Teddy Bear

 

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«Come può un uomo nascere quando è già vecchio?

Può egli entrare una seconda volta

nel grembo di sua madre e nascere?»

Giovanni 3,4

 

Alla fine le hanno dato il permesso di portare uno dei giocattoli nuovi. Uno solo. E che non ci siano pezzi da perdere, istruzioni da dimenticare, parti che si rovinano. Giulia non ha detto niente, non ha neppure accennato un capriccio. “Siamo fortunati, almeno a Natale…” ha detto papà. È che lei aveva già deciso, prima ancora che iniziassero a farle tutte quelle raccomandazioni. Dalla nonna porterà l’orsacchiotto di peluche, bello grande, come aveva chiesto nella lettera, e con il pelo marrone chiaro, il muso che sorride, la scritta “Teddy Bear” sul bavaglino. “Si chiama così?” ha chiesto Giulia, e la mamma le ha spiegato che in America tutti gli orsacchiotti si chiamano Teddy Bear, poi uno può dare a ciascuno il nome che più gli piace. “Anche Nicodemo?” ha rilanciato Giulia, che per i nomi buffi ha sempre avuto una passione. “Anche Nicodemo, certo” le ha assicurato la mamma. “Sai” ha proseguito Giulia come se stesse per rivelare chissà quale segreto, “io d’ora in poi voglio dormire sempre con Nicodemo. Sempre sempre”. La mamma ha detto: “Vediamo”. Papà ha detto: “Andiamo”. Aveva già il cappotto addosso, in mano stringeva le chiavi dell’auto.

Papà fa così tutte le volte che c’è da uscire, specie quando devono andare dalla nonna, su alla Casa. Dice che è una strada piena di traffico, e non si sa mai, perfino oggi, che è il giorno di Natale, si rischia di fare la coda, addirittura di restare imbottigliati. A Giulia questa cosa dell’imbottigliato piace, si ricorda che dalla nonna, quando ancora non stava nella Casa, c’era un mobile non troppo alto, in legno scuro, con tanti oggetti carini. Il più carino, secondo lei, era questa bottiglia appoggiata per il lungo. Dentro c’era una nave bellissima, piena di particolari: le vele, l’ancora, le corde, il timone, un minuscolo comandante con la barba bianca. Siccome le avevano spiegato che la bottiglia apparteneva al nonno e lei il nonno non l’aveva mai visto, si era convinta che il comandante con la barba bianca fosse proprio suo nonno e che adesso vivesse lì, dentro la bottiglia, come in un cartone che aveva visto da piccola. Solo che il nonno non lo sapeva, di essere dentro la bottiglia, credeva di navigare in mezzo all’oceano e viveva tantissime avventure, incontrava le balene, faceva amicizia con i pinguini, si divertiva con i pesci volanti. Peccato che avesse nostalgia della nonna e della sua nipotina, che non aveva mai visto.

Una volta Giulia aveva raccontato tutto alla nonna, compresi gli incontri con le balene, i pinguini e i pesci volanti, e la nonna l’aveva stretta forte, con quelle sue braccia magre, le mani magrissime e macchiate. “Cara, cara” continuava a ripetere, tanto che a un certo punto il papà le aveva detto: “Dài, mamma, adesso basta, così fai male alla bambina”. La nonna l’aveva lasciata andare, ma aveva gli occhi pieni di un’acqua trasparente. Non erano lacrime, pensava Giulia, perché le lacrime scendono goccia a goccia, mentre invece dagli occhi della nonna l’acqua veniva giù come quando si riempie troppo un bicchiere, come quando lo si rovescia per sbaglio e sul tavolo di marmo non c’è la tovaglia, così l’acqua prima si raccoglie come in una macchia e poi scappa da tutte le parti.

Era successo tre anni fa, più o meno. Giulia andava ancora all’asilo, ma si ricordava che in auto, mentre le sistemava la cintura, papà le aveva detto che il nonno era morto, ma se a lei piaceva pensare che navigasse dentro la bottiglia andava bene lo stesso, ognuno il paradiso se lo immagina come vuole. “E la nonna come se lo immagina, il paradiso?” aveva chiesto Giulia. Papà non aveva sentito, perché stava chiudendo la portiera. Si vede che quel giorno era un po’ distratto. Quando andavano dalla nonna papà era sempre così, un po’ distratto.

