Metamorfosi di Pinocchio – La vendetta di Carlo Collodi

Ipotesi sui moventi che spingono Pinocchio a una ipercinetica refrattarietà alla stasi, portandolo a non perdurare mai nello stesso stato. Una nuova edizione nei Millenni Einaudi, illustrata dagli splendidi e inquieti disegni di Lorenzo Mattotti

di Ivan Tassi

Scriveva Italo Calvino nel 1981, in occasione del centenario di Pinocchio, che la fiaba di Collodi è in grado di generare nella fantasia dei lettori immagini di straordinaria potenza: «ogni apparizione si presenta in questo libro con una forza visiva tale da non poter più essere dimenticata». È forse anche per questo motivo che le avventure del burattino di legno, fin da quando apparvero per la prima volta a puntate sul «Giornale per i bambini», furono accompagnate dalle illustrazioni. Dal 1881 ad oggi, sono state circa duecento (in media più di una per anno) le edizioni illustrate che si sono susseguite in una varietà di realizzazioni sorprendente e inesausta. Anche le edizioni più «tecniche», destinate in ultima istanza ad un pubblico squisitamente adulto, non sanno rinunciare agli apparati grafici: al di là delle consuete esigenze editoriali dei libri per ragazzi, Pinocchio sembra intriso di una prodigiosa, enigmatica carica, sempre pronta a rimettere in moto l’estro figurativo dei suoi cultori.

Un burattino in fuga
Che una simile energia possa dirsi tutt’altro che esaurita, ce lo dimostra del resto anche l’ultima edizione delle Avventure di Pinocchio (introduzione di Tiziano Scarpa, con una nota alle illustrazioni di Emilio Varrà, I Millenni, Einaudi, 315 pp., 75 euro), in cui Lorenzo Mattotti, maestro del fumetto e della graphic novel, torna per la seconda volta nella sua carriera ad accompagnare la storia del burattino di Collodi con immagini splendide. Come testimonia l’intervista inclusa nella nota introduttiva di Emilio Varrà, a sollecitare l’interesse di Mattotti è stata la natura inquieta delle incessanti metamorfosi di Pinocchio, che per tutta la durata del racconto si rivela in preda al demone della trasformazione. Prima di risvegliarsi, nell’ultimo capitolo, con le sembianze di un ragazzo in carne e ossa, il burattino recita come marionetta per il teatro di Mangiafuoco, svolge le mansioni di cane da guardia contro le faine in un pollaio, si tramuta in ciuco in seguito alla gita nel Paese dei Balocchi; e dopo essere diventato cibo per la digestione del terribile Pescecane, finisce per convertirsi in bestia da soma al servizio di un ortolano.
È quasi impossibile, allora, non lasciarsi trascinare da questa anomala, ipercinetica refrattarietà alla stasi, e non interrogarsi sui moventi che spingono Pinocchio a non perdurare mai troppo a lungo nella medesima condizione.
Le metamorfosi senza tregua potrebbero innanzitutto costituire un’agile strategia di difesa. Pinocchio – notava già Benedetto Croce – è «la vita»: rappresenta un istinto dinamico e primigenio, ostile a qualsiasi forma di coercizione. A partire da Mastro Ciliegia e da Geppetto, tutti i personaggi che nel corso del libro si imbattono nel burattino desiderano imprigionarlo in un ruolo o sottoporlo a un progetto, per poi ricavare dal suo legno «da catasta» un tornaconto privato; eppure ognuno di loro è destinato a veder prima o poi delusi, trasgrediti o sbeffeggiati i propri piani. Come ha specificato Giorgio Manganelli, Pinocchio risulta, in questo senso, un «animale da fuga»: sempre «di corsa» da un capitolo all’altro, non si sottrae soltanto ai raggiri del Gatto e della Volpe, alle brame di quanti vogliono friggerlo in padella o alle ambizioni materne della fata Turchina, ma anche al proposito scioperato di «correre dietro alle farfalle», che lui stesso, nelle prime pagine della fiaba, formula per sé al cospetto del Grillo-parlante. Incapace di ubbidire ad ogni sorta di programma definitivo, il burattino si configura dunque, a tutti gli effetti, come un personaggio determinato a scappare di mano. Il primo a dover scontare le conseguenze di questa riottosa vitalità, d’altro canto, fu lo stesso Collodi, che si trovò ben presto prigioniero di un’entità narrativa ingombrante.
Quando lo scrittore consegnò a Guido Biagi, responsabile del «Giornale per i Bambini», i primi episodi della fiaba, aveva già alle spalle una carriera di giornalista e romanziere, che lo aveva condotto a pubblicare Un romanzo in vagone (1856), I misteri di Firenze (1857) e due raccolte di racconti, cronache, schizzi umoristici intitolate Macchiette (1879) e Occhi e nasi (1881). Si tratta – secondo Alberto Asor Rosa – di una produzione «frastagliata» e «sfarfallata», che nei confronti del lavoro letterario testimonia un atteggiamento trascurato e «riduttivo», pronto a riversarsi anche su Pinocchio. Come ci rivela il discontinuo ritmo di pubblicazione delle diverse avventure, Collodi cercò infatti, in più di un’occasione, di abbandonare la stesura delle peripezie del burattino prima della sua agognata trasformazione in ragazzo. Furono le esigenze economiche e le insistenze del pubblico che, tuttavia, lo convinsero a proseguire anche controvoglia, e a sviluppare fino in fondo le potenzialità inscritte in un personaggio dalle dirompenti attrattive.
Non c’è da stupirsi allora se l’indolente Collodi, sopraffatto dalle forze di un’idea letteraria ribelle, reagì manifestando nei suoi confronti una sorta di punitivo, insofferente sadismo. Basta rileggere il racconto, e inseguire Pinocchio nei suoi andirivieni, per accorgersi che alle sue spalle si profila l’ombra di uno scrittore-burattinaio spietato e ingegnoso nell’architettare un percorso di vessazioni, torture, patimenti a catena. Da una parte all’altra del libro, il burattino viene colpito, truffato, deriso, mutilato, sottoposto in continuazione ai morsi della fame, alle ristrettezze della miseria, ai colpi, agli insulti e alle angherie mortali di quanti lo circondano. «La crudeltà di Collodi – ha commentato a questo proposito Mario Lavagetto – è raffinata, sottile, instancabile». E non sempre la vediamo impiegata a punire la trasgressione o la disobbedienza del burattino: persino quando è ancora un immobile e innocente pezzo di legno da dirozzare, Pinocchio è costretto a subire le gratuite percosse di Mastro Ciliegia, che, inquietato dalla sua «vocina», prende a «sbatacchiare» il ceppo di legno contro le pareti del suo laboratorio di falegname.

