il tempo si era fermato, quel giorno, o forse lo avevamo fermato proprio noi. Il colore del vino sostituiva quello del sangue, le terme avevano preso il posto dei campi di battaglia, i nostri corpi erano nudi, senza le pesanti armature. Nessuna difesa eppure stavamo bene.

E come sono oggi le tue scritture?

S: La scrittura è la mia salvezza, mi conosci bene, dopo ogni combattimento mi rinnovo grazie a lei e ai miei sogni. Ma ogni volta che tutto è scritto e devo staccarmi dalle mie stesse parole, dilaniandomi, inizia un tempo vuoto, malinconico, che posso riempire solo riprendendo le mie guerre.

Non mi dici nulla dei tuoi viaggi, come sempre.

M: I viaggi mi hanno portato lontano, più di quanto potessi immaginare, e così mentre le tue sono scritture dell’anima, quasi premonizioni, i miei sono segni che viaggiano. Ogni istante ed ogni dettaglio lo vorrei trattenere nella mia memoria. Per questo scrivo, per ricordare storie e geografie.

Adesso versami ancora un po’ di vino e brindiamo insieme, lascia questa tua tristezza, vedrai che ci troveremo, presto, come ora, come a Rodi, nessun amico da combattere. Faremo di nuovo l’alba. Tutto cambia, non dimenticarlo mai: anche le cose peggiori cambiano. Ogni battaglia è anche un dono, si diventa più forti: guardati.

S. Ho capito, cosa hai voluto dirmi, e forse è il tuo segreto.

Che meraviglia oggi, tu ed io ad inondare questa stanza di vino. Non c’è niente più bello di questo quadro e la sua luce rosa dietro.
MEDUSA (viaggiando a occhi chiusi e senza mappe)

SIBILLA (scrittrice di profezie)

4 pensieri su “Come cristallo, di Lucia Saetta

  1. Si potrebbero citare nomi grossi, a conforto e confronto, ma il bello è che non ce n’è affatto bisogno.
    Complimenti a Lucia e grazie a Giovanni, Marino & Fabrizio.

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  2. notevoli – belle – davvero splendide (a proposito di grossi nomi, ho ripensato a Char, a Ponge, ma, appunto, concordo con Roberto, non credo ce ne sia bisogno…)

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  3. Sì, sono piaciute molto anche a me, sono vere prose. Contengono perfettamente il contenuto, cioè sono compiute. È bello fare queste scoperte.

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