Tre anni fa la nonna era già vecchia, dopo però era diventata veramente vecchissima. Era per quello che l’avevano portata alla Casa, a vivere con altre signore come lei e anche con i signori. “Sono tutti molto anziani” le aveva spiegato la mamma la prima volta che erano andati lassù. “Impara questa parola, Giulia: anziani. È un modo gentile per dire che una persona sta diventando vecchia”. Giulia credeva che la nonna fosse già vecchia e non riusciva a capire come mai si dovesse usare una parola per dire che invece stava ancora invecchiando, ma a volte succede così, come con Nicodemo che si chiamava Teddy Bear, però per lei è Nicodemo lo stesso. Nico. Le parole sono strane, per questo in fondo Giulia preferisce matematica. Più di tutto, le piace disegnare.

La Casa l’ha disegnata tante volte: in alto, sulla collina, sopra al lago. La parte più brutta è il parcheggio, sottoterra, tutto in cemento, con un ingresso tanto stretto che ogni volta papà sbuffa durante la manovra. Nel parcheggio fa sempre freddo e davanti all’ascensore, non ci capisce perché, fa addirittura freddissimo. L’unica cosa divertente è che numeri sono messi al contrario, nel senso che il piano più alto è lo zero e per salire si fa come il conto alla rovescia: tre, due, uno. Al tre c’è il parcheggio, al due la parola che non si capisce, all’uno gli anziani malati, allo zero gli anziani e basta, come la nonna. La parola che non si capisce è morgue, la mamma dice è francese, magari Giulia lo studia alle medie. Ogni volta che aspettano l’ascensore lei la guarda, la parola più strana delle altre, controlla di ricordarsi bene com’è scritta, pensa che prima o poi ci arriverà da sola. Come con quell’altra parola del piano uno, cappella, che all’inizio non capiva, ma poi si è resa conto che è tipo una chiesa, però piccola.

Ieri sera sono stati alla Messa di mezzanotte e lei si è addormentata in braccio a papà. Anche adesso, in auto, ha dormito quasi tutto il tempo. Appena si è svegliata ha tenuto gli occhi chiusi per un po’. Quand’era piccola era il suo modo di giocare, da qualche tempo lo fa più che altro per sentire che cosa si dicono mamma e papà quando lei non c’è. Questa volta parlano a voce ancora più bassa del solito, non è che stanno litigando, però non sono nemmeno d’accordo d’accordo. Riesce a sentire papà che dice: “Speriamo sia l’ultimo anno”, poi la mamma che sembra sgridarlo: “Ma è tua madre…”. Allora lui dice un’altra cosa che Giulia non capisce, ma le sembra brutta: “Appunto, proprio perché è mia madre”.

Ormai sono arrivati. La manovra, papà che sbuffa, la voce della mamma: “Giulia, svegliati che ci siamo”. Si stropiccia gli occhi, dà un bacio bello grosso al suo Nico, scende dall’auto ripetendo: “Il regalo, non scordiamoci il regalo per la nonna”. Papà apre il bagagliaio, prende il pacchetto. Avrebbero potuto lasciarlo in macchina, sul sedile libero accanto a Giulia, ma per certe cose papà si fissa, dice che è meglio usare il bagagliaio. Il pacchetto lo danno a lei. È leggero, Giulia sa già che cosa c’è dentro. Lo ha scelto lei, il regalo per la nonna.

Oggi è Natale e alla Casa c’è più gente del solito. Perché si può fare il pranzo con i parenti, le hanno spiegato, e così ha capito che per la nonna loro sono i parenti. Ci sarebbe anche lo zio Roberto, che è il fratello del papà, ma abita lontano, all’estero, e in Italia non torna mai. Alla Casa non c’è stato neppure una volta e così le signorine credono che papà sia figlio unico. Come lei, come Giulia.

L’ascensore arriva subito, appena il tempo di ripassare l’ordine delle lettere: m-o-r-g-u-e. La nonna è già sulla sua sedia rotelle, bella pulita e con la messinpiega, il golfino bianco e le perle al collo. A Giulia sembra molto elegante, le signorine oggi l’hanno anche truccata, le hanno messo perfino il rossetto. “Tanti auguri, questo è per te” dice Giulia, impaziente, appoggiandole il pacchetto sulle ginocchia. “Cara, cara” mormora la nonna:. “Me lo scarti tu, per piacere?” le chiede. Sorride mentre aggiunge: “Le mani, le mie mani non sono più molto brave…”. In effetti sono ancora più magre dell’ultima volta, sembrano quasi degli uncini.