«Seguimi brutale lettore»
Può darsi allora che il sadismo vada ricollegato a ragioni d’ordine più generale, riguardanti l’universo delle fiabe. Le fiabe – scriveva Calvino – sono «vere», perché nelle loro trame è possibile riconoscere una specie di catalogo esaustivo dei destini umani. Non importa poi che quelle stesse trame siano dotate di un dispositivo consolatorio, e che nei loro finali, all’insegna di una magica politica del riequilibrio, il male venga per lo più soppiantato e sconfitto dal bene. Quando varchiamo l’incantato territorio della narrazione fiabesca, possiamo star certi che accanto a principi azzurri, nani servizievoli e provvidenziali cacciatori, ci imbatteremo in fanciulle schiavizzate, tetre matrigne, mele velenose, boschi infestati da lupi voraci, e in tutta una nutrita serie di eroi ed eroine costretti a sopportare prove disumane e atroci supplizi. Se dunque possiamo concordare ancora una volta con Calvino in merito alla paradossale «verità» della fiaba, dovremo accettare allo stesso tempo il fatto che il narratore delle fiabe, gettando un ponte sul vero, ci chiama ad essere spettatori e complici delle feroci brutalità connaturate alla vita «reale».
«Seguimi, brutale lettore, e considera a quali mani ingegnose e crudeli sono stato capace di affidare il mio eroe ridicolmente vulnerabile». È questo – secondo quanto affermava Nabokov in una delle sue Lezioni sul Chisciotte – l’appello che sentiamo risuonare fra le pagine della letteratura crudele; ed è questo stesso appello che, in qualche modo, ci apprestiamo a seguire quando entriamo nella singolare «stanza di tortura» rappresentata dalle Avventure di Pinocchio. Chi insegue Pinocchio lungo un itinerario di errori dovuti alla sua incorreggibile ingenuità, non cerca nel burattino un eroe con cui identificarsi. E dal momento che la liberatoria trasformazione in bambino viene rimandata fino all’ultimo capitolo, il piacere del lettore non può che concentrarsi sugli spettacoli di un patimento quasi senza sollievo; risiede, in altre parole, nel veder precipitare il burattino fra le reti delle prevedibili sciagure, di volta in volta profetizzate, con puntuale chiaroveggenza, dalla «vocina» del Grillo-parlante e di altri personaggi-oracolo. Anche le immagini – in particolare quelle di Mattotti – collaborano, in questa prospettiva, a cristallizzare e ad esaltare il processo di tortura e lo spettacolo del patimento. Da una parte, i disegni di Mattotti, con le loro linee mobili e inquiete, tentano di riprodurre con verve «espressionistica» le spericolate corse di Pinocchio verso la sofferenza; dall’altra, le congelano in una galleria di icone memorabili, suggellando le sequenze essenziali di una fiaba che – dichiara Mattotti nell’intervista a Varrà – ha da sempre esercitato sull’artista un «potere orrorifico».
A quanti si domandassero se poi, in questo modo, Pinocchio sia stato definitivamente catturato, replica Mattotti: «Per quanto ci lavori da anni, credo di no. E forse non si dovrebbe nemmeno».