Giulia scarta e alla nonna lo scialle piace moltissimo. “Ma che bella bambina” dicono le signorine, “e come sei cresciuta: hai già il fidanzato?” Oggi qualche altro bambino c’è, ma a Giulia dispiace che non ci sia anche la sua amica, Pilar. Si sono conosciute in estate, una delle prime volte che Giulia saliva alla Casa. Pilar è una bambina piccola, con i capelli ricci e la pelle scura, uguale alla sua mamma, che è grassottella ma non le interessa, perché porta certi pantaloni strettissimi, che si vede tutta la ciccia. Pilar e la sua mamma vengono dall’America, però non parlano l’inglese. Il loro è un italiano buffo, con gli accenti sempre al posto sbagliato, il papà di Giulia dice che è mezzo spagnolo. Pilar è ancora piccola, le mancano i denti di mezzo e la volta che si sono conosciute la sua mamma le stava dicendo di stare attenta a giocare con la palla in cortile, sennò la signora si arrabbiava. Pilar e la sua mamma non sono i parenti, ma venivano lo stesso a trovare questa signora, sulla sedia a rotelle anche lei, e con i tubicini nel naso, che a Giulia facevano impressione, poi le signorine le hanno detto che non è niente, solo un modo che hanno gli anziani per respirare meglio. La signora con i tubicini era un po’ strana anche lei, una volta ha chiesto un paio di pinzette a papà e, quando papà le ha risposto che non le aveva, quella gli ha detto: “Grazie lo stesso, signorina”. Il papà di Giulia è alto, robusto, con il pizzetto. Come si fa a prenderlo per una donna? “Ma no, scherza” ha detto lui, anche se a Giulia non sembrava.

Da quando la signora con i tubicini non sta più nella Casa, anche Pilar e la sua mamma non vengono più. Giulia sperava che almeno oggi, per Natale, fossero invitate al pranzo, invece niente. Ci sono gli altri bambini, e due ragazze bionde, quasi grandi, che controllano il cellulare anche mentre fanno gli auguri al loro nonno. Giulia ancora non conosce nessuno, ma pensa che se sta per un po’ vicino al presepio magari qualcuno si ferma, si mettono a giocare, fanno amicizia. E infatti è così che succede, però non come se l’aspettava lei.

Giulia sta contando quanti pastori ci sono nel presepio della Casa. Loro ne hanno messi solo quattro, perché papà dice che non siamo mica a Napoli e a Giulia questo posto, Napoli, risulta subito simpatico, se lo immagina con i pastori veri che camminano per le strade la notte di Natale e forse ci sono anche i re magi con i cammelli, e c’è la grotta di Gesù, quella vera, e anche Gesù Bambino è vero, in mezzo all’asino e al bue. Giulia guarda e conta, dunque, e non si accorge che la signora le viene accanto. Muove la sua sedia da sola, spingendo le ruote con le mani che sono appena meno magre di quelle della nonna, e molto più forti.

“Ecco dov’era andato. Grazie, bambina, grazie” dice la signora mentre sorride tutta sdentatina, che se non fosse così bianca e anziana potrebbe sembrare Pilar. Giulia non capisce, cerca lo sguardo della mamma che è arrivata quasi di corsa e intanto fa il gesto di chiamare una delle signorine.

“Adesso dammelo, fai la brava. Dammi il mio Lorenzo” insiste la signora e fa per allungare le mani. Solo allora Giulia capisce che sta parlando di Nico, il Teddy Bear.

“Ma no, Costanza, non è il Lorenzo, lo avrà lasciato in camera. Venga, venga che andiamo a prenderlo. Il pranzo è quasi pronto, sa? Il pranzo di Natale” interviene la signorina. Anche lei parla un italiano buffo, però non assomiglia per niente a Pilar. Ha i capelli un po’ rossi e un po’ biondi, gli occhi azzurri e la solita camicetta verde, che ricorda il grembiule di scuola. Oggi si è messa anche un cappellino da Babbo Natale: rosso, con il bordo bianco e le luci che si accendono e spengono. Ce l’hanno tutte le signorine, ma a lei sta proprio bene. È bella, anche se ha sempre l’aria stanca e perfino oggi le si vedono le occhiaie. Si chiama Irina.

“Ti sei spaventata?” domanda la mamma e Giulia fa segno di no con la testa. Si volta verso il presepio, come se volesse rimettersi a contare i pastori. “Guarda che bel paesaggio” dice la mamma per distrarla. Lo dice ogni volta che vengono qui: alla mamma piace proprio, il paesaggio che si vede dalla Casa. Sì, il lago è bello, le montagne sono belle, ma se ci fosse il sole sarebbe tutto ancora più bello. Oppure se avesse nevicato. A Natale dovrebbe nevicare, no? Anche nel presepio c’è la neve, anche sull’albero l’hanno spruzzata con lo spray.

La signora Costanza è già tornata. Fa girare le ruote della sua sedia tenendo in braccio un orsacchiotto molto più piccolo di Nico, e tanto spelacchiato. Però hanno tutti e due il bavaglino con la scritta “Teddy Bear”. La signora guarda Giulia senza dire niente, senza neanche chiederle scusa per aver scambiato il suo orsacchiotto nuovo nuovo con questo che invece ha un sacco di anni, ormai è anziano anche lui.

I parenti sono tanti, ma si vede che qualcuno non ha fatto in tempo a venire, forse ha trovato traffico, è rimasto imbottigliato. Il signor Carlo, per esempio, è lì senza nessuno. A Giulia è simpatico, anche se le signorine dicono che certe volte ha davvero un caratteraccio. Lui ha più di ottant’anni e i capelli ancora tutti neri, che il papà di Giulia al confronto ne ha già tantissimi grigi. E poi il signor Carlo non ha bisogno della carrozzina, cammina da solo aiutandosi con una specie di girello senza le ruote. Si appoggia e basta, passeggia come e quanto vuole. Oggi è proprio contento, anche se non ha i parenti. Sta seduto su una poltrona, un po’ lontano dal televisore e canta una canzoncina che Giulia non ha mai sentito: “Ma che bel giorno / il giorno di Natal! / Natale di qua, / Natale di là, / Natale per te, / Natale per me…”. Così, sempre uguale.

“Carlo, non stancarti, che poi non mangi più” gli dice una delle signorine mentre passa con il carrello per apparecchiare. Lui niente, fa un gesto con la mano, come per dire di lasciar stare, e continua: “Ma che bel giorno…”.

Nella Casa il televisore è sempre acceso. Anzi, tutti i televisori che ci sono nella Casa, di solito sono accesi. Nei due soggiorni, ma spesso anche nelle camere. Da una delle porte aperte si vede che una signora si è portata il videoregistratore, le cassette, i dvd, perfino il decoder. Non esce mai, ha tutto lì in camera. I programmi che guardano nella Casa, però, Giulia non li ha mai visti, forse perché lei di preferenza sta su Disney Channel, “Quelli dell’intervallo” oppure le Winx. Adesso, per esempio, da una parte c’è una trasmissione con la gente che balla e fa il trenino mentre una ragazza con i capelli neri lunghi e gli occhi blu grida: “Auguri, auguri! Buon Natale a tutti!”. Dall’altra parte, invece, c’è molta più gente ferma ad aspettare in una piazza grandissima e una voce dice che la piazza è a Roma e la gente sta aspettando di vedere il Papa.

Giulia sa che cosa trasmettono i due televisori perché, con la nonna, fanno avanti e indietro da un soggiorno all’altro, la sedia a rotelle la spinge papà e ogni tanto in corridoio bisogna fermarsi per far passare un’altra sedia a rotelle. Continuano a incrociare la signora Costanza, che guarda Nico, poi guarda il Lorenzo, fa segno di sì con la testa e va avanti, avanti e indietro. Da una volta all’altra le viene da sorridere sempre un po’ di più mentre dice: “Buongiorno”. Adesso Giulia si ricorda: la signora Costanza è quella che ti dice “buongiorno” ogni volta che ti incontra. Poi ci sono il signor Alberto, che gli manca una gamba e ha la sedia a rotelle con il motorino, e la signora Maria, che parla strano perché le hanno fatto un buco alla gola. Il signor Carlo è sempre lì che canta.

“Ti scappa la pipì? Andiamo a lavarci le mani?” domanda la mamma. Questa non è la parte migliore della Casa. Non hanno pensato di fare un bagno apposta per i parenti e così ognuno deve andare nella stanza del suo anziano. Questo a Giulia non piace, perché la nonna è in stanza con un’altra signora, una di quelle che non si capisce come mai le chiamano anziane, visto che questa è vecchissima sul serio, ha più di cent’anni, dicono le signorine, non mangia nemmeno a tavola, ha sempre un tubo nel braccio e mangia da quello, una specie di pappa scura che scende giù per il tubo. Giulia non ha voluto nemmeno sapere come si chiama, quando va a fare pipì la vede sempre nel letto, che parla da sola mentre la pappa scende dentro il braccio.