Pubblicato sul Manifesto, sabato 6 dicembre 2008

4 pensieri su “Metamorfosi di Pinocchio – La vendetta di Carlo Collodi

  1. Difficile scrivere così tanto sulla fiaba (e Pinocchio è una fiaba) riuscendo a non dire che le incessanti “metamorfosi” del protagonista adombrano motivi iniziatici. L’aveva capito Propp, e l’ha scritto benissimo Giacomo Biffi (Contro mastro ciliegia, Jaca Book), ma figuriamoci se un redattore del Manifesto si abbassa a leggere qualcosa di diverso da Calvino.

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  2. Pinocchio ha davvero un po’ di tutti noi.
    Ci crediamo spesso, se non sempre, liberi,
    e poi facciamo i conti con questi maledetti fili che ci tirano in qua e in là, su, giù, e poi alla lunga, o talvolta,
    scopriamo che i fili, i tiranti li sbattacchia una parte, o più parti, di noi stessi.
    Prima conoscere e poi staccarsi di dosso ‘ste pastoie è quanto mai difficile.
    O arrendersi, accettare, abbandonarsi…

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  3. Caro Fabrizio, penso a Collodi , l’autore di Pinocchio, considerato il terzo libro in prosa , per genialità, della letteratura italiana, dopo “I Promessi Sposi” e le “Operette morali”. Lo vedo con il viso paonazzo per il troppo bere, il sigaro toscano alle labbra, con una costipazione e una bronchite cronica ( forse già un cancro al polmone ) , intento a scrivere articoli per rivistucole tipo “Il Lampione” e “ La Scaramuccia” ( scriveva di tutto, Collodi : gag, battute da cabaret , libri per bambini, commedie, calambour, ecc ) per sbarcare il lunario. E’ perplesso , sembra che si morda il baffo sinistro della sua barba malcurata. Era un genio, ma non se ne accorse nessuno . Lo sappiamo soltanto ora, che ce lo hanno detto perfino i cinesi e i neozelandesi . Geppetto era lui, e anche Pinocchio era lui, il burattino di legno inno di gioia, che fa capriole e danze felici, il candore dell’infanzia, l’incertezza amorosa dell’adolescenza, la levità e la velocità, la trasgressione e lo sberleffo, ovvero la fiaba, qualcosa, dice Nicola Apollonio ( autore di un libro di racconti dal titolo “Sortilegio dal tempo” ,- Espressosud, 2008,) che non viene perdonato a chi si accinge ad affrontare la realtà del mestiere più difficile…. “ Le sue primitive sembianze di burattino erano simili al peccato originale, da cui Pinocchio, ora, si libera con un diverso e più doloroso battesimo: vivere”.( vds. pag. 122) Già. Vivere. Il mestiere più difficile. Era una cosa che gli aristocratici illuminati di una volta, come il marchese Villiers De L’Isle-Adam, facevano fare ai domestici. In democrazia ciò non è più ammesso. Bisogna vivere in proprio , senza delegare. E lo fa anche Pinocchio, divenendo in breve un ragazzo laborioso e virtuoso, accettando le leggi sociali che prima aveva rifiutato, accettando la realtà, il lavoro , la scuola e il denaro… Ma intanto la favola è finita, è fuggita , morta , e si ha tutti una gran nostalgia di quel burattino senza vita che se ne giace “con le gambe incrocicchiate e ripiegate nel mezzo” , quel burattino che non salterà mai più con quell’estro magico e diabolico sulle tavole del Teatro della fantasia , che è un altro tipo di vita.

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