Ma oggi è Natale, il giorno delle sorprese, e al posto della vecchissima, in stanza con la nonna, c’è una signora che sta finendo di truccarsi gli occhi celesti. Anziana è anziana, tant’è vero che sta sulla sedia a rotelle, però ha la pelle liscia, luminosa, come dicono alla pubblicità. “Scusi, usiamo un attimo il bagno” dice la mamma. “Fate pure” risponde la signora “ e buon Natale”. A Giulia piace subito perché è gentile, si trucca, ha gli occhi celesti e, più che altro, non ha il tubo nel braccio. In bagno, a voce bassissima, chiede alla mamma dov’è finita la signora di prima e la mamma fa un gesto così, come per dire che non lo sa, sarà andata dai parenti.

Quando escono trovano le signorine con la camicetta verde e il cappellino da Babbo Natale che dicono: “A tavola, è pronto, a tavola!” e intanto sorridono, fanno le feste a tutti, anziani e parenti. Nella Casa non c’è una vera sala da pranzo, si apparecchiano i tavoli in soggiorno e si mangia lì. Oggi ci sono le tovaglie rosse, i tovaglioli rossi che sembrano di stoffa e, se uno vuole, gli portano anche una bottiglia di vino. Papà ha già sistemato la nonna e sta per sedersi anche lui, quando un signore anziano inizia ad alzare la voce, dice che quello è il suo posto, non è giusto, lui vuole sedersi lì. Tocca alla signorina Irina, di nuovo: “Stai tranquillo, Giovanni, ti diamo un tavolo più bello, vicino alla finestra, vedi? C’è più luce, più bello…”.

Il signor Giovanni la segue, perfino Giulia capisce che non è convinto, obbedisce solo perché glielo dice Irina e Irina è bellissima anche così, con il cappellino e le occhiaie. Mentre torna al loro tavolo, portando la bottiglia per papà, è ancora lei che dice alla mamma: “Non preoccupatevi, è che hanno le loro abitudini, si spaventano per i cambiamenti. Con l’età tornano bambini”.

Giulia non ha mai paura di niente, però questa frase le sembra brutta. Un bambino è un bambino, e un anziano è un anziano, per non parlare dei vecchi: come sarebbe a dire che a un certo punto si torna indietro? Lei non vuole tornare indietro, non vuole essere di nuovo bambina dopo essere stata anziana. Vuole crescere, diventare grande. Bella come la mamma, come Irina, come la ragazza con gli occhi blu che manda baci dal televisore (hanno abbassato il volume, ma la trasmissione va avanti lo stesso, solo non c’è più il trenino e adesso la gente si accontenta di battere le mani a tempo su una musica che non si può sentire).

A questo pensa Giulia quando la nonna dice: “Preghiamo per ringraziare il Signore di quest’altro Natale insieme”. Papà abbassa lo sguardo, forse si ricorda di quella cosa che ha detto prima in auto, speriamo che sia l’ultimo anno. La mamma gli prende la mano sotto il tavolo, gliela stringe forte e d’un tratto Giulia è sicura che papà stava pensando proprio a quello.

Mentre aspettano l’antipasto la mamma le dice di trovare un posto per Nico, sennò finisce che a tavola si sporca. “Mettilo vicino al Lorenzo, così si fanno compagnia” suggerisce dall’altro tavolo la vocina della signora Costanza, che finalmente sembra aver capito questa storia dei due Teddy Bear. Giulia guarda la mamma, che fa segno di sì. Quando lei si alza un attimo da tavola, la mamma le sussurra in un orecchio di non metterli troppo vicini, i due orsacchiotti. Meno male che sul divano c’è ancora tanto posto. Giulia posa Nico da una parte, lontano ma neanche troppo dal Lorenzo. Li lascia lì, davanti al televisore, con la ragazza bellissima che abbraccia un Babbo Natale cicciottone.

Di antipasto c’è l’insalata russa, Giulia chiede il permesso di avanzarla. Solo questa volta. Solo oggi, che è il giorno di Natale.
Milano, 14 dicembre 2008

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